Ci sono dei giorni nelle grandi corse a tappe in cui gli unici conti da rendere sono alla propria persona: stesso numero di dorsale, stessa maglietta, stessa bicicletta e persino stessa ombra. Scatta quando scatti, cede quando cedi, cade quando cadi, si arrende o lotta nello stesso momento in cui tu scegli l’una cosa o l’altra. Dovrebbe essere l’avversario più facile, quello meglio conosciuto, perché ti vive dentro, spesso è il peggiore, perché c’è qualcosa, laggiù in fondo ai ciclisti ed agli uomini, che può consumare più delle staffilate strappa polmoni di qualunque rivale. Può accadere sempre, spesso accade a fine Giro d’Italia. Quest’anno, per i più, abbiamo l’impressione sia accaduto nella ventesima tappa, quella con partenza a Gemona ed arrivo a Piancavallo, dopo una doppia scalata della medesima salita. Da quel 1998, quello di Marco Pantani, sono passati ventotto anni. Ventotto esattamente oggi, era il trenta maggio, anche allora, anche se il Giro era solo alla quattordicesima tappa e non al verdetto finale. Però Marco Pantani è rimasto su quella salita, e non solo, come il vento che smuove le fronde degli alberi, e anche stasera viene naturale pensarci. Pantani conosceva quel lottare contro la propria persona, quell’essere mistico, una preghiera, un auspicio, e al tempo stesso concreto, un graffio, un orecchino strappato, degli uomini che affrontano il loro essere. Per il Pirata quel giorno fu un attimo di dimenticanza, ci piace definirlo così. Aveva lottato tanto, contro la sfortuna più che contro gli avversari di carne, ossa e altre biciclette, ché quelli li lasciava al vento, e quel giorno, per tredici secondi, soli tredici secondi, aveva vinto, davanti a Pavel Tonkov, il russo. Senza gioia, ma con sollievo. E quella sera, ha scritto in questi giorni Marco Pastonesi, parlando con i compagni, si era lasciato andare ad una confessione: “Il Giro lo vinco io”. Per un ciclista è difficile, per un uomo di più. Andiamo avanti.
Jonas Vingegaard ha fatto i conti solo con sé stesso verso Piancavallo. Da una parte un fatto logico, quasi matematico: il Giro l’aveva già ampiamente vinto e nessuno, proprio nessuno, era stato mai in grado di impensierirlo, nemmeno minimamente. L’aveva vinto in quattro mosse, quattro attacchi, quattro vittorie. Lassù, ma nemmeno troppo, solo 1290 metri, si è preso la quinta. Non è scattato, perché il danese non scatta, prosegue la progressione e gli altri non lo seguono per evitare di sfinirsi, di svuotarsi. Lo aveva fatto Pellizzari questo errore, l’ha rifatto Gall, gli altri sono stati avvertiti. Hanno visto cosa accade. Questa volta Vingegaard abbandona la compagnia del gruppo quando al traguardo mancano dieci chilometri, più del solito. Dietro faticano, arrancano, si inseguono a vicenda per difendere le posizioni, lui sembra non sentire la fatica, non sentire la catena. Non è così strano, è quello che ha dentro e che dirà al traguardo che fa riflettere. Parlerà della necessità di assaporare quella salita, di andare a fondo, che ha qualcosa di poetico se riferito ad una salita, però, sì, anche le salite possono essere profonde, non perché scavano la terra verso il basso, ma perché scavano gli esseri umani e ne tirano fuori altro. Si è gustato gli ultimi tre chilometri, si è guardato attorno, sembrava lo stesso Vingegaard privo di sensazioni ed emozioni. Ne aveva da vendere. Ricorda anche il terremoto che colpì il Friuli Venezia Giulia nel 1976. Di solito sorride, oggi pare rida. Jonas Vingegaard, la maglia rosa, ha affrontato Jonas Vingegaard, la maglia rosa. Sono arrivati assieme. Jonas Vingegaard ha vinto. L’altro pure.
I primi voli per Roma si alzano nel cielo. Afonso Eulalio, domani, sul podio, vestirà la maglia bianca di miglior giovane. Di lui abbiamo spesso parlato. A Piancavallo, per quella maglia, ha sfidato Davide Piganzoli ed entrambi hanno affrontato sè stessi. Forse ben prima dell’avversario, perché dopo tre settimane di Giro i rivali si possono sconfiggere, anche se più forti, i propri veleni meno. Ha ammesso Eulalio che ieri era sfiduciato, poi ha pensato a tutto quello che aveva già fatto in questo Giro ed ha tenuto duro. Quell’amarezza c’era prima che Piganzoli si staccasse, c’era quando Piganzoli, del suo passo è rientrato e si è portato in testa, cercando di forzare il ritmo per staccarlo e prendersi la maglia. E c’era anche nel finale, in quello scatto, tanto pieno di fatica quanto di orgoglio. Gli avversari si staccano e naufragano oppure rientrano, i pensieri e le fatiche di un Giro, invece, non si levano di ruota. Non basta scattare, questo è il punto. E, dopo tre settimane di Giro, quelle difficoltà si sono stratificate nei muscoli e nella mente. Bernal, mentre si volta in un momento di incertezza di Arensman, è il gregario che conosce quella lotta interiore ed esteriore e come sente un rumore diverso alle sue spalle cerca di capire. Damiano Caruso, all’ultimo Giro d’Italia, alla penultima tappa, ha raccontato che chiuderà qui, perché vuole ricordarsi così. Felice. Soddisfatto. Non succede sempre ed arrivati a trentotto anni, dopo una vita da ciclista, si ha, forse, il desiderio di smettere questa sfida tra l’uomo ed il ciclista. Si vuole guardare e basta. Guardare il gruppetto dei velocisti, dei gregari, di quelli più stanchi di tutti, che arriva nel tempo massimo, pensa che domani finisce il Giro e che ancora una volta si è fatto il proprio dovere. Lo si è portato a termine. Per l’uomo, per il ciclista. E Marco Pantani è ancora come il vento tra gli alberi.