La casa, sì, il luogo da cui chiunque parte, anche se dietro a certi campioni (non solo campioni, in realtà, anche idoli del cinema, per esempio) alcune volte sembra non esserci quel tavolo in cucina e quella tovaglia della prima colazione, piuttosto che quel libro sul comodino e quel garage dove si tengono vecchi oggetti. Paiono venire da un altro mondo certe persone, quasi catapultate qui già come sono o, per meglio dire, come le abbiamo conosciute, attraverso uno schermo o un giornale. Non è così: quella tovaglia, quel libro, quel garage c’è per chiunque. Quello e molto altro perché tutti arrivano da una casa. Non solo quella di mattoni, ma, forse soprattutto, quella di radici, legami e ricordi. La casa di Mathieu van der Poel è ad Antwerp, in Belgio ed è lì che Shimano ha ambientato “This is home”, un cortometraggio che, tra Anversa e Moraira, esplora la terra di van der Poel, geografica e umana. C’è un divano e suo padre, Adrie, che ricorda i tempi dell’asilo. Mathieu aveva una piccola bicicletta con le rotelle e solo due anni o poco più: ogni bambino aveva una bicicletta in quell’asilo, del resto pare che in Belgio quasi tutti i bambini vadano a scuola in bicicletta, un’usanza che risale, forse, ai tempi di Eddy Merckx. Certo, ma quella di van der Poel era una delle poche biciclette con ancora le rotelle, così un giorno l’insegnante ha telefonato a casa: «Perché lasciate le rotelle alla bicicletta di vostro figlio? Guardate che non ne ha bisogno. Prende sempre le bici dei suoi compagni che ne sono prive e va con quelle. Toglietele pure. Ha solo due anni? Fa niente». In quel momento suo padre era sorpreso. Oggi lo racconta con una forma di tenerezza. A casa di quanti accade così quando un padre narra?
C’è un tavolo, ci sono fotografie, ritagli di giornale e sua madre, Corinne, che parla del figlio, descrivendone il carattere, l’irrequietezza e l’incapacità di stare fermo sin da bambino, vivace com’era. C’è David, suo fratello, con cui si divertiva a gareggiare assieme, mentre andavano a scuola (e lo batteva, precisa David) e c’è la sua compagna, Roxanne Bertels, che spiega quanto sia importante la coincidenza della persona con quel che tutti vedono, dentro e fuori casa. Mathieu van der Poel viene da lì o, forse, da ancora prima. Mathieu van der Poel viene da nonno, da Raymond Poulidor. Lui che diceva che il Tour era la sua vita e che il giorno in cui non sarebbe stato più al Tour ci si sarebbe dovuti preoccupare, lui che è mancato giusto pochi mesi dopo essere volato al Tour de France. Mathieu van der Poel aveva un legame con nonno Raymond e nonno Raymond, nel ciclismo, era stato un campione. Diversamente, ma allo stesso modo, nome noto del ciclismo è stato il padre Adrie e si potrebbe avvertire la pressione con una famiglia così alle spalle. Mathieu van der Poel non l’ha avvertita. Seguiva i consigli del padre ma sapeva distanziarsene al momento opportuno. Per esempio per quanto riguarda la pressione delle gomme: racconta che le gonfiava secondo le parole di Adrie e, poi, magari, a duecento metri da casa, le sgonfiava, perché, pedalando, sentiva che era quella la scelta giusta. Oggi la pressione che avverte è quella del mondo del ciclismo che da un corridore come lui pretende sempre molto, così, ogni tanto, prende e va a giocare a golf con gli amici e solo in quel paio d’ore riesce a non pensare alla bicicletta, ma ci sta. Se si guarda indietro sa di aver realizzato molto più di quanto potesse mai pensare. Un’altra idea, però, ce l’ha. La casa è anche il luogo delle confidenze, dei progetti, ed in “This is home” van der Poel parla anche di questi. Mentre sistema la bicicletta, mentre si veste, si prepara e pedala felice. Mentre fa, insomma, tutto quello che ciascuno fa fra le proprie mura e fra le proprie strade.


