La gratitudine di Bernal

«E rimango qui». Lo ha scritto Egan Bernal, nel giorno del rinnovo contrattuale, per cinque anni, con Ineos Grenadiers. E qualcuno potrebbe dire che il colombiano, in fondo, è un ciclista particolare.

I ciclisti lo dicono sempre: «È difficile da spiegare. Un ciclista vive il ciclismo, non è detto che sappia spiegarlo». Lui, invece, ha questa facilità di gesti e di parole, quando parla e quando scrive. Sembra molto timido, ma chi lo conosce dice che in realtà è uno a cui piace divertirsi, svagarsi, anche staccare la spina. Uno che sa restare in mezzo alla gente e per restarci si dimentica di tutta l’importanza che ha. Anche di quel Tour de France e di quel Giro d’Italia. Si è detto tanto di lui e di Marco Pantani, noi vorremmo dire che forse in Egan Bernal c’è anche qualcosa di romagnolo, almeno nell’indole, anche se non sappiamo quanto conosca la Romagna. Di una piadina e un vino rosso. Qualcosa del Piemonte e della corsa in libertà su una collina nel Canavese che Bernal ben conosce.

«E rimango qui» è in realtà la fine del suo pensiero, la conseguenza. Una sorta di pratica della gratitudine. Egan Bernal si ricorda bene il ragazzo che era quando è arrivato in Europa, prima in Androni e poi in Ineos e sebbene per il campione potrebbe quasi essere comodo nascondere fragilità, errori e colpe, Bernal non lo fa. Li ammette, li racconta e facendolo racconta un legame. Lavorativo, ma pur sempre un legame.

E forse questa è anche l’altra faccia di quel ciclismo a ritmi sempre più elevati. La faccia buona, fra tanti aspetti più spinosi, fra cui la pressione, lo stress. Qualcosa che può preservare da questi aspetti. La necessità di un ambiente all’occorrenza duro, severo, rigido, ma un ambiente stabile, conosciuto con la costanza del tempo. Bernal parla di persone che sono diventate come padri ed è questo che noi intendiamo, coscienti di quanto possa essere complesso parlare di famiglia in ambito lavorativo.
Così parliamo di conoscenza, di conoscenza prolungata, che accanto all’impegno consegni all’atleta una serenità nuova perché qualunque errore sarà rimproverato con una lente diversa. Non quella del giudizio di chi non conosci, ma della critica fatta a chi conosci perché sai quello che può dare. Questo, tutto questo, è il legame di cui parla Bernal. La sua gratitudine.


Un libro e tre figure impresse

Senza timore di smentita la tappa di oggi ha promesso tanto, almeno inizialmente, ma a conti fatti ha dato poco in termini di distacchi in classifica, e si riassume in un libro e tre figure che restano ben impresse.

Il libro è “Il Miracolo di Castel di Sangro”, citazione dovuta visto che si parte dal piccolo paese abruzzese, meno di diecimila anime, e che oramai diversi anni fa visse un indimenticabile sogno chiamato Serie B.

Non c'entrano santi né strane pozioni dietro quel titolo: il libro è la storia raccontata da un saggista e giornalista americano, ormai scomparso, Joe McGinniss, che passò di fianco alla squadra tutta quella stagione, e ne tracciò un'opera ormai introvabile (se non a prezzi assurdi) e fuori catalogo, e che ogni appassionato di sport (e non solo) dovrebbe leggere. Un'opera che costò all'autore persino una condanna per diffamazione.
Dai piedi fatati a quelli sempre in movimento sui pedali, e la prima figura che resta impressa oggi serve per ritornare direttamente al Giro: Mohorič. Mentre scriviamo è cosciente in ospedale, ma vederlo carambolare con la testa sull'asfalto in quella maniera ci ha fatto temere il peggio.
L'incidente è decisivo per gli esiti di una tappa che alla fine si risolve quasi in un nulla di fatto, se non nell'intensa sgasata finale di un Bernal in stato vanderpoeliano sullo sterrato, e che porta a compimento il lavoro fatto da un rigenerato Gianni Moscon, migliore in campo – se vogliamo rubare il gergo al calcio, visto l'incipit - oggi.

Decisiva la caduta, dicevamo, perché la Bahrain si mette in testa, trascinata dagli eventi, di risolvere la giornata proponendo un faccia a faccia d'altri tempi quando all'arrivo mancano ancora tre ore e circa 120 km. Mohorič, Mäder e Caruso (Bahrain), insieme, tra gli altri, a Masnada (Deceuninck) e Martínez (Ineos), stanano il gruppo verso Passo Godi, ma dopo la caduta dello sloveno, la tappa che porta verso Campo Felice assume un'identità decisamente più lineare, con la solita incontrollabile baraonda dei girini per portare fuori la fuga di giornata.
La seconda figura è quella di Geoffrey Bouchard: elogio alla caparbietà per l'ex commesso di Decathlon. Attacca e contrattacca insieme ad altri sedici, fra cui Ulissi, Mollema, Guerreiro, Edet, Fabbro, insomma, un bel gruppetto di qualità; attacca e contrattacca per prendere più punti possibili sui vari Gran Premi delle Montagna, in una giornata dove al grigio sempre più plumbeo del cielo, fa da contraltare il variopinto verde della selva abruzzese. Verrà ripreso soltanto a 400 metri dal traguardo da Bernal che nel frattempo stacca tutti gli altri contendenti alla maglia rosa. La figura di Bouchard al termine della tappa si tingerà d'azzurro.

La terza figura è proprio quella che si ritaglia intorno a Bernal, non poteva essere altrimenti. I suoi mettono a ferro e fuoco un finale meno duro di quello che ci si aspettava, mentre il colombiano con il suo attacco lascia tutti dietro.
Sotto la sua ruota asfalto, sotto quella degli altri un grossolano terriccio che rallenta e provoca spasmi. La figura di Bernal al termine della tappa si tingerà di rosa.

Bene Ciccone, sospinto dal pubblico, sempre più sorprendente a questo Giro e che gli arriva a ridosso lasciandolo andare via solo prima dell'ultima curva verso il traguardo. Con Ciccone arriva Vlasov, silenzioso candidato a un podio finale.
Evenepoel lascia per strada qualcosa, almeno inizialmente, ma sul finale rimonta e chiude insieme a Martin. Cresce Almeida, dopo la giornataccia di Sestola, che arriva a una dozzina di secondi con il resto dei migliori - Formolo, Yates, Carthy, Bardet, Soler, Caruso e Martínez.
La maglia rosa Valter è un po' più indietro, ma quanto basta per diventare ex. Sorprende ancora Bettiol che chiude insieme a Nibali, male, ma ormai non è una novità, Hindley, inspiegabile l'ennesima débâcle di Bilbao che solo poche settimane fa volava al Tour of the Alps candidandosi come uno degli outsider più accreditati a questo Giro.

Domani volata, poi riposo prima della tappa chiave verso Montalcino. Se gli dèi del Giro soffieranno tempesta ci sarà da divertirsi.

Foto: Luigi Sestili