Ad Arco, la terza frazione del Tour of the Alps termina come i più si aspettavano: una volata di un gruppo ristretto ad una trentina di corridori che negli ultimi chilometri hanno richiuso sulla fuga di giornata. In testa al gruppo sono ancora in due: Tommaso Dati e Tom Pidcock, Tom Pidcock e Tommaso Dati come l’altro giorno a Innsbruck. Ma, questa volta, accade esattamente il contrario. Tom Pidcock precede Tommaso Dati, i due sfrecciano davanti al gruppo di fotografi e giornalisti sul rettilineo d’arrivo e laggiù, in fondo, dove il sole, che penetra tra le fronde degli alberi, rimbalza sull’acciaio di un cancello, senza più pedalare e tuttavia ancora lanciati dalla velocità delle volata, i due si cercano e si stringono la mano, dandosi una pacca sulla schiena. Sì, da queste parti si può essere diversi, anche molto diversi, eppure, alla fine, non lo si è mai più di tanto.

Mentre qualcuno racconta di una primavera che, per l’ennesima volta, si è scordata di essere tale, a Laces la stagione è nel pieno delle forze e sembra una delle tante mattinate che accompagnano ad un altro maggio. La radio di corsa sta pronunciando le frasi di rito che preannunciano ogni partenza: qualche corridore resta attardato ed è necessario posticipare di qualche istante, rispetto al chilometro zero prefissato, il via. Qualcuno fora, qualcuno ha un problema meccanico. Poi la partenza ufficiale, a tutta velocità, oltre cinquanta chilometri orari. Di nuovo la voce gracchiante dalla radiolina: “Grossa caduta nelle prime posizioni del gruppo. Molti corridori coinvolti”. Qualche secondo o poco più e l’annuncio: “La corsa è neutralizzata in attesa di nuove comunicazioni”. Chi non può vedere, praticamente tutti visto che la diretta televisiva ancora non c’è, fa i conti con quello che si sa. Davvero poco. E attende. La radio, per giunta, proprio quando si vorrebbe sentirla, tace. Del resto non c’è nulla da dire. Alla partenza c’erano i genitori di alcuni atleti: stanno cercando informazioni. All’arrivo di ieri avevamo visto la madre di Lorenzo Mark Finn, lei ed il padre dovevano seguire la corsa anche oggi. Dopo una decina di minuti, vengono annunciati alcuni numeri di dorsale. Finn viene annunciato a parte: “Il dorsale numero 67 della Red Bull-Bora Hansgrohe è stato ospedalizzato”. A seguire: “La bicicletta del dorsale 67 potrà essere recuperata presso…”. Non è così importante, ma è un’informazione necessaria. Un’ambulanza sorpassa la lunga fila di auto e a sirene accese precede il gruppo. Si ripartirà esattamente ventuno minuti e sette secondi dopo il primo annuncio. Di grave, forse, non è successo nulla. Per Finn si tratta della frattura del polso, lo apprendiamo nel tardo pomeriggio, in sala stampa, da un comunicato. Si vedranno i tempi di recupero ma è andata bene. Abbiamo a che fare quella sensazione di equilibrio precario che ogni ciclista ben conosce. Non importa nulla quanto sia bella giornata, quanto sia presto o quanto sia tardi. Può succedere. E la radio dirà solo così. Per quanto si sia diversi, qui non si è poi tanto diversi. L’abbiamo detto.

Quando di tutto questo restano solo i segni sul corpo e alcune ferite non coperte da alcuna fasciatura, da alcuna benda, Pidcock si prende la rivincita e supera Dati. A Val Martelllo, non è stata una buona giornata per il britannico che al traguardo ha pagato un passivo pesante da Pellizzari. In mattinata Calzoni, suo compagno di squadra, sosteneva che Pidcock dovesse concentrarsi sulla prestazione e sul risultato della prima frazione dopo un periodo difficile conseguente all’infortunio rimediato alla Volta Ciclista a Catalunya. Lui è arrivato a Innsbruck senza avere un preciso obiettivo ma con il desiderio di trovare una vittoria. Non è stato facile partire sapendo di non essere al meglio della condizione, ha scelto di farlo per mettersi alla prova. La mente, forse, ha sofferto più del fisico. Succede agli atleti abituati a vincere, a quelli che non riescono ad accettare di stare un gradino sotto, di non poter competere al massimo perchè sono abituati a farlo. Accettare la sfida non è da tutti e Podcock l’ha fatto. Tommaso Dati è arrivato secondo, soddisfatto perché anche la vittoria, pur raramente, può accadere come un caso, essere capace di riconfermarsi, invece, no. Non è un caso. Per questo dice che, anche se pare assurdo, è più felice adesso di quanto lo fosse dopo la vittoria della prima tappa. Al ritrovo di partenza avevamo parlato con lui del lavoro: l’unica via per raggiungere risultati, al di fuori di questa, dice Dati, non c’è storia, non c’è possibilità. Sono tornati entrambi grazie al lavoro che è pure l’unica strada per tornare. Certamente l’altro giorno il secondo posto di Pidcock ha dato valore al successo di Dati. Vogliamo credere che oggi, il secondo posto di Dati abbia aggiunto qualcosa al successo di Pidcock. Non si è così diversi, anche se il palmares dice altro. Questo è certo e la loro stretta di mano lo conferma e lo racconta.

Foto: Luca Matassoni da comunicato TotA

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