Uno per uno. Li hanno visti salire così, le tante persone in attesa lungo la strada verticale che da Loudenvielle si arrampica fino a Peyragudes. E se la cronometro amplia la possibilità di chi osserva di scorgere uno ad uno i profili dei ciclisti, figuratevi una cronoscalata che si svolge laddove, per forza di cose, la pedalata si fa più pesante e, quindi, rallenta. Anche se, pensando all’epilogo della tappa odierna, non è certamente questa la parola più adatta da utilizzare. Ma ci arriveremo. Verso l’Altiporto di Peyragudes c’è tutto quello che c’è sulle montagne quando arriva il Tour: cappellini, magliette colorate, sedie ripiegabili, camper, tavolini e cartelloni. Qualcuno chiede di “scegliere la propria maglia”, chissà tra quali poi, altri scrivono un nome, una parola, fanno un disegno. Magari anche per terra. Chi con la vernice, chi con pennarelli, chi con gessi. C’è tutto e ci sono i ciclisti che transitano uno ad uno: si fissano negli occhi, si gridano i nomi, si salta, si urla. Ci si fa sentire. Nessuna tappa di montagna, per quanto sgrani il gruppo, lo restituisce così. L’orizzonte dell’osservazione si amplia e la salita toglie anche quel solito ritornello della “noia” delle cronometro.
Le persone guardano i ciclisti ed i ciclisti, se non si giocano la tappa, si concedono di guardare le persone, di sfiorarle. Biniam Girmay batte il cinque a chi lo attende all’arrivo, qualcuno impenna anche e, soprattutto negli ultimi trecento metri, ce ne vuole anche per impennare. Quinn Simmons, capelli lunghi e sciolti, baffi dorati e sorriso sornione, se la gode e almeno quaranta, cinquanta persone stasera, scendendo in funivia, potranno raccontarsi di avergli dato la mano.
Sepp Kuss vede un cartello a lui dedicato e alza il pollice in segno di ringraziamento. Che chi attende prepari un cartello per il proprio idolo non è raro, che quest’ultimo lo veda e riesca anche a ringraziare lo è decisamente di più. Succede in giorni così, in cui si transita uno per uno. Lo stesso Sepp Kuss, in quei trecento metri da garage, raggiungerà Simon Yates, lo affiancherà, gli dirà qualcosa e proseguirà verso il traguardo. Eppure non è una giornata banale, non è una giornata scontata nemmeno per chi sta solo pensando a domani od a dopodomani. Sarà l’organizzazione a comunicare l’aumento del tempo massimo, dal 33% al 40% sul risultato del vincitore. E il vincitore, oggi, si sa, si sente, sarà Tadej Pogačar. E siccome dallo sloveno ci si può aspettare di tutto, meglio prepararsi.
Sia chiaro: non ci è mai piaciuto il vizio di quelle vecchie sintesi televisive in cui il telecronista annunciava nelle fasi iniziali chi aveva vinto la corsa o la partita, magari dopo ore ed ore in cui avevamo cercato di non saperlo, isolandosi da tutto e tutti, ma qui non c’è mistero e Sherlock Holmes non potrebbe neppure dire “elementare, Watson”, per cui ci perdonerete la poca suspance. Tadej Pogačar è stato ancora una volta inavvicinabile.
L’Equipe stamani lo definiva “inarrestabile”, a noi è venuto in mente “insostenibile”, ripensando all’insostenibile leggerezza dell’essere e non solo. Serve leggerezza per salire quassù, non solo nei muscoli, soprattutto nella bici. Lo testimonia quella persona dell’organizzazione che, al traguardo, sostiene i corridori, appena concludono la prova. Tadej Pogačar ha addirittura coperto con una sorta di manica aggiuntiva le bende sul braccio, piccolo omaggio all’aerodinamica, ma sono le gambe a macinare un ritmo impossibile per gli altri. Pare ci pensasse dall’inverno, ha vinto con un tempo monstre e distanziato ulteriormente i rivali. Come si prosegue fronteggiando un rivale così senza perdere stimoli e forze mentali prima che fisiche? Forse, ad un certo punto, ignorandolo e cercando la propria corsa. Jonas Vingegaard non ha guadagnato su Pogačar, anzi, stasera avrà 36″ in più di ritardo, eppure c’è del buono.
Vingegaard ha reagito dopo la giornata di ieri e ha messo in piedi una cronoscalata di tutto rispetto: nel finale si è riportato su Evenepoel e lo ha superato. Un’altra giornata no per il belga e quel sorpasso brucia, eccome se brucia. La speranza è che non “consumi”, ma accenda idee di rivalsa. Il primo degli umani, si sarebbe detto in altri tempi per Vingegaard e si potrebbe ripetere. Non fosse che Pogačar, nonostante questo dominio totale, ha ben delineati i caratteri dell’umanità, in ogni sfaccettatura. Umano troppo umano eppure forte troppo forte. Chi volesse vederlo da solo, all’attacco, sa esattamente dove andare e sa, con quasi altrettanta certezza, che lo sloveno non deluderà e qualcosa proverà. Una sorta di devozione alle salite, alla bicicletta, a certe cose che paiono impossibili. Uno per uno fin quassù, fino all’ultimo che è poi stato il primo. Uno per uno e ognuno, almeno per qualche istante, si è sentito importante, imprescindibile. Un campione. È l’effetto che fa la gente quando si accorge del tuo dorsale.
Foto: Poci’s Pix