Jonas Vingegaard vede il traguardo lì davanti, non ha ancora oltrepassato la fettuccia bianca, però rallenta, si china sul manubrio, bacia la fotografia della sua famiglia, la compagna ed i figli, la bicicletta sbanda leggermente, lui si rialza, procede ora più lentamente verso l’arrivo, dove alza le mani in un gesto di liberazione. Ormai è la quarta volta che accade: dopo il Blockhaus, dopo Corno alle Scale, dopo Pila, appena sabato scorso, questa volta è Carì, lo scenario del suo quotidiano assolo quando il Giro d’Italia 109 va verso le montagne. Questa volta accade nel primo giorno della terza settimana, mentre il Giro, partito dalla Bulgaria, tocca la Svizzera e parte da Bellinzona. Vince e non stravince, però la classifica generale parla già di distacchi superiori ai quattro minuti dal secondo posto in giù. Vince e non stravince più che su un piano di tempi, su un piano di modi. Di quello che restituisce alla gente quando attacca. Pare spesso assolvere ad un dovere, con il minimo sforzo ottenere il massimo risultato, perché è il più forte ed il più forte deve vincere. E perché si corre per vincere.

Non si riesce a trovare quella spinta che proviene da altrove, quella semplicità o quella sofferenza che caratterizzano spesso i campioni che diventano personaggi, talvolta miti, di questo o di altri sport. Vingegaard è un campione, lo dicono i numeri. Resta solo, si fa per dire, una persona, lo dicono i fatti. Tutti, sportivi o meno, cercano di espletare il proprio dovere al meglio, senza fuochi d’artificio, non vediamo perché questo debba essere richiesto ad un atleta. Perché un atleta dovrebbe essere Baudelaire, Freddy Mercury o Picasso? Non deve, almeno a nostro avviso. Se le emozioni non arrivano, semmai, si cercheranno altrove. Jonas Vingegaard è così ed è giusto guardarlo e raccontarlo per quello che è. Quel gesto al traguardo evoca sempre qualcosa di umano e pazienza se non ha le sfumature di una fuga di altri tempi. Aveva detto che avrebbe controllato la corsa, anche perché con un chilometraggio così ridotto era oggettivamente più facile farlo, e lo ha fatto. Aveva promesso altre vittorie, non ha aspettato giorni per iniziare a prendersene un’altra ed il perché, per una volta fuori dall’aspetto apparentemente robotico che lo caratterizza, l’ha spiegato lui con una frase che del ciclismo dice molto: «Meglio prendere subito quel che si può, perché non si sa mai». Sembra non avere alcun dubbio, forse anche per questo lascia spesso attoniti, invece ne ha, come tutti, ed è persino scontato dirlo. Parole che suonano come un richiamo alla realtà del ciclista in una grande corsa a tappe: ogni lasciata è persa.

La fuga se n’è andata anche oggi e anche oggi è stata ripresa perché, probabilmente, nemmeno questa era giornata da fuga, per come si sono messe le cose. C’è chi si è innervosito, chi si è sbracciato, chi ci ha rinunciato, chi ha ceduto. C’è poi Chris Harper che ha un nome meno altisonante di altri ma una volta scelto il piano di questa giornata svizzera l’ha portato a termine fino in fondo. Aveva più gambe degli altri compagni di avventura? Forse più convinzione o, forse, solamente un’altra mentalità. La fuga, tenuta a due minuti o poco più, sarebbe stata comunque inutile, in vista della salita finale, però lui aveva deciso di scattare ed è andato per la sua strada. Ha concluso dodicesimo. Non sicuramente quello a cui puntava stamattina, ma una volta usate tutte le energie che una fuga così richiede, non è male nemmeno vedere dove si arriva. Almeno fino a che non si crede che se non si vince, il resto valga zero. Ci sembrerebbe uno spreco, soprattutto nel ciclismo che di traguardi personali ne mette a disposizione svariati. Poco meno di un anno fa, al termine di un’altra fuga assurda, in un giorno decisivo per il Giro, Harper vinceva a Sestriere.

Anche Giulio Pellizzari ha parlato e per una volta sono sembrate parole che non lasciano spazio ad altro che ad amarezza: «Ho già tenuto duro sin troppo». Al traguardo è arrivato con 18 minuti di ritardo, ma non è il tempo, è la resa ad oltre dieci chilometri dall’arrivo ed una gamba che non c’è. Pila era stato un segnale. Un segnale vano. Oppure la prova che ogni giorno fa una sua storia e basta. Però c’è un meccanismo rotto. Quella frase significa anche: non ho più voglia di tenere duro. Ed è la peggior sensazione che possa avvertire un ciclista, ancor più un giovane ciclista. Da stasera, dalla discesa verso i bus di quella strada affrontata in gara in salita, Pellizzari cerca la strada per ripartire. Qui, al Giro oppure altrove. Continuando a tenere la presa o mollandola per poi riprenderla. Si può scegliere, si deve scegliere, senza restare nel limbo. Perché ogni lasciata è persa ma in certi momenti è obbligatorio lasciare. Gli altri contendenti per la classifica generale sono lì, ormai paiono lottare per le posizioni di rincalzo, ed è così. Perché Vingegaard è superiore e perché mancano le gambe per affrontarlo alla pari altrimenti lo si farebbe. Ché il coraggio non può mancare. Almeno speriamo. Ma è anche vero quel che già abbiamo detto: non si corre per accontentare lo spettacolo e un podio al Giro non si butta via. Così si evita di tentare e poi naufragare. Di certo nulla di tutto questo manca a Davide Piganzoli che, qui al servizio di Vingegaard, dopo aver lavorato per il danese, tiene duro, e stasera è ottavo in classifica generale. La scena di oggi si ripeterà ancora, almeno un paio di volte, così sembra, perché ogni lasciata è persa. Per Vingegaard, ma anche per tutti gli altri e ad un ciclista non dobbiamo certo dirlo noi con un computer o una penna in mano. Già lo sa.

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