Ryder Hesjedal era partito con il dorsale numero 95 al Giro d’Italia 2012 ma sulle startlist dei cronisti, dei giornalisti, anche solo degli appassionati, quel nome non era sottolineato o cerchiato fra coloro da tenere particolarmente d’occhio, nonostante fosse il capitano. Correva per il Team Garmin-Barracuda, maglia azzurra con scritte bianche rosse e nere, la squadra di Tyler Farrar. Quello, però, doveva essere il Giro di Michele Scarponi, arrivato in maglia rosa a Herning, in Danimarca, sede di partenza della festa di maggio, dopo l’assegnazione della vittoria della Corsa del 2011, di Ivan Basso, di Franck Schleck e di Roman Kreuziger e si parlava di loro. Hesjedal aveva quel nome da corridore, perché, se non si chiama “Ryder” un ciclista, pochi altri possono indossare bene quella parola e farne nominativo, e veniva dal Canada, da Victoria, dov’è nato il 9 dicembre del 1980. Era professionista dal 2005 e proprio in quell’anno era stato al Giro, con la Discovery Channel di Paolo Savoldelli. Il Falco aveva, poi, trionfato a Milano, ma Hesjedal si era dovuto ritirare durante la tredicesima tappa. Sul Colle delle Finestre, in quel sabato in cui “gli indiani” curavano il gruppo dalle cime, non c’era. Nel 2008 aveva concluso sessantesimo e nel 2009, alla Vuelta, in Spagna, aveva vinto una tappa. Capitano di rotta era diventato dopo che, due anni prima, aveva centrato il secondo posto all’Amstel Gold Race e, soprattutto, era riuscito a centrare un prestigioso sesto posto al Tour de France. Però il 2011 non era stato altrettanto convincente e gli entusiasmi si erano placati. Poteva piazzarsi, quello sì, ma il suo nome sul Trofeo senza Fine era quasi impossibile da immaginare. Anche quando, a Rocca di Cambio, nella tappa vinta da Paolo Tiralongo, era finito in testa alla classifica generale, dopo aver bazzicato per molti giorni nelle prime posizioni grazie alla vittoria della cronometro a squadre da parte del suo team.
Bravo a cronometro, ma in salita non può reggere il passo dei migliori. Si diceva così e ad Assisi, quando Joaquim “Purito” Rodriguez gli sfilò la rosa ci si convinse quasi che il Giro avesse preso la sua piega: in mano agli scalatori. Se l’era ripresa, Hesjedal, quella maglia, a due terzi di Giro, giusto un giorno e l’aveva lasciata ancora, verso Pian dei Resinelli a “Purito”. Dirà a fine Giro di aver presto compreso che in montagna non avrebbe potuto vincere e superare avversari così più forti di lui in quel terreno, però, giorno dopo giorno, le gambe miglioravano e, tutto sommato, non stava così male nemmeno quando la strada si rizzava sotto i pedali. E quando passano i giorni e si cresce, la legge delle tre settimane di una grande corsa a tappe dice che si può iniziare a credere a quello che non sembrava nemmeno pensabile. Anche perché a Milano, il 27 maggio, c’era una cronometro di ventotto chilometri. Una passerella con il Giro già deciso, tutt’altro quando tra il primo in classifica ed il secondo ci sono solo 31″ ed il secondo è uno specialista contro il tempo. Ryder Hesjedal aveva già vinto quel Giro dopo poco più di dieci chilometri di quella crono. All’arrivo la classifica era ribaltata: il danese comandava con 16″ sullo spagnolo, sul gradino più basso del podio De Gendt. I grandi favoriti più indietro. Perché i pronostici valgono fino ad un certo punto. Ryder Hesjedal, dorsale numero 95, aveva vinto il Giro d’Italia. Il primo canadese a riuscirci. Storia, in tutti i sensi.


