Richard Carapaz si è voltato un’ultima volta mentre già aveva levato le mani dalla bicicletta e faceva girare le gambe con la leggerezza di chi non deve più correre per arrivare da qualche parte, bensì di chi, questa volta, ci è arrivato, per giunta da solo, e, ormai rilassato e felice, vuole solo godersi quell’attimo immenso che, forse, credeva non arrivasse più. Quelle gambe girano così spensierate- i pensieri delle gambe sono le fatiche- che paiono quelle dei bambini che, cercando una nuova sensazione, pedalano all’indietro. Accade a Orcières Merlette, nella prossimità del traguardo della diciottesima tappa del Tour de France 2026, e accade all’uomo, Carapaz ha trentatré anni, che a questo Tour ha cercato più di chiunque altro quel che ha trovato in un giovedì di fine corsa in un luogo che vanno a scovare quelli che, se hanno quell’idea in mente, proprio non ci rinunciano, dovessero restare delusi per l’ennesima volta.

In fondo, in questa lunga estate francese, che è un’estate a parte come sempre è il Tour, abbiamo tutti parlato o scritto almeno un giorno, un’ora, un momento, degli scatti gonfi di desiderio di Carapaz in salita, sui tornanti oppure del suo ghigno, dei suoi occhi che, ogni volta, parevano non vedere altro che la vetta, anche quando mancava troppa strada e Tadej Pogačar o il suo gruppo, la sua squadra, erano troppo vicini per avere realisticamente la possibilità di farcela. Ma i Carapaz, nella vita e nel ciclismo, esistono a prescindere da tutto e seguono la loro strada a prescindere da tutto, con il finale fanno i conti quando arriva. I Carapaz, nella vita e nel ciclismo, vedono montagne di possibilità anche se sono adulti e sanno che di montagne ce ne sono molte e di possibilità poche, per ogni corridore. Orcières Merlette è una montagna di possibilità.

Da queste parti, nel 1971, Luis Ocaña matò tutti, Eddy Merckx compreso, come El Cordobes fa con i tori. Rifilò quasi nove minuti al “Cannibale” e, forse, ma non è più possibile saperlo, si sentì pienamente orgoglioso di quel era, almeno in sella, almeno per una volta. L’aveva detto al mattino: “Hoy o yo entierro a Merckx o el me entierra a mi”, come scrisse Gianni Mura, sotto un sole cocente a Grenoble. Il giorno seguente, L’Équipe titolò: L’empereur fusillé. Dicevano fosse un cane rabbioso in bicicletta. Magari lo sarebbe stato comunque, più probabilmente tutto quel che gli era accaduto giù dalla sella aveva accresciuto quella rabbia e quel dolore. Non pienamente francese e non pienamente spagnolo. Rifiutato dagli uni e dagli altri. Voluto quando vinceva, questo sì, ma a questo siamo sin troppo abituati e non è mai cambiato nel tempo. Pare Ocaña abbia visto piangere solo una volta suo padre, un uomo autoritario con cui non conservava un bel rapporto, consegnandogli la maglia di campione nazionale spagnolo a cronometro in un letto d’ospedale mentre un tumore gli causava dolori lancinanti. Fino al 19 maggio del 1994, giorno in cui si sparò, nelle sue cantine, a Caupenne d’Armagnac, si portò addosso il dubbio che nemmeno in quel momento vi fosse orgoglio e felicità per quel che era stato un figlio, rinnegato dalla terra e anche dal genitore. Qualcuno dice che parte delle sue ceneri siano sparse sul confine dei Pirenei, ma non si sa con certezza. Quel Tour, però, Ocaña non solo non lo vinse, ma nemmeno lo vide finire. Cadde malamente sotto la pioggia, in discesa, sul Col de Menté, venne centrato da altri ciclisti, si ritirò, finì in ospedale. Non c’è felicità duratura per Ocaña, tranne che in quella fuga verso Orcières Merlette, con la sensazione di aver finalmente levato di ruota il suo rivale, la sua ossessione.

Se è vero che il ciclismo è profondamente connesso ai luoghi, altrettanto vero è che i luoghi sono profondamente connessi al ciclismo ed ai corridori. Una volta attraversati e conquistati continuano a respirare di quelle storie hanno visto. Richard Carapaz nulla c’entra con Luis Ocaña e nemmeno sappiamo quanto conosca i dettagli di quella giornata di più di cinquanta anni fa ma la sua possibilità l’ha inseguita allo stesso modo, senza ammettere obiezioni, ed è questo l’unico modo in cui una possibilità può diventare qualcosa di concreto. Non è detto che accada, ma la certezza non è del mondo, figuriamoci del ciclismo. Altrimenti si può cercare nelle favole ma non siamo più bambini. In quegli oltre quattro chilometri di attacco nel finale, dopo aver trovato, cercato, inseguito la fuga di giornata, prima con a ruota Valentin Paret-Peintre, poi da solo, c’era ancora quel ghigno, quella rabbia, quella voglia. Anche Carapaz è stato un cane rabbioso mentre attaccava, prima di diventare quel bambino che prova a pedalare all’indietro, sull’arrivo. Pure Ocaña scattava così e poi dipingeva quadri delicatissimi, nature morte e un ritratto a fissare l’immagine di quel padre lontano. Dentro prima che fuori. Carapaz, oggi, ha fatto entrambe le cose in bicicletta e di quella montagna di possibilità ne ha colta una. L’unica possibile. Al modo degli adulti e dei ciclisti. Ocaña, oggi, non se l’è ancora dimenticato nessuno e nessuno probabilmente lo farà. Non cambia nulla a chi non c’è più, cambia molto a chi resta e l’ha visto e a chi, non potendolo vedere, può sapere che c’è stato. E che Orcières Merlette resta una montagna di possibilità.

Privacy Preference Center