Dopo tutto, serviva solo una giornata così. Anzi, prima di tutto sarebbe servita solo una giornata così a Remco Evenepoel ma il ciclismo – e pure la quotidianità fuori dalla bolla gialla, se è per quello – ha i suoi tempi e ciclisti o meno se ne faranno una ragione, oppure no e comunque non cambierà nulla perché così vanno le cose da queste parti. Le qualità sportive, il talento del belga, la sua predestinazione, se volete, anche se non è un concetto che amiamo, ché di predestinati senza alcun destino glorioso è piena ogni disciplina, non la scopriamo di certo noi, semmai lasciamo qualche appunto: tre volte campione del mondo a cronometro, una su strada, campione olimpico su strada ed a cronometro nel 2024, due Liegi Bastogne Liegi, due volte vincitore a San Sebastian, due vittorie di tappa alla Vuelta a España e, con quella di questo pomeriggio a Plateau de Solaison, tre successi al Tour De France.
Oggi, però, Remco Evenepoel ha fatto qualcosa che non gli era mai riuscito e, pur con tutto questo già in tasca, l’ha sentito: una vittoria così alla Grande Boucle, in salita, una salita dura, bastarda, di quelle che non mollano mai, gli mancava. In salita aveva sempre patito e guardato il mondo allontanarsi, andarsene via di schiena, come nei saluti peggiori, sui pedali, magari senza nemmeno voltarsi, al modo di Tadej Pogačar. E aveva ascoltato tutto quel che diceva la gente. Critiche, ovviamente. Da altre parti si sottolineerà quanto criticare dal divano o da una scrivania sia comodo, è vero. Altrettanto vero è che parte della storia dei fuoriclasse, ed Evenepoel lo è, è fare i conti con quelle critiche perché accadono. Per quanto ingiuste. I fuoriclasse, poi, però, danno risposte e sorprendono non in quanto inattesi – visto che dai fuoriclasse ci si attende di tutto, per antico detto – ma per qualcosa che si ritrova dentro a quelle risposte. Nel caso di Remco Evenepoel è la prestazione, la facilità con cui ha mantenuto la ruota di Tadej Pogačar e Isaac Del Toro, una morsa monocolore, e anche quel che questa vittoria gli ha fatto, gli ha dato. Simile all’aver superato un ostacolo, un gradino, simile all’essersi lasciato alle spalle un brutto ricordo, all’essersi tolto dalle spalle un peso. Ne hanno bisogno anche quelli come Evenepoel e anche quelli come Evenepoel si sentono alleggeriti quando riescono a fare quel che prima sfuggiva. Soprattutto quelli come Evenepoel, perché molti corridori i problemi di Evenepoel nemmeno sanno cosa siano, nemmeno se li pongono, molti corridori lottano con l’idea di andare al traguardo. Quando si è Remco Evenepoel si vuole essere Remco Evenepoel in ogni situazione e Remco Evenepoel non può vedere i migliori che se ne vanno. Così dice chi lo critica. Così, in fondo, crede anche lui. Allora una giornata così serviva molto tempo prima invece arriva oggi, nel giorno in cui il Tour scopre Plateau de Solaison e perde Jonas Vingegaard, prima della seconda giornata di riposo.
Uno spartitraffico ed un marciapiede a poco più di venti chilometri dall’arrivo, qualcosa lo trae in inganno, forse è stanco, forse un attimo di distrazione, cade. Insieme a lui a terra finisce anche Del Toro, però si vede subito che non è la stessa caduta. Si rialza il messicano, resta a terra il danese. Si tocca la spalla, fatica a muoversi. Il medico gli si avvicina, cerca di capire l’accaduto, lui lo guarda, cerca risposte nello sguardo, chiede senza chiedere. In realtà ha già capito, il resto sono conferme. Il suo Tour finisce tra uno spartitraffico ed un marciapiede. Non è giusto, persino banale scriverlo. Il ciclismo è così, lapalissiano. Su Plateau de Solaison le scritte in danese sono tante, i danesi sono molti. Non lo vedranno arrivare e quella giornata no in cui sperava di cogliere Tadej Pogačar non ci sarà. Sicuramente non in questo Tour de France. All’inizio i due non si sopportavano molto, poi hanno iniziato a rispettarsi come rivali e, adesso, dice lo sloveno, sono in qualche modo amici. “Non sarà lo stesso Tour de France senza di lui” continua lo sloveno ed ha ragione. In fondo i campioni sono anche i loro avversari, coloro che sconfiggono e Vingegaard è per eccellenza il rivale di Pogačar, nella realtà e nell’immaginario. Pogačar, però, ne ha trovato un altro di rivale che, non per vincere il Tour realisticamente, cercherà di rendergli pan per focaccia. Perché i giorni così, quando arrivano, poi non si è più gli stessi. Certe volte iniziano che non si sta nemmeno bene, altre proprio che si sta male, come oggi, e finiscono che gli altri ce li hai tutti dietro.