Il Giro d’Italia 2020 è stato il Giro d’autunno ed era la luce di quei giorni a illuminare un’incertezza nuova, dopo 85 ore, 22 minuti e 7 secondi di corsa. Così per Jai Hindley, così per Tao Geoghegan Hart. O quasi. Per la precisione, il britannico aveva impiegato qualcosa in più a percorrere le venti tappe sino a quel momento disputate al Giro, alla sera del 24 ottobre. Dopo 3482.2 chilometri, il ritardo da recuperare era di qualche manciata di centesimi da Hindley: 86 per la precisione. Circa 9 metri in una stima approssimativa. Irrazionale, illogico, assurdo. O semplicemente ciclismo. Eppure a Sestriere aveva vinto Tao, in uno sprint a due con lo stesso Hindley. In maglia rosa, fino a quel giorno, c’era Wilco Kelderman, compagno di squadra dell’australiano. Quella tappa, però, aveva ridisegnato i contorni del Giro e due giovani si erano presi la scena. Geoghegan Hart avrebbe dovuto essere al servizio di Geraint Thomas in quell’ottobre, ma Thomas aveva già lasciato la carovana, vittima di una caduta nella quarta tappa, tra Catania e Villafranca Tirrena. Hindley in rosa, Geoghegan Hart ad un’incollatura ed il giorno dopo, domenica, l’ultima tappa del Giro d’Italia: una cronometro di 15.7 chilometri, da Cernusco sul Naviglio a Milano. Quella volta più che mai l’ultima frazione non fu una passerella.

Tao e Jai, due ragazzi prima che due ciclisti. Anche due amici, a quanto si racconta. Sicuramente di cose in comune ne hanno avute. Per esempio gli inizi con il calcio e, solo successivamente, il passaggio alla bicicletta. Tao tifa ancora oggi per l’Arsenal ed il calcio gli è rimasto addosso. A Jai, invece, è rimasto addosso il ciclismo, da un lontano giorno di luglio in cui in televisione gli capitò di seguire il Tour de France. Stava sognando i campi da calcio, ma quel momento, per sua stessa ammissione, gli ha cambiato la vita. Aveva poco più di sei anni. Ha eroi semplici ma belli e grandi: sono i suoi genitori. Ha pensato a loro quando dall’Australia è partito per arrivare in Europa, vicino a Pescara, dove ciclisticamente è cresciuto. Ha riflettuto su tutti i sacrifici che avevano fatto e su quelli che, d’ora in poi, avrebbe affrontato lui per il suo lavoro. Li ha accettati, li ha affrontati.

Quella cronometro è partita così. Filippo Ganna stava frantumando il cronometro per la gioia degli appassionati italiani. Ma per la classifica generale la lotta era fra quei due ragazzi, separati da appena tredici mesi d’età: Tao, nato il 30 marzo del 1995, Jai, nato il 5 maggio del 1996. Le telecamere erano su di loro, in un confronto diretto e spietato. Soli con la solitudine e le lancette dell’orologio. Tao non correrà rischi fino alla fine, poi darà tutto, ed il cronometro gli renderà ampiamente merito. Vincerà quel Giro per 39 secondi su Hindley e al traguardo cercherà la compagna. Dirà di sentire la mancanza della famiglia e di non vedere l’ora di riabbracciarla, che poi il Giro è ben piccola cosa rispetto al resto. Jai starà in silenzio, dispiaciuto, rammaricato, sicuro di aver dato tutto, di non poter fare di più. Prometterà di tornare al Giro. Sarà una promessa mantenuta e, due anni dopo, il Giro lo vincerà. Tao e Jai, uno a uno. Ecco un’altra cosa in comune.

Privacy Preference Center