E pensare che gli avevano detto di smettere
Aveva 16 anni Umberto Poli. Aveva sete, fame di cibo dolce e una gola continua di bevande zuccherate. Era pieno di dolori e si sentiva sempre stanco. «Passavo la notte a fare la pipì e non capivo, anche perché all'epoca ero un ragazzino e non avevo mai sentito parlare di questa malattia» ci racconta con pragmatica naturalezza.
Un giorno cambiò tutto. «Categoria Allievi. Ultima gara della stagione: il 7 ottobre del 2012». Manda a memoria quella data. Erano settimane che sentiva che c'era qualcosa che non andava, in allenamento si staccava dai suoi compagni, si sentiva svuotato di ogni energia e si doveva continuamente fermare: dava la colpa al fatto di essere a fine stagione. «Devo staccare e ripartire, ripetevo tra me» e invece. «Vado in fuga, come sempre, e succede una cosa strana che non dovrebbe mai accadere: mi stacco e mi ritiro quasi subito».
Svuotato da tutte le energie, Umberto, a fine gara, è intento ad ascoltare il suo allenatore. «Guarda che non è mica normale sta cosa, devi andare a farti vedere». Torna a casa, mangia, inizia a sentire forti dolori alla schiena, allo stomaco e decide di farsi portare in ospedale da sua madre. «Mi misurano la glicemia: la macchinetta sembrava rotta. In realtà non misurava oltre cinquecento come valore massimo e decidono di farmi un prelievo. Codice rosso, ricoverato d'urgenza e trasportato dall'ospedale di Bovolone a quello di Legnago. “Hai il diabete di tipo 1” mi dicono. Realizzo un po' alla volta che dovrò farmi iniezioni di insulina per tutta la vita».
Scoraggiarsi non fa parte del bagaglio tecnico di chi ogni giorno dopo scuola si allenava in bicicletta. «Ho iniziato a correre in bici a 6 anni con la GS Look Bovolone, poi ho smesso e ho ripreso qualche anno dopo» e poi c'era quella strada da inseguire: l'anno dopo sarebbe passato nella categoria junior – un salto importante verso il sogno di diventare un corridore professionista.
«Immaginatevi il ritornello dei dottori: “non se ne parla nemmeno, non puoi mica pensare di fare il corridore”. Un muro da affrontare, ma a volte quei muri vanno superati. Bisogna trovare il giusto equilibrio e io l'ho fatto. Oppure immaginatevi la difficoltà nel trovare una squadra disposta a prendersi la responsabilità di avere un corridore diabetico tra le proprie fila». Missione impossibile, una parete verticale da scalare o dalla quale calarsi. Usate l'immagine che preferite.
Umberto Poli, tuttavia, la stagione successiva va a correre con la FDB. «Sono stato fortunato» una parola che ricorre spesso nell'intervista, perché Poli coglie al volo l'attimo, trasforma un problema in un'occasione, una ferita in uno spunto per emergere. Prende la malattia e ne ribalta il suo significato. «Ero preoccupato: mi sono ritrovato dall'essere un qualsiasi spensierato adolescente che ha l'unico problema nel come divertirsi, a vivere questa situazione. La squadra di Remo Cordioli, però, mi ha aspettato, ha atteso che mi dessero il permesso di correre. E dopo un po' che avevo ripreso l'attività ecco che mi contatta Vassili Davidenko, il mio attuale Direttore Sportivo alla Novo Nordisk per andare a fare uno stage con loro negli Stati Uniti».
La proposta è allettante, anche se Umberto vive un paradosso: nonostante il diabete, viene chiamato a fare sul serio dall'altra parte del mondo. Confuso, ma deciso, accetta. «Ovviamente ho detto sì. All'inizio ero contento, ma la realtà fu ben diversa». Gli Stati Uniti non si rivelano come l'America narrata, cercata e poi trovata, ben descritta spesso nella letteratura. «Vivevo in una casetta, come quelle dei dilettanti in Italia. Ma mi sembrava che si facessero le cose in maniera meno seria che da noi. Si correvano Criterium, una sorta di circuiti dentro le città, gare da un paio di ore. Ero un po' deluso. Poi tornai a casa e seguendo vari consigli, trai i quali quelli di Elia Viviani, cambiai il mio atteggiamento. La mentalità fa tutto in questo sport e me ne sono accorto subito: ho svoltato, mi sono presentato più propositivo, con un altro modo di intendere la realtà che mi circondava e infatti riuscì ad affermarmi e a firmare un contratto con la Novo Nordisk che mi porta a essere qui, ancora oggi, con loro».
E la sua scelta di continuare con il ciclismo è come un motore che lo spinge a salire velocemente in vetta, una propulsione che lo fa maturare. «Quando sei ragazzo e fai corse di cinquanta, sessanta chilometri, sai che devi mangiare, ma non è che stai proprio attento a quando e come. Se hai fame, mangi: finisce lì. Perché sei ancora giovane e devi fare esperienza. Io invece col diabete ho dovuto bruciare le tappe: ho dovuto subito capire come gestire l'alimentazione. Questo mi ha dato una mano prima degli altri miei compagni. Grazie a questa malattia ho imparato a conoscere meglio il mio corpo. I primi periodi erano un po' al buio perché fai delle prove con quello che assumi, provi una barretta, ne provi un'altra. E poi lentamente ogni anno capisci sempre meglio di cosa ha bisogno il tuo corpo. Con la squadra (la Novo Nordisk ha al suo interno solo corridori diabetici N.d.A.) abbiamo studiato sempre di più come va alimentato il nostro corpo, come il diabete risponde alle assunzioni di zucchero, agli sbalzi della temperatura, persino alle emozioni. Perché anche quelle influiscono. Prendi l'adrenalina: ti alza la glicemia e quindi devi imparare a gestirti mentalmente, devi imparare a gestire la tensione prima di una gara».
E avere il diabete facendo il ciclista di mestiere per Umberto Poli è un connubio che va avanti in modo naturale. «L'unica cosa che mi pesa della mia malattia è la siringa di insulina prima di mangiare, perché per il resto in bici non dà nessun handicap. Anzi sono convinto sia un vantaggio: perché ciò che impariamo noi lo applichiamo in più e in meglio rispetto ad altri corridori. Perché sono conoscenze del proprio corpo che loro non hanno. Questo stato lo definirei: la conoscenza totale del proprio corpo. Come reagisci a ogni cosa che buttiamo dentro, come reagisce a livello di zuccheri nel sangue: non è una cosa da sottovalutare quando lavori tutto il giorno con il tuo corpo».
Il ciclismo che retoricamente è scuola di vita. Anzi ancora di più: per Umberto Poli prende una forma allegorica. Ci racconta di come debba tutto a lui. “al Ciclismo”. Di come gli abbia insegnato a diventare più grande più in fretta, rispetto a quelli della sua età. Ci dice di aver fatto tanti sbagli che lo hanno fatto crescere, di come grazie a lui ha visto il mondo con gli occhi privilegiati di un corridore, ha conosciuto persone di ogni genere e affrontato culture diverse. «E questo è il massimo dell'insegnamento che posso ritrovare nella vita che ho condotto fino a oggi. È un valore aggiunto. Mi ha fatto distinguere le persone: approfittatori e coerenti, egoisti e altruisti. Mi ha insegnato a non mollare mai, a lavorare più degli altri per arrivare al risultato. A diventare tenace, mi ha abituato al sacrificio, a non avere vacanze a Natale, a pedalare sotto il sole, sotto la neve, con il caldo e con il freddo. A crederci, a fare doppi allenamenti. A soffrire, soffrire e soffrire». E lo fa, Umberto Poli, mica perché è matto – forse un po' lo è, come tutti i ciclisti. Lo fa perché gli piace, lo fa perché gli insegna ad affrontare le situazioni più controverse.
«Gli sportivi sono testardi. Quando ci impuntiamo su una cosa noi andiamo dritti per la nostra strada e portiamo avanti il risultato che vogliamo ottenere». Tenacia, resistenza. Alzare l'asticella della soglia del dolore, del proprio livello mentale. «Lo sport è una questione di testa ancora più che fisica. Mi ha rinforzato come uomo e ogni giorno, a ogni allenamento, ha qualcosa da insegnarmi». Ha 24 anni, oggi, Umberto Poli. E pensare che gli avevano detto di smettere.
Lachlan, ora ti aspettiamo al Giro
Lontano da gialli riflettori, Lachlan Morton sceglie sfide alternative al Tour de France, proprio come fece lo scorso anno. Nel 2019 era GBDuro, pochi giorni fa Badlands, a Girona, nel sud della Spagna: 700 chilometri percorsi, 15 mila metri di dislivello. 1 giorno, 19 ore e 30 minuti il suo tempo di percorrenza.
«È stato fantastico. Non avevo alcun piano da seguire, solo voglia di mettermi alla prova» racconta l'estroverso corridore australiano sulle pagine del sito ufficiale della sua squadra, la EF Pro Cycling di Jonathan Vaughters.
Il suo mentore, Vaughters, lo ha rivoluto lo scorso anno in squadra. Anni fa scommise su di lui dopo averlo visto stracciare tutti in salita negli Stati Uniti, lo portò a correre in Europa e, dopo essersi fatto sedurre da quel corridore che “aveva valori atletici da vincitore di un Grande Giro”, successivamente lo abbandonò.
«Il mio obiettivo era mettermi alla prova, testarmi, conoscere. E questo lo capisci solo vedendo per quanto tempo sei capace di stare in bicicletta. È stato un percorso impegnativo perché ti ritrovi nel deserto con quaranta gradi e poi in mezzo a valichi alpini con il freddo. Io mi sono semplicemente goduto il viaggio. È stato difficile, ma mi sentivo mentalmente pronto per affrontare una prova di questo tipo ed è proprio la forza mentale ad aver reso il tutto un'esperienza piacevole. Mi sentivo in equilibrio, nonostante abbia vissuto tutto lo spettro delle emozioni: è stato diverso questa volta rispetto al passato. Dopo dodici ore anche il telefono aveva smesso di funzionare: non avevo più musica né alcuna connessione. Ero solo io insieme ai miei pensieri. Cerco la parola giusta per descriverlo: bello suona banale, ma è stato così. Il piacere di avere tutto quel tempo solo per me e per i miei pensieri.
Ho pensato alla mia vita in generale, a quanto sono fortunato a fare quello che mi piace. Forse perché mi sono ritrovato in situazioni estreme e complicate, che ti mettono alla prova e ti costringono a riflettere. Ho pensato solo a quello che ho. Ho pensato a casa mia e all'importanza di godermi ogni momento e ogni piccolo particolare. E proprio per questo non vedevo l'ora di tornare a casa.
Queste sono prove in cui ti misuri con te stesso e con il tempo. Il tempo che ti ci impieghi rispetto a qualcun altro, ma la realtà è che la tua corsa e quella degli altri non si influenzano in alcun modo. Perché alla fine contano solo i tuoi limiti. È stato bello perché non potevo vedere dove si trovavano gli altri; per tutto il tempo ho pensato di non avere un grande margine. E poi dopo un po' ho finito per non pensarci più: andare avanti e concludere la gara è stato l'unico motivo che mi ha ispirato. Ho pensato “sarebbe ancora più speciale se tutto questo lo facessi solo per me stesso”.
Ho avuto un momento di difficoltà durante l'ultima salita, la seconda notte. Non avevo ancora dormito e il mio cervello ha iniziato a giocarmi strani scherzi. Il tempo sembrava scorrere lentamente. È stata la cosa più bizzarra che mi sia mai accaduta, era come se fossi bloccato. Mi ripetevo: “Ok, sei solo, sei lontano da qualsiasi cosa, sei su un sentiero escursionistico lontano da ogni luogo. Sei a tremila metri e non hai altra scelta. Devi affrontarlo”. È una lezione importante che mi porterò appresso.
Il primo pomeriggio di corsa ho avuto un incidente, ma l'ho gestito bene. Problemi meccanici non ne ho avuti il che è un po' una sorpresa visto il tipo di percorso che abbiamo affrontato. Poi all'improvviso mi sono ritrovato davanti agli occhi picchi montani che sembravano spuntati dietro le vette la notte prima. Il tutto mentre stavo pensando solo a come scollinare per arrivare a Granada, un puntino che vedi laggiù. Per chi non ha vissuto questo tipo di esperienze può sembrare strano, ma in quel preciso momento ho capito che ce l'avrei fatta, che sarei arrivato fino alla fine. Sono momenti che ti regalano delle sensazioni uniche.
Lungo tutto il percorso non sono riuscito a dormire. Sono solo andato avanti. Mi sono fermato tre volte in cerca di cibo, mentre riempivo acqua ogni volta che potevo. Ho usato un po' di gel, che mi sono stati davvero preziosi.
Mi sono allenato su strada prima di questa corsa perché avevo bisogno di ritrovare l'entusiasmo per gettarmi nei sentieri. Stamattina quando mi sono svegliato avevo talmente tanto dolore che mi sono detto: “Io andrò al Giro? Non se ne parla proprio!”. Poi sono uscito in bici e dopo dieci minuti ho ritrovato entusiasmo. Non vedo l'ora di fare il Giro perché sarò sempre in movimento, sarà interessante anche solo prepararmi per quello e ribaltare tutto ciò che ho fatto sinora. Sarà una sfida entusiasmante.
Avventure di questo genere richiedono solo una cosa: impegno. Ma se è qualcosa che inizi ad affrontare regolarmente, poi si tratta solo di rendere normali le situazioni difficili. Mi sono reso conto durante il mio viaggio che pedalare, pedalare e ancora pedalare non era altro che la mia normalità. È diventato un po' come stare sul divano. La discesa diventava: “Oh, questo è davvero meglio che non fare nulla”. E la salita: “Beh sì, è un po' fastidiosa ma presto finirà”. Si tratta di cacciarsi in situazioni difficili così spesso da renderle normale routine. Prima di questo viaggio sono uscito per fare tre giorni con la mia bici a pieno carico e ho cercato di perdermi tra i Pirenei: mi ci ci sono volute due ore prima di venir fuori da una montagna. L'ho fatto per mettermi alla prova, per frustrarmi in una situazione complicata. Per venirne fuori devi assicurarti che tutti quei segnali mentali che arrivano siano lì per calmarti. Per riportarti alla normalità e per farti dire: “Va tutto bene”. Perché alla fine ciò che ti limita è il modo in cui affronti le difficoltà. A me devo dire che è riuscito bene».
Intervista tratta dal sito ufficiale della EF Pro Cycling
Foto: Transiberica Ultracycling/Facebook
Pantani, il poligono e la storia di un'amicizia
Sono tutti sul Peyresourde per vedere passare Alaphilippe. «Non lo avevamo mai visto salire in montagna, solo in pianura e quindi ne abbiamo approfittato» racconta una tifosa a un giornalista de L'Equipe. D'altra parte Alaphilippe smuove la passione, riempe le cronache, colora i racconti, e il ciclismo colpisce in maniera viscerale da quelle parti. A maggior ragione in una tappa di salita al Tour c'è sempre una festa enorme – pure di questi tempi.
Le notizie arrivano in fretta in cima alla montagna, grazie a tablet e telefonini. Non c'è bisogno di affidarsi alla radio o alla fantasia o nemmeno di fermare gendarmi o molestare ammiraglie e massaggiatori: nessuna strana fuga di notizie o resoconti frammentari e lasciati a metà. Lungo le astiose rampe della vetta pirenaica a passare per primo è Nans Peters e lo si può vedere con i propri occhi. Nel gruppo dietro, invece, Alaphilippe arranca. Si era messo in testa di riprendersi la maglia gialla finisce per guardare in faccia la dura realtà che al momento è un sussurro che lo porta lontano dalla classifica.
E così l'interesse è un abbaglio per chi in gruppo è chiamato “il pinguino”. Nans, come “Nans le Berger”, Nans il pastore, una serie televisiva francese in voga negli anni '70. Pinguino si diceva, ma non c'entra nulla con il personaggio dei fumetti, bizzarro antagonista di Batman, ma piuttosto è per quel viso tagliato, gli occhi grandi e il naso aquilino. In bici forse non è il più bello da vedere, nella storia del ciclismo non sarà mai il più vincente, ma da casa – non solo sulle vette alpine – vale la pena tifarlo, magari indossando persino la divisa dell'AG2R.
Emilien Jacquelin è quel tifoso in divisa. Più di un tifoso, è amico di Nans Peters e i loro destini si tendono a incrociare di continuo. Si conoscono sin da bambini quando i due correvano assieme in bicicletta, amici e rivali, al tempo dei cadetti. «Io sono sempre stato più veloce» racconta Peters dopo essere andato a tifare per Jacquelin a Le Grand-Bornand, Coppa del Mondo di biathlon, «Ma ora stiamo progredendo assieme».
Oggi, mentre Peters corre ancora in bici, Jacquelin è biathleta di successo. In Francia raccoglie la pesante eredità di uno dei più grandi di sempre: Martin Fourcade. Jacquelin lo scorso inverno ad Anterselva conquistò la medaglia d'oro nell'inseguimento davanti a Johannes Boe (quando si parla dei più grandi di quello sport...) nello stesso stadio dove Nans Peters, nel mese di maggio, conquistava una tappa del Giro d'Italia staccando di ruota gente come Formolo e Jungels. Peters in inverno pratica sci di fondo – il suo primo sport – e lo fa con risultati nemmeno da buttare via partecipando anche ad alcune competizioni: un cerchio tra due ruote e sport invernali che è in continuo movimento.
Emilien Jacquelin da ragazzo pedalava, andava forte e lo faceva per infatuazione. «Conosce a memoria il Tour del 1998, quella VHS l'ha consumata a furia di vederla e rivederla», racconta suo fratello. E Jacquelin, difatti, quando scatta in salita con gli sci stretti ai piedi – dove sennò! - racconta di ispirarsi al volo di Pantani sulle strade di quel Tour de France. «Quando sono in salita penso a Pantani, alle sue fughe, ai suoi attacchi». Voleva essere come lui, e diventare un ciclista professionista, come ci provò prima di lui suo nonno, senza fortuna, che a sua volta ereditò la passione da suo padre, pistard. Jacquelin sostiene, però, come fosse proprio la bicicletta a non volere lui. «Ogni volta che mi selezionavano per una corsa o per un club, mi ammalavo».
E mentre Peters tagliava con aria infida l'ombra della folla accalcata lungo la salita, tenendo a bada il tartaro Zakarin - dopo averlo visto persino “scendere come una capra lungo la discesa”, Jacquelin si ricordava di quando sul Peyresourde “montagna povera e rattoppata di verde“, Pantani attaccò. Fu una tappa in cui si cadeva e ci si ritirava, e disputata con una trentina di gradi in meno rispetto ai giorni precedenti. Fu solo un primo colpo al grande bersaglio – Ulrich e la maglia gialla - che lo scalatore romagnolo avrebbe inflitto in quelle settimane.
Adora Pinot, Jacquelin, e spesso in corsa un po' lo rassomiglia: raffinato a volte forse un po' bizzoso come lo definisce Vincent Vittoz, ex stella del fondo francese e ora tecnico della squadra nazionale di biathlon. Estroverso come tutti gli artisti, Jacquelin è capace di picchi altissimi e discese vorticose e forse per questo mentalmente non potrà mai essere Martin Fourcade, ma più vicino a Marco Pantani – mica poco.
E invece che un poligono, potrebbe esserci una salita in bicicletta lungo il cammino, oppure viceversa, dipende da che lato volete leggere questa storia, se dal punto di vista del biathleta o da quello del corridore. E intanto lui, fiero di indossare la maglia della squadra del suo amico, ridacchia vedendolo esultante e incredulo al traguardo, e quando può gli resta vicino.
Foto: Bettini
Fragile, duro, rampante o semplicemente Pozzovivo
Raccontare la storia di Domenico Pozzovivo è raccontare la storia di un uomo piccolo di statura, ma la cui forza fisica, come racconta lui stesso in una recente intervista, rispecchia il suo carattere perché il modo in cui il corpo reagisce riflette la sua personalità. Tenace, caparbio, mai superbo, Domenico Pozzovivo è un pittore che cura con attenzione i dettagli, un musicista meticoloso, concreto più che scapigliato, un abile correttore di bozze dotato di una sensibilità che lo rende un personaggio diverso in gruppo. Alto 1,65, ma in verità un gigante che si riflette sulla strada.
Quando era dilettante, con la maglia della Zalf Euromobil Fior, Pozzovivo non era forse il più forte in assoluto, ma come minimo il più testardo. Luciano Rui, suo mentore a quei tempi, racconta così quelle giornate: «Faceva i rulli "in casetta", si preparava le borracce con i sali. Meticoloso e scrupoloso, visionava sempre i percorsi. Un esempio pratico di come sacrificio e dedizione paghino. Ieri come oggi. Ed era uno dei pochi che, terminato l'allenamento, si metteva sui libri». Allenamento, dedizione, doccia, libri, esami, laurea, professionismo: parole chiave che descrivono l'essenza di Pozzovivo. Piccole tappe, quotidiane o esistenziali, per formarsi e realizzarsi come ragazzo, prima, e poi come uomo.
Oscar Gatto, ex compagno di squadra, ha ben in mente il Pozzovivo ragazzo, quello che «faceva saltare di testa tutti» spingendo al limite ogni allenamento. Lo definisce una macchina da guerra, e ha ben in mente pure quel piccoletto che col tempo si è fatto corridore di razza. «Non mi stupisco nel vederlo continuare a tenere duro sempre con i miglior in salita». Nonostante l'età e gli infortuni, Pozzovivo è sempre rampante.
Appassionato di metereologia, non aveva certo bisogno che tutta quella serie di ferite che ne segnano il corpo diventassero un avvisaglia sul cambio del clima. «Il braccio sinistro non ha l’agilità nei movimenti di prima. A seconda del meteo, o su certe strade dissestate, ho fastidio», racconta alla Gazzetta, ferito fuori, fiero dentro, il Pozzovivo mai domo.
Silenzioso, brillante, quando parla non lo fa mai a sproposito. Decise di diventare un corridore dopo aver visto passare il Giro davanti a casa sua a Montalbano Jonico colpito dal fatto che a giocarsi la vittoria erano atleti da tutto il mondo. «L'internazionalità del ciclismo, il potermi confrontare con gente di ogniddove è stata una molla decisiva».
Coerente, esaltato dalle imprese dei più grandi, mai indifferente alle loro debolezze. «Mi sono avvicinato alle corse quando Pantani era all'apice della sua carriera. Le sue imprese in salita mi hanno segnato. Purtroppo dopo essere stato idolatrato da tutti è stato lasciato solo nella sua fragilità dal nostro ambiente e da chi gli stava più vicino».
La bicicletta gli serve per sfamare un altro dei suoi bisogni. «Mi ha fatto scoprire la bellezza della natura e la passione per i santuari. Ovunque mi trovi, anche all'estero, non mi perdo una salita che conduce a uno di questi luoghi sacri».
Suona il piano grazie all'amore per Chopin, ama rileggere Seneca e a scuola la sua materia preferita era proprio filosofia. Ha due lauree: la prima in Economia Aziendale, la seconda ottenuta poco tempo fa in Scienze Motorie. Per la prima laurea ha portato una tesi intitolata: “Politiche meridionalistiche dall’Unità d’Italia ai giorni nostri”, scelta perché, a furia di viaggiare all'estero e in giro per il mondo, Pozzovivo coglieva le differenze del mondo che lo circonda e si interrogava sui problemi che affliggono il sud. «Avendoli vissuti in prima persona ed essendo stato costretto a emigrare per fare il mio mestiere, mi piacerebbe impegnarmi per trovare delle soluzioni», raccontava tempo fa.
Difficile, parlando di Domenico Pozzovivo, dimenticare quelle immagini che arrivavano dall'elicottero durante il Giro del 2015 e che lo vedevano riverso a terra dopo una caduta in discesa: perse conoscenza, rimediò un forte trauma cranico e diverse ferite sul viso con «il pensiero alla mia famiglia a casa in apprensione». Ma poi, come sempre, Pozzovivo è ripartito.
Nel 2018 è il migliore italiano al Giro – e lo sarà anche al Tour: diciottesimo. Sfuma il sogno del podio finale nella Corsa Rosa nella tappa del Colle delle Finestre, quella dell'attacco di Froome. Poteva essere il premio alla carriera – ma ne avrebbe poi bisogno un uomo così? - chiuderà quinto in classifica generale in quello che sarà tuttavia uno dei picchi della sua carriera, nonostante i 35 anni, quella statura, quella cadenza, quella sua ricerca costante della conoscenza. Più che affamato di vittorie o piazzamenti, affamato di sapere, tanto che, quando parte per le gare si porta dietro sempre qualche libro: zoologia, divulgazione scientifica, filosofia, meteorologia.
Da professionista Pozzovivo ha avuto quasi lo stesso numero di vittorie (tredici) rispetto alle operazioni subite (undici - e a fine stagione sta valutando se farne un'altra per togliere le placche in titanio sul braccio) e poco più di dodici mesi fa – erano i primi giorni di agosto del 2019 - un terribile incidente ha rischiato di cancellarlo via per sempre. «Hanno messo fine alla mia carriera» raccontò a sua moglie mentre veniva portato in ospedale. Frattura di tibia e perone, frattura pluriframmentata ed esposta del gomito. In poche parole, sbriciolato da un’auto che lo investiva mentre il corridore attraversava un incrocio.
Riparte perché non c'è nessuno più testardo di lui, perché se gli hanno dato un corpo piccolo è stato solo per rendere ancora più grande la sua resistenza. «Due mesi in sedia a rotelle, otto interventi chirurgici, decine di visite mediche, migliaia di ore di fisioterapia. Centinaia di grammi di titanio addosso» scrive sui suoi canali social. Sei mesi dopo è in gara al Tour de Provence – e con un dignitoso quattordicesimo posto – migliore in classifica della sua nuova squadra (NTT Pro Cycling), davanti a corridori quotati come Bagioli, Gesink, Sivakov.
Pensava di smettere o di restare su una sedia a rotelle e invece va persino al Tour de France che per lui non poteva che partire nel peggiore dei modi. Una storia già scritta, un ritornello che sappiamo a memoria e che si installa nella mente appena alzati: è tra i primi ad andare giù nelle tante cadute verso Nizza. A causa di uno spettatore che «Per fare un selfie ha tirato giù me e altri 20 corridori, distruggendo di nuovo il mio gomito». E lui che fa? Si rialza, mai domo, e oggi, una settimana dopo è ancora lì in corsa, anzi prova a stare con i migliori in salita e dice che si ritirerà solo se dovesse venirgli un febbrone da cavallo.
PS - Aggiornamento di lunedì 7 settembre, ore 14 - Purtroppo nella serata di ieri Pozzovivo ha abbandonato il Tour de France: troppo dolore dopo la caduta del primo giorno. Lo rivedremo fra qualche settimana al Giro d'Italia, perché sennò che Pozzovivo sarebbe?
Foto: Bettini
Quando sogna Simon Pellaud è un genio
Il destino di Simon Pellaud è racchiuso in due parole: Chemin Dessus, “Sentiero di Sopra” letteralmente, un paesino della Svizzera posto a milleduecento metri d'altitudine, perché è da lì che arriva e poi perché viene naturale tradurlo, visto che oltre ad andare forte in bici, Pellaud parla cinque lingue.
Il destino di Simon Pellaud è proprio quel cammino che lo porta in fuga, perché lì sa stare meglio, trova il suo habitat, un animale che si mimetizza tra le fronde: «All'inizio andavo in fuga perché non avevo le qualità per stare davanti fino alla fine con i migliori, poi è diventata un'abitudine: mi emozionava “tentare el golpe” - provare a fare il colpo - giocando con il gruppo che ti insegue. E poi volete mettere? Il senso di libertà che ti dà andare in fuga, poter vedere la strada davanti ai tuoi occhi lontano dallo stress dello stare in mezzo al plotone. Un gusto impagabile», ci racconta, alternando con estrema brillantezza italiano, spagnolo e francese.
Il cammino di Simon Pellaud, ventotto anni, svizzero, è quello che lo porta fino in Colombia, dove ha costruito una casa e dove vive diversi mesi all'anno; una scelta di cuore, di amore a prima vista, come una carezza che ti fa ribollire il sangue. «Tutti mi chiedono perché ho scelto la Colombia e il perché lo trovo guardando le strade, conoscendo le persone, mangiando la frutta – ha un sapore incredibile che non trovi da nessuna parte! Apprezzando clima e paesaggi. Ho trovato un'energia che altrove non esiste: le persone sono sempre felici pur avendo poco. La Colombia è luminosa, mentre in Europa ci sono i soldi ma il colore che domina è il grigio. E poi, come dicono loro, c'è tanta “alegría” e la gente ha cambiato il mio modo di vedere la vita. Hanno poco e gli va bene così, in Svizzera hanno tutto e si può avere tutto, però ci si lamenta troppo spesso».
Ha scelto il ciclismo perché lo sente scorrere nelle vene: «Mio nonno era ciclista e probabilmente mi ha trasmesso l'amore per la libertà. Per me uscire in bici anche solo a fare un giro vuol dire essere “libre”, per me vuol dire avere la possibilità di viaggiare dappertutto» . Una conoscenza del mondo che gli ha insegnato a vivere. «È nata come passione è diventata scuola di vita», concetto che può suonare banale, ma dal quale non si sfugge quando pedalare non è solo il tuo mestiere, non è solo gonfiare i polpacci o eseguire un gesto meccanico, ma la tua ragione di vita. Ciò che ti fa salire le pulsazioni anche al solo pensiero. «Corro sempre con il cuore, perché mi piace davvero tanto fare ciclismo».
Il cammino di Simon Pellaud più di una volta ha trovato ostacoli complicati da superare: nel 2016 correva nel World Tour, ma la sua squadra, la IAM, chiuse, e lui si ritrovò a rifare tutto da capo. «Scendere in una squadra Continental è stata dura per me. Un po' perché pensavo di fare il capitano e mi sono ritrovato ad aiutare Avila, un po' perché dal World Tour è proprio un altro mondo: come organizzazione, come programmi. A volte sapevamo all'ultimo dove saremmo andati», un'esperienza dal quale trova insegnamenti, nella quale matura e che lo ha riportato in questo 2020 tra i professionisti con la maglia dell'Androni, squadra che sposa perfettamente la sua indole fugaiola.
La prima corsa dopo il lockdown, infatti, è subito in avanscoperta: di nuovo mimetizzato tra asfalto e cielo all'orizzonte, perché prima di salire in sella Pellaud già aveva in mente l'evasione come risposta alle sue domande. E poi «quando mi riprendono la mente corre subito di nuovo alla prossima volta che mi lancerò all'attacco».
Simon Pellaud lungo il suo cammino prova a fuggire alla pressione: «La soffro più quando si corre vicino casa, in Svizzera, che quando sono al via di una corsa importante come al Giro di Lombardia» e pochi giorni dopo la Monumento prende parte anche al Giro dell'Emilia dove si immagina in fuga e invece arriva, lungo quel sentiero, un altro intoppo. La sua bici all'improvviso smette di frenare: «La peggiore paura di un ciclista? Trovarsi senza freni in piena discesa. I freni a disco sono il top a parte quando non frenano», racconta, visibilmente ferito, sui suoi canali social.
Il cammino di Simon Pellaud è incastrato nel presente, non può pensare al futuro, oscuro, brillante, non importa, non è possibile nemmeno immaginarselo perché non sa cosa riserva a un corridore come lui: «Firmando di anno in anno per me è impossibile programmare dove sarò domani o l'anno prossimo o nemmeno fra dieci» e quindi lastrica il suo sentiero, sognando la Milano-Sanremo. «Io mi immagino lì, in fuga, in Via Roma a giocarmi il successo. So che rimarrà un sogno, ma a me piace così».
D'altronde, sosteneva Kurosawa: «I sogni sono la rivelazione dei desideri inconfessati, delle paure segrete che l' uomo nasconde nel profondo di se stesso. I sogni sono delle cristallizzazioni di questi desideri puri e disperati, li esprimono in una forma fantastica e totalmente libera. L'uomo, quando sogna, è un genio; è coraggioso e audace come un genio». E questo Simon Pellaud, lo sa bene.
Foto: Simon Pellaud, Twitter
Enigmi e tartufi, Tour e dintorni
La partenza del Tour sembra essere l'unica certezza, perché a oggi non c'è più grande enigma del suo arrivo. Come si giungerà tra una ventina di giorni a Parigi? Il protocollo Covid è una pezza difficile da tenere cucita, due positivi in una squadra - ogni team sarà composto da massimo 30 persone, staff compreso - e si va a casa. Per evitare succeda come in Bora-Hansgrohe e in Astana - casi positivi, “diventati” negativi nel giro di poche ore - si potranno effettuare ulteriori test che stabiliscano la reale positività ed eventuale contagiosità, insomma un bel caos da gestire.
Tanta confusione sotto il cielo che maledice una corsa che, con queste avvisaglie, potrebbe saltare in aria, e chissà, non concludersi nemmeno nella peggiore delle ipotesi. Un paio di giorni fa quattro membri dello staff di un team (Lotto Soudal) sono risultati positivi al tampone, rimandati a casa e poi sostituiti, vedremo al Tour come gestire una corsa a eliminazione degna di un reality futuristico.
Ma in una stagione così proviamo a parlare di corsa e dintorni, almeno un po', e magari a non prenderci troppo sul serio: si parte da Nizza, quella mondana e francese, seppur al confine e dunque molto italiana, ma comunque non quella di Eco e Pavese così zeppa di tartufo. Semmai, per chi se lo potesse permettere: ostriche e champagne, anche se oggi quelle le puoi trovare pure se vivi a Pizzo Calabro – se siete da quelle parti in quel caso vi consiglieremmo il tartufo gelato. Provare per credere. Tuttavia, ci sarà ben poco modo di gustarsi il contorno: sarà una corsa blindata come un fumetto di fantascienza.
Sarà, come si legge un po' ovunque: “Tutti contro Bernal”? Oppure un tutti contro Roglič? Chi lo sa, la vigilia non è mai stata così tormentata anche per loro, agonisticamente parlando. Bernal ha mal di schiena, ma quando si sale ha un motore mica male e oltretutto deve difendere il titolo, cosa che di solito al Tour riesce pure abbastanza bene se hai del talento. Roglič cadeva quindici giorni fa e racconta di essere pronto ma di non sentirsi tanto bene (pretattica), e allora occhio agli altri che schiereranno Ineos-Grenadiers (sic!) - per i quali speriamo di non leggere metafore di guerra, non se ne sente il bisogno - e Jumbo-Visma: fossi un direttore sportivo, un corridore, un suiveur, uno scommettitore, un appassionato, un lettore di Alvento, un blogger, un giornalista, mi preoccuperei pure di Bennett e Sivakov, Carapaz, Kuss e Dumoulin. Vanno forte, e sanno più o meno come si vince o come si potrebbe. Lo spilungone olandese oltretutto è dato in crescita, forse potrebbe essere l'uomo della terza settimana. Lui, più verticale di una parete alpina.
Poi certo, in tutto questo ben di dio si potrebbero scegliere Quintana o Pogačar che mi fanno venire in mente il vecchio e il bambino, ma giusto perché Quintana con quella faccia vecchio lo è sempre stato, bambino chissà. Il Quintana di inizio stagione lo avrei dato favorito almeno per il podio, questo lo vedo "comme ci comme ça" come dicono loro, i francesi, loro mai così poco convincenti da quando hanno trovato una generazione nuovamente vincente.
Pinot e la sua idiosincrasia con la vittoria che fa quasi tenerezza come quel pedalare con le ginocchia che sembrano colpirlo in faccia; Bardet sempre più incerto ed enigmatico, nonostante ami tenersi informato costantemente leggendo di politica e sociologia – e questo in un certo senso ce lo fa stare più simpatico. Doveva fare il Giro, è stato dirottato al Tour e magari questo cambiamento gli farà bene. Alaphilippe lo scorso anno fiammeggiava e volteggiava, non riusciva a stare mai fermo con quelle gambette da grillo e un orribile pizzetto che lo faceva sembrare un Peter Sagan con la febbre. Quest'anno chissà, pure lui non sembra al meglio, ma corre nella squadra più vincente che ci sia e un colpo lo darà – magari già al secondo giorno.
Poi la sfilza di nomi proseguirebbe: non citiamo Porte, per decoro, ma magari il simpatico quanto caratteristico Mollema sì. Quando pedala è curvo e dinoccolato come un galgo, vince poco ma bene, ma anche quando non vince si fa sempre vedere. Il landismo di Landa ci ha un po' stufato perché è un'attesa eterna (o forse ci piace per questo?), però per un quinto, sesto, settimo posto o giù di lì c'è pure lui. Così come ci sono tedeschi con clavicole rotte e braccia scorticate che non si sa come abbiano recuperato. E poi? Altri colombiani tutti da spuntare con la penna rossa: Urán, Martínez, Higuita, López, nomi meravigliosi che sembrano quasi di fantasia, corridori di spessore ma dalla cifra a volte misteriosa.
Percorso? In brevissimo: tanta salita, tante tappe miste, poco tic-tac. I francesi fanno sempre come pare a loro e dopo averci annoiato per anni con volate e lunghe crono, oggi decidono che ne possa bastare una messa il penultimo giorno. Potrebbe essere una mossa contro lo spettacolo non mettere una cronometro a metà o inizio corsa e che favorisca in qualche modo gli specialisti, con il rischio di annacquare la corsa e tenerla ancora più sonnolenta di quella che ci si potrebbe prospettare. Uno scalatore in ritardo a causa delle prove contro il tempo è invogliato ad attaccare, così invece si aspetterà sempre la prossima salita, in un loop infinito, e verso l'esasperazione del landismo. E vediamo, poi, cosa succederà con gli interminabili treni formati dai vagoncini Jumbo-Ineos che potrebbero, così come sono, tranquillamente attraversare l'Europa e arrivare in Asia e tenere la corsa cucita come un abito da sera.
Infine due parole sulla pattuglia italiana, pochi ma buoni: sono sedici. Nizzolo sogna un filotto campionato italiano-europeo-maglia gialla il primo giorno; da Viviani ci si aspetta sempre un bel colpo, Trentin, Bettiol e De Marchi possono farsi vedere tutti i giorni con il loro animo da incendiari. Occhio a Formolo, corridore diventato spettacolare anche in bicicletta, mentre su Aru non ci accaniamo. Buon Tour a tutti.
Foto: ASO/ Thomas Maheux e ASO/ Pauline Ballet
A chi importa chi era Knud Jensen?
Avete presente com'è Roma in piena estate? Il cemento sembra si sciolga sotto i piedi, lo smog, l'asfalto che bolle, il GRA, le auto che sfrecciano ovunque su e giù per la Cristoforo Colombo, l'altare della patria come un gigantesco panetto di burro che si sta squagliando su se stesso. Poi fai una visita alle Terme di Caracalla, sotto un sole così non è mai bello né passeggiare né pedalare, e quando la guida indica: «Quello era il Frigidarium!» ti ci butteresti dentro rischiando di farti arrestare.
Sessant'anni fa non era poi così diverso. Avete presente Roma, 26 agosto 1960, gara che dà il via ai diciassettesimi Giochi Olimpici? Vi ricordate di Knud Jensen? Avrebbe compiuto 24 anni da lì a pochi mesi, veniva da Århus, Danimarca, e faceva il muratore. In realtà preferiva pedalare e non sappiamo se per questo si sposò con la nipote di Henry Hansen, leggenda del ciclismo danese, due volte campione olimpico ad Amsterdam nel 1928. Fatto sta che era dilettante e quindi a fine mese doveva portare a casa qualcosa, e allora lui, muratore e ciclista, un connubio folle di fatica e masochismo, di giorno lo trovavi a piallare, di pomeriggio a pedalare e nemmeno con scarsi risultati.
Si presentava la mattina della 100 chilometri a squadre con un interessante curriculum: aveva appena vinto il titolo di campione dei paesi nordici, e la sua Danimarca aveva buone carte da podio dietro le inarrivabili Italia e Germania – unita, ma con un quartetto tutto DDR.
Ma a Roma, nel 1960, una nuvola nera passava come un presagio: pochi mesi prima dei Giochi, tornando a casa da un concerto, perse la vita Fred Buscaglione schiantandosi contro un furgoncino che trasportava sanpietrini. Il 26 agosto 1960, prima di ritornare sul traguardo-partenza di Viale dell' Oceano Pacifico, fu il turno di Knud Enemark Jensen.
Faceva caldo, quel giorno, da sgretolare i sassi. 33 gradi al mattino e lungo via Cristoforo Colombo - "una strada che non rivela mai nulla, dove correre diventa una sorta di facoltà automatica che l'atleta è in grado di ripetere per un tempo impossibile da calcolare" scrisse Jacques Goddet, direttore de L'Équipe - si arrivò a oltre 40. Intorno nulla a dare un po' di refrigerio, fronde dove nascondersi o aspettare una bava di vento che ti rinfreschi o dia sollievo; solo gruppi di tifosi e curiosi, militari a far da sicurezza, enormi pennacchi futuristici a reggere bandiere di ogni nazione, e sullo sfondo il Velodromo Olimpico dell'EUR che appariva come una navicella atterrata in mezzo al deserto – e infatti come arrivata, se ne andò: inutilizzato dal '68 e demolito nel 2008.
E che routine la 100 chilometri a squadre! Prova a cronometro massacrante e spettacolare; per molti il sunto dell'esercizio fisico e tattico sulle due ruote - e perciò scomparsa per fare posto a scialbe e inutili trovate, l'ultima: la staffetta mista a cronometro! Su quello stesso asfalto che bolliva, Bikila Abebe, un paio di settimane dopo, avrebbe vinto a piedi nudi la Maratona dei Giochi, facendo anche lui su e giù per l'interminabile Colombo, la via più lunga d'Italia e in alcuni punti anche la più larga.
Si racconta di come quel mattino Jensen si fosse lamentato di non stare bene: ma tant'è, si partì ugualmente. Si va al macello, non c'è un dio a cui appellarsi, non c'è conforto, se non in quello della fatica che ti corrode i muscoli fino all'osso. Non ci sono motti decoubertiani; verranno solo aggiunti tanti, troppi dettagli dopo il suo incidente, che se ne discute ancora oggi – ad esempio se l'allenatore avesse dato o meno del Roniacol ai suoi corridori. E insomma succede che faceva così caldo che a fine corsa 31 corridori furono colpiti da un malore, e alla squadra danese non andò meglio. Il primo fu Jørgensen: iniziò a stare male da subito e si staccò. Il quartetto divenne un terzetto. Forse fu quello a salvarlo – fu portato di fretta in ospedale - e la mano tesa che decise di strapparlo al suo destino, divenne uno schiaffo che fece ruzzolare a terra pochi chilometri dopo il povero Jensen. «Mi sento male!» il suo urlo, e un compagno di squadra gli buttò acqua fresca addosso reggendolo per una maglietta. Giusto il tempo di lasciarlo andare e qualche centinaia di metri dopo Jensen cadde a terra. Colpì violentemente la testa – rigorosamente protetta solo da un cappellino. Frattura del cranio: venne trasportato, dopo diversi minuti d'attesa, in una tenda allestita in un ospedale militare. C'erano 50 gradi lì dentro: disidratazione, frattura del cranio, arresto cardiaco. Jensen morì lì: “Questo solo capì. Di essere caduto nella tenebra. E nell'istante in cui seppe, cessò di sapere”.
L'autopsia, inizialmente, parlò di morte per frattura del cranio per la caduta causata da un colpo di calore, poi negli anni si sono susseguiti giochi politici e mediatici atti a manipolare e strumentalizzare la scomparsa del ragazzo – la sua morte macchiata dall'uso di anfetamine e tutt'ora mai accertata resta al centro di una controversia. Il CIO si premunì nel far passare la vicenda come “emblema della lotta alle sostanze proibite” e il caso di Jensen come quello del “primo morto per doping nella storia”. Sette anni dopo si istituirà la prima vera commissione antidoping, ce ne vollero otto, da quel misfatto, per effettuare i primi controlli: una battaglia tra doping e antidoping che diventa una vera macchina fabbrica denaro e che prosegue fino ai tempi nostri. Ancora oggi, studi compiuti sulla morte del ragazzo e documenti della Wada si contraddicono. Martire oppure mito: come se poi importasse davvero al fine di capire chi era Knud Jensen.
Per approfondire che cosa si dice ancora oggi sulla morte di Knud Jensen: "The truth about Knud: revisiting an anti-doping myth"
https://www.sportsintegrityinitiative.com/the-truth-about-knud-revisiting-an-anti-doping-myth
Foto: https://www.sportsintegrityinitiative.com
Svegliarsi di soprassalto oppure Thomas G
Espressione rilassata: prima, durante e dopo una corsa importante. È sempre stato così, sin dai primi passi. Mentre gli altri si incupivano, tesi fino a strapparsi, logorandosi fino a otturare i propri pistoni, Geraint Thomas faceva scivolare via le preoccupazioni pedalando sciolto con quelle gambe che sembrano stiletti affilati. «Mai visto uno con una testa simile» - racconta Rod Ellingworth, suo ex allenatore e deus ex machina dei successi della Gran Bretagna nel ciclismo.
E d'altronde, la forza mentale di Geraint Thomas non è mai andata in frantumi nemmeno tutte le volte che è finito a terra. La prima brutta caduta nel 2005 in Australia: finì in terapia intensiva e gli tolsero la milza. «I miei vennero a Sidney preoccupati, finì che ci divertimmo un mondo». Al Tour del 2013 cadde nella prima tappa, si ruppe il bacino e restò ugualmente in corsa fino a Parigi supportando Froome verso la vittoria finale. Al Giro del 2017, quando era in piena lotta per la maglia rosa, si scontrò con una moto della polizia e qualche giorno dopo si ritirò. Lo stesso anno al Tour vinse il prologo, indossò la maglia gialla, ma tempo una settimana e finì di nuovo a terra: clavicola rotta. Memorabile il suo incidente alla Gand-Wevelgem del 2015 quando una folata di vento lo buttò fuori strada mentre era in fuga per la vittoria.
Elegante in bici, vincente su pista, sul pavé e nei Grandi Giri, Geraint Thomas è visto in gruppo come personaggio tranquillo e rispettato; garbato e dai modi britannici, lui che arriva dal Galles - Cardiff per la precisione, 'Diff, come dicono da quelle parti. Nell'ultima tappa al Tour del 2018 Daniele Bennati gli si avvicinò prima del traguardo e gli disse: «Il fatto che sia uno come te a vincere il Tour de France, mi fa venire la pelle d'oca».
Quando poi Thomas dice che dell'Italia gli piace tutto, in particolare il cibo, non è una strizzata d'occhio, sembra parli davvero di amore. In tempi non sospetti raccontava di come pensare al Giro d'Italia lo facesse svegliare di soprassalto la mattina, e quando si è sposato lo ha fatto nella St Tewdric's House, una villa italiana del XIX secolo, in Galles. Successivamente lui e la moglie l'hanno acquistata, restaurata, e oggi, a partire dalla modica cifra di circa cinquemila sterline, chiunque ci si può sposare.
Ha frequentato la stessa scuola secondaria di Gareth Bale, e in Galles è ritenuto uno dei personaggi sportivi più grandi di tutti i tempi, al pari della leggenda del rugby Gareth Edwards. Sempre a Cardiff, in suo onore, dopo il titolo olimpico vinto a Londra, la Royal Mail fece dipingere d'oro una cassetta delle lettere nella piazza centrale ed emise un francobollo col suo nome.
Il suo primo allenatore racconta di quando trovasse questo ragazzetto di nove anni mingherlino, pallido, con le gambe fini come uno sfilatino, tutte le mattine fuori dal velodromo a spiare i ragazzi che correvano con la maglia del Mindy Flyers Club. A furia di vederlo gironzolare lì intorno, timido, a bocca aperta e con gli occhi sognanti, un giorno lo invitò a fare qualche giro, gli diede una bici di riserva e lo lanciò in pista. Tempo qualche anno e Thomas divenne il più forte della sua scuola, poi del Galles, poi della Gran Bretagna, fino a conquistare due titoli olimpici nell'inseguimento su pista, nel 2008 a Pechino e nel 2012 a Londra.
«Non aveva mai il broncio anche quando perdeva una corsa» dice di lui un altro suo allenatore, mentre Courtney Rowe, padre del futuro compagno di squadra Luke, ricorda il suo talento: «Luke era bravo, ma G è sempre stato semplicemente geniale». E se c'era da fare festa lui era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene: «Ad ogni addio al celibato io tornavo a casa alle 22.30, Thomas per ultimo».
Alla fine del Tour de France vinto, Arsene Wenger, all'epoca manager dell'Arsenal, lo chiamò per congratularsi, e Thomas, tifoso sfegatato dei Gunners, pensava fosse Wiggins, noto imitatore, che scherzava. Qualche tempo dopo incontrò Leo Messi al termine di un Barcelona-PSV di Champions finito 4-0 e con una tripletta del fenomeno argentino. Messi gli regalò la sua maglia autografata e qualcuno scrisse: “Messi ha voluto incontrare il Re del Tour de France”. Quel Tour che in Sky non volevano che vincesse: «Mi dissero che avrebbero corso tutti per Froome anche se avessi avuto un minuto di vantaggio e che se nella cronosquadre avessi avuto un problema, non mi avrebbero protetto né aspettato», rivela Thomas nella sua biografia.
Escluso dalla selezione per il Tour di quest'anno - chi lo ha visto al Delfinato non ne è rimasto sorpreso - Thomas sarà una spina nello Stivale. E se dovessimo puntare un penny su un vincitore del Giro, il suo nome ci potrebbe far vacillare. A patto che G, come lo chiamano in gruppo, smetta di svegliarsi di soprassalto pensando all'Italia e mantenga il suo profilo equilibrato. “Imponi la tua fortuna e corri verso i tuoi rischi”, scrisse un giorno René Char, e ci pare un pensiero perfettamente adatto al cammino di Geraint Thomas.
Foto: ASO / Alex BROADWAY e ASO / Pauline BALLET
Andare in bicicletta mi rende felice
Peter Schermann aveva ventisei anni quando comprò la sua prima bici da corsa. Fino a quel momento aveva giocato a basket in una squadra amatoriale, si era laureato in psicologia e il suo tratto distintivo era sempre stata una smaccata concitazione dentro al fisico di un corazziere: 190 centimetri per 95 chilogrammi.
Quando uscì in bici per la prima volta si era dimenticato di gonfiare bene le gomme e dopo dieci chilometri aveva dovuto farsi venire a prendere dalla sua ragazza: bucò entrambe le ruote e tornò mestamente a casa.
Alla sua prima corsa si presentò con una maglietta con su scritto "Livestrong"; la gente gli rideva dietro, vedeva questo buffo e goffo omaccione cercare di districarsi con la mountain bike e che veniva superato da ogni concorrente possibile: finì doppiato due volte ed estromesso dalla corsa. Ma non ne fu per nulla turbato.
Il ciclismo lo aveva rapito, era la brama di agonismo che lo aveva sempre caratterizzato sin da quando, bambino, si allenava giorno e notte con un canestro fuori dal garage di casa sua insieme al suo fratello gemello. Cresceva di livello nella ditta in cui lavorava, ma aveva bisogno di placare quella tirannica sete, finendo per alzarsi ogni giorno alle cinque del mattino con il solo scopo di allenarsi. Poi andava a lavoro in bicicletta, e in pausa pranzo si allenava; tornava a casa in bicicletta e la sera ancora ad allenarsi e poi, nei giorni di riposo, via ad allenarsi per recuperare il tempo perso dietro alle cinquanta ore di lavoro settimanali in azienda.
Dopo il primo anno di bici, era il 2015, Peter Schermann strapazzò la concorrenza in una gara locale su strada finendo per impressionare Marc Pschebizin, leggenda tedesca del Triathlon e soprannominato Mister Inferno per aver vinto ben dieci volte una delle prove più dure della specialità: l'Inferno Triathlon. Preparatore atletico, Mister Inferno consigliò a Peter di darsi una calmata «Sei bravo, hai talento, ma esageri con gli allenamenti». E infatti Peter, a furia di allenamenti massacranti, formaggio quark e noci, racconta che «dopo sei mesi iniziai ad assomigliare più a un ciclista che a un giocatore di basket». Due anni dopo, Peter vince la stessa corsa di mountain bike che lo aveva visto umiliato tempo prima.
Ma la mattina di Pasqua 2017 viene inghiottito da un buco nero degno di un passaggio dimensionale dentro Providence – Rhode Island. Erano passati un paio di giorni dall'ultimo allenamento e dopo aver chiamato al telefono un amico per uscire in in bici iniziò a sentirsi male. Dalla stanza penetravano rumori ovattati: Peter si guardò allo specchio e non riusciva a riconoscersi. Era, racconta sulle pagine di develo.cc, come se stesse guardando l'immagine deformata di qualcuno che non era lui. «Ho fatto la doccia e ho provato a cantare qualcosa ma non usciva nessun suono. Non riuscivo a formare le parole mentre l'acqua della doccia sbatteva così forte, come fossi nel mezzo di una grande tempesta».
Bussarono alla porta, era il suo amico. Andò ad aprire in una sorta di trance, mezzo svestito. L'amico credeva fosse un gioco, uno scherzo, poi le vertigini presero il sopravvento. Per fortuna di Schermann l'amico era stato paramedico e colse la gravità della situazione chiamando un’ambulanza. Dopo averlo visitato sul posto gli dissero: hai avuto un ictus.
Non riusciva a parlare, Peter, non poteva muovere il suo corpo: era come un pezzo di carne intorpidito ma con i pensieri vigili: «La mia mente era completamente normale a parte il fatto di sentirmi stordito, quasi sopraffatto». Mentre aspettava l'arrivo dell'ambulanza Peter ricorda, come un sogno lontano, che stava cercando di indossare la sua biancheria intima pensando: «Questa roba mi sta scomoda, non è la mia».
Gli dissero che il suo sistema nervoso era stato inattivo per oltre mezz'ora e che molto probabilmente il suo lato sinistro del corpo non si sarebbe più ripreso per via dei danni cerebrali causati dall'ictus. E lui, quattro mesi dopo, era di nuovo in sella a una bicicletta, ma non solo. Al via del Tour of Xingtai, corsa su strada del calendario UCI, aiutò il suo compagno di squadra Carstensen a conquistare un successo di tappa.
Oggi Peter Schermann pedala ancora, più di prima. Racconta di come il ciclismo abbia avuto una parte fondamentale nella sua riabilitazione, di come gli abbia dato la motivazione nell'alzarsi ogni mattina, prima pedalando qualche minuto, poi un po' di più, poi diverse ore al giorno, al sole o sotto la pioggia. Ha corso su strada, ha vestito la maglia della nazionale tedesca nella coppa del mondo di mountain bike ottenendo piazzamenti dignitosi e all'inizio del 2020 ha persino chiuso nei primi dieci la Cape Town Cycle Tour. «Incredibile, vero?» racconta. «Nessuno ha capito perché mi è successo quello che mi è successo, ma io so una cosa soltanto: andare in bicicletta mi rende felice».
Foto: Peter Schermann/Facebook
Smog
“Dolce massacro, bici, dolce massacro. Perché ho cominciato ad andare in bici mascherato come un clown per le strade di Roma? Mandando giù lo smog fino alle cavità più nascoste degli alveoli, rischiando un'infinità di volte di finire sul lastricato, inghiottito da qualche paraurti.
Perché continuo a pedalare ancora per dieci chilometri dentro una giungla di lamiere, prima di uscirne fuori e finalmente respirare senza sentir dentro l'anidride carbonica che mi divora i polmoni?
Perché i chilometri, la fatica, gli scatti, i controscatti, le salite, le forature, le mani sporche di catena, i tubolari che non vogliono né uscire né entrare, gli automobilisti, i clacson?
Gli automobilisti che ti suonano in continuazione, che ti evitano per miracolo mandandoti al diavolo se pedali un centimetro più a sinistra della “loro” corsia. Perché?
Non saprei, ma ogni tanto, a cavallo di quella bici, mentre ti mantieni miracolosamente in equilibrio su quei due centimetri di gomma, sospeso in aria, senza rumore, spinto dalle tue sole forze, ti succede qualcosa di insolito e ti senti la vita addosso. E non capita spesso di sentirsi la vita addosso, sia pure per un attimo. A volte ne basta uno per capire che ce la possiamo fare, che ce la stiamo facendo; solo uno per sentirsi ancora in corsa, continuando a nuotare senza andare a fondo.
E non c'è nient'altro che ti vada di fare se non far girare le tue maledette gambe su quei pedali.
Mi rendo conto di quanto tutto questo possa essere crepuscolare per una gnocca grunge e il suo teddy boy tutto anfibi e mimetica: rimarrebbero un po' perplessi, soprattutto sulla questione della vita addosso. E ogni tanto, lo ammetto, la penso come loro. Penso davvero che quel frenetico frullio sia veramente stucchevole, che non abbia niente a che fare con un terzo tempo di Jordan, una stop volley di Mac, una pirouette del Tartaro Volante...
Pure, quella solida presa sul manubrio che te la fa possedere – soprattutto quando lo impugno da sotto in posizione da volatona finale, da crono, alla Jacques Anquetil o alla Charly Gaul in salita, insomma nel bel mezzo della sua curvatura – quella posizione compatta sul telaio, quel mento spinto in avanti sopra il manubrio, quei muscoli tirati dai tendini sui pedali, danno un potere inesauribile in sella alla tua bicicletta.
Ecco perché vado in bici, e non rompetemi, pseudogiocatori di calcetto notturno, con la solita storia che non ci trovate niente d'interessante in una corsa ciclistica o in un'uscita fuori porta di sessanta chilometri...
La bici la ami se la cavalchi, finquando non riesci a domarla la odi e ti viene la nausea soltanto a guardarla.
Finquando non la domi, la bici è meglio che non la stuzzichi (detto degli ultimi sopravvissuti pedalatori delle città).”
Il brano si inserisce apparentemente senza un senso, all'interno di “Miguel y Marco – la fantastica corsa nella terra di Macondo”, libro del 1995 di Maurizio Ruggeri, edito da Limina. Un resoconto ironico, pungente e romanzato del Mondiale di Duitama, e dove un finale alternativo elimina – nel vero senso della parola – Olano, “compañero ribelle che sembra il suo gemello monozigote, il suo replicante che non ha voluto perdere di vista”, e lancia Indurain e Pantani verso il traguardo. Un libro geniale, che alterna rabbia verso il mondo del giornalismo e del doping, sprezzante ironia contro i mostri sacri dell'epoca – da Adorni a Bugno e De Zan. Tra agonismo e poesia proietta i protagonisti di quell'indimenticabile gara nell'olimpo del cinema di Bergman, delle imprese di Gimondi e dell'epica di Melville e di Omero.
Foto: olympodeportivo














