Una volta, nemmeno tanti anni fa, tappe così erano all’ordine del giorno nella prima settimana del Tour de France. Non a caso, le prime maglie a pois di tanti Tour si sono assegnate su dei veri e propri cavalcavia. Non è un modo di dire: la grandeur dei francesi riusciva anche in questo. Pensarci fa sorridere. Ripensarci, invece, forse, fa riflettere. Alla fine, un cavalcavia era una scusa buona, messa lì, per chi, al Tour, forse, non avrebbe potuto chiedere nulla. Perché uomo squadra, perché non in condizione e perché degli oltre centottanta partenti al Tour (ed in ogni altra corsa, ma qui di più) coloro che davvero possono chiedere sono pochi, pochissimi. A molti resta un giorno libero, un giorno a caso, un giorno pazzo, un giorno strano, un giorno solo.

Adesso, invece, da Lannemezan a Pau si va nella quinta giornata di Tour de France e, a discapito dei nomi, vicini di strade che si rizzano all’insù, la tappa pare un biliardo, non fosse per una salitella nei chilometri conclusivi. È la prima tappa in cui la volata è certa. Che poi di certo non c’è nulla è vero, ma il ciclismo in giorni così quasi ribalta pure quel vecchio e scontato detto che tutti ripetono, proprio in queste circostanze. A Baptiste Veistroffer quel giorno libero, a caso, strano, pazzo e solo capita mentre si va da Lannemezan a Pau e lui, questa volta, va. E nessuno gli dica che non ha senso perché per Veistroffer lo ha.

Baptiste Veistroffer, in autunno, prende la bicicletta e, con le borse da bikepacking, parte per viaggi lunghi, senza destinazione certa. Baptiste Veistroffer non ha fama, titoli sui giornali e interviste ogni giorno. La solita storia, penserà qualcuno, del “povero corridore” che vive di soli sacrifici e di nessun piacere eppure continua a sacrificarsi per senso del dovere. Quella dell’anti eroe che, poi, diventa più eroe degli eroi stessi a suon di retorica (eroi che, se esistono, per inciso, non vanno cercati in una corsa in bicicletta, ma lasciati ad altri campi). No, Veistroffer è felice di essere Baptiste. Non ha bisogno di tutto quel che non ha per esserlo. E tutto ciò che gli manca non gli toglie niente. Ha studiato Ingegneria, nel campo del clima. Ha lavorato per la Marina francese e ha praticato triathlon. In Francia, nei primi giorni, è stato l’ombra di Arnaud De Lie, rischiando di andare fuori tempo massimo in ogni frazione, perché De Lie, a questo Tour, ha sofferto e basta. Da quel destino l’ha salvato il suo capitano, quando ha capito che nessun gregario avrebbe potuto aiutarlo. Da Lannemezan a Pau, invece, Veistroffer è in fuga solo e per qualche tratto abbiamo anche pensato che, forse, ci sarebbe voluto un cavalcavia di quelli di una volta, con in palio una maglia a pois, per lasciargli addosso il segno di quel che aveva fatto. Poi abbiamo guardato meglio e abbiamo capito che quelli come Veistroffer, oltre duemila chilometri di fuga nelle gambe, possono fare a meno di un cavalcavia come scusa per andare. Vanno lo stesso.

Quando Veistroffer viene ripreso, dopo qualche scaramuccia, a Pau, arriva la volata che tutti si aspettavano. Dal caos dello sprint, spunta Olav Kooij, davanti a Max Kanter e Tim Merlier. A ventiquattro anni, Kooij è alla prima partecipazione, dopo un periodo non certo facile, tra problemi, virus e stop. Un giorno così lo aveva in mente, ma faticava a crederci, così lo chiamava sogno. Lui che è un velocista e non può permettersi giorni liberi, strani, pazzi, a caso. Perché i velocisti hanno un unico destino: le volate. E, quando vincono, vincono dal gruppo. Lui che è un velocista ed in quanto tale solo non è mai, ma sbuca fra i tanti. Lui che è un velocista ed in quanto tale, in mezzo al gruppo e alle sue peripezie ad alta velocità, è solo quasi quanto Veistroffer. Quasi quanto qualunque corridore da queste parti, che abbia da chiedere o meno. Mentre i cavalcavia di una volta, al Tour, non si vedono più e domani si sale al Tourmalet.

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