Il coraggio del ritorno: intervista a Diego Ulissi

Se Diego Ulissi dovesse raccontare qualcosa del suo ritorno alle corse, dopo la miocardite riscontratagli a dicembre, partirebbe dal concetto di fatica. «Quando al Giro D'Italia capita la giornata in cui non stai bene e ti ritrovi in coda, magari in una tappa dolomitica, ti viene da chiederti perché fai tutta quella fatica, chi te lo fa fare, se non sia più semplice mollare tutto e tornare a casa. Sì, perché dopo due settimane di corsa ti manca anche l'uscio di casa tua. Te lo chiedi perché, fino a quando sei in salute, non immagini neppure che tutto questo potrebbe finire». Poi arriva il giorno in cui ti ritrovi a pensare a cose che fino ad un'ora prima sembravano assurde. «Io sono davvero arrivato a credere che non avrei più potuto riprendere a correre. Mi mancava anche solo l'idea di attaccare il numero alla schiena la mattina o il tirare fuori la bicicletta dal garage per l'allenamento. È normale che dopo un’esperienza così veda il ciclismo in un altro modo».

E quando la tua vita di sempre rischia di cambiare, se hai una famiglia, non devi solo accettarlo ma anche spiegarlo a chi hai accanto e sforzarti di fare in modo che questa situazione non sia troppo difficile da sopportare per chi ti vuole bene. «Certe volte mi assaliva lo sconforto, tendevo a chiudermi, vedevo tutto negativo. In quei momenti, quando perdi lucidità, devi essere capace di ascoltare quello che ti dicono i tuoi familiari e di fidarti. Non devi credere che lo facciano solo per consolarti, devi sapere che loro sono davvero convinti tu possa tornare».

Ed un conto è quando si parla di adulti, ma come è giusto fare con un bambino? Cosa è giusto dire? Diego Ulissi se lo è chiesto in uno dei suoi giorni più difficili. «Anna ha appena un anno e non poteva capire la situazione. Lia, invece, ha capito tutto. Un giorno, mentre ero sul divano a guardare una gara, si è avvicinata e mi ha detto: “Papà, ma tu non corri più?”. Avrei voluto dirle di stare tranquilla che papà sarebbe tornato, ma non potevo. Le avrei mentito perché nessuno poteva saperlo. Era giusto che anche lei fosse informata. Così le ho detto che non doveva preoccuparsi perché io stavo bene e che, se proprio non fossi più tornato in sella, avremmo avuto più tempo per stare vicini».

Ulissi ricorda bene il giorno in cui è tornato ad allenarsi dopo l'operazione, era il primo febbraio. «Credo si tratti di una questione di equilibrio. Sicuramente il mio è un lavoro totalizzante, tuttavia non può e non deve diventare l'unica ragione della tua vita. Altrimenti crolli. Quando sei a casa devi essere capace di staccare, di non pensare per qualche ora al fatto che sei un corridore». Il pensiero del cecinese va a Tom Dumoulin e ai ragazzi che hanno lasciato il ciclismo in quanto schiacciati dalle pressioni. «Sono convinto che alcune situazioni vadano vissute per poterle valutare. Di più. Sono certo che la sofferenza non vada mai giudicata. Dall'esterno posso dire che un poco di leggerezza, nel senso migliore del termine, aiuta. Anche semplicemente per affrontare una gara. Se non “sentissi la corsa”, per dirla in gergo ciclistico, saresti irresponsabile, ma devi controllare le pressioni, non devi permettergli di annientarti. Si può arrivare alla partenza già stanchi anche solo per un fatto mentale. La mente conta più delle gambe: è in grado di infliggerti sofferenze incredibili, solo che le sofferenze della mente non si vedono subito, per questo sono più pericolose».

Se non c'è una soluzione immediata per reagire di fronte a fatti simili, di sicuro resta un punto fermo. «Il ciclismo non è tutto nella vita. Ci tante cose belle per cui vale la pena vivere ed essere felici. Molte volte tendiamo a sminuire la normalità della vita, la sua routine, cercando sempre qualcosa in più. Sbagliamo. C'è valore anche in quella normalità. Da giovani, poi, credo si abbia il dovere di cambiare strada e ripartire se non si è tranquilli, se non si è felici. Buttarsi via è l'errore peggiore».

Il corridore della UAE Team Emirates racconta che consiglia volentieri i più giovani. Con qualcuno, però, chiosa sorridendo “non serve molto”. Parliamo di Tadej Pogačar. «A parte gli scherzi, non è un ragazzo che ha bisogno di molti consigli, va talmente forte. Non solo. Riesce a conciliare doti straordinarie e capacità di restare il ragazzo di sempre, umile, con i piedi per terra. Nonostante i successi non è cambiato per nulla». Che nello sloveno ci fosse qualcosa di straordinario, in realtà, Ulissi lo ha capito sin dal primo ritiro. «Quando un giovane arriva in mezzo a corridori di esperienza, di solito è sempre un poco intimorito. Lui no. Sin dai primi allenamenti ci scattava in faccia senza alcuna remora.. Pensa che io ho fatto con lui i suoi primi allenamenti e la sua prima gara. In quel Tour Down Under avrei dovuto essere il capitano della squadra. Ad un certo punto, mi sono avvicinato all'ammiraglia dei direttori e, indicandolo, ho detto: “Guardate che, se questo pedala così, sono io a dovermi mettere al suo servizio, non il contrario”. In effetti poi è successo proprio questo».

Diego Ulissi scherza anche quando gli parliamo del prossimo Giro D'Italia. L'anno scorso, ad ottobre, ottenne due successi sulle strade italiane ed il pensiero di tornare ad inventarsi qualcosa c'è. «Certo che penso al Giro però serve responsabilità. Ho ripreso a pedalare da soli due mesi e la fatica, pur se piacevole, c'è. Bisognerà valutare la condizione fisica, ma se starò bene non mi tirerò certo indietro. In questi mesi ho ripensato anche alla sensazione di gioia dopo una vittoria. Non so spiegarla, non assomiglia a nessun'altra felicità. Voglio solo riprovarla».

Foto: Ilario Biondi / BettiniPhoto © 2020


Aiutarsi a vivere e magari a vincere

Quando Diego Ulissi è salito sul terzo gradino del podio al Giro dell'Emilia, il 18 agosto, l'amarezza del suo sguardo offuscava parte della soddisfazione per i risultati, comunque soddisfacenti, che il corridore toscano stava ottenendo. Sempre lì, secondo, terzo, quarto, quasi il primo posto fosse maledetto. I ciclisti lo spiegano bene: quando manca sempre meno a raggiungere un risultato e non ci riesci, quella volontà, tendenzialmente, diventa una sorta di ossessione, accresciuta dal fatto che manchi poco. E, quando "un'ossessione" ti tormenta, diventa tutto più difficile, dentro e fuori. Dentro perché tutto ti ricorda che sei lì ma non sei primo, perché inizi a pensare a tutto ciò che avresti potuto fare diversamente (e sai bene quanto è inutile ma la tua testa è fatta così e devi conviverci), perché vorresti un pizzico di quel sollievo che viene dal vincere, magari vorresti dedicarla alle tue figlie quella vittoria, a tua moglie che è a casa ad aspettarti, di certo le tue braccia fremono per la voglia di essere gettate all'aria. Così quando vinci, come ieri, le lanci all'aria con tale forza che ti chiedi come facciano a non farti male. Ma è così, quando sei felice non fa male. Accade anche con gli abbracci. Fuori, invece è più difficile perché la gente non sa, festeggia, ride, ti ferma, ti chiede, ti cerca e tu vorresti stare un attimo da solo, per ripensare a dove hai sbagliato. Non puoi perché sei un uomo conosciuto, perché il ciclismo è una festa, perché loro, le persone, non hanno alcuna colpa dei tuoi malesseri.

Diego Ulissi era sul podio e nella testa, probabilmente, aveva questo quando una giovane mamma con una bambina in braccio lo ha chiamato: «Diego, Diego lanciaci il cappellino». Ulissi si è voltato di scatto, inizialmente serioso, ha guardato la mamma, ha guardato la bimba e ha sorriso: «Non posso, mi spiace». La giovane donna ha capito e: «Non preoccuparti, sarà per un'altra volta». Si è voltato e ha iniziato a scendere gli scalini del podio. Ha sorriso pur non avendone alcuna voglia, ha sorriso per chi lo cercava. Capite l'importanza di questo dettaglio? Creare un sorriso per non deludere, perché sai che gli altri vorrebbero questo da te, perché sai che gli altri possono essere felici anche solo per questo. Perché «quel ciclista, quella ciclista, mi ha sorriso, mi ha salutato». Non è poco. Non è nemmeno scontato. Si tratta di una capacità profonda e difficile da acquisire; la capacità di accantonare il tuo "malessere" per qualcuno che ti cerca e ti vorrebbe felice. Per qualcuno che è nel mezzo di una festa e tu non vuoi rovinare la festa di nessuno. Ti ricordi come facevano i tuoi genitori da ragazzino, quando, negli attimi di gioia, ti omettevano le brutte notizie per permetterti di ridere senza ombre. Un poco ti arrabbiavi perché volevi sincerità ma oggi li ringrazi perché risate del genere non sai quando le farai più. E vorresti tanto qualcuno a coprirti le spalle.

E non conta nulla il fatto che il cappellino non sia stato regalato. Non conta assolutamente nulla. Ci sono delle cose che non possiamo fare e di fronte a queste poche parole possono valere. Alle regole non si sfugge, per dignità personale prima che per timore della punizione. Anche di fronte a queste, però, possiamo scegliere il modo di porci con chi ce le chiede. Per una bambina rinunciare al cappellino del proprio idolo è un sacrificio pesante e i grandi dicano ciò che vogliono ma tengano fede a un dovere. Quello di scivolare sulle vite degli altri lasciando il minor peso possibile perché quelle vite hanno già le loro complessità e le loro pesantezze. Cose che non possiamo sapere, non possiamo nemmeno lontanamente immaginare e per questo non dovremmo giudicare. Una cosa però la sappiamo: per andare avanti gli uomini si aggrappano a tutto, ad ogni segnale impercettibile, anche a quelli a cui dicono di non credere. Ecco, abbiamo il dovere di dare qualche segnale di questi. Sempre. Anche e soprattutto quando non ne avremmo voglia e questo segnale servirebbe a noi. Non c'è altra possibilità per aiutarsi, a vivere e a magari a vincere.

Foto: Alessandro Trovati/Pentaphoto