Quelli come Jonas Abrahamsen sono perfetti per giorni come questo. Eppure, o forse proprio per questo, spesso, quelli come Jonas Abrahamsen rischiano di non essere presenti nei giorni che fanno per loro, perché quelli come Jonas Abrahamsen “sono i pazzi di vita, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e bruciano” di cui parlava Jack Kerouac. Ha scritto “Sulla strada”, Kerouac, e sulla strada Abrahamsen, quattro settimane fa, era caduto in Belgio e ci aveva lasciato la clavicola. Non pensava di volare in Francia, poi ha continuato a sentirsi meglio e, com’è arrivato al Tour, è partito, non per andare a casa, ma per andare in fuga. In questo mercoledì d’estate che segna l’inizio della seconda settimana, fantasie temporali ciclistiche di Francia, altrove la settimana inizia al lunedì, ha “creato” la fuga di giornata e, nonostante tutto, l’ha portata al traguardo di Tolosa, vincendo davanti a Mauro Schmid e Mathieu van der Poel.
Tolosa, Ville Rose per il colore dei mattoni delle sue case, ma qui intorno è tutto giallo, dai campi di grano bruciato e dorato, ai girasoli, alla maglia gialla di Ben Healy, rampante e rivoluzionario. Tolosa ovvero il Cassoulet, anche se con questo caldo si ha più voglia di una granita o di un gelato. Tolosa-Tolosa ovvero una bagarre senza fine per andare in fuga, per portare via la fuga. Ci riescono in cinque: Wright, Schmid, Ballerini, Burgaudeau e, per l’appunto, Abrahamsen. Giornata da mal di gambe in fuga, con il gruppo pronto a morsicare, a inghiottire, ad azzerare tutto. Ci riusciranno altri cinque e che cinque: van der Poel, van Aert, Laurance, Simmons e De Lie. Sarà un inseguimento. Tolosa ovvero la Cité de l’Espace per esplorare le possibilità del volo, del cielo e dell’atmosfera, ma, quando arriva il Tour, non serve volare, anche se sarebbe bello vedere le scenografie dei campi dall’alto. Quando arriva il Tour, i marciapiedi e gli spartitraffici sono tutto lo spazio che serve. Le costellazioni sono sull’asfalto, nomi su nomi: Pacher quello prevalente sulle rampe da garage della, pur breve, Côte de Pech David.
Quelli come Abrahamsen, lì, sono già davanti: in fuga dalla fuga. E anche Mathieu van der Poel può fare poco, se non inseguire. Quelli come Abrahamsen spesso perdono, perché l’improvvisazione, come la poesia, è roba da starci attenti. Roba per cuori forti. Pure il ciclismo lo è. Gambe e teste forti, per non farsi troppo male. Abrahamsen, da ragazzo, per il ciclismo faticava a mangiare. Voleva vincere e per vincere, per andare forte in salita, doveva essere leggero. Giorni difficili, da ricordare per non ripeterli, ora che il gusto del cibo è tornato. Arnaud De Lie, quarto a fine tappa, per essere qui, ma ancor prima per continuare a pedalare, è andato a pescare quel che l’aveva fatto innamorare della bicicletta e l’ha trovato. Perché è difficile e senza questo nemmeno quelli come Abrahamsen o De Lie possono correre, ancor prima che vincere. Si parlerà della caduta di Pogačar, del gruppo che lo aspetta, se ne discuterà. Domani si sale ad Hautacam. E quelli come Abrahamsen dormiranno bene stanotte: servono giorni come questo per sentirsi perfetti per il ciclismo e continuare ad essere “quelli come Abrahamsen”.