Potrebbe non essere un caso che la fuga di giornata della dodicesima tappa del Tour de France si trasformi e, da drappello di quattro atleti, diventi una fuga solitaria proprio mentre ci si avvicina a Chalon-sur-Saône. A ben guardare, forse, non è un caso nemmeno che il corridore solo, solitario ed in solitudine, dopo aver salutato dapprima la compagnia di Damiano Caruso e Matteo Vercher e successivamente anche quella di Ewen Costiou, sia Baptiste Veistroffer. Più che mai logica la scelta di Caruso e Vercher: forse potevano sperare che la tappa si accendesse a causa della pioggia e di qualche su e giù e che il gruppo lasciasse fare, ma nessuna di queste due ipotesi si era verificata ai meno sessanta chilometri dal traguardo, così hanno alzato una provvisoria bandiera bianca, pensando ai prossimi giorni. Diverso il discorso di Costiou, letteralmente staccato da Veistroffer, ma non fa molta differenza, circa dieci chilometri più tardi. “Babou” Veistroffer ha scelto ancora una volta di continuare da solo, senza la benché minima possibilità di riuscire ad andare all’arrivo. Così, nemmeno oggi, il corridore a cui lungo la strada della Grande Boucle hanno dedicato dei cartonati, avrà una sua foto a braccia levate sul traguardo o anche solamente sullo sfondo. Anche oggi Veistroffer non comparirà in alcuna immagine a Chalon-sur-Saône, la città in cui, di fatto, è nata la fotografia, grazie a Joseph Niépce.
Aveva visto i tetti da una finestra a Le Gras, Niépce, e da lì aveva fatto parecchi esperimenti con la camera oscura: non succedeva niente. Poi, un giorno di primavera del 1826 (o 1827 secondo altre fonti) dopo un’esposizione alla luce di circa otto ore, su una lastra di stagno si era ricomposta l’immagine che aveva davanti agli occhi. Aveva studiato teologia Niépce, era un rivoluzionario e i più lo chiamavano Nicéphore che vorrebbe dire “portatore di vittoria”. Aveva scoperto qualcosa di importantissimo, una scienza, dice qualcuno, un’arte, diciamo noi, che avrebbe segnato i secoli successivi. Eppure, nel 1833, quando morì prematuramente, quel merito ancora non era stato compreso. C’era un codice segreto nella corrispondenza che Niépce intratteneva con Louis Daguerre, pittore e esperto di fotografia. Quel che conosciamo viene anche da lì, ma Nicéphore non c’era già più. L’anima di Chalon-sur-Saône sono quelli come Joseph Niépce o quelli come “Babou” Veistroffer: uomini che hanno scattato, che sono scattati, se preferite, dipende se parlate di fotografia o di fughe, e, apparentemente, non sono arrivati da nessuna parte, non hanno visto l’arrivo, il traguardo. Eppure senza Niépce avremmo un sacco di ricordi in meno e senza Veistroffer molta ragione in più e, conseguentemente, molta più paura nel fare una follia, molta più noia nel non farla. Un mondo diverso da una parte, un ciclismo diverso dall’altra.
Invece la fotografia c’è, perché qualcuno ha scattato, a prescindere da come sia andata a finire, ed il ciclismo è così perché i ciclisti continuano a scattare e verso Chalon-sur-Saône di scatti ce ne sono a ripetizione, anche in una tappa che, si sapeva, difficilmente le ruote veloci si sarebbero lasciate sfuggire, Ci provano Ganna, Vacek, Stannard, Ballerini, Asgreen, Gee e Skjelmose, tra i tanti. Ci provano, a ripetizione, Pedersen e Simmons. In particolare è Quinn Simmons ad innescare gli scatti e controscatti che si susseguono quando viene ripreso Veistroffer. È Quinn Simmons a scattare per l’ennesima volta non appena vede suo padre a bordo strada ed a battergli il cinque. Se gli attaccanti respinti sono Niépce, la gente sulla strada è Daguerre, è colei che interpreta il codice segreto del gesto “fuga” che per i più è incomprensibile. Il padre di Simmons in primis. Il gruppo prende la forma delle terre che attraversa, quella di Chalon-sur-Saône è questa. Poi certe cose non si possono cambiare e la volata arriva: Tim Merlier si conferma l’assoluto maestro di questo esercizio al Tour de France e una caduta in pieno sprint sottolinea una volta in più la pericolosità del medesimo esercizio. Tutti quelli che ci hanno provato ci riproveranno almeno fino a Parigi. Probabilmente anche dopo. Perché Niépce non lo saprà mai, ma una foto c’è ad ogni arrivo. Nonostante tutto.