Quando scatta Tadej Pogačar, il gruppo dei migliori mi ha già ripreso ed io mi sono messo a ruota, cercando di respirare e di non perdere contatto. Dopo pochi metri non lo si vede più, ma si sente lo strappo, si capisce che siamo tutti sulla stessa barca da come diamo di spalle e non riusciamo a reagire. Non ce la faccio più. Ho le gambe pesanti e una smorfia in volto. Sono stato in fuga chilometri e chilometri anche oggi e, ogni tanto, mi sono chiesto quando questo attacco sarebbe arrivato perché che sarebbe arrivato, in fondo, lo sapevo. Me lo chiedevo e ad ogni chilometro che passava, senza che il gruppo mi riprendesse e senza che dalla radio mi dicessero che la maglia gialla si era alzata sui pedali e, per l’ennesima volta, aveva staccato tutti, continuavo a sperare, non so come, che sarei arrivato solo all’arrivo posto al termine di questa ciclabile verticale del Col du Haag. Ho letto su L’Équipe che qui, fino a poco tempo fa, c’erano “più vacche che ciclisti, più buche che ciclisti”. Ora, forse, capisco meglio tutti quei corridori che al Tour si sono trovati a fare una strada per la prima volta e hanno imprecato. Johannessen, all’attacco con me, ad un certo punto, quando mi ha raggiunto, ha perso la pazienza perché rallentavo l’andatura non appena mi mettevo in testa a tirare, mi ha spostato con la mano, come non sapessi che questo passo non mi porterà da nessuna parte. Tocco una catenina che ho al collo, ho tanti pensieri per la testa, ai più dirò che non so nemmeno io a cosa penso. In realtà lo so benissimo: fossi arrivato avrei parlato di mamma che non c’è più da gennaio ed è già troppo. Sono Richard Carapaz e oggi è andata così.

Quando scatta Tadej Pogačar, sono chilometri che faccio l’andatura proprio davanti a lui. Ho addosso una maglia a pois che non è mia, anzi, oggi sono in completo a pois ma la sostanza non cambia. Pure quello è di Tadej. A Barcellona ho conquistato la maglia gialla di apertura del Tour e dal giorno in cui l’ho persa so che il mio destino è svegliarmi ogni mattina e cercare la giornata no di Pogačar. Fino ad oggi non è mai arrivata, però, pochi secondi fa, era alla mia ruota, prendeva la borraccia, beveva, si bagnava, spesso si voltava. Non dico che facesse fatica a seguire il passo, quello no, però sembrava non avesse la forza per attaccare anche questa volta. Conosce bene questa salita: tre anni fa, in maglia gialla c’ero io, ma qui aveva vinto lui, dopo la crisi di qualche giorno prima. Da quel momento non l’ho più visto in difficoltà e nei momenti più difficili mi appello a questo: dovrà capitare nuovamente un giorno in cui io sarò più forte di lui. Magari oggi che sta a ruota e non attacca, mi dicevo. Invece a milleseicento metri dalla vetta è partito di nuovo. Reagisco, non perdo molto, ma ho già troppo ritardo in classifica generale. Ho vinto il Giro d’Italia, qui mi sento il primo degli umani ma non mi basta. Sono Jonas Vingegaard ed oggi è andata così.

Quando scatta Tadej Pogačar, mi ricordo di quello che mi è stato detto: “Non rispondere mai ai suoi attacchi, è impossibile. Sali del tuo passo e vedrai che riesci a tirartene fuori e tornargli vicino”. Oggi ho fatto così ed ha funzionato. A dire la verità, però, prima ho anche provato ad attaccarlo, mettendo davanti la mia squadra a fare il ritmo: è stato uno scatto “telefonato” il mio, probabilmente, però ci ho provato. Sono giovane, ho diciannove anni, ne compirò venti a settembre e tutti dicono che un domani sarò io Pogačar. Se accadrà, mi ricorderò di questi giorni al mio primo Tour de France. Mi ricorderò di tutta questa gente sulla strada che impazzisce per ogni corridore ed anche- forse soprattutto- per me. Ho letto il mio cognome sulle strade, sui tornanti, nei campi, su fogli e cartoncini, l’ho sentito gridare. Per queste persone sono già importante. Al Tour tornerò di sicuro perché quando ci penso mi viene in mente da quanto un francese non lo vince e, chissà, magari potrei essere io. Ma ora devo solo inseguire: sono tornato su Vingegaard e Del Toro è con noi. Al traguardo arriverò con loro e sarò felice. Metterò una mascherina perché, anche se sono giovane, non voglio tralasciare alcun dettaglio. Sono Paul Seixas e oggi è andata così.

Quando scatta Tadej Pogačar, sono l’unico che, nonostante sia in crisi, spera che vada il più lontano possibile e dia secondi o minuti a tutti i rivali. Lo spero perché Tadej Pogačar, oltre ad essere il padrone del Tour, è un mio compagno di squadra. Non sono passati molti giorni da quando mi ha lasciato vincere la seconda tappa a Barcellona e per me quella frazione l’abbiamo vinta assieme. Mentre ero in coda al gruppetto dei migliori e mi chiedevo come avrei fatto a tenere fino al traguardo, la maglia gialla continuava a voltarsi ed a cercarmi con lo sguardo. Voleva vedermi in faccia, voleva vedermi gli occhi e capire come stessi. Avrebbe potuto scattare molto prima invece ha aspettato per permettermi di salvaguardare la mia posizione in classifica generale. Alla fine, non so nemmeno io come, ho ritrovato le forze e, quando ero con Vingegaard e Seixas, mi sembrava anche di stare bene. Intanto, davanti, il mio compagno di squadra faceva l’ennesimo show, vinceva la quarta tappa in questo Tour e la venticinquesima alla Grande Boucle. Le ultime energie, uno sprint, il secondo posto e un’altra giornata portata a casa per noi che siamo i più forti. Sono Isaac Del Toro ed oggi è andata così.

Quando Tadej Pogačar scatta, nemmeno lo so. Che oggi non sarebbe stata giornata per me era ovvio, ma quella caduta sulla prima salita di giornata proprio non ci voleva. Perdo anche le ruote del gruppetto, resto da solo a inseguire chissà cosa. Finirò fuori tempo massimo, perché è questo che succede a chi si stacca anche dalla rete dei velocisti. Domani non ripartirò. Qualcuno mi dice di scendere dalla bicicletta e ritirarmi e ammetto che per che la fatica che sto facendo ci ho anche pensato. Ma no, non lo farò. Andrò al traguardo e domani non ripartirò perché sarò fuori dal tempo limite. Mi chiamo Anton Charmig e oggi è andata così.

Sì, oggi è andata così, perché, quando Tadej Pogačar scatta, davanti a lui c’è solo la strada, davanti agli altri c’è lui, spesso nemmeno lo vedono, e tutto quel che accade quando scatta Tadej Pogačar.

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