Cinque cose sul Tour

Il Tour entra nell'ultima settimana. Calda e probabilmente le temperature incideranno su rendimento e risultati. Tre frazioni pirenaiche in crescendo, partendo da quella di Foix, arrivando su a Hautacam, passando per Peyragudes. Terreno per inventarsi qualsiasi cosa ci sarà. Poi una volata, la crono - bella lunga - e la passerella finale sui Campi Elisi.

LA FORZA DELLA JUMBO - Da misurare. Inscalfibili fino all'Alpe d'Huez poi è successo qualcosa che ha ingarbugliato all'improvviso il filo del destino. Nella tappa del Granon hanno messo in scena una tattica aggressiva andata bene, benissimo. Hanno fatto saltare (di testa e di gambe) chi pareva dovesse dominare quasi con un fil di gas la corsa. Poi hanno iniziato a perdere qualche colpo - a Mende, dove la sensazione era quella di una squadra in gestione delle forze - e a Carcassone dove più che perdere colpi, all'improvviso hanno perso due corridori, Kruijswijk e Roglič, mentre un terzo, Benoot è acciaccato. Fortuna loro che, come ha detto uno dei direttori sportivi di Pogačar: «La Jumbo possiede due squadre, una è rappresentata solo da van Aert». Da domani il belga, sin qui protagonista ineguagliabile di ogni tappa di questo Tour, se possibile dovrà dare fondo ancora di più a quell'incredibile motore arrivato a pieno regime nel mese di luglio 2022. Menzione per Kuss che nella prossima tre giorni dovrà svestire i panni dell'ottimo scalatore e diventare l'angelo custode di Vingegaard. Ce ne sarà bisogno.

RIBALTARE UN TOUR - E come si fa? La strada c'è, ma le forze saranno da quantificare. Vingegaard tra l'Alpe e Mende si è incollato alla ruota di Pogačar che ha fatto quello che poteva, scalate a tutta, scatti e progressioni, ma non è bastato. Terreno ce n'è e ci aspettiamo le fiamme sulla strada; ma dovranno inventarsi qualcosa anche a livello di squadra, una UAE che nelle ultime giornate è apparsa più compatta rispetto al solito, con Majka, Soler (anche se ancora ci chiediamo a cosa servisse la sua fuga a Mende) e McNulty attorno al fuoriclasse che gli fa da capitano. Loro dovranno inventarsi qualcosa, ma sarà poi il bambino in maglia bianca a finalizzare; quel bambino che pare non amare particolarmente l'alta quota - pagando sul Granon lo sforzo fatto sul Galibier, oltre all'ormai chiacchierata "crisi di fame" e alle energie consumate nel rispondere agli scatti di Roglič - e il caldo - prevista un'atmosfera da forno ventilato sui Pirenei che, per fortuna di Pogačar, non si avvicineranno nemmeno ai 2000m. Lo sloveno, croce a volte per il suo modo di interpretare le corse a tutta senza gestione delle energie, ma una delizia per noi che ce lo gustiamo, è un bene per questo ciclismo, un bene per lo spettacolo e farà di tutto, anche a costo di saltare (se va beh), per provare a ribaltare il Tour.

E LA INEOS CHE FA? - Nel giorno di Mende, quando Pogačar provò ad attaccare che non era nemmeno l'ora di pranzo, lasciando indietro mezza Jumbo-Visma, racconta Geraint Thomas di come lo sloveno si sia avvicinato a lui per chiedere una mano. «I Jumbo sono a tutta, affondiamo il colpo» il senso delle parole del rivale. Questo lo abbiamo saputo dopo dalla voce proprio del gallese, ma in diretta chiunque ha pensato: è mai possibile che la INEOS con tre uomini in classifica non voglia provare ad attaccare la maglia gialla? Ecco, quello che chiediamo e speriamo non è tanto un'alleanza a tavolino quanto una INEOS che, dopo aver vinto una bellissima tappa con Pidcock, batta un colpo per provare ad acchiappare il Tour. In una corsa così spettacolare com'è stata fino adesso dal primo giorno, manca solo un'idea di questo genere a rendere tutto ancora più cinematografico. Certo, al momento l'atteggiamento è quello di chi pare voglia tenersi stretto la posizione che ha alle spalle dei due dominatori, con Thomas in linea per un podio e Yates per un piazzamento tra i primi sei - obiettivo che potrebbe bastare alla squadra britannica senza correre troppi rischi. Ma allo stesso tempo saremmo sorpresi che, con questa potenza di fuoco - non dimentichiamo Pidcock nei primi 10 al momento - si lasciassero sfuggire l'occasione di provarci in qualche modo, con un'azione ben congeniata.

ULTIME SPERANZE ITALIANE - Di Italia ne abbiamo vista poca, quella che abbiamo visto è apprezzabile perché consapevoli di cosa passa il convento, ovvero il movimento, nella corsa più importante del mondo. Vicinissimi a un successo ci siamo andati con Bettiol su tutti, c'è da chiederci se ci sarà ancora terreno per il corridore della EF, mentre Mende era perfetta per lui che ha mostrato, quando in condizione, di avere gambe, carattere, forza da primo della classe (un appunto da fare alla squadra: serviva sprecare tutte quelle energie per Uran?). Ganna benino, lavora molto e raccoglie quel che riesce, generoso in fuga, si è inchinato alla legge di Pedersen, ma dalla sua avrà una crono lunga, complicata, è vero, ma lui, quando c'è da mettere giù i cavalli contro il tempo, ci fa sempre divertire. C'è Ciccone, poi, che di carattere più che di gambe battezzerà una delle tre tappe pirenaiche - la maglia a pois? difficile, ma non impossibile visti i contendenti - mentre Caruso crediamo voglia mostrare qualcosa in un Tour sin qui decisamente sotto le aspettative - come tutta la Bahrain. Infine le ruote veloci: Dainese, ma soprattutto Mozzato hanno mostrato di saperci e poterci essere subito dietro l'élite della velocità. Tra Cahors e Parigi andranno ancora a caccia di piazzamenti.

AGGRAPPATI A PINOT - Eh sì, non lo dimentichiamo. Lo vogliamo fortemente come lo vuole fortemente tutto il pubblico francese che pare non aspettare altro. Ci ha provato due volte e due volte gli è andata male. Lui dice di stare benissimo e che anzi è deluso per i risultati - soprattutto il terzo posto a Mende - che non rispecchiano la sua condizione, quanto forse sono più figli di errori di valutazione e ritardi nell'effettuare la scelta giusta. Aggiustando tempo e modo Pinot avrà davanti a se tre belle chance per portare a casa una tappa, anche se già vederlo lottare con quella grinta e quelle ginocchia che sembrano a ogni pedalata colpirlo in faccia, è già bello. A lui non diteglielo però, perché conosciamo tutti il suo motto a proposito del vincere, e il suo interesse è quello di trasformarlo in qualcosa di concreto.


La normalità di Geraint Thomas

Ricordiamo tutti il volto di Geraint Thomas ai microfoni, al termine del Tour de France 2018. Un pianto liberatorio e quelle parole ripetute: «Non ci posso credere, ho vinto il Tour. Non è vero». Non riusciva nemmeno a parlare il britannico, eppure, al giornalista che gli chiese se quella fosse l'emozione più importante di tutta la sua vita, rispose subito, senza indugiare un secondo. «No, l'emozione più grande della mia vita è stata il mio matrimonio, andare verso l'altare con mia moglie. Non si possono paragonare queste cose». Già, ogni cosa al posto giusto, col giusto valore. Tempo dopo, quasi si scusò per quelle lacrime: «È imbarazzante piangere davanti alle telecamere, ma in quel momento mi stavo rendendo conto di cosa avevo fatto».
Da quel momento, le cose non sono più andate come Thomas avrebbe sperato, forse creduto. Una storia di cadute e sfortuna. Fu lui stesso, dopo la caduta al Tour dell'anno successivo a parlare di frustrazione, a dire che non c'era una spiegazione per quella caduta e questo peggiorava le cose. Lì il danno fu poco e Thomas finì in seconda posizione la Grande Boucle. Come il podio di Parigi, però, nei ricordi resta l'assurda caduta nella tappa dell'Etna al Giro d'Italia 2020. Assurda per le modalità, cadde a causa di una borraccia, assurda per l'esito: arrivò al traguardo con più di dodici minuti di ritardo fra lo stupore di tutti e le critiche che iniziavano a muoversi. Perché uno dei candidati per la vittoria finale pagava dazio già nella prima tappa di montagna? Aveva una frattura del bacino, Thomas. Scalò l'Etna così.

E ancora cadute, frustrazione e delusione. Geraint Thomas ha saputo anche ridere, scherzarci su, quasi ad anestetizzare l'amarezza. Per esempio quest'anno, quando al Giro di Romandia è caduto a cinquanta metri dal traguardo. Se non bastasse aver vinto il Tour de France per parlare di un campione, basterebbe questa ironia. Difficile, soprattutto quando tutti chiedono, aspettano, giudicano. Quando, forse anche tu, inizi a non capire più che ti sta succedendo.

A Cyclingweekly, Thomas ha raccontato che l'inizio di questa stagione è stato forse uno dei migliori inizi di sempre. Nonostante tutto. «Non sono diventato un ciclista mediocre, all'improvviso» ha detto ed ha ragione. Per le caratteristiche atletiche e anche per come parla, per come si racconta e per le idee che continua a mettere in campo nonostante tutto vada storto. «Continuerò a impegnarmi e a buttarmi nella mischia per vincere, perché ora conta solo vincere, tornare a vincere. Poi tornerò ai Grandi Giri, non solo però. In fondo ho sempre avuto stagioni con lo stesso programma in tutti gli anni di carriera, ho voglia di cose fresche, di cambiare, di mettermi alla prova su altri percorsi».

E questa spensieratezza preservata a colpire e a farlo restare in sella. Nei gesti e nelle parole, come in Watts Occurring, il podcast che Geraint Thomas gestisce con il compagno di team Luke Rowe. «Raccontiamo di noi. Certe volte ridiamo anche e prendiamo in giro qualcuno, solo per divertimento. Inizialmente non ci riflettevo, adesso invece ci penso perché le nostre parole le sentono tutti e non sai mai come vengono interpretate».
Thomas che a inizio carriera, lo ha raccontato spesso, avrebbe desiderato vincere ogni corsa, su strada, su pista, oggi ha capito che bisogna saper scegliere. Saper scegliere e continuare a lavorare sodo. Con grande impegno, ma anche con grande serenità e perché no con la giusta dose di leggerezza.