Sono trascorsi ormai più di cinque anni da quell’otto luglio 2019 a Carate Brianza, al Giro d’Italia femminile, e ora che «è acqua passata, ci si può quasi ridere sopra», ma a Nadia Quagliotto quel giorno è come se fosse caduto il mondo addosso. Una volata a tre in un pomeriggio lombardo ed afoso e la fuga, inizialmente senza speranze, che arriva al traguardo: Nadia Quagliotto era all’attacco da diversi chilometri con Letizia Borghesi e Chiara Perin ed in quello sprint pareva la più veloce. La sua ruota è stata davanti a tutte fino all’ultimo, quando Quagliotto ha alzato le braccia al cielo e Borghesi l’ha superata, prendendosi la vittoria. In quell’esatto istante il mondo era crollato con un rumore fragoroso e un silenzio impossibile da ascoltare, quello della delusione e del dolore, dell’imbarazzo e della vergogna, anche.

«Sarebbe cambiato qualcosa per me? Non si può sapere ed il senno di poi vale quel che vale, tuttavia non credo. Ricordo perfettamente la sensazione di essere messa in croce: il giorno dopo non avrebbero voluto farmi ripartire. Ho sbagliato ed è stato un grosso errore, qualcosa che io stessa non mi perdonavo. Forse, però, non meritavo quella reazione, perché può succedere, non sono stata la prima e non sono stata l’ultima. Avrei dovuto reagire diversamente, ma avevo ventuno anni e si è più fragili a quell’età. Ero succube delle situazioni, subivo tutto quello che mi accadeva: ho imparato in quell’anno e in quello successivo a dire qualche sano “va a quel paese”, a non logorarmi il fegato per quello che, alla fine, è solo un lavoro. No, non ho mai parlato con Letizia di quell’episodio». Classe 1997, da ragazzina si cimentava con il nuoto, anche a livello professionistico: ha smesso perché le sembrava troppo impegnativo e adesso si prende in giro: «Non so se nella scelta ci ho guadagnato, anzi sono convinta di averci perso ma, quando avevo una decina di anni, volevo a tutti i costi fare la ciclista. Non sono stata molto furba, dai». A casa Quagliotto il ciclismo non era praticamente mai entrato e tra il 2019 ed il 2020 stava per uscirne definitivamente. Perché dopo quella tappa, ci fu la parentesi in Cronos Casa Dorada.

«Tuttora non so cosa accadde, però so che per sette, otto mesi continuavano a dirci che sarebbero arrivati i soldi per ripartire e quei soldi non arrivavano. Era il periodo della pandemia, nessuno correva. Non sai del tuo futuro, non sai più nulla: se corri, qualcuno può notarti, ma se non corri? Finisci nel dimenticatoio, il nostro mondo è così. Ho pensato di mollare tutto e fare altro. Mi ha salvato Walter Zini che conoscendomi mi ha voluto con lui». Proprio con Zini ha imparato una certa leggerezza, la capacità di non far caso a tutto, di lasciarsi scivolare le cose addosso, «altrimenti con Walter smetti di correre»: Zini che tatticamente difficilmente sbaglia, Zini che ancora oggi la prende in giro con qualche battuta e lei ricambia allo stesso modo. Non molto tempo fa, le solite borracce che utilizza hanno cambiato colore e lei l’ha subito notato e ne ha parlato con una compagna: «Ora vedo anche quando una borraccia ha un colore differente, pensa te. Ha a che vedere con quel periodo buio. Ho iniziato lì a far caso alle piccole cose». Ha messo da parte l’ansia che ne caratterizzava il carattere, mentre le è rimasto un certo pessimismo su cui continua a lavorare: a casa, i genitori sono contenti della sua scelta, soprattutto dell’impegno che mette nel proprio mestiere. Le augurano successi perché è così che si continua a costruire una carriera ed anche lei li spera perché «sono stati anni di sacrifici economici anche per loro, per accompagnarmi alle gare, per sostenermi e nel ciclismo, da bambina o da ragazzina, se il genitore non ci crede devi fermarti, perché da sola non puoi andare da nessuna parte, sono trasferte lunghe, pesanti. Di certezze non ce n’erano, tanto più che non è un mondo che naviga nell’oro». Si definisce “all rounder” perché ha un buono spunto in volata e si difende in salita, poi scherza: «In sostanza è un modo carino per dire che non sono carne e non sono pesce: vado bene un poco ovunque ma non vinco, mi stacco sulle salite troppo impegnative e in volata fatico perché sono troppo magra. Non ho una corsa preferita, mi si addicono le gare di un giorno, non troppo lunghe, sennò mi annoio e, di conseguenza, mi deconcentro, e mosse. Sono sempre lì, ma vorrei la vittoria».
Lo scorso anno, in Laboral Kutxa, racconta di essere mancata a metà stagione, pagando forse l’intensità del mese di aprile e maggio: dapprima qualche malanno fisico dovuto al freddo nelle Ardenne, successivamente, a luglio, svuotata completamente dal Covid al Giro d’Italia. Il fisico ko, ma, soprattutto, la testa che ad un certo punto cede: è sicura di peccare più di testa che di condizione e su questo sta concentrando i propri sforzi, in questo modo spiega di essere riuscita, talvolta, ad andare anche oltre quello che lei stessa si aspettava. «Pativo la pressione e questo non mi permetteva di rendere al meglio. A metà stagione il cambiamento: mi hanno chiesto di fare un passo indietro e mettermi a disposizione delle compagne. Mi è servito, ho preso consapevolezza ed è stato tutto più semplice. Mi hanno detto che raramente hanno conosciuto un’atleta capace di mettersi a disposizione così volentieri: a me non pesa ed anzi mi sento gratificata da un ringraziamento, semplice semplice. Del resto anche queste sono piccole cose da apprezzare. Il ciclismo non è uno sport individuale, è una disciplina di squadra». Alle ultime gare di stagione, il suo allenatore l’ha presa da parte: «Nadia, sei arrivata qui che eri una persona e te ne vai completamente diversa, ci spiace perderti». Lei si è commossa. Sì, da quest’anno veste i colori di Cofidis: i primi contatti ci sono stati a marzo, successivamente alcune call ed a giugno la firma definitiva. Sarà un altro step nella sua carriera e le permetterà di disputare le classiche che, per tracciato, le si addicono. Sta studiando francese, anzi, a dire il vero sta provando a ripassarlo perché ha studiato all’Istituto Tecnico Turistico e fra le materie c’erano inglese, francese e spagnolo: «Studiato è una parola grossa, perché studiare non mi piaceva, col senno di poi, però, avrei preferito farlo prima che dover recuperare adesso. A parte gli scherzi, da casa mia alla scuola c’erano trenta chilometri: le mie compagne mi dicevano che al ritorno a casa vedevano i cartoni animati. Io tornavo sfinita dagli allenamenti e studiavo a sera. Già non era il mio forte, in queste condizioni poi. Però gli insegnanti mi hanno aiutato, devo dirlo».

In Cofidis ha ritrovato Martina Alzini, si conoscono da molti anni, da quando Quagliotto si cimentava con la pista, nel quartetto: quel periodo le ha cambiato il fisico perché spingere rapporti così duri ha certamente influito sul fisico. Ora probabilmente gli effetti non si sentono più, ma all’inizio riconosce siano stati importanti: «Ho smesso quando sono approdata in Fassa Bortolo nel 2016 ed era ovvio che accadesse così. Facevamo il Fiandre, sono cresciuta bene con loro, Lucio Rigato mi ha insegnato molto e, a dire la verità, credo di aver sbagliato ad andare via, avrei dovuto fare un altro anno lì e crescere con più calma. Ma non avevo molto la testa, non ero molto in bolla, così ho scelto frettolosamente. Del resto, fuori dalle gare sono un poco un disastro, è la mia indole». Alle gare ritrova la concentrazione ma il mondo professionistico diventa pesante ed ora della fine dell’anno si sente la necessità di staccare: «Di fatto siamo intrappolate nella solita routine: allenamento, rulli, massaggi, camera, cena, sonno e si ricomincia. Vero che giriamo molto, ma non esistono visite alle città, al massimo una pausa caffè al bar. Anche gli argomenti di dialogo sono più o meno sempre quelli. Non c’è altro, viviamo per il ciclismo. Sento la necessità di tornare a casa, fosse pure una toccata e fuga». Nata e cresciuta a Maser, da qualche mese si è trasferita a Bergamo, per stare accanto al suo compagno. Segue molti sport, in particolare documentari su Formula1, atletica, nuoto e tennis. Nel gruppo del ciclismo si dice ammirata dalla bellezza stilistica di Van der Poel in sella, ma ha imparato a mettere tutto al giusto posto ed a vivere di conseguenza, così è possibile soffrire meno, pur impiegando la stessa passione. Se deve buttarsi in volata, il pensiero di quel giorno del 2019 non c’è più e lei è libera.
Ogni tanto si ferma a pensare, perché sa che, per quanto sia giovane, la carriera da atleta prima o poi finirà: non sa cosa potrà fare quando scenderà di sella e la cosa la preoccupa. Poi scherza, sorride, ride forte e chiosa: «Finirà che arriverà il momento e ci penserò, altre soluzioni non ne ho. Sono fatta così».
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