Tre carte
Nel ciclismo, si potrebbe scrivere molto sulle partenze. Non solo di un viaggio o di una tappa. Si potrebbe scrivere molto sulla partenza dei ciclisti quando, come in ascolto di un richiamo ancestrale, aumentano la velocità e cercano di segnare un varco su chi li segue. Ci si potrebbe chiedere, e in un certo senso ce lo chiediamo, quale sia l'esatto momento in cui l'istinto faccia scattare il desiderio e quanti millesimi di secondo ci vogliano perché dal pensiero si passi all'azione.
Pensiamo a Elisa Longo Borghini allo Women's Tour in questi giorni. Quell'istinto, tramutato in desiderio e poi in levata sui pedali e scatto, partenza, lo ha ben messo in mostra e guardandola viene da chiedersi quanto prima parta nella mente lo scatto che tutti poi vediamo. Certe volte è bello provare ad indovinarlo prima che si manifesti nella realtà. Quasi a dire "Adesso parte" e vedere che, sì, parte proprio adesso.
Non diciamo indovinare a caso, lo diciamo perché l'ordine d'arrivo di oggi alla Black Mountain e di ieri a Welshpool assomiglia a quel gioco delle tre carte, in cui bisogna indovinare dove si trovi una precisa carta scelta: al centro, a destra o a sinistra. E per indovinarlo devi affidarti a ciò che vedi, oppure, quando la mano è troppo veloce, a ciò che pensi. Quelle mani che muovono le carte, somigliano alle gambe dei ciclisti, al loro rimescolarsi in gruppo, all'abilità, all'equilibrismo e persino alla fortuna. Quelle mani sono l'istinto delle gambe che fanno girare i pedali e delle braccia che dirigono il manubrio.
Ieri Elisa Longo Borghini aveva mosso quelle carte, in una tappa che non avrebbe dovuto muovere la classifica generale. Aveva svegliato la corsa, era poi partita decisa con Grace Bown e Kasia Niewiadoma. Troppo presto, forse. Brown, Niewiadoma, Longo Borghini aveva detto l'ordine d'arrivo. Oggi, nel verde della Black Mountain, lo ha rifatto, partendo convinta, sui pedali, come ieri, e con una strada che tira all'insù. Come quella mano: destra, centro, sinistra e poi ancora sinistra, centro e destra. Dritta fino in fondo, fino al traguardo, poi braccia in alto, velocemente e ancora giù: Longo Borghini, Niewiadoma e Brown.
Quanto tempo prima è partita quella partenza, nella sua testa? Ora, riguardando il video, sembra quasi possibile intuirlo, per un movimento, una sensazione. Ci proveremo ancora nei prossimi giorni, nelle prossime gare. Quel che conta è che oggi tutto è stato perfetto, come le mani di chi getta le carte o, fuor di metafora, il ciclista che parte. Elisa Longo Borghini ha vinto.
Unbound Gravel: tornare cambiati
Emporia è subito sembrato un universo parallelo all'interno degli Stati Uniti d'America. In realtà, appena toccato il suolo, Mattia De Marchi ci ha pensato: «Sono in America» e gli è sembrato strano, eppure bello. Certamente contrastante con quella sensazione di normalità che può affliggerti quando ti abitui a ciò che fai. Ad Emporia, l'abitudine non si è mai fermata: come avrebbe potuto fra tutti quelle persone che lasciano le proprie case per far spazio ai concorrenti dell'Unbound Gravel? Come avrebbe potuto scossa da quei clacson che per strada suonano ai ciclisti solo per salutarli, per dare il benvenuto?
Mattia De Marchi li ha sentiti e sono stati esattamente come la sua indole, qualcosa che bussa alla porta e ti ricorda perché lo stai facendo. «Inseguire Ten Dam probabilmente non è stata la scelta giusta e dovrei dirti che non lo rifarei. Invece no, lo rifarei perché facendo diversamente non sarei io. Avrei potuto piazzarmi meglio ma attendere non fa per me. E poi cosa avrebbero guardato tutte quelle persone che seguivano sulla grafica il puntino blu che mi rappresentava e speravano ce la facessi? Proviamo a pensarci». Ten Dam, quando lo ha visto, incollato alla sua ruota gli ha subito chiesto chi fosse e, sentendo il suo nome: «Mi ricordo di te a "The Traka", sei in gamba. Dai che facciamo all in».
Mattia, in quel momento, ha potuto solo sentire quelle parole, non vedeva quasi più nulla perché, la pioggia, faceva rimbalzare quella sabbia collosa sugli occhiali, rendendo impossibile tenerli: «Ad un certo punto, li ho tolti e quei granelli mi entravano negli occhi, facevano male, io, però, ero solo innervosito perché iniziavo a perdere le ruote, mi superavano. Al traguardo non vedevo quasi più nulla e lì ci ho pensato: "Mattia, ragiona: non vedi più e hai in mente solo la gara?". Per fortuna non era niente di grave e la vista è tornata, ma mi ha fatto riflettere». Certo, fa riflettere perché spiega cosa accade in quei chilometri in sella, il misto di sensazioni che ti estranea da tutto ma, alla fine, ti lascia lì, lucido e a contatto con gli altri, su quelle strade che cambiano repentinamente forma e direzione.
Boswell e Stetina non vanno all'attacco con lui e quando viene ripreso lo affiancano: «Bel numero». De Marchi non ce la fa più, è al gancio, ringrazia e stringe i denti. «Dai 320 chilometri dell'Unbound Gravel torni comunque cambiato, è questo il punto. L'esperienza resta e va oltre il risultato. Ciò che succede ad Emporia te lo ricordi appena pensi a questo sport». La conseguenza è un pensiero al mondiale gravel su cui sta riflettendo l'Uci: «Chiedo di pensarci bene, perché le gare che stanno organizzando sono solo gare, non c'è nulla di tutto questo. Ci si pensi, si studi ciò che accade negli altri paesi e ci si prenda tutto il tempo prima di organizzare un mondiale. Altrimenti, per sfruttare le opportunità che il gravel offre, rischiamo di snaturare quello che è. Non spetta a me decidere e ho pieno rispetto di chi lo farà, ad oggi, però, spero proprio che questo mondiale non ci sia».
Nel frattempo c'è un viaggio in Africa fra pochi giorni e diverse gare proprio lì. A Mattia hanno già detto che all'arrivo in aeroporto le persone affiancheranno i ciclisti e chiederanno cosa facciano con tutte quelle biciclette, perché in Africa questa abitudine manca. Lui sta pensando alla risposta da dare, a come spiegare ciò che accadrà: «Ho scelto di non aspettarmi nulla e di vivere questa avventura per quello che sarà. Ogni tanto, però, mi immagino i bambini che ci cercheranno e ci rincoreranno. Mi dico che sono fortunato e quel volo vorrei prenderlo il prima possibile. Anche adesso».
Sassi e serpenti: Seven Serpents
«Là ci sono solo sassi e serpenti» dicevano così gli amici di Bruno Ferraro quando, da ragazzi, a qualcuno veniva l'idea di andare sull'isola di Krk o di Cres, in Croazia. A Ferraro è tornato in mente pensando a quegli 818 chilometri e 15000 metri di dislivello che aveva visionato in primavera per collegare Ljubljana a Trieste, così ha chiamato questa avventura in bicicletta "Seven Serpents gravel".
Bruno Ferraro, che questa volta è stato organizzatore della gara che si è svolta il 15 maggio, l'ha vista con gli occhi di chi pedala perché, in realtà, di essere ciclista non si smette mai. E l'ha pensato come un viaggio bello ma non sempre comodo: solo in questo modo si conosce davvero la bicicletta. «Alcuni tratti si percorrono bene in mountain bike, altri in gravel, per altri servirebbe una bicicletta da strada. C'è un chilometro sull'isola di Krk in cui la bicicletta va portata in spalla perché pedalare è impossibile. Credo il significato di un viaggio in bici stia anche in questo adattamento». Ben vengano quindi i commenti di chi ha detto che non se l'aspettava così dura, che alcuni momenti sono stati davvero difficili, ben vengano perché, su più di 60 partenti, solo in sei si sono ritirati e tutti hanno detto che torneranno: «Trovi il tratto duro e pensi di mollare, poi, però, c'è un paesaggio che ti colpisce, una strada scorrevole e ti dici che sarebbe un peccato mollare, allora continui».
In quel continuare c'è la soddisfazione non solo di ogni ciclista, anche quella di Ferraro che quei ciclisti ha cercato di conoscerli uno per uno, di portarli all'arrivo, di accompagnarli. Sono state importanti le indicazioni tecniche, non solo però. Sull'isola di Krk, c'era Sandra con la bici a mano, poi in spalla, e Bruno Ferraro ha camminato con lei, l'ha incitata come fa un ciclista quando ne vede un altro in difficoltà: «Qualcuno, come si sente spronato, ha subito un guizzo di velocità, magari si alza sui pedali. Altri, come Sandra, sono più timidi, allora sorridono solamente o ti guardano, ma sai di avergli fatto del bene».
Sette checkpoint, castelli, chiese e ponti, rocce aspre e anche qualche biscia proprio a Krk e a Cres, perché in quel modo di dire un fondo di verità c'era, sino alla vista sul Golfo di Trieste e alla discesa verso l'arrivo in piazza. Quella piazza dove puoi sederti a terra con una lattina e un panino e sentirti a tuo agio, dopo aver liberato tutte le sensazioni che ti hanno accompagnato. Ferraro ci parla di Jonas, secondo classificato: «È arrivato a sera, ero dietro la linea del traguardo a braccia aperte: mi ha abbracciato e stretto davvero forte. Era molto contento di avercela fatta e sentire questa stretta mi ha fatto un certo effetto. Ho pensato a cosa possa lasciare una gara». Una gara, ovvero, per Nils Correvon primo classificato, quasi sessanta ore, per gli ultimi molto di più, però, la loro fragilità a Trieste è una testimonianza: «Sono fiero del fatto che anche loro siano arrivati, che abbiano superato gli inconvenienti, io stavo aspettando proprio loro. Per i primi è più facile, dopo metà gruppo inizia a complicarsi tutto».
Seven Serpents ha parlato proprio a loro, ha accolto chi è alle prime esperienze nel bikepacking e, dopo tutti quei chilometri, ha trasmesso un messaggio importante: «Non fermarsi alla prima difficoltà, perché i pedali torneranno a girare bene, a patto di avere pazienza e sarà ancora più bello».
L'appuntamento è, quindi, per l'anno prossimo perché "Seven Serpents" tornerà e laddove c'erano solo rocce e serpenti ci saranno tanti ciclisti a condividere una giornata, una nottata, un divertimento e quella fatica che rende più vere persino le poche parole che ti scambi seduto su un muretto mentre riprendi fiato. I nomi più importanti del panorama gravel sono avvisati.
La vittoria di Oldani attraverso i sensi di Genova
Un silenzio particolare cala sul traguardo di Genova mentre Stefano Oldani, Lorenzo Rota e Gijs Leemreize imboccano il viale in leggera pendenza che li porta al traguardo. È quel silenzio che si può distinguere anche in mezzo a tanto rumore, quello degli occhi che, mentre scrutano per capire cosa accade, sembrano inibire la parola. Uno strano legame di senso. La città brulica ma la gente, per qualche attimo, guarda solo senza fare nulla.
E sono gli occhi a cercare, abili segugi. Stefano Oldani controlla Leemreize e risponde ad ogni attacco, ad ogni anticipazione di tempesta, poi parte e non lascia a Lorenzo Rota che la possibilità di seguirlo senza quasi poterlo affiancare. Ci siamo chiesti spesso cosa si provi quando ci si sente impotenti in sella, quando vai ma non vai, quando il movimento non è fuga, salvezza o ritorno, ma condanna, asfalto che trattiene, calura che scioglie. Rota, dopo una giornata in fuga, deve avere provato questo.
Oldani vince, si sdraia a terra, si mette su un fianco, quasi a dare aria ai muscoli e piange. È lì, sdraiato e accerchiato da fotografi e giornalisti: non si vede nulla, solo un insieme di persone che guardano, qualcuno lo applaude con le mani sopra la testa. Notiamo una ragazza, dall’altro lato delle transenne, che si abbassa e guarda sotto, nello spiraglio delle transenne e in mezzo al groviglio della gente. Lei ha voluto e potuto vedere solo così Oldani, dopo la vittoria. Lei ha cercato di vederlo così, nelle fessure, nelle pieghe, nel caos. Sono gli stessi occhi segugi, quelli che hanno fatto silenzio in mezzo al rumore. Quelli di cui il ciclismo è pieno.
Pensate alle bandiere dell’Eritrea stamattina a Parma e questo pomeriggio a Genova. Verrebbe da chiedersi perché così tante proprio ora che Girmay non è più qui. Noi lo chiediamo e ci chiedono se davvero crediamo non sia possibile tifare per qualcuno che non c’è, poi aggiungono che quella è la bandiera dei vincitori. Una bandiera legata a un ramo, chissà se di un albero di queste zone o di chissà dove, con un pezzo di cartone attaccato sopra: «Forza Eritrea!». Una piccola lezione: basta strappare un pezzo di cartone, un pennarello, un appiglio e puoi dire a tutti ciò che pensi, quello in cui credi.
Nella giornata delle fughe, nella giornata in cui si è passati dal Passo del Bocco, quella in cui si è ricordato Wouter Weilandt e il suo numero che non è più solo un numero, le persone a Genova hanno usato tutti i loro sensi per arrivare anche dove non si può o dove si credeva di non potere. A costo di sdraiarsi per terra e sbirciare da una transenna fra i passi dei tanti fotografi: la vittoria di Oldani è bella anche da lì.
La festa di Filottrano e Girmay
L’arco che porta al centro di Filottrano conduce ad un’altra dimensione: la festa. Qui usano molto questa parola: «Facciamo festa» e apparecchiano un tavolo con bicchieri e piatti di plastica, pane, salame e una bottiglia di vino rosso. Insieme. Si aprono le porte dei negozi per far spazio a più persone sul ciottolato del centro e la corsa è davvero ovunque. Un universo parallelo legato al paese come i palloncini che vengono liberati al passaggio del gruppo, che sono legati ai polsi delle persone ma, in realtà, sono le persone a essere legate a quei palloncini. Per come li guardano mentre orgogliose li lasciano volare via e vi dicono: «Questo è il mio paese».
Parlare di Michele Scarponi è difficile o forse sin troppo facile. «Era come noi» ed oggi ci sembra più vero che mai. Perché abbiamo rivisto queste persone mentre fanno un occhiolino, mentre guardano la corsa in un bar e non riescono a non commentare, mentre gesticolano, anche mentre dicono tutto in maniera così spontanea che ti chiedi se, poi, non sia più semplice. Persino nelle rughe di espressione che ricalcano le forme che il viso prende spesso: il piacere e la fatica. Mentre gridano per l’arrivo del gruppo che è ancora lontano ma chiunque passi lì in mezzo si sente atteso. E Pavese aveva ragione: da ragazzi si può pensare che il proprio paese sia il centro del mondo, girando tanto, poi, ci si accorge che tutti i paesi sono così perché il mondo è fatto di paesi. Quanto ti eri sbagliato? Quanto avevi ragione?
Il gruppo va via da qui mentre poco più in là, nei bar, si parla della fuga ripresa e i ragazzini prendo i gelati e li scartano in piazza. I giornali sui tavoli, aperti, spalancati e sfogliati e il classico odore della carta assieme al suono della lattina Coca Cola che viene aperta. «Vuole vincere per Michele» dice il proprietario quando Nibali prova ad allungare. «Gliel’ho detto io» aggiunge indicando la moglie. E appena scatta qualcuno ci si mette in punta di sedia, si appoggiano i gomiti sul tavolo e si proietta il corpo in avanti, come un ciclista su una salita, meglio su un muro o uno strappo da queste parti.
Lo stesso accade sul bancone del bar mentre Biniam Girmay parte in volata e Mathieu van der Poel gli prende la ruota. Sembra quasi un percussionista van der Poel, un percussionista che per unico strumento ha la bicicletta, insiste e si gasa mentre il suo viso prende proprio la forma dello sforzo. Deve cedere prima del tempo perché Girmay è sempre più avanti e qualunque movimento sembra inefficace. Cede alla sua maniera: quella degli attacchi folli, delle imprese incredibili, dei colpi geniali e delle batoste. Si siede e alza il pollice: «È tua». Poi lo abbraccia.
Si parlava di paesi. Asmara, la città natale di Biniam Girmay, è certamente più grande di Filottrano ma è comunque un paese, una città, e somiglia agli altri perché ti permette di essere aspettato, di riconoscerti, di riconoscere.
Accade a Girmay, il primo ciclista africano di colore a vincere una tappa al Giro d’Italia, che nei suoi tifosi riconosce le sue stesse epressioni, i modi di fare e persino di gioire. Accade a Filottrano, in cui, dopo la corsa, le persone tornano al lavoro e lo fanno con la stessa dignità, lo stesso orgoglio, con cui hanno festeggiato. Insieme. E chi manca, nel paese, è atteso e non manca mai del tutto.
E tu sai ca' nun si sulo
I suonatori di chitarra in via Caracciolo suonano le prime note di “Napule è”. Solo musica, le parole arrivano da chi passa ai lati della strada e fischia o canticchia. Ad un certo punto, il testo dice “E tu sai ca' non si sulo”, noi ci pensiamo accanto al fruttivendolo che mostra la verdura e la descrive, alla pasticceria e a quei “babà” su piccoli vassoi che girano per i Quartieri Spagnoli, alle mani infarinate di un pizzaiolo che torna a casa ancora così, di fretta, al piattino del caffè che sembra un’opera d’arte. Ci sono loro e quelle voci che non si fermano mai.
Voci e maglie azzurre, alcune in tessuto vecchio, con un numero, l’unico che ha senso: il dieci, che è un numero è una persona. Mentre Mathieu van der Poel va via subito, scatta, quasi una burrasca vederlo partire così presto. Lui a queste cose è abituato, come ad andare via mentre mangia un panino. È abituato a sentire il suono della ruota che insegue come va davanti al gruppo.
Non sappiamo se Girmay, che va via con lui e gli altri, avesse mai visto Napoli prima di oggi. Non sappiamo se ha sentito come tutti qui storpiano il suo cognome ma lo gridano forte, lo cercano. E le bandiere del suo paese sono arrivate anche qui e sventolano senza arricciarsi, mentre lui e van der Poel nel finale si gettano da soli all’inseguimento di De Gendt, Gabburo, Arcas e Vanhoucke e quasi li riprendono. Loro sono i contrattaccanti: coloro che attaccano nell’attacco, le ruote che van der Poel sente inseguire, poi vede andare e si trova a inseguire a propria volta.
Proprio in quel momento una signora belga, si affaccia a una transenna e chiede: “van der Poel?”. Chiede di lui per sapere di De Gendt, chiede di lui perché se rientra sono problemi per tutti. È lei la prima a gridare Thomas dopo il traguardo. O forse semplicemente lo grida più forte perché la sua voce arriva prima. Prima che De Gendt scenda dalla bicicletta, abbracci Vanhoucke, inizi a sospirare e vada a sedersi su una sedia nel tendone giornalisti. Una sedia bianca del tipo di quelle che si trovano fuori dalle case nei borghi al passaggio del Giro.
Mani sul volto, mentre tutto lo fotografano, lo cercano, chiedono. Lui, la personificazione della fuga, dell’essere soli. Lui che oggi che non era solo, ha vinto e al traguardo si è allontanato da tutti cercando quella stessa solitudine mentre qualcosa dentro cercava di uscire.
In fondo, il Vesuvio che a Napoli è anche un punto di riferimento per indicare le strade. È “il vulcano”, come “il dieci”, come “il fuggitivo”, tutto quello di cui vi abbiamo parlato e quelle voci che arrivano anche all’interno dei locali. Punti di riferimento e “tu sai ca’ nun si sulo”.
Le infinite possibilità di Démare e Rosa
Se potessimo farvi sentire le voci dei tifosi dietro le transenne, dopo l'arrivo, vi faremmo sentire solo quelle perché non serve molto altro per comprendere la giornata di Scalea. Solo voci, nemmeno un'immagine, e potreste capire. Solo un "assurdo" e potreste capire. Assurdo com'è assurdo che tanta noia e tanta adrenalina si trovino nello stesso posto. E via a una lunga serie di considerazioni su chi l'ha spuntata, Ewan o Démare: non saperlo, sembra ancora meglio, perché lo si chiede a chiunque e si mostra la propria visuale sul traguardo che la conferma o smentisce. Qualcosa che continua anche dopo la certezza che a vincere è stato Démare, perché, dove c'è stato il dubbio, c'è la possibilità di vedere altro. Abbiamo capito così che l'assurdo ci fa bene.
Proprio quello che non sai spiegare. Come si spiega a un americano il significato della parola "Terún"? Innanzitutto non avendo paura di chiamare qualcosa con quel termine: una squadra, un ristorante ma potrebbe essere altro. Franco e Rossano lo hanno fatto. Succede così che le parole difficili, quelle che si portano addosso un significato complesso, cambiano volto e portano l'orgoglio di chi sei.
Potremmo chiamare un fuggitivo a spiegare l'assurdo, perché le fughe sono una sorta di apologia dell'assurdo, una difesa, un'arringa. Ci ha fatto riflettere chi si è chiesto cosa sarebbe stata la noia di oggi se non ci fosse stato Diego Rosa all'attacco? Allora qualcosa di apparentemente inutile, come una fuga in solitaria in un tappa dal finale scontato, è in realtà utilissimo perché cambia tutto. Il punto è che senza assurdo non ci sono le possibilità e senza le possibilità anche il ciclismo è più povero. Le possibilità che, poi, sono dietro il significato del sorriso di Diego Rosa quando intuisce il gruppo alle spalle e ognuno può leggerci ciò che crede. Noi vogliamo vederci la soddisfazione per essere riuscito a fare ciò che ha fatto: innanzitutto è stato l'unico a farlo e già questo dice molto. Gli atti di coraggio si fanno più facilmente in compagnia, perché, per quanto siano assurde le tue ragioni, almeno non sei solo. Quando sei anche solo la faccenda è ancor più complessa.
«Nonostante l'età e il mal di gambe sono ancora riuscita a scendere da casa e venire qui» ha detto una signora in fondo al viale del traguardo. Nonostante che è la preposizione dell'assurdo, del coraggio, di quando fai una cosa malgrado tutto direbbe il contrario. Succede in volata, chiedete a Démare e Ewan, succede in fuga, ma soprattutto succede a tutti e per il ciclismo è questo l'importante.
Juanpe: luna bianca, luna nera
Sui crateri dell’Etna si parla di ciclismo: ci si arrampica mentre la terra nera, mista a minuscoli sassi, rotola a terra, poi si inizia a parlare. Si sale in alto per vedere meglio, ma si è disposti a scendere per cercare chi vuoi vedere, di traverso, per frenare il peso del corpo. «Se non arriva fra i primi, scendo e gli vado incontro» una sorta di regola del tifoso, di quelli che scendono mentre il gruppo sale perché cercano qualcuno che non è ancora arrivato.
Una sorta di luna nera questo vulcano che, quando cala il sole, è identico alla notte. A quella reale degli autisti di alcuni bus che per arrivare qui hanno guidato ventidue ore e stamattina sono ripartiti all'alba, a quella figurata di Miguel Ángel López che si ritira e di Tom Dumoulin che si è staccato dal gruppo ai meno nove dal traguardo. Una sorta di luna nera spazzata dal vento come un'altra luna in terra: il Mont Ventoux, bianco come la vera luna.
Bianco come la carnagione di Juan Pedro Lopez, per tutti "Juanpe", che è giovane di età e di emozioni. Lui che fugge due volte: fugge al mattino come fanno in tanti qui al Giro d'Italia e torna a fuggire mentre quella terra nera finisce nelle narici e una coppia canadese sui crateri chiede se anche i ciclisti mangino arancini. Bizzarra domanda, ma tant’è.
Fugge “Juanpe” come lo chiama anche chi non lo conosce e chiede chi sia. Supera Oldani che non ce la fa più e al traguardo viene tranquillizzato dai cronisti: “Tranquillo, Stefano. Riprendi fiato. Quando te la senti, parliamo”. Fugge “Juanpe”, viene recuperato e anche beffato sul traguardo da Leonard Kamna che quello scatto lo aveva nelle gambe da chissà quanto. Da Budapest, probabilmente. Quasi lo scatto fosse una sua proiezione, l’ombra lunga dei ciclisti che, in certi punti sembra precederli quassù. Fugge, perde, ma indossa la maglia rosa e parla con la voce che trema. Dice che lui è qui per Ciccone, che questo non cambia nulla. Anche se per lui, almeno oggi, cambia tutto, è ovvio.
Dicono che “Juanpe” si fidi di tutti in squadra e lo dicono sinceramente. Si fidi soprattutto di chi gli prepara le biciclette che, se ci pensate, è una fiducia enorme perché da lì dipende la tua gara, le sicurezze che puoi avere e le insicurezze da lasciare da parte. Noi diciamo che “Juanpe” domani riparte in maglia rosa e, anche quando tornerà a lavorerà per Ciccone, e si sposterà andando nelle retrovie, avrà tanti tifosi che gli andranno incontro, invece di aspettarlo. Luna nera o luna bianca.
Le domeniche senza Giro
Mentre il mare si agita, quasi succube di quelle nubi che i vetri del traghetto lasciano intravedere, ognuno fa i conti con il proprio tempo. Messina è ancora lontana e le cabine in cui ci si chiude a riposare troppo piccole per restarci nove ore. Si esce sul ponte, dove il fumo delle sigarette è spazzato via dal vento e ci si affaccia a guardare la spuma bianca che lo scorrere della nave lascia sul mare. La vertigine è lì, nelle mani che si stringono il parapetto e nei corpi che restano indietro, gettando in avanti solo il capo, per guardare.
Cosa sta accadendo in Ungheria, vicino al Lago Balaton, qui non lo sa nessuno. La connessione internet è assente da pochi minuti dopo la partenza e la televisione trasmette pochi canali, nessuno che restituisca qualche immagine del Giro d'Italia. Appena il traghetto si avvicina alla costa, in corrispondenza di qualche centro abitato, col segnale che torna si prova a cercare qualcosa: "Stanno andando piano, arriveranno tardi". Fino a tarda sera, è l'ultima cosa che sappiamo del gruppo. Il resto ipotesi, supposizioni ai tavoli accanto al ristorante.
Chi sale sul traghetto la domenica pomeriggio o va al lavoro o torna a casa. In ogni caso, quello è il momento in cui tutto si interrompe e, anche se stanco, scherzi. Oppure ti distendi su un divanetto e ti addormenti coperto da un cappellino. Sono i camionisti: qualcuno racconta a un ragazzo di quando, di notte, per non cedere al sonno, suona il clacson ai colleghi, si saluta, un sorpasso e via.
Il tempo sospeso è anche quello di ciò che chiunque potrebbe fare a casa, in una domenica qualunque: la Formula1, il Giro d'Italia e il televisore in salotto. Qui no e gli sbadigli testimoniano questo piccolo vuoto. Un signore, dopo di noi, chiede di cambiare canale, ma ritorna al tavolo con un pugno di mosche. Così, sul ponte, pensiamo a quante ore mancano, a chi per lavoro o per altri motivi di domeniche così ne vive tante, a chi sognerebbe di andare a vedere il Giro d'Italia passare come quando andava a scuola, ma sarebbe già felice di poterlo vedere a casa, con un figlio che fa i compiti per il lunedì e di tanto in tanto alza la testa a guardare la televisione.
Sono già passate le otto quando sappiamo che ha vinto Cavendish, dopo nove anni, a più di settanta all'ora, in volata. Cerchiamo l'ordine d'arrivo, mentre la connessione ritorna. In fondo, è sufficiente questo. Una notizia che ti arriva da una corsa di biciclette e ti ricollega alla realtà.
Dinamismi sul Danubio
Dentro agli occhi dei ragazzi sulle sponde del Danubio i ciclisti oggi non sono che un'impressione, un movimento d'aria, una macchia d'inchiostro. Un vettore che esprime velocità, per chi si intende di fisica, un pennello a scorrere su una tela per chi discute di arti. Eppure per Budapest e la sua gente basta quella frazione di secondo e quello che gli occhi credono di vedere. Sulle strade c'è tutta la gente che quell'asfalto può sopportare, tutta quella che quegli argini possono contenere.
I ciclisti sono una forma di dinamismo con tutto ciò che lasciano immaginare. Prendete Mathieu van der Poel e il suo sguardo immobile, che rende plastica la concentrazione, tanto che sembra quasi di poterla toccare, quasi avesse una forma e una consistenza. Prendete Mathieu van der Poel e il modo in cui taglia le curve, tutte le volte in cui sfiora le transenne e non le tocca: quasi vorremmo vedere quanta aria passa lì in mezzo. Voleva tenere la maglia rosa, si vedeva, si capiva. Voleva tenere la maglia rosa, ci è riuscito ed è tornato a parlarne per dire che oggi sì, non ha dubbi, nonno sarebbe orgoglioso di ciò che è, di ciò che fa.
L'orgoglio muove, è un vettore anch'esso. Guardate Vincenzo Nibali che sembra andare verso ciò che verrà, verso una terra che da qui non si vede ma è esattamente come un ciclista: torna ad ogni ricordo, per un profumo o un suono: la Sicilia. Oppure Tom Dumoulin che voleva tornare in Italia, al Giro, per cambiare ricordi. Sembra di risentire le voci che lo chiamavano sotto la pioggia di Frascati al Giro d'Italia del 2019 e quella mano che si alza, prima per salutare, poi per arrendersi, per ritirarsi sotto il peso del dolore.
Anche Simon Yates, oggi, era il dinamismo di un ciclista. Veloce, molto veloce, più veloce di tutti, persino di quello scatenato di van der Poel. Lui che, qualche anno fa, proprio al Giro, a Bardonecchia, è arrivato sfinito, stanco, in crisi: con dignità estrema e una punta tagliente di amarezza, di tristezza contenuta. Mentre Froome era quello stesso dinamismo, in salita, da lontano: talmente bello da sembrare impossibile.
Ed è così che Yates che vince la cronometro di Budapest è anche e soprattutto un uomo e la sua velocità, la possibilità di andare più forte e quasi di non essere visto da nessuno, sebbene le strade siano colme. Chiunque abbia provato a fare fatica su una bicicletta sa quanto sia bello tutto questo. Adrenalina pura.