Tra le pieghe ed i segreti di ogni viaggio, ci sono molte storie che si insinuano. Alcune di queste, sono, talvolta, parte dei motivi per cui si è felici, tristi, magari pieni di tante avventure oppure svuotati, quasi il mondo non ci fosse più, non interessasse più. Può succedere perché un viaggio, in fondo, non è diverso dalla vita, dalla quotidianità, e nelle giornate c’è anche tutto questo. Emiliano Fava era stato in America, per un’avventura che tutti avrebbero sognato, lui l’ha realizzata e, scendendo dall’aereo che lo ha riportato a casa, ha pensato che non avrebbe voluto partire più, mai più. I motivi non sono parte di questo pezzo, perché la depressione ha radici profonde e personali, ragioni che non stanno e non devono stare in un pezzo. Quella bicicletta abbandonata in un angolo, però, sì. Come i social spenti, muti, nel silenzio, senza alcuna storia. Le giornate, però, non si possono mettere in pausa, devono proseguire e quelle di Fava sono proseguite con il tirocinio in un centro dedicato alla cura del Parkinson, a Brescia. Tra le cose che si sanno con certezza infatti c’è che l’attività aerobica può aiutare e che è possibile resistere alla malattia anche grazie alla bicicletta. Nessuna ricetta miracolosa, ma una possibilità tra le tante. «Il centro, però, è privato e quindi possono permetterselo solo le persone più facoltose. Una settimana di terapie può costare fino a settecento euro, non poco. Ho avuto la fortuna di pedalare, ovviamente indoor, con questi pazienti e, in quel momento, ho sentito che qualcosa si era ricompattato, come una cura. In quell’istante ho avuto la certezza che non potevo abbandonare così la bicicletta, ma, anzi, potevo farla diventare un tramite per qualcosa di molto più importante, di necessario». Allora l’idea di partire, per l’Islanda, e percorrere la Ring Road, per raccogliere fondi e donarli al fine di aiutare per la cura della malattia. Ecco “ride for Parkinson”. Quattro tappe, quattro giorni, 330 chilometri al giorno, qualche volta anche di più. Dapprima gli esami universitari, il tirocinio, poi la partenza, senza computer, hard disk o quanto altro, ma solo con un buon sacco a pelo, un cuscino, una fotocamera e un drone. Altro non serve. Altro è inutile.

Serve, invece, è necessario, fondamentale, capire, comprendere, studiare, sapere, senza affidarsi a pregiudizi, a preconcetti, a facili assiomi. Sì, perché Emiliano Fava non ci aveva capito niente ed è lui stesso a dirlo: «I pazienti neurologici sono un tabù nella nostra società. Non conosciamo nulla e quel poco che conosciamo lo trattiamo male, riempiendolo di un insano pietismo che fa male a tutti. Essere circondato da queste persone me lo ha fatto capire e ho cambiato totalmente approccio. Fino a che ho chiamato il mio migliore amico e gli ho detto di non contarmi per le vacanze estive, perché avevo altri programmi. Dovevo partire e pedalare». Emiliano Fava ha ripreso in mano la sua bici storica, ha parlato con Francesco Semeraro, meccanico e amico, gli ha raccontato il progetto e si è subito sentito dire «vengo con te». Francesco ha pedalato e pedala tanto, sempre e solo in Puglia, ma questa volta non ha avuto paura, anzi ha preso a piene mani il coraggio e pure un filo di incoscienza, oltre al sacco a pelo ed al sacco bivacco. «Sappiamo che troveremo pioggia e vento, poco sole probabilmente, e va bene così, perché questa è la strada per il racconto e la sensibilizzazione sul Parkinson. Pedaleremo per ore e io terrò la testa bassa, a seguire solo la linea di mezzeria, per non distrarmi, per non far sì che la mente si perda in altri rivoli. Anche per questo ho scelto una strada ad anello come la Ring Road. Non solo, però. Avevo pedalato da Leuca a Capo Nord e da San Francisco a Key West: cos’hanno in comune questi due percorsi? Non c’è terra dopo l’ultima pedalata. Anche con la Ring Road accade lo stesso. Ho voglia di esplorare, tanta». Sarà difficile, lo sanno sia Emiliano che Francesco: per il meteo, perché si dormirà poco e perché non ci sarà nulla o quasi. Il paesaggio sarà aspro, ruvido, estremamente naturale, pieno di colori e profumi, a ravvivare un’idea romantica del viaggio come un’esperienza immersiva. Emiliano Fava ama queste sfumature, ricorda le pedalate a Gallipoli, tra fiori e mare, salsedine e scogli, oppure più a nord, accanto ai laghi. La civiltà sarà lontana, a bordo strada, forse, qualche camper, turisti e visitatori. Accanto a lui Francesco che ha preparato ogni pezzo di ricambio in previsione di problematiche ed incidenti alla bicicletta. Lui è un meccanico ed un meccanico altro non fa se non prendersi cura delle biciclette. In ogni modo, in ogni dove.

«Attraverso il viaggio ho imparato ad entrare in contatto con il mondo e con le persone. Credo sia un fenomenale mezzo di connessione, senza timori, senza paure. Se ho una domanda, ora, la pongo, se vedo qualcuno pescare chiedo cosa stia pescando, riesco a esercitare la curiosità, a chiedere aiuto, se serve, a dare aiuto se mi viene chiesto, a dare ospitalità ed a chiederla, se, ad esempio, il sacco a pelo si bagna, senza troppi problemi o sovrastrutture. Sono felice perché non è scontato ed io stesso, da ragazzino, temevo il confronto con le persone, quindi capisco molto bene i ragazzi di oggi ed i loro timori. Li invito a viaggiare, a pedalare, perché tutte queste consapevolezze valgono ben più di una foto, di una cartolina o di un souvenir. Queste consapevolezze servono per la quotidianità, per il lavoro e per lo studio. Non è bellissimo?». Racconta Emiliano Fava che, a suo avviso, è sempre più difficile meravigliare i giovani di oggi eppure sorprenderli è necessario per farli interessare a ciò che li circonda, per non lasciarli soli, in disparte, ma coinvolgerli. Emiliano Fava è pronto a partire e quanto raccoglierà non può saperlo, è, però, certo che qualunque cifra, qualsiasi donazione, non basteranno se non cambierà l’approccio di ogni giorno nei confronti di chi ha problemi neurologici: «Il rischio più grosso viene dall’isolamento, a mio avviso. Succede anche a scuola, con l’insegnante di sostegno. Il fine è nobile, giusto, però temo che talvolta rischi di rendere più soli questi ragazzi, chiudendoli in una realtà parallela invece di aiutarli ad aprirsi all’esterno. Non parlo per sentito dire, mio fratello, che ormai ha vent’anni, ha problemi neurologici, ed ha vissuto questa situazione. L’altro ostacolo è dato dal pietismo, dal non chiamare le cose con il proprio nome, dalla finta compassione: non bisogna nascondere mai, bisogna rispettare la sensibilità di ciascuno, assolutamente, ma senza sfuggire alla realtà, perché non serve, perché è nocivo, è falso e perché non è di questo che ha bisogno chi soffre, è ammalato o ha una disabilità. Il problema non sta mai negli altri, ma in noi quando non capiamo e sbagliamo tutto».

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