The Torino Nizza Rally: a bikepacking film

Il viaggio comincia con il caldo che avvolge ogni pedalata e la leggerezza dell’amicizia condivisa con Giulio e Lorenzo. I primi sessanta chilometri sono un avvicinamento che scivola tra strade tranquille e paesaggi che cambiano lentamente, finché davanti a noi si erge la durissima salita al Colombardo, lato Torino. I primi chilometri di asfalto ci devastano le gambe con pendenze spietate; poi la strada si trasforma in sterrato, con sassi sparsi ovunque e pendenze che superano il dieci per cento. Ogni colpo di pedale diventa un’agonia infinita, ma l’aiuto di Lorenzo e Giulio, che mi spingono lungo quasi tutta la parte sterrata, in qualcosa di fattibile, anche se con uno sforzo fisico non indifferente. Raggiungere insieme il colle è una grande gioia, premiata poi da una discesa che si apre verso la Val di Susa, dove la sabbia delle rocce metamorfiche si fonde con i colori del tramonto.

La sera scende lenta, e dopo aver salutato Giulio, che prosegue da solo, ad un ritmo nettamente diverso dal nostro, restiamo a cena con Lorenzo e Anna. Il campo da calcio abbandonato, con materassini e sacchi a pelo, diventa per questa notte un rifugio improvvisato, mentre il cielo sopra di noi si spezza in stelle e silenzio.

La mattina ci accoglie con la luce tiepida e la compagnia di Anna e Lorenzo per i primi chilometri. La salita al Colle delle Finestre ci aspetta con le sue leggende di eroiche gesta al Giro d’Italia. La prima metà asfaltata conduce fino alla fontana, poi lo sterrato si allunga, implacabile, con pendenze medie fra il nove e il dieci per cento. Il caldo diventa una presenza costante, il dolore all’ischio della gamba che manca una compagnia indesiderata. Silvia interviene, cercando di alleggerire la fatica negli ultimi chilometri. Quando finalmente raggiungiamo il colle, le foto e i complimenti hanno il sapore di un rituale necessario, prima di scendere e affrontare subito un’altra lunga salita verso il Colle dell’Assietta. In quei pendii, dove la storia ha tracciato confini e battaglie fra il 1700 e il 1800, ogni metro di dislivello racconta di battaglie fra Italiani e Francesi per la conquista di pochi metri o chilometri di confine. La giornata si chiude al Rifugio Casa Assietta con cibo, birre e conversazioni che scivolano lente sotto una luna piena che vigila silenziosa sulla nostra avventura.
La mattina, dopo la colazione e i saluti di rito, partiamo attraverso la strada che collega il Colle dell’Assietta e dei Saraceni, un percorso in quota che regala panorami ampi su tutte le Alpi piemontesi e francesi. La discesa verso Sestriere è rapida, quasi un colpo d’aria tra paesaggi turisticamente saturi, tanto che non ci fermiamo. Riprendiamo la strada verso Cesana, dove un breve ristoro ci restituisce l’energia che il caldo torrido ci sta togliendo. Poi ci attende un piccolo colle verso Monginevro, seguito dalla lunga discesa fino a Briançon sotto un sole implacabile. Una boulangerie ci accoglie con pane e dolci, prima della sfida successiva: il Colle dell’Izoard. Siamo stanchi, le tre gambe sono pesanti e l’idea di piantare la tenda si fa allettante, ma ci sproniamo a vicenda per raggiungere almeno il Rifugio Napoléon. Una birra e una bella cena vista sulle Alpi Cozie ci fa dimenticare la giornata caldissima e faticosissima.

Il risveglio ci mostra un paesaggio quasi lunare. Con calma impacchettiamo le borse da bikepacking, ma prima serve un caffè al Rifugio Napoléon. Poi affrontiamo gli ultimi metri di dislivello fino al Colle dell’Izoard, dove una corsia ciclabile ci protegge dal traffico, regalando una salita più sicura. Una volta in vetta, una foto insieme con Silvia sigilla il momento, prima di scendere veloci verso Arvieux. La strada ci conduce al Colle dell’Agnello: prima una sosta in boulangerie per rifocillarci, poi la lunga salita di venti chilometri con quasi 1500 metri di dislivello. Il caldo estenuante e la fatica accumulata rendono necessarie frequenti pause, intervallate da piccoli duelli di velocità con Silvia, in cui la VAM sfiora i 700 metri orari, anche se poi torniamo ai ritmi più umani dei 400 m/h. Alla fine, il Colle dell’Agnello, a 2744 metri, ci accoglie con un panorama che taglia il fiato: un piede in Francia, uno in Italia. Aiutiamo un giovane ciclista tedesco con una gomma a terra, mentre le orde di motociclisti rombano attorno a noi. Dopo qualche minuto, ci stacchiamo dal caos e imbocchiamo la discesa, lunga e bellissima, fino al paese di Chianale, dove il borgo e il silenzio ci accolgono. Il Rifugio Savigliano diventa teatro di nuove conoscenze: Antoine e Florence, francesi in viaggio sulle loro Gravel, con cui passiamo la serata tra storie di ciclismo, viaggi e vite vissute tra Parigi e l’Italia.

La mattina parte dal Rifugio Savigliano, dove la notte è passata troppo rapida e le birre del giorno prima hanno lasciato solo un ricordo leggero. Con Antoine e Florence percorriamo i primi chilometri insieme, fino all’attacco del Colle Sampeyre. Un caffè caldo spezza la monotonia e ciascuno affronta la salita al proprio ritmo. Il caldo torrido e la lunghezza del passo rendono ogni pedalata intensa; venti chilometri di salita sembrano un’eternità per le gambe e la mente. A spezzare la fatica arrivano Giancarlo, Paolo, Davide e Antonio, organizzatori di eventi ciclistici italiani, che ci offrono acqua frizzante ghiacciata: un gesto semplice ma in quel momento è stata una figata pazzesca ricevere un goccio di acqua frizzante. La cima finalmente ci accoglie, un momento di festa condivisa con i nostri amici francesi, tra birre e qualche Haribo, prima di affrontare la spettacolare discesa sterrata della Strada dei Cannoni. La storia del ventennio fascista sembra scritta tra le curve della montagna, e le borgate spopolate raccontano silenziose epoche passate. Incontri casuali con anziani del posto ci restituiscono storie e memorie di un tempo che resiste.

 

La giornata successiva inizia a Ponte Marmora, dove la notte in tenda lungo il torrente Maira è stata silenziosa e fresca. La salita verso il Colle del Preit ci porta attraverso borgate un po’ dimenticate nel tempo, incastonate tra le rocce della valle. La pendenza si fa sempre più severa, con punte dell’18%, e il panorama si apre improvvisamente in una balconata sull’Altopiano della Gardetta, tra i 2300 e i 2400 metri. Il rifugio Gardetta ci accoglie con polenta e coniglio, e una birra che celebra la fatica della salita. Ripartire dopo il ristoro non diminuisce la bellezza del percorso, che prosegue lungo una vecchia strada militare in quota, con vista su una serie infinita di tremila dell’arco alpino. La discesa verso Borgo San Dalmazzo è lunga e tecnica, e gli ultimi chilometri ci riportano a Vernante, dove piantiamo la tenda e concludiamo la giornata con birre e anguria.
La mattina a Vernante scorre lenta, tra il profumo del forno del giorno prima e i tre biscotti della colazione, mentre il sole ancora tiepido comincia a scaldare le strade del paese. La pedalata ci porta verso Limone Piemonte e Limonetto: una salita asfaltata che a me personalmente non emoziona molto. Il tutto è reso ancora più difficile dal traffico intenso di Ferragosto. Finalmente, dopo quasi mille metri di dislivello, raggiungiamo l’attacco della Via del Sale. Qui inizia uno strappo magnifico tra forti antichi e panorami incredibili sulle montagne circostanti. Il fondo sassoso e irregolare mette alla prova le nostre gravel e la nostra resistenza. Due strappi di circa 200 metri ci ricordano quanto la fatica accumulata nei giorni precedenti pesi ancora sulle tre gambe rimaste. Ma non ci fermiamo, perché il richiamo della vetta è più forte.

Arriviamo al famoso tornante della Via del Sale, perfetto per una foto “Instagrammabile” e per qualche minuto di gozzovigliata. In lontananza, un temporale comincia a farsi vedere. Rimango spensierato, ma Silvia percepisce la minaccia e mi invita a muovermi più velocemente. La pioggia arriva, seguita dalla grandine e dai tuoni, e l’ansia cresce. Per fortuna troviamo un pertugio nella roccia dove rifugiarci per qualche minuto. Il tempo migliora e ripartiamo, decisi a completare gli ultimi chilometri verso il Rifugio Don Barbera. La strada è rotta, sia in salita che in discesa, ma la meta ci attende. Il rifugio è un piccolo gioiello, gestito con cura, dove sistemiamo le bici, regoliamo cambi e pressione degli pneumatici, ingrassiamo la catena. Poi finalmente, un bicchiere di vino con Silvia e una cena in compagnia mentre fuori il temporale continua, accompagnati dalla classica partita a Scala 40 che chiude la giornata in perfetta armonia.

 

Dopo il temporale, il cielo è limpido, con colori magici che illuminano il verde intenso dei prati e delle montagne circostanti. La Via del Sale si mostra subito dura, con un fondo sassoso e rotto che richiede attenzione continua sulla giusta pressione delle gomme. Mi fermo spesso a gonfiarle e sgonfiarle, perché talvolta toccano i cerchi in carbonio. Intorno a noi jeep e moto attraversano il percorso, ma non disturbano: il silenzio e la concentrazione sono nostri compagni. Affrontiamo il Passo del Tanarello sul Monte Saccarello, e da lì parte una lunga discesa tecnica, impegnativa, l’unico momento in cui sento il desiderio di una vera MTB. Chilometri su chilometri di sterrato ci riportano lentamente alla civiltà, a La Brigue, dove il caldo torrido ci costringe a una pausa rigenerante. Al benzinaio, il proprietario Maxime, ciclista come noi, ci accoglie regalandoci tutto quello che vogliamo e una montagna di gel per il viaggio.

Riprendiamo la strada verso il Col de Brouis, ma la stanchezza comincia a farsi sentire. L’idea di affrontare il Col Turini viene accantonata: il passo sale lento, ma la lentezza diventa parte del viaggio. La discesa ci conduce a Sospel, tra paesaggi che ricordano la Liguria, con muretti a secco e ulivi ovunque. Nella piazza principale il gioco delle bocce domina la scena, mentre noi ci fermiamo con una birra in mano, osservando la vita semplice e festosa del paese. La festa di Ferragosto esplode con la banda e i fuochi d’artificio, aggiungendo magia a una serata già speciale. Troviamo un’area camper dove piantare la tenda e dormiamo veramente come dei ghiri!
Il risveglio è lento, il torpore della tenda e dei sacchi a pelo ancora ci avvolge. Impacchettiamo tutto, facciamo colazione veloce e partiamo per l’ultimo colle della giornata: il Col de Braus, l’ultima vera salita prima di Nizza. La strada si snoda tra uliveti e macchia mediterranea, con pendenze dolci che lasciano respirare le gambe ormai provate. Ogni tanto mi “ingarello” con qualche ciclista locale, e così la salita vola. In cima incontriamo nuovamente Pierre e Max, due ragazzi francesi che stanno percorrendo la Torino-Nizza Rally: la loro ultima tappa include anche il Col Turini e il Col Madonè, rendendo il percorso ancora più croccante. Noi, per fortuna, abbiamo scelto di abbreviare, scegliendo uno “shortcut” che ci porta direttamente verso la meta.

 

Arrivare a Nizza è una gioia pura, il cuore che pulsa insieme alla città che si apre sul mare. Passiamo dal Rifugio Massacan, una ciclo officina stilosa nel centro, dove ci accolgono con un buon caffè e focacce, condividendo storie di viaggio e di vita in bici. Ma, come ogni viaggio, anche questo ha una fine. Salutiamo il rifugio, saliamo sul treno verso Ventimiglia e ci concediamo una giornata di riposo al mare, bivaccando sulla spiaggia, e passando la giornata a leggere e a godersi il non fare nulla. Ne avevamo bisogno!

Questo viaggio, dalla partenza a Torino fino al mare di Nizza, è stato magico: una combinazione di fatica, amicizia e panorami impossibili da dimenticare. Abbiamo proprio vissuto una grande avventura!

Qui puoi trovare il video The Torino Nizza Rally | A Bikepacking Film

Articolo e foto a cura di Kevin Ferrari


La magia di Livigno

Ci sono tredici gradi alla sette del mattino. Il sole ha finito di illuminare tutta la valle di Livigno. Sono 1200 i partenti per la Granfondo Alè Livigno che quest’anno si snoda sul percorso medio a causa di una frana che alla vigilia ha bloccato il Passo Stelvio. In prima fila c’è un ospite d’eccezione: il ceco Zdeněk Štybar, che fino a poco fa, e per un decennio abbondante, è stato fra i protagonisti assoluti in gruppo. Non è mancato il dilaniare subito il serpentone che attraversava il paese, con solo i granfondisti più competitivi a non staccarsi sui rilanci alle rotonde prima che la strada iniziasse a salire. La prima fatica di giornata è la Forcola che scollina ad oltre 2300 metri e porta in Svizzera nel Cantone dei Grigioni, più precisamente nella Valle di Poschiavo. Una breve discesa e subito inizia la salita verso il Passo del Bernina pedalando costantemente sopra i 2000. Come la Forcola, anche questa ascesa è pedalabile, come la Forcola anche il Bernina è un trionfo di panorami mozzafiato con le nevi perenni sempre all’orizzonte. Una picchiata lunghissima, alternata a tratti di pianura, porta i cicloamotori alla volta della regione dell’Engadina fino ad arrivare al centro di Zernez.


Così si procede attraverso il Passo del Forno, rimanendo sempre in territorio elvetico. Gran parte del percorso medio, infatti, si snoda nei Grigioni e ritorna a Livigno attraverso il tunnel Mount La Schera. Questa galleria, che collega il centro-nord Europa con Livigno e la Valtellina, non prevede il transito delle bici. Per l’occasione  i tre chilometri e mezzo sono stati pedalati dai granfondisti: un’emozione unica attraversare questo budello di asfalto in leggera salita. Si procede velocemente, compatti, attenti a non toccarsi e a guardare la ruota davanti. Fuori, la diga, la dogana, il tunnel, la zona della partenza posta accanto ad Aquagranda, il centro del paese.

C’è l’ultima salita che completa i 106 chilometri del percorso e i 2100 metri di dislivello. Si sale alla volta del Passo Eira e in frazione Tre Palle si svolta destra. Ci sono quasi due chilometri terribili. Pendenza media che sfiora l’11%, una stradina stette che si impenna, un serpentone di asfalto che arriva alla stazione della cabinovia del Mottolino. Un finale bestiale. Se Tadej Pogačar aa trionfato in Rosa un anno fa con scioltezza, celebrando la maglia di leader con una vittoria che rimarrà epica, con la neve ai lati e un clima invernale, quest’anno il caldo ha spazzato via anche l’ultima chiazza bianca. Ma la vera differenza è la moltitudine dei granfondisti che spinge ma arranca, che rilancia ma si pianta, che si alza sui pedali, ma soffre. Certo, è una sofferenza felice, entusiastica, di passione. Un' erta secca il Mottolino, un arrivo degno di una granfondo davvero unica. A tagliare il traguardo c’è anche Luca Moretti, ex azzurro di sci ed oggi presidente di APT Livigno: non solo i lunghi inverni da tutto esaurito, ma la pazza idea di oggi, magnifica realtà nel trasformare Livigno nella capitale della bicicletta. Ci ha creduto Livigno, che è stata capace in pochissimi anni di creare strutture, percorsi, centri di allenamento, di plasmare una vocazione agonistica e turistica della bici. La Granfondo locale, che ha ancora un margine pazzesco di crescita, è tra i volani principali di comunicazione del prodotto estivo livignasco a due ruote.


Alla ricerca di se stesso: intervista a Mattia Viel

La bicicletta a Mattia Viel procura un misto di sensazioni. Quando era bambino pedalare era qualcosa che lo avvicinava alla libertà, ma non proprio libertà, forse non è la parola esatta. Forse la sensazione che più si avvicina a quello stato dell'anima è catarsi, liberazione. «Pedalavo come un forsennato: sfogavo rabbia e frustrazione. Iniziai a correre a dieci anni e quello stesso anno persi mia madre; pensavo a lei in ogni momento, vincevo le gare e le dedicavo a lei; ogni gara e ogni allenamento per me erano il mezzo più semplice per evadere da un sentimento oppressivo che mi portavo dentro».

La bicicletta al centro della casa di Mattia Viel l'ha messa suo padre. «La domenica, quando andava a correre, lo aspettavo trepidante. Pensavo a quel mazzo di fiori che avrebbe portato a casa come premio. Lui è una figura centrale della mia vita, sempre presente, ma non una figura ingombrante, quanto fondamentale. Gli episodi della vita mi hanno fatto maturare in fretta, sono andato a correre all'estero che ero ancora un ragazzino (Chambéry CF, in Francia, e poi in Inghilterra con la Holdsworth, ndr), ma lui mi è sempre stato vicino».
Ha vinto tanto fino agli juniores, da professionista si è ritagliato uno spazio da uomo squadra - volate altrui - o spesso lo ritrovavi in fuga - vedi l'ultima Sanremo.

Milano Sanremo 2021 - 112th Edition - Milano - Sanremo 299 km - 20/03/2021 - Mattia Viel (ITA - Androni Giocattoli - Sidermec) - photo Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

Andava forte anche su pista, dove da allievo si prese il lusso di battere un certo Ganna ai campionati nazionali; una promessa del ciclismo, diremmo enfatizzando, qualcosa in più, qualcosa in meno, difficile capire da quale parte mettersi su quella sottile linea, figurarsi a quell'età. «Perché non ho mai sfondato? Chi può dirlo. Sacrifici ne ho fatti e ne faccio, ma forse il mio approccio al ciclismo era differente. Ho sempre dedicato molto tempo agli studi e grazie a questo mestiere ho conosciuto altri valori, mi sono tolto altre soddisfazioni».

Ha iniziato a pedalare a dieci anni, ma non ha intenzione di smettere ora che ne deve compiere ventisette, dopo aver passato un inverno in cui pareva sul procinto di chiudere la sua avventura agonistica: l'Androni, a fine 2021, non gli ha rinnovato il contratto. «Ho avuto delle offerte, ma non mi soddisfacevano». Perché un conto e ripartire con un rimborso spese e una valigia piena di sogni, quando hai vent'anni, un altro è farlo quando l'attenzione si sposta su altre priorità. «E così sono stato in Sudafrica, dove vive la mia ragazza, e ho iniziato a pedalare fuoristrada, lontano da quei posti che abitualmente percorreresti da stradista, e quando sono tornato a casa mia a Torino ho aperto gli occhi: ma davvero è una vita che pedalo in mezzo al traffico, con i camion che mi sfiorano e gli autisti che suonano il clacson continuamente? Ho iniziato a godermi le pedalate, ho iniziato a essere più libero».

Togliendosi di dosso sensazioni soffocanti. «E ho visto che mi piaceva. Noi siamo fatti per pedalare in mezzo alla natura, per goderci un lungofiume, per fare una salita e vedere un animale che corre, non possiamo rischiare la vita per fare qualcosa che ci piace. E poi c'è talmente tanto caos nella nostra vita che almeno quando esco in bici voglio tornare a una sorta di normalità. Può sembrare scontata come cosa, ma per me non lo è, perché i miei gesti nel ciclismo erano sempre: attaccare il numero alla maglietta e correre, mentre ora mi sto accorgendo di tante cose diverse. Il gravel mi sta insegnando a essere più presente con me stesso e con quello che ci circonda: pedalo e mi godo un paesaggio. Pedali, ma in realtà viaggi: cosa vuoi chiedere di più?».
Pedalare aiuta a riflettere, forse è un fatto di chimica, non lo so. Fatto sta che a Viel viene in mente qualcosa. «Ci tengo a precisare: non sono il primo, nessuna idea rivoluzionaria, ma ho iniziato a creare un progetto intorno al gravel. Ho messo giù un piano cercando collaborazioni con sponsor tecnici, ho contattato aziende interessate, offrendo in cambio feedback, piani legati al marketing: una sorta di ambassador del gravel ma rimanendo competitivo disputando diverse gare. Inizierò a livello europeo e prima o poi mi sposterò anche in America».

E rimanere competitivi fa parte di questo percorso. «Ho portato la mia idea a diverse squadre Continental e la D'amico UM Tools ha sposato il mio progetto. Correrò con loro diverse prove del calendario italiano su strada, anche tra i professionisti, con la libertà però di portare avanti in parallelo la mia attività nel gravel». Una sorta di Lachlan Morton italiano. «Magari! Ci metterei la firma per fare quello che fa lui. Con tutte le differenze del caso: uno degli aspetti più interessanti legati a questa disciplina è che ognuno può sviluppare la sua filosofia in maniera totalmente differente da un altro». Perché ciò che conta è il messaggio. «Peculiare è trasmettere l'idea del fascino del pedalare fuoristrada. Coinvolgere i settori giovanili, quei genitori che vogliono far pedalare i figli ma hanno timore di quello che succede in strada. Oppure dare sbocco a un ex pro che non ha più la possibilità di correre. E puoi farlo in maniera competitiva oppure per goderti semplicemente una bella pedalata».

Mattia Viel ricerca se stesso. Una nuova vita, che non sarà troppo diversa da quella che aveva prima: al centro del suo mondo ci sarà, come gli è sempre accaduto, la bicicletta. «Con l'aiuto di altre persone sto organizzando anche un evento gravel nel canavese che dovrebbe tenersi il 9 ottobre. L'idea è sfruttare al meglio una zona dove la bicicletta è molto sentita, i percorsi si prestano, ma anche per valorizzare da un punto di vista culturale il territorio. Questa è poi una delle filosofie principali che ruotano attorno a questa disciplina e sarà uno degli elementi principali che alimenteranno il fuoco delle mie azioni».

Quando Mattia mi racconta che oltre a correre su strada e iniziare a correre nel gravel, durante il lockdown ha aperto insieme alla sua compagna un'attività legata al ciclismo («Che si occupa di riabilitazione post infortunio, esercizi posturali e programmi fitness, stretching e massaggio sportivo»), interrompo bruscamente la nostra chiacchierata definendolo: “Un vulcano di idee”. Mattia tira un sospiro, sorride – almeno credo, ma spesso si scrive così, o comunque è stata questa la sensazione da una parte all'altra del telefono – e afferma: «Ero! un vulcano idee, ora quel vulcano sta dormendo: è arrivato il momento di concretizzare».
È arrivato il momento di cercare se stessi. Sempre in bicicletta, come fa da quando aveva dieci anni e viveva quel misto di sensazioni.


La mia prima 5mila Marche

«Ciclismo». È la prima volta che rispondo così a un medico dello sport. Mi ha appena chiesto per quale sport sto facendo la visita medico-sportiva agonistica: evidentemente non ha notato il cappellino iridato con la scritta EDDY MERCKX che ho portato in testa fin dentro lo studio. Dopo avermi appiccicato elettrodi e fili su tutto il corpo, torace in particolare modo, inizia a farmi correre sul tapis roulant. Di recente ho letto che, agli albori della sua storia, il tapis roulant venne usato nelle prigioni come strumento di tortura, e avviso il dottore che per me sarà più o meno la stessa cosa. Da quando ho smesso col calcio e anche le partitelle tra amici si sono diradate, non corro sostanzialmente più. La mia unica attività sportiva è la bici.
Il dottore è soddisfatto del test, tutto in regola, idoneità conseguita. Salgo sulla city bike e torno a casa per la strada lunga: è poco che mi sono trasferito a Bologna e girare per una città ancora sconosciuta è un’esperienza unica. Passando su un cavalcavia, noto un murale firmato da un collettivo di donne peruviane. Che bello sarebbe, pedalare sulle Ande. È un breve tratto in salita, questo cavalcavia sui binari del treno, ma per superarlo un rider pieno di borse e zainetti deve spingere sui pedali con tutto se stesso. La salita non è sempre uguale per tutti.
L’idoneità agonistica è obbligatoria per la 5mile Marche: oltre 250 km sono uno sforzo enorme per amatori o dilettanti o cicloturisti. Oggi non solo faremo quella distanza, ma ci metteremo cinquemila metri di dislivello in mezzo: le salite hors categorie di Sassotetto e Monte San Vicino saranno le più dure. Se penso che partiremo a Porto Recanati, a due passi dal mare, e transiteremo ai 1.455 metri d’altitudine di una stazione sciistica, vado già in acido lattico. Dal buffet della fin troppo ospitale struttura in cui trascorro il week-end marchigiano, che culminerà domenica nella GF Nibali, ho sottratto un paio di vasetti di marmellata in più, qualche fetta biscottata, miele, succo di frutta. Non dovrebbe fare caldo, anzi, ma serviranno tantissimi zuccheri.
Spero non piova, non faccia brutto, non ci sia nebbia nemmeno lassù: vorrei riempirmi gli occhi col parco dei Monti Sibillini per alleviare la fatica. Sono pazzo? È la prima volta che attacco un qualsiasi numero alla bici e lo faccio per una gara di oltre duecentocinquanta chilometri. C’è quella telecronaca, «A molti corridori dopo duecentocinquanta chilometri si spegne la lampadina invece la sua luce irradia il circuito di Varese», che riascolto almeno una volta al mese perché è perfetta. Racconta un momento storico mentre accade e lo fa con grazia e precisione. Solo ieri notte - quando non si dorme, bisogna premere play sui video a cui si è più affezionati - ho realizzato che è la stessa distanza che mi toccherà oggi. Altro che lampadina, qua potrebbe saltare un intero impianto d’illuminazione.
Non devo dimenticare i tre punti di ristoro, Tolentino, Sassotetto e San Vicino. Non devo dimenticare di bere costantemente, anche a costo di fermarmi e ricaricare le borracce tramite fontanelle a bordo strada. Non devo mai andare troppo in su coi bpm (non ho la fascia cardio, come la controllo ’sta cosa?), mai sotto le sessanta/settanta pedalate al minuto (non ho il contapedalate, come la controllo ’sta cosa?). Non devo dimenticare di abbassare la luminosità del Garmin, che se si scarica nella prima metà di gara poi come ci torno a Porto Recanati?
Un’ultima considerazione, che sono quasi le sei del mattino e stanno aprendo il ritiro pettorali: avrei voluto un numero figo, il #100, il #91 di Rodman, il #71 con cui Colbrelli ha appena vinto la Roubaix, che ne so. Mi bastavano anche numeri sotto il 230 circa, così avrei guardato le ultime startlist di Giro o Tour e mi sarei immaginato di essere il ciclista corrispondente. Perlomeno, avrei desiderato almeno numeri che finiscono con zero o cinque, perché danno un’idea di rotondità, o numeri divisibili per tre (feticismo ereditato dal prof del liceo). Invece: 1057. Molto deluso, cerco qualcosa su questo inutile numero a quattro cifre e scopro che nel 1057 morì Macbeth, il re di Scozia su cui Shakespeare ha basato la famosa tragedia. Non è un’opera nuovissima ma non l’ho mai letta e non voglio spoiler. Nemmeno voglio paragonare la vita di un reale britannico dell’undicesimo secolo alla faticaccia ciclistica che mi aspetta. Ditemi solo: finisce bene Macbeth, vero?


Dal Lago di Como alla Via della Seta in bicicletta

Dario Piasini ricorda bene il giorno in cui sorprese suo padre ad osservarlo di nascosto mentre giocava a calcio. «Sono nato nel 1950 e in quegli anni, subito dopo la guerra, lo sport non aveva lo spazio che ha oggi. Mio padre temeva portassi via del tempo allo studio o al lavoro così restava indifferente, però lo vedevo che di nascosto veniva alle partite. Credo che, in fondo, fosse felice». Il giorno in cui molti anni dopo gli hanno proposto di andare da Como a Pechino in bicicletta ha accettato senza pensarci troppo perché con lo sport è sempre stato in debito. «Non avevo più la potenza dei giovani, ma la voglia di conoscere e di mettermi alla prova era la stessa. L'età è spesso un ostacolo mentale».
È il 2005: 14000 chilometri, dal lago alla Via della Seta, quindici ciclisti e tre furgoni. «Se foravamo cambiavamo la ruota, non avevamo nemmeno la camera d'aria. Siamo partiti il 25 aprile, ci sono voluti quattro mesi». Ogni giorno una tappa, pochi giorni di riposo e un traguardo fisso. «Non ho mai avuto dubbi. Chi ha l'opportunità di viaggiare in questo modo è un privilegiato. Non è stato tutto facile: nel deserto non c'erano telefoni, mezzi di comunicazione, bastava una peritonite per lasciarci la pelle». Un medico li avverte: «Dal punto di vista ciclistico non avrete problemi, a livello psicologico invece sarete logorati, la tensione e il nervosismo vi porteranno a litigare per sciocchezze». Piasini queste discussioni le ricorda, come ricorda le lezioni di storia e geografia del professor Corbellini e le confessioni di quelle sere.
«Ci siamo detti cose che non avremmo detto a nessuno: ci liberavamo delle tensioni e delle preoccupazioni di casa, del lavoro. La fatica ti porta a capire». Si scordano facili pregiudizi: a Teheran inizialmente si fanno foto di nascosto, temendo il giudizio della popolazione, poi si scopre che proprio gli abitanti non vedono l'ora di farsi fotografare con questi avventurieri. «Se viaggi per sport, senza mettere in ballo idee politiche o religiose, troverai persone pronte ad accoglierti e aiutarti ovunque» chiosa Piasini.
Dalla Costa Dalmata a Samarcanda, al Kirghizistan e alla sua capitale che ricorda la Valtellina, dalla foto sul confine con i militari cinesi e le guide kazake, alle oasi verdi e al Fiume Giallo, a monasteri e Buddha dormienti, sino all'ingresso a Pechino, scortati dalla polizia. «Ho mangiato scorpioni e bacarozzi fritti e non erano neanche male. Solo ogni tanto ci concedevamo la pasta con la bottarga, visto che un ragazzo sardo aveva messo nel camion quattro chili di bottarga fresca alla partenza».
All'arrivo si vuole tornare ma dispiace perché quel mondo parallelo si sta esaurendo e nella vita di ogni giorno certe sensazioni non si ritrovano più. «Se chiudo gli occhi, rivedo tutto. Capita, ma è ancora presto. Sento di avere la forza per altre avventure. Verrà il giorno in cui dedicarsi al ricordo, ora voglio vivere».


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