Dinamismi sul Danubio

Dentro agli occhi dei ragazzi sulle sponde del Danubio i ciclisti oggi non sono che un'impressione, un movimento d'aria, una macchia d'inchiostro. Un vettore che esprime velocità, per chi si intende di fisica, un pennello a scorrere su una tela per chi discute di arti. Eppure per Budapest e la sua gente basta quella frazione di secondo e quello che gli occhi credono di vedere. Sulle strade c'è tutta la gente che quell'asfalto può sopportare, tutta quella che quegli argini possono contenere.
I ciclisti sono una forma di dinamismo con tutto ciò che lasciano immaginare. Prendete Mathieu van der Poel e il suo sguardo immobile, che rende plastica la concentrazione, tanto che sembra quasi di poterla toccare, quasi avesse una forma e una consistenza. Prendete Mathieu van der Poel e il modo in cui taglia le curve, tutte le volte in cui sfiora le transenne e non le tocca: quasi vorremmo vedere quanta aria passa lì in mezzo. Voleva tenere la maglia rosa, si vedeva, si capiva. Voleva tenere la maglia rosa, ci è riuscito ed è tornato a parlarne per dire che oggi sì, non ha dubbi, nonno sarebbe orgoglioso di ciò che è, di ciò che fa.
L'orgoglio muove, è un vettore anch'esso. Guardate Vincenzo Nibali che sembra andare verso ciò che verrà, verso una terra che da qui non si vede ma è esattamente come un ciclista: torna ad ogni ricordo, per un profumo o un suono: la Sicilia. Oppure Tom Dumoulin che voleva tornare in Italia, al Giro, per cambiare ricordi. Sembra di risentire le voci che lo chiamavano sotto la pioggia di Frascati al Giro d'Italia del 2019 e quella mano che si alza, prima per salutare, poi per arrendersi, per ritirarsi sotto il peso del dolore.
Anche Simon Yates, oggi, era il dinamismo di un ciclista. Veloce, molto veloce, più veloce di tutti, persino di quello scatenato di van der Poel. Lui che, qualche anno fa, proprio al Giro, a Bardonecchia, è arrivato sfinito, stanco, in crisi: con dignità estrema e una punta tagliente di amarezza, di tristezza contenuta. Mentre Froome era quello stesso dinamismo, in salita, da lontano: talmente bello da sembrare impossibile.
Ed è così che Yates che vince la cronometro di Budapest è anche e soprattutto un uomo e la sua velocità, la possibilità di andare più forte e quasi di non essere visto da nessuno, sebbene le strade siano colme. Chiunque abbia provato a fare fatica su una bicicletta sa quanto sia bello tutto questo. Adrenalina pura.


Cos'è stata la Parigi-Nizza

La Parigi Nizza è stata le gambe di quello lì che pare un supereroe della Marvel e che a un certo punto della corsa ha smesso i panni da Capitan Belgio e si è vestito con la maglia verde come dovesse essere il suo costume ufficiale. «Cercherò di indossarla pure al Tour e portarla fino a Parigi».

Ieri ha deciso ci fosse da salvare Roglič che nel suo caso era come se fosse l'umanità in affanno, ha messo in gioco i suoi poteri, lo ha guidato, lo staccava, persino, in un tratto lungo il Col d'Èze tanto che doveva rallentare, ma poi grazie alla sua azione lo aiutava a ricucire su Yates portandolo al successo nella classifica finale che riparava quello che a un certo punto pareva essere l'irreparabile. «[Quando ci sono di mezzo io] alla Parigi-Nizza vince chi ha un compagno di squadra vicino. Quattro anni fa è successo con il Team Sky, oggi con la Jumbo Visma. Io ero solo e loro in due, ma mentirei se dicessi che sono partito per vincere la maglia gialla. Sono scattato per vincere la tappa». Testo liberamente tratto dalle dichiarazioni di Simon Yates a fine gara.
La Parigi-Nizza è stata vento, di quello che divide il gruppo in una parola più lunga, ma composta da meno corridori, gruppetti come diminutivo, se cercassimo un vezzeggiativo non troveremmo nulla, ma ci stupiamo una volta ancora a vedere Quintana così a suo agio nel saltare di ruota in ruota tra i passisti e in mezzo alle folate.

La Parigi-Nizza non è "La corsa verso il sole", ma è stata pioggia e malanni. A Nizza dicono che c'è il sole tutto l'anno, ma pare come i corridori arrivati fradici e infreddoliti al traguardo abbiano un'opinione differente. Come biasimarli. C'è stata una tappa in cui alla partenza non si sono presentati in 18: sempre Radio Gruppo sostiene ci sia “un'epidemia di bronchite”.
La Parigi-Nizza è stata Pedersen tirato a lucido, che scollinava persino le montagne quando un anno fa - di questi tempi – a volte si staccava sui cavalcavia. È vero, fidarsi di alcuni è bene fino a un certo punto, ma forse è meglio tenere le orecchie dritte. Toccherà, nelle classiche del Nord, annoverare il suo nome tra quelli dei corridori da battere. D'altra parte non sono tantissimi quelli che si possono vantare di essersi lasciati dietro van Aert in uno sprint dopo una tappa impegnativa e con l'arrivo che tira verso l'alto. Questo serve a ricordare anche come Pedersen non fu campione del mondo per caso.

La Parigi-Nizza è stata Daniel Felipe Martínez che non è solo una sorta di "corridore forte quasi dappertutto", ma da alti e bassi. Uno da vampata improvvisa e poi da luce spenta. Dall'anno scorso è un corridore affidabile, se c'è da aiutare un compagno, con il physique du rôle per l'alta classifica, Poi, siccome il destino in parte lo si crea, in parte, quando si sale su una bici, segue il caso, una foratura prima dell'ultima salita non gli permette di imitare Yates. E chissà che le cose non sarebbero andate diversamente per tutti con anche lui davanti. Nel suo caso la Parigi-Nizza non restituisce tutto quello che si è dato: ma quando mai la vita lo fa?

13/03/2022 - Paris Nice - Etape 8 - Nice / Nice (115,6km) - Simon YATES (TEAM BIKEEXCHANGE-JAYCO) - S'impose sur la derniere etape

La Parigi-Nizza sono le fughe di Gougeard che non vanno a segno, mentre quella di McNulty, sì, oppure il colpo risolutore di Burgaudeau, che in bici pare un Alaphilippe che c'ha dato dentro con la palestra e a 23 anni regala la prima vittoria World Tour della stagione alla TotalEnergies di Sagan: chi l'avrebbe mai detto?
La Parigi-Nizza è Simon Yates. Ogni tanto gli prendono quelle giornate che se facessimo un confronto col gemello Adam, saremmo senza pietà. La butta giù dura su quel colle sopra Nizza, rischia di vincere tutto, ma non fa i conti con l'eroe dei fumetti preferito e più letto a casa Roglič e di nome Wout van Aert - che speriamo non abbia preso troppo freddo in vista della Milano-Sanremo.

La Parigi-Nizza è stata ancora Roglič. Nel bene - la vittoria in punta di fioretto sul Turini - nel male, nel senso di sofferenza, di lato oscuro della sua forza, perché chi continua a fare paragoni con Pogačar è ancora più impietoso di chi lo fa tra i due gemelli della periferia di Manchester, perché al giovane sloveno gli viene tutto facile, mentre l'altro ha il suo campo, i suoi meriti, i suoi limiti.

Ieri ha rischiato di perderla come, ma forse peggio dello scorso anno, affaticato da una giornata fredda, tirata, nella quale riusciva persino a sbagliare indumenti: «Al via ero stanco e infreddolito, mi sono vestito troppo e ho finito per cuocermi da solo. Quando mi sono svestito era ormai troppo tardi».
Poi il finale - lieto per lui - è quello che conosciamo. I meriti anche che vanno gettati addosso al supereroe di giornata e di cui Roglič ci illustra le peculiarità. «Cosa penso di Wout van Aert? Che è metà umano e metà motore. Lui può tutto e per me è un onore correre accanto a lui e imparare ogni giorno qualcosa». Tutto questo, ma forse anche di più, è stata la Parigi-Nizza.


Tutte le facce della salita

La tappa di oggi è in quel gesto dei corridori annunciato ieri sera: la decisione di devolvere i premi di giornata per sostenere le vittime della tragedia della funivia di Stresa. Azione brillante, da sottolineare.
E poi all'improvviso è tutta negli ultimi 6,5 chilometri che portano al traguardo dell'Alpe di Mera, quando Almeida la innesca, macinando il rapportino, tirando fuori la lingua come un cagnaccio assetato. Perché la salita quando è vera salita non ti permette di bluffare, ti leva la maschera, ti strappa di dosso quella corazza che fino a quel momento usavi per celare ogni sensazione.
La tappa di oggi si risolve nell'attacco di Yates, poco dopo, che riprende Almeida lo lascia lì a cercare i suoi perché e si invola verso il successo. Impassibile, col cerotto sul naso, dal busto in su pare la riproduzione in scala ridotta all'osso di un colosso di pietra. Uno dei suoi tecnici lo aveva detto: «Yates uscirà fuori nella terza settimana», una precisione così, vista di rado.
La tappa di oggi è negli sguardi di Bernal. Quando vanno via Yates e Almeida sembra finita, ma in realtà gestisce. Castroviejo e Martínez gettano litri di sudore per lui e si infiammano per aiutarlo, senza atti plateali stavolta. Bernal pare uno straccio inizialmente, poi lo sguardo si incattivisce e mira dritto verso il tornante successivo. Torna in sé fin quando, tagliato il traguardo, lancia sorrisi e occhiolini.
La faccia di Caruso è quella di chi è a due tappe da qualcosa difficile da spiegare e che non diciamo. Perché per "un gregario grande così" , come scrisse una volta qualcuno parlando di lui, quello che sta facendo è incredibile. «Ho trentadue anni e non sono così vecchio. C’è ancora qualche cartuccia da sparare» si raccontava tempo fa. Lui che sosteneva e pensa ancora che «un capitano vince soltanto se ha una squadra forte che lo aiuta, che lo scorta, che lo protegge. I gregari migliori devono andare forte quasi quanto il capitano, altrimenti nei momenti decisivi quest’ultimo rimane da solo». Lui, gregario, che si è ritrovato capitano dopo che Landa ha visto infrangere i suoi sogni sull'asfalto.
La faccia di Vlasov è quasi indecifrabile, forse sono quei tratti leggermente orientali o l'accento con inflessioni lombarde, fatto sta che, come lo leggi? Risponde agli attacchi, poi cede, poi barcolla, poi rimonta: se qualcuno ha preso i tempi negli ultimi chilometri forse scoprirebbe che alla fine Vlasov è stato persino il più veloce.
La tappa di oggi è nella prepotenza della pedalate finali di Almeida, sì sempre lui, quello delle boccacce, quello che non molla mai cascasse il mondo, quello che lo scorso anno ha vestito due settimane la rosa e che qui pareva solo in soccorso di Evenepoel. Ancora una volta maledice un traguardo che si avvicina troppo presto o forse le sue gambe che si risvegliano troppo tardi.
La tappa di oggi è in Foss che non si vede mai da doverti immaginare i suoi connotati, eppure è sempre lì, oppure in Covi, oggi 13° dopo tutto quello che di buono ha combinato al Giro a suon di fughe: il futuro per lui assume un nuovo significato.
La tappa di oggi è nella salita finale che Jacky Durand aveva descritto come simile all'Alpe d'Huez: non c'entra nulla, caro Durand, ma è sentenza vera. Perché al Giro puoi bluffare, puoi provare a nasconderti per non farti prendere, ma non puoi far nulla davanti alla forza di un'ascesa e a tutte quelle facce che ti costringe a mostrare.

Foto: BettiniPhoto


Su, verso Prati di Tivo, si arriva e si vive

Mentre passa una parte del gruppo c'è un signore che esclama: «Io qui a Prati di Tivo ci vivo, mica ci arrivo!» e i corridori sfilano alla spicciolata sotto la sua finestra. Mattia Bais, invece, vive la fuga: ogni volta ricomincia da capo come fosse il Giorno della marmotta in bicicletta. In mattinata spiegava: «Oggi non scappo, ci proverà un mio compagno di squadra». Accendi la televisione e per contro te lo ritrovi davanti con nove minuti di vantaggio e quattro matti come lui che su a Prati di Tivo ci vogliono arrivare il prima possibile, prima o dopo il gruppo dei migliori non importa, ciò che conta come sempre non è la caduta, ma l'atterraggio.

Bernal e Pogačar sono i più attesi. Hanno rispetto, sentono rispetto, trasmettono orgoglio e talento. Pozzovivo, uno che corre in bici da quando i due non erano ancora nati, afferma: «Battere Pogačar e Bernal? Ma per me già stare alla loro ruota è un successo» e su verso Prati di Tivo proviamo a scrutare la sua sagoma, che ben presto si dissolverà.

Su, verso Prati di Tivo, pensiamo di affidarci al profilo inconfondibile di Nibali, nemmeno lui qui vive, ma vinse: era il 2012, un tiro di schioppo a guardarsi indietro, un'epoca fa a vedere giovani ragazzi che cambiano le gerarchie del ciclismo. Come Fabbro, settimo al traguardo, migliore degli italiani (con l'intenzione di esserlo sempre più spesso quando la strada sale) e proveniente dalla stessa squadra che ha lanciato Bais - il Cycling Team Friuli. «Ieri sono stato fortunato a non cadere. Cosa significa? Che la ruota magari gira per il verso giusto». E oggi la ruota ha girato.

Su verso Prati di Tivo non vive nemmeno Ciccone, seppure abruzzese, teatino, corridore regionale; Adriano De Zan avrebbe cadenzato magnificamente "en-fant-du-pa-ys" e così lo avrebbe definito.
Parte ai -10,8 chilometri dal traguardo, ma un Ganna dal cuore di ghiaccio e dalle gambe di acciaio, lo riprende - sfuma subito Ciccone. Sul cuore di ghiaccio si scherza, sia chiaro, questioni di squadre, di tattiche, di normali svolgimenti di corsa, ma se parliamo di anime glaciali riguardatevi il finale di oggi della Parigi-Nizza: Roglič che bracca Mäder, in fuga tutto il giorno, a meno di cinquanta metri dall'arrivo, lo supera e vince. Mäder di stizza lo manda a quel paese.

Si sale e ci si affatica - sapeste che novità - fa caldo, quel bel caldo primaverile, ma su, ancora più su, verso i 1450 metri di Prati di Tivo tira vento e intorno si vede la neve. Parte Bernal con Pogačar: un fuoco di paglia. Parte da solo Pogačar qualche chilometro dopo: un incendio che accende la corsa. Dietro si arrabattano, gli avversari si agganciano ad ogni granello di energia per salvare il salvabile. Saltano Thomas e Bernal, Nibali era già saltato prima, ma van Aert no, con quella maglia blu come il mare, si difende e sarà nono e ancora in piena lotta per vincere la Tirreno-Adriatico. Landa è sempre lì, ma non basta, fa sempre un po' rabbia e un po' tenerezza - arriva quarto battuto allo sprint da Higuita.
Simon Yates rinviene talmente all'improvviso (avrà pensato sicuramente Pogačar: "eh questo da dove arriva?") che ancora qualche centinaia di metri e magari riprende il giovane sloveno. Ma la regola è chiara, quello è il traguardo. Lì, sotto lo striscione, termina la sfida.

E mentre Pogačar esulta, con quelle gambe possenti, e un ciuffo di capelli che gli esce dal casco, il signore che vive su a Prati di Tivo è soddisfatto: sono arrivati tutti. Chiude la finestra sulla corsa e sa che anche oggi è stato un bel giorno, perché una bella corsa gli è passata sotto casa.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021