Non è stata la domenica che i più avevano immaginato. Noi con loro. Al Giro d’Italia, a Milano, è arrivata la fuga. L’ha mostrato la televisione e l’ha raccontato la radio. Era un piattone, anche un lungo drittone, per i rettilinei infiniti accanto alle cascine ed ai Navigli, fino al circuito finale, una tappa senza alcuna difficoltà altimetrica, di breve chilometraggio, immersa nella calura tra Voghera e il capoluogo lombardo quasi nello modo in cui qualcuno sta a bagno, comodamente seduto su una sedia, nel Po, mentre l’elicottero delle riprese lo immortala.

Invece la fuga, quattro corridori, questo pomeriggio ha fregato il gruppo ed ha mostrato una volta in più quanto l’illusione faccia male, ferisca, ma l’incapacità di illudersi, la disillusione, sia fatale perché una tappa al Giro può capitare una volta nella vita, spesso nemmeno, e chi oggi avesse ragionato come i più se ne sarebbe stato tranquillo nel plotone mentre a Roma mancano solo cinque tappe. Viva gli illusi, allora. Viva coloro che non hanno scordato quante cose impossibili e bellissime la mente è in grado di concepire ed è un bene che certe idee assurde vengano al mondo. Non perché tutto ciò che si pensa sia realizzabile, non ci crederemo mai, perché, però, privarsi pure di qualche pazza idea è la fine. È una domenica di noia e sonno prima che la noia ed il sonno arrivino davvero. I ciclisti non se ne privano, per lavoro e per sopravvivenza. Viva i fugaioli, i fuggitivi, i fuggiaschi ed i fuggiti che sono da sempre il centro del ciclismo. Viva Fredrik Dversnes che ha vinto a Milano la quindicesima tappa del Giro d’Italia. Milano, dove il 13 maggio del 1909 partiva il primo Giro d’Italia. Sono finiti tanti Giri qui, non oggi però. Viva Martin Marcellusi, Mattia Bais e Mirco Maestri che il gruppo ha visto da dietro ma non ha mai potuto toccare e sorpassare. La linea d’arrivo l’hanno tagliata prima loro.

Non ha mai avuto un grosso vantaggio la fuga odierna, ma le è bastato. Perché come il plotone regola la propria andatura sulla fuga, così la fuga regola la propria andatura sul gruppo e, quando è venuto il momento di fare sul serio, si è visto che il quartetto di testa aveva gambe per tenere a bada il gruppo dietro. Un minuto o poco più è bastato per oltre venti chilometri. Le squadre dei velocisti si sono ben presto rese conto che i calcoli rischiavano di essere sbagliati e hanno messo in testa i loro treni ben prima del previsto. Hanno bruciato i loro uomini migliori, gli ultimi vagoni del treno, quando il traguardo era ancora a più di due chilometri: Stuyven e Consonni su tutti. Così, una volta che i treni erano disfatti, recuperare quei pochi secondi, solo venti, anche meno, è diventato impossibile, ed il gioco della fuga era fatto. Dovevano solo non fermarsi, non controllarsi troppo, per non gettare tutto all’aria e non l’hanno fatto. Perché fugaioli, fuggitivi, fuggiaschi e fuggiti sanno bene quanto raro sia. Dversnes è stato più scaltro, più veloce di tutti e non c’è altro da dire. Secondo è arrivato Mirco Maestri e quando è stato il momento di parlare, singhiozzava, con occhi lucidi e pieni di lacrime.

Si è augurato di riuscire a volare. Di riuscire in questo volo che è la fuga che arriva ed in cui si possono alzare le braccia al cielo. Lui le fughe le annusa bene, c’entra quelle giuste, quelle che arrivano, però questa vittoria che insegue tanto e vede da vicino gli sfugge sempre. Ha sentito di avere fallito e si è sentito in colpa nei confronti di Mattia Bais che l’ha scortato in questa giornata all’attacco e si è messo a disposizione. Dice Maestri che quando c’è qualcuno che lavora così per te, poi, non centrare il traguardo è anche peggio. Mirco Maestri è uno di quelli che non hanno paura di lavorare per gli altri e anche quando passa dall’altra parte lo sguardo lo rivolge a quegli stessi altri. Essere Maestri è questa roba qui. Ricordate la fuga a due con Sevilla ancora in Bulgaria? Al ritorno al bus l’ha abbracciato tutto lo staff della Polti Visit Malta e le persone attorno gridavano il suo nome come si grida quello dei vincitori del Giro e della tappa. Si è sforzato di sorridere, di fare attenzione alle persone che erano lì a fare il tifo per lui. Ora c’è un trasferimento, poi il giorno di riposo. Gli staff delle squadre si prenderanno cura di ogni atleta, dei capitani, dei gregari, dei fuggitivi, fugaioli, fuggiaschi e fuggiti. Perché credere nelle pazze idee è la salvezza di tante domeniche, la cura di molti giorni. E per chi è capace di farlo serve cura.

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