La mia prima 5mila Marche

«Ciclismo». È la prima volta che rispondo così a un medico dello sport. Mi ha appena chiesto per quale sport sto facendo la visita medico-sportiva agonistica: evidentemente non ha notato il cappellino iridato con la scritta EDDY MERCKX che ho portato in testa fin dentro lo studio. Dopo avermi appiccicato elettrodi e fili su tutto il corpo, torace in particolare modo, inizia a farmi correre sul tapis roulant. Di recente ho letto che, agli albori della sua storia, il tapis roulant venne usato nelle prigioni come strumento di tortura, e avviso il dottore che per me sarà più o meno la stessa cosa. Da quando ho smesso col calcio e anche le partitelle tra amici si sono diradate, non corro sostanzialmente più. La mia unica attività sportiva è la bici.
Il dottore è soddisfatto del test, tutto in regola, idoneità conseguita. Salgo sulla city bike e torno a casa per la strada lunga: è poco che mi sono trasferito a Bologna e girare per una città ancora sconosciuta è un’esperienza unica. Passando su un cavalcavia, noto un murale firmato da un collettivo di donne peruviane. Che bello sarebbe, pedalare sulle Ande. È un breve tratto in salita, questo cavalcavia sui binari del treno, ma per superarlo un rider pieno di borse e zainetti deve spingere sui pedali con tutto se stesso. La salita non è sempre uguale per tutti.
L’idoneità agonistica è obbligatoria per la 5mile Marche: oltre 250 km sono uno sforzo enorme per amatori o dilettanti o cicloturisti. Oggi non solo faremo quella distanza, ma ci metteremo cinquemila metri di dislivello in mezzo: le salite hors categorie di Sassotetto e Monte San Vicino saranno le più dure. Se penso che partiremo a Porto Recanati, a due passi dal mare, e transiteremo ai 1.455 metri d’altitudine di una stazione sciistica, vado già in acido lattico. Dal buffet della fin troppo ospitale struttura in cui trascorro il week-end marchigiano, che culminerà domenica nella GF Nibali, ho sottratto un paio di vasetti di marmellata in più, qualche fetta biscottata, miele, succo di frutta. Non dovrebbe fare caldo, anzi, ma serviranno tantissimi zuccheri.
Spero non piova, non faccia brutto, non ci sia nebbia nemmeno lassù: vorrei riempirmi gli occhi col parco dei Monti Sibillini per alleviare la fatica. Sono pazzo? È la prima volta che attacco un qualsiasi numero alla bici e lo faccio per una gara di oltre duecentocinquanta chilometri. C’è quella telecronaca, «A molti corridori dopo duecentocinquanta chilometri si spegne la lampadina invece la sua luce irradia il circuito di Varese», che riascolto almeno una volta al mese perché è perfetta. Racconta un momento storico mentre accade e lo fa con grazia e precisione. Solo ieri notte - quando non si dorme, bisogna premere play sui video a cui si è più affezionati - ho realizzato che è la stessa distanza che mi toccherà oggi. Altro che lampadina, qua potrebbe saltare un intero impianto d’illuminazione.
Non devo dimenticare i tre punti di ristoro, Tolentino, Sassotetto e San Vicino. Non devo dimenticare di bere costantemente, anche a costo di fermarmi e ricaricare le borracce tramite fontanelle a bordo strada. Non devo mai andare troppo in su coi bpm (non ho la fascia cardio, come la controllo ’sta cosa?), mai sotto le sessanta/settanta pedalate al minuto (non ho il contapedalate, come la controllo ’sta cosa?). Non devo dimenticare di abbassare la luminosità del Garmin, che se si scarica nella prima metà di gara poi come ci torno a Porto Recanati?
Un’ultima considerazione, che sono quasi le sei del mattino e stanno aprendo il ritiro pettorali: avrei voluto un numero figo, il #100, il #91 di Rodman, il #71 con cui Colbrelli ha appena vinto la Roubaix, che ne so. Mi bastavano anche numeri sotto il 230 circa, così avrei guardato le ultime startlist di Giro o Tour e mi sarei immaginato di essere il ciclista corrispondente. Perlomeno, avrei desiderato almeno numeri che finiscono con zero o cinque, perché danno un’idea di rotondità, o numeri divisibili per tre (feticismo ereditato dal prof del liceo). Invece: 1057. Molto deluso, cerco qualcosa su questo inutile numero a quattro cifre e scopro che nel 1057 morì Macbeth, il re di Scozia su cui Shakespeare ha basato la famosa tragedia. Non è un’opera nuovissima ma non l’ho mai letta e non voglio spoiler. Nemmeno voglio paragonare la vita di un reale britannico dell’undicesimo secolo alla faticaccia ciclistica che mi aspetta. Ditemi solo: finisce bene Macbeth, vero?


Dal Lago di Como alla Via della Seta in bicicletta

Dario Piasini ricorda bene il giorno in cui sorprese suo padre ad osservarlo di nascosto mentre giocava a calcio. «Sono nato nel 1950 e in quegli anni, subito dopo la guerra, lo sport non aveva lo spazio che ha oggi. Mio padre temeva portassi via del tempo allo studio o al lavoro così restava indifferente, però lo vedevo che di nascosto veniva alle partite. Credo che, in fondo, fosse felice». Il giorno in cui molti anni dopo gli hanno proposto di andare da Como a Pechino in bicicletta ha accettato senza pensarci troppo perché con lo sport è sempre stato in debito. «Non avevo più la potenza dei giovani, ma la voglia di conoscere e di mettermi alla prova era la stessa. L'età è spesso un ostacolo mentale».
È il 2005: 14000 chilometri, dal lago alla Via della Seta, quindici ciclisti e tre furgoni. «Se foravamo cambiavamo la ruota, non avevamo nemmeno la camera d'aria. Siamo partiti il 25 aprile, ci sono voluti quattro mesi». Ogni giorno una tappa, pochi giorni di riposo e un traguardo fisso. «Non ho mai avuto dubbi. Chi ha l'opportunità di viaggiare in questo modo è un privilegiato. Non è stato tutto facile: nel deserto non c'erano telefoni, mezzi di comunicazione, bastava una peritonite per lasciarci la pelle». Un medico li avverte: «Dal punto di vista ciclistico non avrete problemi, a livello psicologico invece sarete logorati, la tensione e il nervosismo vi porteranno a litigare per sciocchezze». Piasini queste discussioni le ricorda, come ricorda le lezioni di storia e geografia del professor Corbellini e le confessioni di quelle sere.
«Ci siamo detti cose che non avremmo detto a nessuno: ci liberavamo delle tensioni e delle preoccupazioni di casa, del lavoro. La fatica ti porta a capire». Si scordano facili pregiudizi: a Teheran inizialmente si fanno foto di nascosto, temendo il giudizio della popolazione, poi si scopre che proprio gli abitanti non vedono l'ora di farsi fotografare con questi avventurieri. «Se viaggi per sport, senza mettere in ballo idee politiche o religiose, troverai persone pronte ad accoglierti e aiutarti ovunque» chiosa Piasini.
Dalla Costa Dalmata a Samarcanda, al Kirghizistan e alla sua capitale che ricorda la Valtellina, dalla foto sul confine con i militari cinesi e le guide kazake, alle oasi verdi e al Fiume Giallo, a monasteri e Buddha dormienti, sino all'ingresso a Pechino, scortati dalla polizia. «Ho mangiato scorpioni e bacarozzi fritti e non erano neanche male. Solo ogni tanto ci concedevamo la pasta con la bottarga, visto che un ragazzo sardo aveva messo nel camion quattro chili di bottarga fresca alla partenza».
All'arrivo si vuole tornare ma dispiace perché quel mondo parallelo si sta esaurendo e nella vita di ogni giorno certe sensazioni non si ritrovano più. «Se chiudo gli occhi, rivedo tutto. Capita, ma è ancora presto. Sento di avere la forza per altre avventure. Verrà il giorno in cui dedicarsi al ricordo, ora voglio vivere».