Il Lussari era caos e festa quel giorno. Le montagne nei giorni di Giro sono così, la loro natura si trasforma, flora e fauna cambiano repentinamente, diventano bandiere, birre, tamburi, grida, urli, canzoni, radio, carta, giornali, sudore, corse, alberi ombrelli per l’ombra o per la pioggia e prati spettinati da chi si siede, si sdraia, salta o staziona. Il Lussari era così: un’unica strada per arrivare lassù, tanto vicini al cielo, in quel pezzetto di Friuli Venezia Giulia che tende verso la Slovenia, come fosse una questione matematica al Liceo. Il Giro d’Italia del 2023, pur alla penultima tappa, prima di volare verso Roma, la città eterna, era in bilico e non per i sentieri montani a strapiombo: Geraint Thomas, da Cardiff, era in maglia rosa ormai da giorni, Primož Roglič, da Trbovlje, Slovenia per l’appunto, lo inseguiva a soli 26 secondi. La rosa l’aveva sfiorata per tutto il Giro, navigando nelle prime cinque o sei posizioni della classifica generale ma gli era sempre sfuggita. Da lassù, solo uno dei due sarebbe sceso senza pesi sull’anima, pur con i muscoli distrutti. All’altro sarebbe rimasta l’anima straziata, perché questo fa la sconfitta, e nient’altro, perché anche il nulla apparente è il risultato dell’essere sconfitti. Otto chilometri, circa, all’11% di pendenza media per sapere come sarebbe finita. L’ultimo sabato del Giro era servito, in una cronometro di 18.6 chilometri, tra pianura e salita e possibile cambio di bici, cronometro-strada, per guadagnare qualcosa o per non perderlo.

Primož Roglič sembra da subito più veloce. Il suo scarto è già minimo, ma il suo modo deciso di affrontare la cronometro lo riduce ulteriormente. Si gioca sul filo dei secondi, al cardiopalma. Difficile sbilanciarsi, impossibile fare pronostici senza azzardare e forse per questo qualche pronostico lo fanno tutti. Perché il sicuro è scontato. Pare una sceneggiatura, in attesa del momento che metterà in crisi il protagonista e lo obbligherà a trovare il modo per rialzarsi oppure cedere. Quel momento è in una frazione di secondo: a Roglič cade la catena della bicicletta in un momento di massimo sforzo, in piena salita. Sembra la parola fine. Qualcuno lo aiuta, riesce a ripartire, però se n’è andato molto tempo e quell’inseguimento, se si usasse solo la ragione, sarebbe impossibile. Si saprà poi che la persona che lo aiuta è, in realtà, una sua vecchia conoscenza di quando saltava con gli sci, suo connazionale: Mitja Meznar. Primož Roglič, invece, usa le gambe e spinge più di prima. Potrebbe esserci un blackout nella sua mente, invece c’è più luce di prima. Mista alla rabbia ed alla voglia di farcela. Ce la farà lassù. Vincerà sul Lussari con 40 secondi su Thomas e gli sfilerà la rosa, per 14 secondi. Mitja Meznar sarà stato fondamentale ed il caso, ancora una volta, assieme al talento, alle capacità, ai meriti, avrà segnato un giorno di ciclismo perché il meccanico da solo, in moto, non avrebbe forse potuto assistere così tempestivamente lo sloveno. Mitja e Primož avevano già vinto assieme, in altri tempi. Questa volta a vincere era solo Roglič ma non del tutto. Era lui a tornare giù da quella strada a senso unico con la felicità in petto ed il Giro d’Italia in mano, A Thomas era rimasto solo l’amaro in bocca.

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