Ieri mattina Lennart Jasch si è svegliato e con discreto entusiasmo ha pensato che fosse un altro giorno di corsa. Era felice perché per molti atleti la felicità viene dal poter partire, dall’attaccare un dorsale alla schiena e far parte del gruppo. La maggior parte dei ciclisti non ha pensieri di vittoria e questo non perché non interessi, non perché non sia un sogno, spesso il primo dall’infanzia, ma perché a contatto con la realtà del plotone sono entrati in altri ruoli, hanno imparato a svolgerli, hanno compreso che qualcuno, talvolta più di uno, spesso gran parte del gruppo è più forte, più scaltro, più talentuoso, più esperto, ed è bene essere realisti per non perdersi. Ed è molto facile negli spazi ampli del ciclismo. Lennart Jasch si è svegliato così. Lui che fino al 2023 praticava lo speed skating, al Tour of the Alps è venuto, convocato eccezionalmente dalla selezione giovanile del team, classe 2000, per aiutare Michael Storer a bissare il successo dello scorso anno. Al ciclismo, invece, è arrivato perché si era infortunato ed aveva bisogno di fare riabilitazione in sella. La prima squadra che lo ha tesserato ha annotato la sua data di nascita: 14 novembre. Lo stesso giorno in cui sono nati Vincenzo Nibali, Vittorio Adorni, Bernard Hinault e pure Koichi Nakano, campione e pistard giapponese. L’unica pista frequentata da Jasch, però, era differente e, per quanto riguarda gli altri nomi, se si dovesse presagire un qualcosa di speciale per chiunque condivida la data di nascita con uno sportivo importante, avremmo un problema. Eppure, chissà perché, dopo ieri, questo conta un poco di più.
Jasch, che non pensava alla vittoria, è scattato dopo diciassette chilometri dalla partenza di Arco e non era solo: con lui, Kepplinger, Quinn, Juul-Jensen e Raccani. In fuga è rimasto perché riusciva a tenere le ruote e rinunciare non è mai una buona azione, soprattutto in tappe come la quarta del Tour of the Alps. Quelle dure, quelle segnate con un circoletto rosso dai più. Non bisogna rinunciare perché non si sa mai e perché qualcuno al mattino ha detto di tentare il tutto per tutto senza mai cedere. Magari anche come punto d’appoggio per Storer. Jasch esegue alla lettera il piano della Tudor Pro Cycling Team e sulla salita di Povo resta solo. Il gruppo lo bracca da vicino mentre alle sue spalle si sta scatenando la lotta per la generale con le prime scaramucce di giornata. Si muove anche Pellizzari e il destino di chi fugge dal mattino sembra segnato. In quattro non ci credono più, lui sì. Lennart Jasch non crede alla possibilità di vincere, non in quel momento almeno. Capirà solo successivamente di essere il più forte. Crede in qualcosa di indefinito e indefinibile, qualcosa che potremmo definire solo come la volontà di proseguire. Jasch prosegue, prosegue e prosegue ancora. Fa solo questo con ostinazione cieca. Anche quando Matteo Sobrero e Federico Iacomoni, partiti dal gruppo all’inseguimento, gli arrivano a meno di dieci secondi. Quando appare sul rettilineo d’arrivo, lo spuntare dei due inseguitori in fondo testimonia visivamente quanto poco bastasse per infrangere quel sogno che nemmeno lui aveva il coraggio di sognare. Invece no. A Trento, primo Lennart Jasch, secondo Matteo Sobrero, terzo Federico Iacomoni . A forza di andare avanti, Jasch è arrivato.
Non ci crede nemmeno lui. Dimentica che questo non è solo il suo primo successo di questa stagione ma il suo primo successo da professionista. Glielo ricordano in conferenza stampa e resta quasi incredulo, come se vedesse un film dall’esterno, come se cercasse di capire da che parte sta andando la fantasia degli autori. Accanto a lui c’è Giulio Pellizzari: lo guarda come si guarda un idolo del proprio sport, un veterano. Pellizzari, che oggi si giocherà la vittoria del Tour of the Alps, ha ventidue anni, tre meno di lui. Non importa: Lennart Jasch sente così e così fa. Ha da imparare, ma chi non ha imparare? Osserva sorridendo e aggiunge: “Anche Giulio ha da imparare. Magari fra un anno ci ritroveremo ancora qui insieme”. È un ciclista nuovo, perché viene da un altro sport, ed ha vinto nel modo più antico che il ciclismo conosca: in solitudine dopo una fuga. Antico e romantico. È un ciclista nuovo e potrebbe rimpiangere l’esperienza che non ha, gli anni che gli sono mancati in bicicletta. No, è contento di aver praticato speed skating, anche perché senza quella parentesi non sarebbe mai arrivato qui. E poi lo speed skating ha conferito forza al suo corpo e la forza in bicicletta serve. È un ciclista nuovo, un vincitore nuovo e pare un attore alle prime armi che, non abituato a ricevere gli applausi, non sa bene come reagire, come comportarsi, così continua a sorridere e a mostrare l’incapacità di crederci in ogni azione. Fino a che non ammette candidamente: “Mi sembra strano, quasi ingiusto, sia io a parlare a voi giornalisti, dovrebbe essere Michael Storer al mio posto. Vorrei ci fosse lui”. Lennart Jasch non è abituato a vincere. Per questo vederlo vincere è così bello per tutti quelli che lo osservano. E questa è un’altra buona notizia.
Foto da comunicato TotA