Cos'è stata la Parigi-Nizza

La Parigi Nizza è stata le gambe di quello lì che pare un supereroe della Marvel e che a un certo punto della corsa ha smesso i panni da Capitan Belgio e si è vestito con la maglia verde come dovesse essere il suo costume ufficiale. «Cercherò di indossarla pure al Tour e portarla fino a Parigi».

Ieri ha deciso ci fosse da salvare Roglič che nel suo caso era come se fosse l'umanità in affanno, ha messo in gioco i suoi poteri, lo ha guidato, lo staccava, persino, in un tratto lungo il Col d'Èze tanto che doveva rallentare, ma poi grazie alla sua azione lo aiutava a ricucire su Yates portandolo al successo nella classifica finale che riparava quello che a un certo punto pareva essere l'irreparabile. «[Quando ci sono di mezzo io] alla Parigi-Nizza vince chi ha un compagno di squadra vicino. Quattro anni fa è successo con il Team Sky, oggi con la Jumbo Visma. Io ero solo e loro in due, ma mentirei se dicessi che sono partito per vincere la maglia gialla. Sono scattato per vincere la tappa». Testo liberamente tratto dalle dichiarazioni di Simon Yates a fine gara.
La Parigi-Nizza è stata vento, di quello che divide il gruppo in una parola più lunga, ma composta da meno corridori, gruppetti come diminutivo, se cercassimo un vezzeggiativo non troveremmo nulla, ma ci stupiamo una volta ancora a vedere Quintana così a suo agio nel saltare di ruota in ruota tra i passisti e in mezzo alle folate.

La Parigi-Nizza non è "La corsa verso il sole", ma è stata pioggia e malanni. A Nizza dicono che c'è il sole tutto l'anno, ma pare come i corridori arrivati fradici e infreddoliti al traguardo abbiano un'opinione differente. Come biasimarli. C'è stata una tappa in cui alla partenza non si sono presentati in 18: sempre Radio Gruppo sostiene ci sia “un'epidemia di bronchite”.
La Parigi-Nizza è stata Pedersen tirato a lucido, che scollinava persino le montagne quando un anno fa - di questi tempi – a volte si staccava sui cavalcavia. È vero, fidarsi di alcuni è bene fino a un certo punto, ma forse è meglio tenere le orecchie dritte. Toccherà, nelle classiche del Nord, annoverare il suo nome tra quelli dei corridori da battere. D'altra parte non sono tantissimi quelli che si possono vantare di essersi lasciati dietro van Aert in uno sprint dopo una tappa impegnativa e con l'arrivo che tira verso l'alto. Questo serve a ricordare anche come Pedersen non fu campione del mondo per caso.

La Parigi-Nizza è stata Daniel Felipe Martínez che non è solo una sorta di "corridore forte quasi dappertutto", ma da alti e bassi. Uno da vampata improvvisa e poi da luce spenta. Dall'anno scorso è un corridore affidabile, se c'è da aiutare un compagno, con il physique du rôle per l'alta classifica, Poi, siccome il destino in parte lo si crea, in parte, quando si sale su una bici, segue il caso, una foratura prima dell'ultima salita non gli permette di imitare Yates. E chissà che le cose non sarebbero andate diversamente per tutti con anche lui davanti. Nel suo caso la Parigi-Nizza non restituisce tutto quello che si è dato: ma quando mai la vita lo fa?

13/03/2022 - Paris Nice - Etape 8 - Nice / Nice (115,6km) - Simon YATES (TEAM BIKEEXCHANGE-JAYCO) - S'impose sur la derniere etape

La Parigi-Nizza sono le fughe di Gougeard che non vanno a segno, mentre quella di McNulty, sì, oppure il colpo risolutore di Burgaudeau, che in bici pare un Alaphilippe che c'ha dato dentro con la palestra e a 23 anni regala la prima vittoria World Tour della stagione alla TotalEnergies di Sagan: chi l'avrebbe mai detto?
La Parigi-Nizza è Simon Yates. Ogni tanto gli prendono quelle giornate che se facessimo un confronto col gemello Adam, saremmo senza pietà. La butta giù dura su quel colle sopra Nizza, rischia di vincere tutto, ma non fa i conti con l'eroe dei fumetti preferito e più letto a casa Roglič e di nome Wout van Aert - che speriamo non abbia preso troppo freddo in vista della Milano-Sanremo.

La Parigi-Nizza è stata ancora Roglič. Nel bene - la vittoria in punta di fioretto sul Turini - nel male, nel senso di sofferenza, di lato oscuro della sua forza, perché chi continua a fare paragoni con Pogačar è ancora più impietoso di chi lo fa tra i due gemelli della periferia di Manchester, perché al giovane sloveno gli viene tutto facile, mentre l'altro ha il suo campo, i suoi meriti, i suoi limiti.

Ieri ha rischiato di perderla come, ma forse peggio dello scorso anno, affaticato da una giornata fredda, tirata, nella quale riusciva persino a sbagliare indumenti: «Al via ero stanco e infreddolito, mi sono vestito troppo e ho finito per cuocermi da solo. Quando mi sono svestito era ormai troppo tardi».
Poi il finale - lieto per lui - è quello che conosciamo. I meriti anche che vanno gettati addosso al supereroe di giornata e di cui Roglič ci illustra le peculiarità. «Cosa penso di Wout van Aert? Che è metà umano e metà motore. Lui può tutto e per me è un onore correre accanto a lui e imparare ogni giorno qualcosa». Tutto questo, ma forse anche di più, è stata la Parigi-Nizza.


Un marchio di fabbrica

Quando uno degli allenatori più conosciuti del ciclismo americano lo notò, Brandon McNulty, da Phoenix, Arizona, era un ragazzo già alto, ma estremamente magrolino. Longilineo con gambe lunghe da fenicottero, aveva appena diciassette anni e, come (quasi) tutti i suoi coetanei, non era per nulla formato fisicamente. Lasciava, però, sulla strada prestazioni da far strabuzzare gli occhi.

Stracciò la concorrenza in una gara a cronometro di categoria: si dice che macinò una media di 380 watt per 30 minuti, con una normale bici da corsa, numeri superiori a chi prima di lui, Phinney e Van Garderen, venivano considerati tra i migliori talenti del ciclismo americano. Un tecnico della nazionale di atletica dopo aver visto quei dati pensò che il misuratore di potenza fosse rotto.

Attirò l'interesse di importanti squadre del Vecchio Continente, ma scelse di rimanere a correre con squadre americane per crescere con calma, senza lo stress e la tensione dei circuiti europei, e lo fece per altre tre stagioni rifiutando la fretta che a volte si mette addosso a chi, precocemente, mostra già di saperci fare nel proprio campo.

Suo padre, ingegnere del software, lo ha sempre definito come «all'apparenza timido, quasi schivo, ma in realtà è perché è un tipo super concentrato». I tecnici che lo hanno avuto per le mani: «il miglior talento del ciclismo a stelle e strisce dai tempi di Greg Lemond». A chi chiedesse un confronto con Adrien Costa - considerato il più forte corridore della sua generazione ma che abbandonò il ciclismo prima di passare professionista e di perdere una gamba in un incidente in montagna - si vedeva rispondere sempre la stessa cosa: «McNulty diventerà più forte».

Piccolo intermezzo per capire qual è sempre stato il suo terreno di gioco fino a questo 2022: le prove contro il tempo. A cronometro ha messo assieme, tra il 2015 e il 2019, 4 podi su 5 partecipazioni ai Mondiali (bronzo e oro tra gli juniores, argento e bronzo tra gli under 23). Meticoloso: prima di conquistare il titolo nel 2016 a Doha invitò a casa sua i compagni di nazionale Garrison e Stites. I tre occuparono per diversi giorni il garage di casa McNulty e con stufe calde e allenandosi con asciugamani bagnati cercarono di simulare l'afa che avrebbero trovato in Qatar. «Sono arrivato a un punto in cui pensavo di morire», raccontò McNulty all'epoca, ma lo disse, pare, accompagnando tutto con una fragorosa risata.
Vinse quel titolo iridato tra gli junior con un tempo che gli sarebbe valso il podio anche tra gli Under 23 davanti a gente come Asgreen, Cavagna, Pedersen e Ganna. Ma i tecnici con lui continuarono a usare la cautela: «Solo perché un bambino va forte come un adulto, non vuol dire sia già maturo». Fine intermezzo.

Passato nel World Tour nel 2020, McNulty in queste prima settimane di corsa sembra aver dato una definitiva sistemata allo scossone che ti prende quando fai il salto di categoria. Ha già conquistato tre corse, tutte allo stesso modo: attaccando da lontano e su tracciati duri.

E se la prima volta può sembrare un caso e la seconda ti fai qualche domanda, la terza, ieri alla Parigi-Nizza, la prendi come fosse diventato il suo definitivo marchio di fabbrica: «Mi piace vincere arrivando in solitaria» ha detto. Quasi 60 km al Trofeo Calvia, ma siamo letteralmente alle prime gare di stagione; quasi altri 30 un paio di settimane fa alla Faun-Ardèche Classic: partito dopo che a fare la selezione si erano messi Alaphilippe e Roglič.

Ieri, il classe '98 della UAE Team Emirates, verso Saint-Sauveur-de-Montagut, tappa con qualche colle da spezzare le gambe (chiedere a van Aert per esempio) e disputata sempre nella regione dell'Ardèche («mi viene da pensare che salite e discese di questa zona si adattino particolarmente alle mie gambe») ha fatto sfoggio delle sue armi migliori: doti sul passo, coraggio, capacità di guida, piacere nel stare faccia al vento in solitaria.

Ha attaccato subito dopo il via con altri corridori e a 39 dall'arrivo se n'è andato tutto solo con una sparata irresistibile. Così come da solo è arrivato. A fine tappa ha detto: «E pensare che stamattina ero convinto di non partire».

L'irrésistible

In Francia, tra ieri oggi, oltre a fargli i dovuti complimenti si domandavano, più o meno ironicamente: "Fino a quando Wout abuserà della nostra pazienza? Fino a quando mentirà sul suo stato di forma?"
La tesi, più o meno: van Aert sostiene di non essere al massimo, continua a dire di essere alla Parigi-Nizza per trovare la migliore condizione, eppure in 5 giorni di gara ha un ruolino di marcia del tutto pogačaresco, tanto che a sentirlo parlare a fine corsa pare gli si allunghi sempre più il naso. «Sono qui per trovare la gamba migliore. La parte di settimana che mi interessava ora è finita - raccontava ieri dopo la vittoria nella cronometro - il prossimo obiettivo sarà passare la maglia di leader a Roglič». C'è chi dubita pure su quest'ultimo passaggio, e in caso di annullamento sabato dell'arrivo sul Col de Turini, la salita più importante di questa edizione della corsa, c'è chi inizia a puntare seriamente su un suo successo finale.

In 5 giorni di gara, disputati tra Omploop Het Nieuwsblad e Parigi-Nizza, il belga ha ottenuto 2 vittorie, 1 secondo e 2 terzi posti. In Belgio ha staccato tutti sul Bosberg, alla Parigi-Nizza è il titolare della maglia gialla e di quella verde, se fosse più giovane (basterebbe poco, tre anni) avrebbe vestito anche la maglia bianca, se si fossero incontrate più salite forse pure quella a pois.
Uno di quei terzi posti è arrivato perché lui e Roglič hanno voluto omaggiare il compagno di squadra Laporte; il secondo posto - a Orléans - l'ha ottenuto alle spalle di Jakobsen, considerato il numero uno al mondo o poco ci manca, delle volate, in una giornata in cui van Aert cade e poi si dà decisamente da fare nei ventagli contribuendo a selezionare il gruppo. E a questo non vogliamo aggiungere ciò che nei pochi ciclocross stagionali ha messo vicino? Saremmo sgarbati come quelli che gli danno del bugiardo: 9 vittorie su 10 cross, con un quarto posto arrivato dopo un incidente meccanico con recupero dalle ultime posizioni.

Di cosa stiamo parlando dunque? Dell'irresistibile per antonomasia in questo momento. Almeno oltre le Alpi. Se alla Tirreno-Adriatico a Pogačar bastano pochi e semplici gran premi della montagna (e KOM su Strava) per stuzzicarne la voglia, alla Parigi-Nizza il computer di bordo di van Aert non appena vede il traguardo si mette in modalità Pac-Man divorando tutto quello che trova attorno.

Più che raccontare bugie, van Aert appare fisicamente tirato a lucido come non mai e si sente così bene da suppore di avere ancora margini di miglioramento; appare leggero mentalmente, carico - a differenza del finale di stagione 2021, con polemiche e débâcle che lo consumarono psicologicamente abbassandone di conseguenza le prestazioni.
Ora non vediamo il momento di gustarci una bella sfida tra lui e Pogačar e basta attendere a poco: la Milano-Sanremo è sempre più vicina. Come, si spera, anche la vera primavera.


Duro Pedersen

Qualche tempo fa, Mads Pedersen spiegò: «Quando ero ragazzo conoscevo solo un modo di correre: mettermi davanti, fare selezione e poi battere tutti in volata». Non erano nemmeno tantissimi anni fa quando Pedersen correva in quel modo, perché, pur essendo professionista da qualche stagione, sembra abbia ancora margini da scoprire e confini poco marcati rispetto a tanti della sua generazione di corridori, o forse sarà quel titolo mondiale vinto quando doveva ancora compiere 24 anni - il più giovane dai tempi di Freire - che ci ha lasciato di lui un'impronta di eterno ragazzo.
Da junior, era il 2013, vinse la Paris-Roubaix: è vero, nulla a che vedere con quella dei grandi – basta vedere il terzo posto di Geoghegan Hart- , ma fa capire quanta tempra e quali desideri si manifestino nella mente del corridore nato 26 anni fa a Tølløse, Danimarca.
Mostrò da subito la stoffa del duro da corse dure. Più una gara ti macerava dentro e più lui spiccava. Non sono un caso quei pochi giorni nel 2018 tra Dwars door Vlaanderen e la successiva Ronde. Alla Dwars arrivò quinto, giornata ghiacciata, giornata di pioggia, chiuse stremato in fondo al gruppetto che vide la vittoria di Lampaert non senza aver provato a mettersi davanti nel finale “per fare la selezione e battere tutti in volata”.
Al Giro delle Fiandre fu secondo alle spalle di Terpstra che tutto solo si involava verso Oudenaarde. Pedersen andò in fuga da lontano per fungere d'appoggio ai suoi capitani, Degenkolb e Stuyven, ma, sorpresa delle sorprese, staccò i suoi compagni d'avventura e fu l'ultimo a resistere a un irresistibile Terpstra. «Il Fiandre è una corsa di sopravvivenza – disse a fine gara – e non importa come ti chiami o quanto forte tu sia».
Lo dimenticammo. Per un po'. Un anno e mezzo dopo Mads Pedersen divenne famoso, pure in Italia e ci giuriamo anche a casa Trentin, per la vittoria nel Mondiale di Harrogate. Una corsa durissima, di quelle che piacciono a lui. Bagnata, di quelle che lui adora, con un gruppetto che (quasi) congelato arrivò a giocarsi la maglia iridata dopo aver lasciato per strada il grande favorito del giorno, Mathieu van der Poel che, sei anni prima, nel Mondiale categoria juniores disputato a Firenze, arrivò primo proprio davanti al danese.
Lo conoscemmo bene ad Harrogate. Lo approfondimmo. Ci fece un po' arrabbiare, per partigianeria - sfidiamo chiunque a sostenere di non aver provato tantissima amarezza quel giorno - , ma lo perdonammo. Per quel suo viso pacioccone che ispira simpatia, per quel suo modo discreto di apparire - come ieri - fortissimo, o scomparire - come spesso nel 2021 - mesto, appesantito e in fondo al gruppo.
Vestito con la maglia iridata fece un po' di fatica, lui che, spunto veloce, quasi velocissimo, vinse una spettacolare edizione della Gand-Wevelgem nel 2020, la vittoria più importante conquistata da campione mondiale in carica.
Ieri, mentre il gruppo si lanciava a tutta verso il traguardo di Dun-le-Palestel, alla Parigi-Nizza, Pedersen, che lo puoi riconoscere facilmente dalle bandine iridate sui bordi della sua divisa, è partito lungo per il suo sprint battendo un gruppo che ancora portava le cicatrici dei ventagli del giorno precedente.
Partito lungo, con quel miscuglio di potenza e sfrontatezza che spesso ci chiediamo come mai spicchi solo a intermittenza, come la luce difettosa in una sala. «È stata una giornata abbastanza buona, oggi». Semplici parole, mentre le gote rosse pulsavano e a malapena riusciva a nascondere l'entusiasmo.
Ha aggiunto che salterà la Milano-Sanremo perché quella è la corsa di Stuyven, capitano, suo capitano, vincitore uscente della Classicissima e ieri artefice in buona parte della vittoria del compagno danese con una trenata che fa suonare un campanello d'allarme nella testa degli avversari che vorranno provare a vincere la grande classica ligure.
Pedersen, invece, una giornata ancora migliore la cercherà nella corsa dei suoi sogni, la Roubaix, quella per uomini duri come lui. «Se dovesse piovere alla Roubaix? Sarebbe meglio per gli spettatori, sarebbe meglio per i giornalisti, sarebbe meglio anche per me». Raccontava, quando ancora la stagione doveva aprire i battenti.


Cosa c'è di più Alvento di un ventaglio?

Paf! e sciaf! da dove arriva arriva il vento fa male. Sberloni in faccia e di lato, meglio quando arriva da dietro, ma tant'è, quello succede di rado. Da qualche parte qualcuno sostiene, scherzando, ma fino a un certo punto: "A cosa serve una tappa di montagna quando ci sono i ventagli?". Un disastro ieri alla Parigi-Nizza. Un disastro proprio grazie ai ventagli. Un disastro, macché, per noi comodi comodi, uno spettacolo.

Se qualcuno si chiedesse cosa sono i ventagli, la foto che abbiamo scelto è emblematica. Il gruppo si mette "a ventaglio", come si usa dire, una sorta di fila sfalsata: lo fa nei tratti di rettilineo che se non ci fosse vento trasversale sarebbero momenti di ordinaria quotidianità in ufficio, come aspettare una e-mail, riempire dei fogli di calcolo o tradurre un testo, e invece è un imprevisto o meglio, avviene tutto all'improvviso, perché già dalla mattina si diceva : "Oggi, occhio ai ventagli!".

E allora quando inizia a soffiare il vento vedi davanti a fare la selezione le squadre meglio attrezzate, più leste, con quei corridori abituati a schierarsi all'attacco non appena c'è sentore di brezza, e a fare a pugni con uno degli agenti atmosferici più particolari quando parliamo di ciclismo. Più odiosi in assoluto quando andiamo in bicicletta - il vento in faccia è insopportabile, a volte persino più della pioggia.

Se il gruppo fosse un elemento unico sembrerebbe messo di traverso, corridori uno di fianco all'altro, per rendere la vita difficile agli avversari che li vedi sbandare, fare equilibrismi per stare in piedi o per prendere la ruota giusta. E abbiamo detto che ci sono le corazzate dei passistoni, ma c'è anche una costante che resta inspiegabile. Quando ci sono i ventagli, Nairo Quintana da un po' di anni è uno dei più bravi a starci dentro, a dare una mano, una sorta di gatto con i superpoteri; anche ieri si staccavano fior di ciclisti che venivano erosi dal vento come fossero dimenticabili sassolini, e lui stava lì attaccato scegliendo la ruota giusta di volta in volta. Uno spettacolo.
Uno spettacolo vedere una tappa così, tanto che alla fine ci viene anche da chiedere: cosa c'è di più Alvento di un ventaglio?


Comprendere un dominio

Chi scrive non ha mai avuto grande passione per quei domini che si manifestano tramite la tripletta di una squadra, come successo ieri alla Parigi-Nizza: 1° Laporte, 2° Roglič, 3° van Aert, in un mini campionato monomarca griffato Jumbo-Visma, robe da Pro Cycling Manager (per i non appassionati: videogioco del genere manageriale sul ciclismo), oltretutto la seconda in pochi giorni - al Laigueglia fu il turno dell'UAE Team Emirates - e che sottolinea con i risultati le differenze tra alcuni squadroni - nel budget e nella costruzione delle rose - e altri.
Ma chi scrive trova semplici spiegazioni all'arrivo di ieri verso Mantes-la-Ville. Intanto doverosa premessa: l'arrivo in parata può piacere o non piacere, come abbiamo detto, si toccano le corde del puro gusto personale e delle emozioni che trasmettono, ma sono azioni che non dovrebbero sfociare nel campo del dubbio, altrimenti significherebbe prendere con le pinze qualsiasi risultato, di qualsiasi corridore, e non ci pare questo lo scopo della nostra narrazione, che fai dei gesti, della leggerezza nel raccontare storie e spunti, i nodi principali nei quali stringere il romanzo ciclistico.

Chi scrive prova a comprendere tecnicamente: l'attacco mirato degli olandesi - in verità in formato franco-belga-sloveno, ha avuto il primo affondo decisivo con una volata vera e propria di Nathan Van Hooydonck che fa esplodere il branco sull'ultima salitella di giornata, costringendo tutti gli avversari a mollare creando buchi e gruppetti lungo la Côte de Breuil-Bois-Robert risultando decisivo per dare l'abbrivio ai tre compagni di squadra e mandandoli verso il traguardo. Non c'è nulla di disturbante o fuori luogo in quello che si è visto, da un punto di vista tecnico, semmai può essere terrificante per gli avversari sul campo.

È una prova di forza schiacciante, ma di semplice lettura. Dopo la tirata di Van Hooydonck restano in tre a certificare lo stato di strapotere: due dei tre corridori attualmente più forti al mondo - manca il terzo che vinceva qualche ora prima, o meglio, dominava qualche ora prima sulle strade bianche della toscana senese- , e con loro Laporte, corridore che non è atterrato ieri su questo pianeta.

Solido, finora poco vincente, ma molto appariscente, corridore che su su una salitella non impossibile di poco più di un chilometro e mezzo come quella di ieri, terreno da classiche, va a nozze; nel 2021, sulle strade della Parigi-Nizza, ha conquistato due secondi posti di tappa, uno alle spalle di Roglič su uno strappetto, l'altro l'ultimo giorno dietro a Cort Nielsen, al termine di una tappa nervosa, fatta a tutta e con arrivo che sgranò il gruppo e mise in croce diversi uomini di classifica. Senza elencare altri buoni risultati ottenuti in un 2021 che ne affermarono il salto di qualità.

Anno dopo anno è cresciuto al punto di diventare uno degli elementi più interessanti fra quelli che hanno cambiato squadra durante l'inverno. In altre sedi lo hanno definito un van Aert in miniatura, per motore e risultati, le caratteristiche sono pressoché quelle, in tono minore.
Quella di ieri non deve far storcere il naso lasciando il campo a chissà quali dietrologie e anzi ci preme sottolineare ancora di più il bel gesto di van Aert e Roglič, capitani e fuoriclasse, che lasciano la vittoria a Laporte coscienti che quando il bottino si farà più succulento sarà il francese ex Cofidis a ricambiare quel segno di gratitudine fatto dai due capitani designati, mettendosi a lavoro per loro, o fungendo come pedina fondamentale quasi su ogni percorso. In vista di Sanremo e classiche del Nord il resto della compagnia è avvisato, la Jumbo-Visma fa ancora più sul serio di quello che avremmo immaginato.


Il mestiere di correre veloci

Cosa vuol dire essere il più veloce del mondo? Che mestiere è quello del velocista? Trovarsi in mezzo a tutta un’agitazione di bici che si sfiorano e gomiti che si toccano; teste che si arrovellano, urla e spintoni, mani che troppo spesso si levano dal manubrio. Un “occhio!” gridato e buttato lì, e di nuovo sgomitate, i soliti freni che sfrigolano e catene che vibrano a una velocità tale che risulta impercettibile alla vista.

L’adrenalina è aria pesante: mai avere paura, perché in quei frangenti significherebbe tirarsi indietro senza infilarsi negli spazi che si vengono a creare, significherebbe non sfruttare l’occasione.
Essere il più veloce su due ruote non è come esserlo su una moto. Lì è diverso: la puzza di benzina, le ruote larghe. Qui le ruote sono finissime, si corre su linee sottili, l’odore è quello del sudore, il dolciastro è il liquido delle borracce che schizza dappertutto. E poi di nuovo urla e strepiti come prima. Gambe, leve e pedivelle. Fiducia e pelo sullo stomaco. Transenne vicinissime, copertoni e sellini a un palmo dal naso. Progressione o esplosività, colpo d’occhio e intuito.

Scartano, velocisti e passisti, sbattono la porta in faccia all’avversario, rischiano, azzardano, manipolano, creano varchi e cercano spazi. A vederli dall’alto mettono paura, a starci in mezzo nemmeno potremmo immaginarlo.

Essere velocisti non vuol dire solo sprigionare watt, ora si dice così, ma insistere, insistere, insistere, sempre più veloci e senza timore, trovando consistenza per vincere l’attrito. Abbassarsi per diventare simile a una palla di cannone come fa Ewan o come faceva Cavendish, oppure preferire la progressione da dietro, avere panterina scaltrezza, essere letali nel colpo di reni. Ci sono volate che arrivano all’improvviso come folate e velocisti che sognano i Campi Elisi. Ci sono sprint indecifrabili come quelli del Festival della Velocità di Sanremo, dove per sei o sette ore sembra non succedere nulla, poi per venti minuti hai il cuore in gola.

Si vuole avere strada libera davanti, e allora essere il più veloce del mondo vuol dire anche scegliere la ruota giusta al momento giusto e oggi la migliore in assoluto è quella di Mørkøv: fortunato chi la può battezzare. Pesci-pilota li chiamiamo noi, specialisti del lead-out per dirla all’inglese. Mørkøv studia finali e avversari e diventa la scheda madre dei suoi compagni di squadra, una sorta di appendice del loro furore in volata. Kristoff, Viviani, Bennett, con il danese sono diventati (tra) i più forti al mondo. I due (Mørkøv-Bennett) oggi non sono a dare spettacolo alla “Tirreno”, ma qualche chilometro più in su, alla Parigi-Nizza.

Verso Lido di Camaiore, invece, alla Tirreno-Adriatico, matti come gatti, ci sono Viviani, Ewan, Ballerini, van Aert, Merlier e altri. Le loro potrebbero essere intese anche come prove generali per la Classicissima ma quel giorno dovranno fare i conti con van der Poel e Alaphilippe (sì sempre loro).
Oggi si sono sfidati, hanno affilato muscoli e denti, provato trenini e scambiato vagoncini. Alla partenza Ewan era carico: «Sono qui per vincere» ha detto. Potrebbe mai pensare qualcosa di diverso? Merlier invece osservava con rispetto e venerazione la livrea del suo compagno van der Poel: «Orgoglioso di avere lui, oggi, a disposizione». Ebbè.

Un gruppo di muratori, finito il turno di lavoro, non rientra subito a casa, ma decide di aspettare il passaggio della corsa, tra una sigaretta e l’altra. E la corsa passa: veloce. Velocissima, come van Aert in progressione. Ha avuto la strada dritta e libera e fulminato i velocisti. Di mestiere non è uno sprinter ma di sicuro conosce bene il modo per arrivare prima degli altri dal punto A al punto B.
Pronto, scaltro, vincente, potente: perché per ogni van der Poel c’è un van Aert. Così come per ogni Pogačar c’è un Roglič che solo pochi minuti prima, alla Parigi-Nizza, vinceva in salita con strada bella libera e in progressione. Nemmeno Roglič è un velocista, ma è certo che anche lui oggi ha corso più forte degli altri.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021