Misia sarebbe stata Artemisia. I suoi genitori avevano pensato a questo nome conoscendo la storia di Artemisia Gentileschi, pittrice italiana vissuta a cavallo tra il cinquecento ed il seicento. A Misia l’hanno raccontata e lei l’ha studiata: «Artemisia Gentileschi è stata la prima donna, vittima di abuso sessuale, che denunciò il suo abusatore e per cui l’abusatore scontò una pena. Solo due giorni di carcere, è vero, ma era già qualcosa rispetto a quel che era avvenuto fino a quel momento. Per questo mi chiamo così. Artemisia era troppo lungo, allora sono Misia». Ha diciotto anni compiuti lo scorso settembre, l’estate della maturità in arrivo al liceo artistico, una media voti alta, molto alta, e l’arte nelle idee sin da bambina perché in famiglia d’arte si parlava. Suo padre è architetto ed ha insegnato arte per molti anni, suo fratello ha imparato prestissimo a leggere e scrivere, lei, invece, osservava la forma ed i colori delle cose e disegnava perché «gli artisti sono persone che vogliono trasmettere qualcosa che non riescono o non possono dire, allora lo fanno con uno schizzo o un oggetto. Prendete Cattelan, prendete quella banana che è diventata iconica: c’è della provocazione, ma c’è anche un ben preciso messaggio sociale. Un artista parla senza parlare e mostra ciò che sente, ciò che pensa. Invita la società a riflettere». Oppure prendete Vincent Van Gogh, prosegue Misia Belotti, che, attraverso la propria arte esprime i propri sentimenti. In un certo qual modo simile ad un ciclista. In un certo modo simile a Misia Belotti ed a quelle come lei.
Precisa, sin troppo. Racconta che questa indole la tormenta, perché il cercare la perfezione può essere un pregio ma anche un’ossessione. Desidera fare bene a scuola, perché è il suo dovere, desidera fare bene nel ciclismo perché le piace, non sa se diventerà il suo mestiere, ma costa fatica e lei non vuole perdersi nulla e correre al meglio. Così l’anno scorso si è ammalata ed ha fatto per mesi dentro e fuori dagli ospedali con quello stomaco che faceva sempre male. Ora è tutto un poco diverso, lei è ancora uguale ma ha capito: quando quei pensieri e quella voglia di perfezione iniziano a pesare, esce in bicicletta, si sfoga, guarda i paesaggi, si concentra sulle persone che incontra, su quel che vede. I pensieri si liberano e si sente meglio. Praticava equitazione, poi, un giorno, proprio suo fratello, vedendo la squadra di ciclismo locale allenarsi in un parco vicino a casa, chiese una bicicletta. Misia, pur di seguirlo, andava a piedi. «Alla fine, sei mesi prima ho tolto le rotelle e sei mesi dopo ho fatto la mia prima gara». Solo l’anno scorso era junior, il passaggio di categoria è avvenuto quest’anno con Vini Fantini-BePink. La prima gara è stata lontano, molto lontano: l’UAE Tour Women, negli Emirati Arabi. La sera prima che tutto iniziasse era preoccupata, faceva di tutto per tenersi impegnata e non pensare. L’hanno aiutata le compagne, portandole leggerezza ed allegria nonostante la prova che l’attendeva, e l’ha aiutata Walter Zini, il suo direttore sportivo, che le ha ricordato una volta di più che è giovane, deve solo imparare, provare, senza porsi troppe aspettative, senza pensare ai risultati, per quello ci sarà tempo. Dando tutto, certo, impegnandosi, certo, perché è così che si costruiscono le atlete. In gara è stata vicina alle compagne di squadra, ha imparato come muoversi nei ventagli, come fronteggiare la pancia, la testa e la coda del gruppo: luoghi in cui dovrà provare a fare casa.

L’anno scorso, al Mondiale di Zurigo, era con la nazionale junior, a tavola, quando Elisa Longo Borghini si è avvicinata al loro tavolo e si è presentata: «Come se noi non sapessimo chi è, tra l’altro. Non immagini la mia timidezza nel rispondere «io sono Misia». Le ho stretto la mano. Vorrei assomigliarle. Sono un’atleta resistente ed una passista. Credo di essere adatta alle corse a tappe più che alle classiche: il Giro d’Italia ed il Tour de France sono il mio grande sogno. Ma anche la Roubaix, perché contiene tutto ciò che una ciclista deve saper fare. Non parlo di vittoria, bensì di partecipazione. Eppure non bastano nemmeno le vittorie per assomigliare ad Elisa Longo Borghini. A fare la differenza è il suo non sentirsi la campionessa che è. Elisa è rimasta la ragazza della porta accanto». In gruppo, forse anche grazie, come racconta Belotti, a quell’euforia che si scatena quando le ruote girano e la corsa va, ha trovato il coraggio di affiancarla: «Ciao Elisa! Volevo dirti che sei il mio modello da sempre e non mi sembra vero essere qui accanto a te». Pare che Longo Borghini non abbia saputo dire altro che un grazie sentito e intimidito. Poi, però, ha chiesto il numero di telefono di Misia Belotti e le ha scritto un messaggio: «Ti ringrazio per le tue parole, mi hanno fatto piacere. Benvenuta in gruppo. Però devi anche “legnarmi” ora, sportivamente parlando, non solo farmi i complimenti». Misia ci proverà, gliel’ha promesso.
Da bambina seguiva le corse in bicicletta in televisione in braccio alla propria baby sitter, ma tutti gli sport la affascinano: il tennis e Sinner, lo sci e Sofia Goggia, e l’atletica. Sostiene che lo sport faccia bene e non solo al fisico. Sostiene che lo sport faccia bene soprattutto ai giovani: «Forse abbiamo bisogno di imparare che se qualcosa va male non è la fine del mondo. Il giorno dopo si può ripartire, si può ricominciare. In una corsa a tappe accade così. La vita non è una corsa a tappe, bisogna ricordarselo. Però qualcosa di simile lo ha». Nessuna notte folle in discoteca, qualche serata a mangiare la pizza con amici e poi i libri per l’esame di “maturità”, come lo chiama lei, che è arrivato. Per la seconda prova dovrà progettare un edificio e poi realizzare un plastico: si è esercitata tanto e spera di fare un bel lavoro. All’università studierà scienze della comunicazione e, chissà, magari un domani organizzerà eventi. Prima, però, continuerà a correre in bicicletta. Dove la Roubaix è un dipinto di Jackson Pollock, pieno di colori e linee che si fondono e si intersecano e dove il Giro d’Italia è un insieme di tutte le arti. Ma anche dove Misia Belotti, diciotto anni, porta il nome di Artemisia Gentileschi e ne va fiera.