Un giorno di gennaio, dall’altra parte del mondo, in un’estate caldissima e assolata, Alessia Vigilia è stata felice. Anche se, a ben guardare, alla fine, ovvero al traguardo, l’unica fine che conta per una ciclista, ad occhi non così attenti, potrebbe sembrare non essere successo praticamente nulla. L’inganno più comune degli ordini d’arrivo, delle classifiche, che hanno numeri ma non hanno parole, non hanno storie, soprattutto. Il 17 gennaio, Alessia Vigilia non aveva pensato alla fuga durante la prima frazione del Tour Down Under. Non così almeno. L’idea era che lei e Francesca Pellegrini muovessero le acque e proprio Pellegrini aveva lanciato il primo attacco mentre ancora il plotone sonnecchiava. Anche Vigilia, a dire il vero, era intorpidita ma, si sa come succede, a volte gli scatti sono una reazione alla propria noia, alla propria stanchezza. Così se ne è andata, all’avventura, nel senso più genuino del termine: «Volevo solo vedere cosa sarebbe successo e non credevo neppure di restare sola. Ero convinta che mi avrebbero lasciato sfogare per qualche chilometro e poi sarebbero venute a riprendermi. Invece, questa volta, mi sbagliavo e, sono sincera, solo per qualche istante, quando il vantaggio ha toccato i tre minuti, mi sono detta che, chissà, magari poteva essere un giorno diverso».
La strada è lunga, dritta, calda, all’orizzonte i contorni sono sfumati dall’effetto Fata Morgana, ma qui l’unica acqua è quella delle borracce immerse nel ghiaccio per mantenere la temperatura. Il resto sono solo pensieri, soprattutto per Vigilia: «Ad un certo punto, fatichi anche a pensare. La noia in corsa ed in fuga esiste: solo avere sempre piani ben precisi riesce a scongiurarla. Non sai più che pensieri fare e cerchi dei dettagli su cui focalizzarti. Ho cercato di guardarmi attorno, di guardare, per l’appunto, la strada e non solo di vederla. Stranamente ricordo bene il paesaggio che ho attraversato, almeno fino agli ultimi chilometri dove sono entrata in una sorta di cronometro e mi sono concentrata solo sulle traiettorie delle curve da prendere. Ho sentito gridare il mio nome e mi ha fatto effetto. L’inverno è stato lungo e ho lavorato molto per continuare a dimostrare chi sono e quel che voglio. Non so se sia giusto o sbagliato però quando si cambia squadra, è il caso del mio approdo in Uno-X Mobility, quell’urgenza preme più forte. Per questo ero felice al traguardo, nonostante mi avessero ripreso proprio all’arrivo, perché dentro di me sentivo di aver fatto qualcosa. Riuscito o meno, ma avevo fatto qualcosa». Ci sono molte foto di quella fuga senza senso eppure piena di senso, Alessia le ha viste, ha pensato di postarle, poi ha lasciato perdere. In occasione del debutto di Elisa Longo Borghini, però, le ha scritto un messaggio di in bocca al lupo: «Abbiamo parlato ed Elisa mi ha fatto i complimenti per quell’azione. Poi mi ha detto che forse avrei dovuto cambiare la mia immagine profilo su whatsapp, dopo anni. E, se te lo dice lei, come fai a non darle retta?”. Alessia Vigilia sorride, noi con lei, poi torna seria e riporta anche noi alla serietà: «Da anni ho la fotografia del mio podio al Campionato Italiano del 2023, un risultato che per me ha significato molto perché al termine di un periodo in cui ho avuto tanti dubbi. Quella foto era lì per ricordarmi quella versione di me stessa. Oggi ce n’è una degli istanti dopo quella fuga al Tour Down Under ed anche questa mi rappresenta. Anche questa è una versione di me che non voglio dimenticare».
L’altro mondo, quello australiano, è diviso nettamente da questo anche per il fatto che la notte ed il giorno si scambiano i loro posti. Così il gruppo correva nel giorno australiano che è la notte europea. I genitori ed il compagno di Vigilia si svegliavano spesso per vederla ma le abitudini erano diverse. Per ovvie ragioni di fuso orario non poteva esserci il messaggio inviato prima della partenza e quello dopo l’arrivo: «Sembra una sciocchezza ma mi sono resa conto di quanti momenti perdiamo attaccati a quel telefono. Ho sempre vissuto il dopo gara con le mie compagne, eppure, solo in Australia, non potendo stare al cellulare, ho condiviso istanti del post gara che non avevo mai condiviso. Ho visto emozioni, sensazioni, detto e ascoltato parole che altrimenti mi sarei persa. Guardarsi negli occhi dopo una corsa è uno dei motivi per cui tornerei in quel paese in cui non ero mai stata prima». L’Australia è stata una bolla in cui «abbiamo condiviso tutto, lavoro e tempo libero, spazi ovviamente, persino la vista di luoghi naturali e animali tipici, curata dall’organizzazione. Questo ha fatto si che siamo diventate tutte un pochino meno egoiste». Sembra che qualcosa sia cambiato in Alessia Vigilia, non solo la squadra. A forza di parlare, ci sembra di capire che è qualcosa che ha a che fare con l’ascolto e la fiducia. Racconta di sentirsi ascoltata in Uno-X e poi precisa «che non significa fare sempre quello che si vuole o avere carta bianca, quella è un’altra cosa. Essere ascoltati vuol dire essere visti, essere riconosciuti per la propria strada ed il proprio percorso». Quando questo accade, quando si ha la possibilità di vedere riconosciute le proprie parole, nasce la fiducia: «Non c’è un qualcosa di particolare e istantaneo che faccia nascere la fiducia, nel lavoro e nei rapporti. Si tratta di un insieme di fatti e circostanze. Certo esiste la sensazione di fiducia a pelle ma è rara e spesso non dura. La fiducia per una ciclista come me è uno scambio costruttivo e un ascolto reciproco. Ho avuto una carriera altalenante fino a qui, devo ancora conoscermi e scoprirmi bene, vedere fino a dove posso arrivare. Sono queste le cose che mi fanno dire “ce la fai, Alessia! Ce la fai!”. Ed è molto importante dirselo».
Il Nord nella sua squadra, la Norvegia, è un mondo che Alessia Vigilia conosce ancora poco, di sicuro apprezza la professionalità, il modo di lavorare e di vivere il team. Scherza sulla lingua, dice che non conosce quasi nessuna parola in norvegese, poi le viene in mente che ha imparato “tak” che in danese significa grazie e compensa con quello la nostra domanda. Infatti recentemente è stata in Danimarca, in galleria del vento. Non aveva un bel ricordo della Danimarca, pensava ai Campionati Europei di Herning dove, però, non aveva corso, questa volta è andata diversamente: «Forse qualcuno dirà che a cronometro non ho poi ottenuto chissà quali risultati e potrebbe anche avere ragione tuttavia per me quei risultati sono sempre stati importanti e a cronometro mi sono sempre sentita bene. La galleria del vento è un luogo di studio, di aerodinamica e di materiali. Un lavoro personalizzato che mi aiuterà a migliorare. Un lavoro che avrei voluto, forse dovuto, fare da molto tempo. Questa squadra me l’ha permesso: stanno investendo su di me, capisci? Chi investe su di te si fida e tu ne trai forza». In fondo, la prima ad investire su Vigilia è stata proprio lei stessa concludendo il percorso di studi che aveva iniziato e laureandosi qualche mese fa. Ride: «Avevano tutti perso la speranza, poi ho messo il turbo ed in un anno ho concluso con esami e tesi. Lo dovevo a me stessa. Era un cerchio che era giusto chiudere”. Per la tesi si è occupata di una revisione scientifica sul tema dell’assunzione di carboidrati da parte delle sportive donne: «Ho scoperto, ma già lo sapevo, che tutte le linee guida esistenti sono basate su uomini. Uomini e donne, però, sono diversi, hanno un organismo diverso e necessità differenti. Le donne hanno il ciclo mestruale, bisogna considerarlo. Sono rimasta basita, certamente, e da donna e da sportiva non posso esserne contenta. Un tempo, forse, si poteva capire perché le donne atlete e cicliste erano meno, oggi no, oggi non si può e non si deve capire. Sono cambiate tante cose, spero cambi anche questo. Di più. Voglio che cambi anche questo». Sì, non di sole fughe è fatto il ciclismo e Alessia Vigilia è la persona migliore per raccontarlo.


