Quando Tadej Pogačar, a poco più di quindici chilometri dal traguardo della decima tappa del Tour de France, salendo verso il Col de Pertus, accelera e, in un solo colpo, stacca tutti- tutti si fa per dire, perché il gruppo, anche quello dei migliori, è ridotto all’osso, di quelli azzannati voracemente da cani annoiati- viene da pensare che sia la stessa storia di sempre. Nessuno reagisce provando a portarsi sulla ruota della maglia gialla, e, del resto, come dare torto ai rivali? È spegnersi lentamente provarci. Anzi, è spegnersi subito, dopo poche decine di metri: nessuno è come Pogačar, a questo Tour e non solo, ed è inutile dire qualcosa di diverso sperando di mantenere una certa tensione, una certa suspence. Si direbbe una bugia. L’immagine del Campione del Mondo che si riporta su Richard Carapaz, lo avvicina, lo affianca e lo supera, è impietosa: c’è un’altra cadenza nella pedalata dello sloveno, un altro gusto, un’altra meraviglia. Pochi chilometri prima, ci aveva impressionato il modo in cui Carapaz aveva affrontato un tornante, quello con una gigantesca scritta dedicata a Seixas, tra l’altro. Ci aveva colpito per la velocità con cui l’aveva preso, pur in salita, per quello che avevamo intravisto nel suo sguardo, per quell’istinto che lo aveva portato a provarci, ed a provarci in quel modo, in una tappa in cui l’UAE Team Emirates aveva messo in chiaro le cose sin dall’inizio. Quasi un compromesso notarile, anche se le terre di oggi sono dei caprioli e delle libellule, non dei palazzi e delle case. Carapaz era più simile a noi, Pogačar all’utopia.
Diversi chilometri prima, prova evidente era stata la sorte di Javier Romo, ultimo superstite di una fuga di oltre trenta corridori. Anche Romo resta in mente stasera, per come l’abbiamo visto pedalare in salita: aveva qualcosa di un animale delle montagne. Non così agile, non così veloce, non uno stambecco, ma ugualmente elegante, affascinante, nella fatica di coloro che si sanno vinti. Arriverà al traguardo con oltre venti minuti di ritardo Romo, con la maglietta aperta, una croce che oscilla dalla collana insieme alle sue spalle che non riesce più a tenere ferme, e uno strappo sui pantaloncini a causa di una caduta, probabilmente in discesa. Era stato ripreso dal gruppo mentre la squadra di Pogačar lo assottigliava. Si era rialzato e si era lasciato sfilare sui pedali, provando ad alleggerire la pedalata. Anche in quel momento abbiamo pensato che tutto fosse come al solito, che tutto fosse com’è da tempo nel ciclismo e come abbiamo l’impressione sarà per molto tempo. Che tutto fosse com’è quando c’è un fenomeno. Sì, Tadej Pogačar ha attaccato, come sempre non appena se ne presenti l’opportunità. Ha rifilato ancora secondi ai suoi avversari e ora Jonas Vingegaard è a oltre tre minuti e mezzo. Ha vinto. Ma ci eravamo sbagliati, questa volta non era come al solito. Era diverso.
Si capisce da quel grido all’arrivo, mentre esulta. La felicità può anche essere un grido, dicevano, ed è vero. Di solito, la felicità è un grido quando si porta dentro un pensiero per molto tempo. L’urlo dei ciclisti al traguardo non mente. Lunedì al Tour c’era riposo: abbiamo compreso al traguardo, che Pogačar ha pensato spesso all’arrivo di Le Lioran. Ci ha pensato ed ha ricordato quello del 2024, quando Jonas Vingegaard lo andò a riprendere ed in volata lo superò. Ha vinto tutto da quel momento, eppure, ha confessato che quel ricordo ancora gli brucia, che, in fondo, temeva di non fare una bella tappa oggi, proprio perché si ricordava quella sconfitta. Sembrerebbe assurdo, impossibile, quasi “cannibalico”, un desiderio di rivincita enorme ed ingiustificato se si pensa al palmares costruito, invece c’è altro. Oltre al fatto che la strada dei ricordi ed il loro effetto è imperscrutabile.
Nel giorno in cui tutto è uguale solo apparentemente, Tadej Pogačar racconta di volersi godere ogni istante e ogni tappa, qui o altrove. Gli dicono che è il più forte atleta al mondo, che il suo Tour è perfetto e lui lo riconosce ma chiosa con un “non si sa mai quanto dura”. Continua a salire e scendere dal podio, quasi fosse un rituale mistico, ma d’altra parte è padrone del Tour ed è quello il suo posto, però pare lo faccia con un altro sguardo, con il sollievo di chi questa volta si è tolto un peso. Un ricordo che proprio non gli andava giù e riusciva a spaventare anche lui che tutti immaginano inscalfibile. Qualcuno l’ha fischiato, lui si è fatto forza con quei fischi e l’ha detto. Le altre volte si è divertito, questa volta, forse, si è divertito meno ma ha fatto pace con il passato. Le altre volte non doveva cercare altro che i watt in più, oggi ha dovuto esplorare altrove. Sarà una sciocchezza, in molti la etichetteranno così e va bene. Però questo è successo. Questa volta è stato diverso. Non quello che è accaduto ma il perché di quello che è successo. E nei ciclisti, come in ogni essere umano, è il perché a fare la differenza.