Dopo migliaia di chilometri, ci siamo. Il vincitore c’è già, ma i grandi campioni non si fanno mai sfuggire lo sfizio di trionfare ai Campi Elisi.

Ha dominato il Tour, è stanco, gli avversari lo sanno. Non gli permetteranno di vincere anche questa. Così, dopo un’iniziale passerella d’onore, la capitale francese diventa una pista, vogliono vincere tutti. La maglia gialla è lì, come sempre, aspetta il momento giusto. La gente acclama il suo nome, storpiato dalla pronuncia francese. Ultimo rendez-vous, il campione è ancora in attesa, la folla lo vuole vedere dare tutto, perché non attacca?

Un corridore parte, davanti a lui. E il campione non si fa aspettare, lo insegue. Mancano cinquecento metri, la maglia gialla accelera, Parigi trema, il campione ha vinto anche questa, il campione è italiano, si chiama Ottavio Bottecchia ed è il 1924.
Centouno anni dopo, l’epilogo della Grande Boucle, non è così diverso. Tadej Pogačar ha dominato, è stato leader per quasi tutte le tappe, ha superato la febbre, la fatica, la nebbia del Col de la Loze.
Anche lui voleva sfilare a Parigi, mettere una ciliegina sulla torta e non si può dire che non abbia provato, mostrando questa volta un lato nuovo, più umano. Lo sloveno ha vinto e non ci sono stati mai dei seri dubbi in queste tre settimane, ma non ha vinto come è uso fare, l’ha detto anche lui stesso: «Sto contando i chilometri». Ma ovviamente non poteva accontentarsi. Con la classifica generale chiusa, voleva comunque imporre la sua superiorità, anche sul pavé di Montmartre, quando altri avrebbero tenuto il freno tirato.

Questo, in centouno anni, non è cambiato: è proprio lo spirito di profonda abnegazione, di resistenza, di incoscienza, che spinge le persone ad accalcarsi ogni anno per vedere le imprese di questi fuoriclasse. E poco importa se è passato un secolo. Ottavio Bottecchia e Tadej Pogačar hanno corso sulle stesse strade, hanno usato gli stessi muscoli, vissuto gli stessi traumi e provato le stesse emozioni. Perché portare la maglia gialla a Parigi, facendo impazzire i tifosi, provando fino all’ultimo chilometro a vincere anche la tappa finale, è una cosa che hanno fatto alla stessa maniera.
Gel contro pane e salame.
Lycra contro Lana.
Aero contro bici in spalla.
E si potrebbe andare avanti citando migliaia di differenze, ma un’altra somiglianza che subito salta agli occhi degli appassionati, è la predestinazione del campione. Pogačar pedala fluido, sorridente, spiana le salite e demolisce gli avversari, come successo sul Peyragudes. Bottecchia si era formato in guerra, come esploratore d’assalto dei bersaglieri ciclisti, e proprio in bicicletta era scappato per ben due volte dalla prigionia austriaca. Era un emaciato muratore veneto, i giornalisti francesi lo prendevano in giro perché emanava un vago odore di formaggio caprino, ma dopo la vittoria del tour, diventò un idolo anche in Francia: era diventato Bottescià.
Persino lo storico fondatore del Tour, il pistard e giornalista Henri Desgrange, lodò la pedalata di Bottecchia, definendola precisa come una pendola.
Il Giro del 1924 e quello del 2025 hanno avuto due vincitori assoluti, mai veramente in discussione.

«Mi sentivo ormai sicuro di vincere… Xe da do setimane che so sicuro. Gli altri corrono, corrono, ma non come mi. Se son contento? Mi sì, il Giro è molto faticoso […], ma mollare gnente! Bisognava vincere». (Ottavio Bottecchia, intervistato dopo l’ultima tappa dal Corriere della Sera).

Anche Pogačar, se sapesse il veneto, si sarebbe espresso così. Questa vittoria nutre ancora di più la consapevolezza dello sloveno, che è sempre più nell’olimpo della bicicletta. Per Bottecchia non fu così, fu soprattutto un modo per far sì che il magnar non mancasse mai dalla tavola della sua famiglia. Con la vittoria anche l’anno successivo, la sua famiglia non ebbe mai più problemi di schei, anche se il destino del primo vincitore italiano del Giro di Francia, non gli riservò ciò che avrebbe meritato.

“Il ciclismo è uno splendido mestiere, fra l’altro assai facile”.
Ottavio Bottecchia, 1924

Articolo a cura di Alessandro Demartini
Foto: Poci’s Pix

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