Era settembre e c’era un’aria come il vetro, avrebbe scritto Cesare Pavese. Noi, invece, scriviamo che era settembre ed era il mese dei Campionati del Mondo: le voci in televisione arrivavano da lì ma Elisa Longo Borghini, allora solo una ragazzina con in testa la bicicletta più di qualsiasi altra cosa, non stava guardando lo schermo, era fuori, pedalava sulle strade vicino a casa, ad Ornavasso, insieme ad un gruppo di ragazzini. Quei giovani, racconta Elisa, guardando un cielo sempre più nuvoloso fuori dalla sua camera d’albergo, nel ritiro di Benidorm, giocavano al “mondiale di ciclismo”. Un ricordo, forse qualcosa in più. Sì, qualche giorno prima di partire, ha sfogliato alcune pagine di vecchi diari che custodisce gelosamente. In uno di questi, il racconto di quella giornata e, a piede di pagina, un disegno, con una penna blu: il rettilineo d’arrivo, una maglia iridata e una scritta: “Un giorno, sarò io a vincere quella maglia”. Ancora poche parole ed un saluto, una promessa: “A domani”. Qualche secondo, un sorriso, quasi una tenerezza verso quella memoria e qualche frase, dopo essersi schiarita la voce : «Sarebbe bello, un giorno, poter dire che quella ragazza che giocava a diventare Campionessa del Mondo ci è riuscita. In fondo, me l’ero promesso. Però non cambio idea: non chiedermi del prossimo Mondiale perché non ti rispondo. Anche questa è una promessa». La risata, questa volta, è fragorosa ed il patto è stretto, suggellato dal piccolo segreto, nascosto in quel diario, che Longo Borghini sceglie di condividere.
Sono giorni frenetici, si sta definendo l’ultima parte dei calendari, mentre si eseguono i test per verificare valori importanti: lattato e Vo2Max, in particolare, al fine di comprendere l’andamento della prima parte dell’inverno. Si lavora sul volume e si sistema la posizione sulla bicicletta da cronometro e da strada. Quando le telefoniamo, Elisa Longo Borghini sta studiando e scopriamo che lo fa spesso: «Esercito la mia curiosità, perché sono una persona molto curiosa. Stavo leggendo researchgate, un sito in cui è possibile rintracciare qualsiasi ricerca accademica, più o meno recente. Ho detto spesso che ringrazio il mio corpo per quel che mi permette di fare. Ogni tanto, quando mi sento particolarmente grata, mando anche un messaggio ai miei genitori: “Grazie per come mi avete fatta”. Ecco, la curiosità è la prima forma di gratitudine. Se conosco rispetto, se conosco mi prendo cura. Del corpo come della bicicletta, per questo parlo molto con i meccanici e chiedo. Non voglio sostituirmi a nessuno, voglio solo capire e svolgere il mio mestiere in maniera consapevole. Come atleti chiediamo spesso di essere ascoltati, ed è giusto, tuttavia per essere ascoltati dobbiamo essere i primi a esercitare la conoscenza e la curiosità. Ritengo che il mio compito non sia solo quello di pedalare». Qualche goccia di pioggia inizia a scendere sui viali di Benidorm, il mare, laggiù in fondo, si agita. Longo Borghini riprende a parlare: «Prendi la pioggia. Le mantelline spesso vengono testate da persone che lavorano nelle aziende che le producono. Quanto staranno in sella? Un paio d’ore, forse. Noi, talvolta, pedaliamo per cinque o sei ore sotto l’acqua. Dovremmo essere noi a fornire indicazioni, perché siamo noi i destinatari del prodotto. Studio perché voglio essere in grado di dare quelle indicazioni al meglio. Che si tratti di pioggia o di altro».

Si torna a casa per le feste di Natale, anche se di allenarsi non si smette mai. A casa Longo Borghini c’è un calendario, ad ogni mese corrisponde una foto di cicliste e ciclisti. A dicembre, un’immagine raffigura lei, vincitrice, sul podio del Giro d’Italia 2024. Elisa Longo Borghini ha recentemente visto un’immagine identica riguardante il Giro d’Italia 2025 e ha riflettuto molto: «Si possono fare due fotografie uguali a due persone tanto diverse. Sembra una banalità ma è vero. Stesso sguardo, stesso trofeo, stessa maglia e un’interiorità completamente differente. Nel 2024 quasi non ci credevo, ero felice perché mi sembrava impossibile, perché era la prima volta e mi faceva effetto. Nel 2025 ero felice, certo, ma più che altro ero consapevole. Mi avevano detto: “Vogliamo che tu vinca il Giro”. Ho sofferto, ho lavorato, mi sono preparata e l’ho vinto. C’è un abisso nel mezzo, un abisso fatto di pressione, e in pochi lo sanno. Sono una donna completamente diversa, anche se le fotografie e le immagini televisive non lo mostrano. Sono orgogliosa di me stessa». Chi conosce Longo Borghini sa che sono affermazioni rare, spesso coperte da una genuina umiltà. Questa volta no, forse anche a causa di una stagione che le ha consegnato il Giro ma non le ha risparmiato nulla. Nemmeno una sera molto triste, in Ruanda, dopo la prova su strada del Mondiale. Elisa Longo Borghini lo ammette: «Sono tornata in camera, mi sono messa sul letto e ho detto ad alta voce: “Ma chi me lo fa fare? Perché sono stata per settimane al Teide? Perchè controllo tutto ciò che mangio ed esco ad allenarmi sotto l’acqua? Perché guardo i millimetri ed i watt? Per questo? Non ha senso, meglio scendere dalla bicicletta e fare una vita normale. Finiscila qui, Elisa». Se l’è detto delusa ed arrabbiata. Poi è andata all’Europeo e la strada l’ha punita ancora. «La Tre Valli Varesine non vale un Mondiale, non vale un Europeo, ma quella vittoria mi ha restituito tutto quello in cui non credevo più. Ho ritrovato un senso a questa vita che, è vero, è da privilegiati. Pure i privilegiati, però, soffrono. Battere così Demi Vollering mi ha dato una scarica di adrenalina che è inspiegabile. Perché l’ho superata in un confronto diretto, testa a testa. Lei è fortissima, un’atleta top, una campionessa destinata a vincere moltissimo, quel giorno, tuttavia, sono stata io la più forte. Demi è arrivata seconda».
Longo Borghini ha ancora qualcosa da aggiungere e ci interrompe mentre stiamo per porre un’altra domanda: «Ho sempre più la sensazione che quasi non si possa essere pienamente felici per la propria vittoria, in quanto si ha quasi il dovere di dispiacersi pubblicamente per chi è stato sconfitto. Non mi piace per nulla questa logica: è falsa. Kopecky non era sicuramente dispiaciuta quando mi è venuta a riprendere alla Sanremo, come non lo era Wiebes. Nessuna avversaria che mi ha battuto era dispiaciuta per me e non ho mai pensato che fosse loro dovere esserlo. Non voglio compassione quando perdo. Allo stesso modo, sono felice se vinco. Non dirò mai che mi è dispiaciuto levare la maglia rosa a Marlen Reusser al Giro. Sarei ipocrita se lo dicessi. Rispetto le rivali però voglio batterle e sono felice se lo faccio. Lo sport è questa cosa qui, mette in fila gli atleti: il primo è il migliore, l’ultimo il peggiore. Perché dobbiamo girarci intorno? L’agonismo è questa cosa qui. Non corro per arrivare seconda». Nel 2026, il Giro d’Italia sarà il centro della stagione, andrà al Tour de France con l’obiettivo di arrivare alla fine e di “fare casino” e affronterà le classiche di primavera pensando al Fiandre e alla Strade Bianche, in particolare: «Sono ancora arrabbiata per la Strade Bianche del 2025: un problema fisico mi ha costretta in fondo al gruppo, sono arrivata con le ultime, distrutta. Avevo una statistica che volevo difendere: non ero mai uscita dalla top ten in questa corsa. Direi che per ristabilire la media devo fare qualcosa di importante, non credi?». Stiamo in silenzio però sembra tanto una promessa.

Al Giro, sarà l’anno del Colle delle Finestre, una salita che Elisa Longo Borghini conosce bene per averla affrontata più volte, in allenamento, mentre si trovava in ritiro a Sestriere. Crede sia una salita mitica, per lo sterrato, per le imprese che sono avvenute lì, Froome e Yates su tutti, ma non solo. «Sai, in quei giorni di allenamento mi sono chiesta spesso perché noi no. Sì, perché nelle nostre corse, nelle corse femminili, non era mai stato inserito il Finestre. Ora c’è. Si tratta di un simbolo, certo, ma i simboli sono anche sostanza». In tanti le chiedono della possibile tripletta al Giro, lei non ci pensa più di tanto: «Io l’ho vinto due volte, ora che siano le altre a portarmelo via. Non sono queste domande a mettermi pressione o timore. Non è quello che si aspettano le persone, è quello che c’è nella testa. I timori e le paure vengono da lì. Non tutto è prevedibile, non tutto è preparabile. Il nostro sport si confronta con questa incognita. I sogni e gli incubi vengono da questo fatto ineluttabile. Un esempio: se Sarah Gigante fosse stata al posto giusto nella tappa dei ventagli, il Giro l’avrebbe vinto lei ed io avrei potuto farci ben poco. Basta un nulla per mandare tutto in fumo. Eppure non resta che concentrarsi su ciò che è possibile controllare. Più sono preparata, più quel margine di incertezza si riduce. Più gli incubi si riducono».
Recentemente, a tavola, Eleonora Camilla Gasparrini ha detto ad Elisa Longo Borghini che non credeva fosse così semplice e così bello averla in squadra. Da fuori, le è sempre sembrata fredda, quasi distaccata da ogni cosa, invece no. «Molti mi definiscono donna squadra. Non sono una donna squadra. Sono una professionista che fa il suo però ho il mio carattere. Parlo poco e spesso sto in disparte, in silenzio. In UAE Adq ho ritrovato leggerezza, sono più “giocherellona”, queste ragazze hanno fatto uscire il mio lato spensierato ma continuo a pensarla allo stesso modo. Silvia Persico è una donna squadra, Brodie Chapman lo è: loro che hanno sempre la battuta giusta al momento giusto, che sanno far ridere, far sorridere. Senza donne come loro sarebbe tutto più difficile». L’anno prossimo, vestiranno la casacca di Longo Borghini anche Mavi Garcia e Pauliena Rooijakkers: la prima «solare, estroversa, rumorosa, da buona spagnola”, la seconda «molto olandese, capace di alzare di tanto il livello della squadra, sia nelle gare a tappe che nelle corse di un giorno».

Quando la notte fatica a dormire, Elisa Longo Borghini pensa spesso di prendere carta e penna e mettersi a scrivere. Rigorosamente a mano, preferibilmente senza nessuno attorno. Qualche tempo fa, ha pensato ad una lettera per la propria bicicletta. Anche le lettere, come i diari, sono segrete ed è giusto che restino così però almeno l’inizio e la fine riusciamo a farceli svelare: «Inizia con un “Cara amica mia” e si conclude con “potrò invecchiare, le mie gambe potranno diventare più deboli, ma tu ci sarai sempre perchè ci sei sempre stata”. Ed è vero: se sono felice esco in bici, se sono triste vado a pedalare, lo faccio se ho pensieri, se sono arrabbiata. Parlo alla mia bicicletta, litigo con lei. Non mi ha mai risposto però mi ha fatto capire molte cose ed io non me lo scordo».
Nelle cuffie di Elisa Longo Borghini, in questo periodo, ci confessa, soprattutto una canzone: Punching in a dream di The Naked and Famous. «Un verso dice “I don’t ever want to be here, like punching in a dream, breathing life into the nightmare”. Qualcosa del tipo: “Non ho mai voluto essere qui, come tirare pugni in un sogno, respirando la vita nell’incubo”. Mi è successo spesso». Sì, le è capitato spesso e grazie ad una bicicletta, alla sua bicicletta, è ripartita. Nella realtà. Alla faccia dei sogni e pure degli incubi. Infranti da una donna che corre in bicicletta.