Zoncolan Challenge: oltre la salita

Spesso, quando Walter Franz esce in bicicletta, con lui, nel carrellino dietro, c'è Joseph, suo figlio. Per Joseph, otto anni, affetto da una forma di autismo grave, gli oggetti attorno sono estranei: a causa di un deficit cognitivo, Joseph non comprende e non parla. Quando è su quella bicicletta, però, sorride, anzi, più la bicicletta va veloce, più sorride. Walter conosce bene la felicità che può dare una bicicletta, lui stesso l'ha sperimentata, anni fa, ma vedere suo figlio felice è più importante. Vedere suo figlio felice fa quella bicicletta più importante. Fa tutte le biciclette più importanti. La bicicletta, in quel momento, è una opportunità di cambiare qualcosa.
Zoncolan Challenge, in fondo, nasce da qui. Sabato dieci settembre, alle sedici, Walter inizierà a scalare lo Zoncolan e lo farà per otto volte, fino alla domenica alla stessa ora. Joseph non ci sarà, non nel carrellino di Walter, almeno. «Mi dicono tutti che è difficile e lo so. Lo è. Ma, nella vita, ci sono tante cose più difficili a cui non pensiamo mai fino a quando non ci capitano. Forse servirebbe un poco di cura in più. Perché il dolore di una salita finisce, altri dolori non si affrontano così. L'ho imparato conoscendo la disabilità». Walter parla delle disabilità gravi, di Joseph, delle parole che non arrivano e di quell'universo del silenzio che ribalta lo stomaco. «Un genitore soffre anche quando il figlio ha mal di denti perché lo vede provare dolore. Noi, quando vediamo soffrire nostro figlio non sappiamo perché, non possiamo saperlo, non possiamo chiederlo a lui, non possiamo chiederlo a nessuno».
Sullo Zoncolan, accanto a Walter, potrà esserci chiunque: in bicicletta, con una bicicletta elettrica, persino a piedi. Perché lo Zoncolan non si sale da soli, come da soli non si cresce, non si impara. «Imparare a nuotare, ad esempio. Non ho mai saputo farlo e un paio di anni fa mi sono iscritto a nuoto. Qual è il problema? Rinunciamo a tante cose di cui abbiamo paura, quando possiamo riuscirci benissimo. Forse dovremmo farle proprio per rispetto di chi non può farle. Di chi non potrà mai farle». Walter pensa a Joseph: «In quell'universo del silenzio c'è molto da imparare. Da quel silenzio abbiamo capito che c'è un futuro da tutelare: il futuro di mio figlio e dei ragazzi come lui. Una casa, una possibilità di essere autonomi».
Pedalando Walter ha pensato a tutto ciò che in questi anni ha capito dell'autismo chiedendo a medici, a esperti. Soprattutto in casa un ragazzo autistico grave è esposto a ogni rischio: «Ho pensato che l'opportunità potesse essere un progetto, potesse essere small-house, un prototipo di casa in cui Joseph possa vivere anche quando sarà solo. Una casa che rispecchi le sue abitudini, che si adatti a lui per non fargli male, per non fargli troppo male. Perché gli oggetti possano essere meno estranei. Con dei tablet ai muri». Walter l'ha pensata su Joseph, ma ogni bambino e ogni ragazzo è diverso. Ogni famiglia può pensare a una casa che sia davvero casa, che protegga. Insieme a questo un trust, derivato dalla legge "dopo di noi" che garantisca le possibilità economiche a questi ragazzi. Perché il loro domani passa anche da qui.
È difficile da raccontare, da capire fino in fondo. Non il progetto, la sensazione che si prova sentendosi impotenti. «Quell'idea, in bicicletta, mi ha fatto capire che qualcosa si può fare. Da quel giorno, sono ancora più legato alla bicicletta». E dalla bicicletta si può partire come ha fatto quel signore che, tempo fa, ha portato suo figlio a pedalare con Walter e Joseph. «Mi ha detto che era importante vedesse, capisse . Entrasse in contatto con una realtà diversa dalla sua. Non so se qualcuno porterà i propri figli a Zoncolan Challenge, ma lo spero. È importante che un bambino possa capire mentre si diverte, perché la bicicletta è il primo segno di autonomia, di libertà. Assomiglia a quando inizi a conoscere qualcosa. Conoscere e pedalare sono verbi similari».
All'evento sarà connessa una raccolta fondi per continuare a dare forma a questi, a queste idee. «Più volte ci siamo sentiti soli, più volte non abbiamo saputo come fare, perché non conoscevamo quasi nulla. Da soli, ascoltando, abbiamo provato a imparare. Pedalare assieme è anche combattere quella solitudine, dire: "So che succede così, ci sono passato, vivo la stessa situazione". Da lì poi nasce il coraggio per continuare a viverla e per continuare a pensare al futuro». Quella strada all’insù, quel giorno, sarà tutto questo: oltre la salita.


Quella vecchia Graziella in un fienile

Quel giorno, Fabio era in un fienile, nulla di strano per un ragazzo di campagna, a Peveragno, vicino a Cuneo. Ad un certo punto qualcosa di antico, qualcosa che, un tempo, era stato una bicicletta e adesso era solo il suo ricordo: ingranaggi, ferro, acciaio, ruote, sella e manubrio. Fabio lo sapeva: quelle parti erano parti di una vecchia Graziella. Serve cura per raccoglierli tutti, ricostruirla e rendersi conto che, tutto sommato, funziona ancora, che quelle ruote portano ancora altrove, vicino o lontano. Perché, in fondo, una bicicletta resta sempre una bicicletta e chiunque ne scorga un tratto sa benissimo cosa c'è e cosa manca per tornare a farla viaggiare.
Potrebbe dirvelo un suo amico, Andrea, che, in quei giorni, aveva trovato una Graziella a casa della nonna. Su quella bicicletta, però, gli anni non avevano lasciato molti segni: non serviva ricostruirla, funzionava già, forse una spolverata, un ritocco ai freni e sarebbe andata ovunque come aveva fatto con i nonni di quel ragazzo di ventisette anni.

Nasce così “Graziellando”. Fabio e Andrea, qualche bomboletta spray, per dare colore, per avvicinarle a una nuova giovinezza, a qualcosa di spensierato e leggero: "Da lontano sembrano quasi belle, da vicino portano tutto il peso degli anni. Sono un simbolo: come la Vespa e una vecchia Cinquecento". Il moderno non le sfiora: sono gli anni trascorsi proiettati nel futuro. Scattate una foto con una Graziella in qualsiasi contesto e poi guardatela bene: c'è tutto lì dentro.
Andrea e Fabio, l'anno scorso, hanno usato quelle due Graziella per arrivare fino in cima a Sant'Anna di Vinadio. "Ci abbiamo messo sette ore solo per fare l'ultimo tratto, circa quattordici chilometri, ma ci siamo riusciti". Leggerezza è la parola chiave: "Avevamo addosso un costume da leone e uno da mucca: si moriva di caldo lì dentro ma non abbiamo desistito. Crediamo una Graziella sia soprattutto allegria, vacanza, voglia di fare qualcosa di diverso, voglia di provare a vivere un altro tempo". Un tempo diverso, quello della lentezza, dell'imperfezione.
A Peveragno c'è Via Roma, a Roma c'è via Peveragno: Fabio e Andrea l'hanno notato. Allora perché non unire questi due punti proprio su due Graziella? Sono partiti così, attraversando l'Italia per una settimana per arrivare all'ombra del Colosseo. "Immaginare Roma ci piace perché non ci siamo mai stati. La prima volta in Graziella non si scorda mai". Così, al fresco di quell'ombra ci saranno due ragazzi e due biciclette che fino a qualche tempo fa si erano scordate di essere tali.
"Ogni volta si rompe qualcosa e allora corriamo a sistemarlo. L'altro giorno abbiamo chiesto la chiave per una riparazione a un signore e non voleva crederci. Una proprietaria di un ostello, invece, ha voluto raccontarci come era fatta la sua Graziella e delle sue pedalate con gli amici". Cose che Fabio e Andrea già conoscevano perché Peveragno è lontano da Roma, molto diverso, ma le origini, le radici parlano a tutti nello stesso modo: "Da bambino ricordo dei signori che andavano a lavorare nei campi in Graziella" dice Fabio divertito.

Il mare della Liguria, poi Forte dei Marmi, i campi, le stradine secondarie, Civitavecchia e tra poche ore Roma. In Comune a Roma verrà regalata una targa da questi ragazzi e chissà che una targa da Roma non arrivi a Peveragno. Sarebbe bello, sarà, in ogni caso, molto bello per quanto faticoso: come è bello viaggiare mentre albeggia e al pomeriggio vistare città con amici. Come è bello sapere che anche una bicicletta in un fienile resta sempre una bicicletta e, se qualcuno la nota, se qualcuno se ne prende cura, può tornare a viaggiare come ha sempre fatto. E domani? "Chissà, vorremmo queste due Graziella diventassero una sola. Magari un tandem. Dobbiamo pensarci ma l'idea c'è. Allora ripartiremo per un’altra avventura".


Transaphar 2022: da Tel Aviv a El Cairo con mille matite

Niccolò, Lorenzo e Giovanni conoscono bene il valore degli appuntamenti. Niccolò sostiene che quando si parte, soprattutto per un viaggio lungo, che porti molto lontano, è bene avere un appuntamento con qualcuno nelle terre in cui si arriva. Così prima di partire per Transaphar Tel Aviv - Il Cairo 2022 questi tre ragazzi avevano già qualcuno ad aspettarli, qualche giorno dopo, ad Amman e avevano qualcosa da lasciare, da donare: mille matite, in un bar, una sera.
Questa storia parte con un volo per Tel Aviv, il lunedì appena trascorso, poi tre biciclette e via a pedalare verso Il Cairo, circa 1000 chilometri, dodici giorni per percorrerli. Non è facile, ma, alla fine, Niccolò e i suoi amici lo sanno bene e ce lo spiegano: "I problemi sono quello che sono, la differenza la fa il modo in cui tu li approcci. Possono atterrarti oppure farti scoprire qualcosa di te che non conoscevi. Senza scordare che la maggior parte dei problemi è risolvibile". Due mesi fa, quando questa idea è nata le cose belle sono balzate subito alla mente: "Abbiamo immaginato l'atterraggio, il momento in cui avremmo pedalato a Gerusalemme, l'Oasi di Fayyum e gli scheletri delle balene, le notti in tenda e i pasti dove capita. Insieme a queste, però, sono arrivate anche le cose difficili: passare in zone desertiche, il forte caldo, l'acqua che in alcune zone non si trova se non a distanza di molti chilometri, perché nulla è scontato come può sembrare e il bello e il difficile si affiancano.
"Viaggiare vuol dire capire questo, vuol dire studiare, conoscere e quindi rispettare ciò che incontri". Viaggiare, soprattutto, vuol dire capire che mentre si viaggia e ci si diverte si può fare qualcosa di utile. Niccolò, Giovanni e Lorenzo lo dicono spesso: "Non vogliamo passare per quello che non siamo, non vogliamo elogi perché questo è soprattutto un viaggio di svago, però, quando guardiamo quelle mille matite che trasportiamo sulle biciclette siamo contenti": Qui torna la questione degli appuntamenti: in quel bar, ad Amman, ad attenderli c'è il responsabile della Onlus "Terre des hommes" che farà avere le matite ai bambini dei campi profughi siriani.
"Se possiamo aiutare quei bambini, possiamo farlo grazie alla scuola, all'istruzione, da lì passa il loro futuro. Tante cose si potevano donare, noi abbiamo pensato a delle matite. L'oggetto con cui si impara a scrivere ma che si conosce sin da prima perché si usa per disegnare. Qualcosa che tutti hanno tenuto fra le mani da bambini e che li ha guidati nelle prime lezioni imparate: scrivere, sottolineare". Il punto, racconta Niccolò, è proprio questo: per noi avere in mano una matita è assolutamente normale, talvolta, invece, non si ha nemmeno una matita da stringere fra le mani.
Matite che hanno a che vedere con la crescita di questi bambini, con un viaggio in bicicletta e con le biciclette perché donate da Campagnolo e Selle Royal: una sorta di porta su un viaggio. Come qualcosa di questo viaggio, di questo "safari oltre i faraoni", resta in quei tre cappellini con copertura da deserto realizzati da Niccolò: un omaggio ai compagni e la dimostrazione di quante cose possa unire un viaggio, di quante cose possa fare un viaggio.
Gli uomini hanno la possibilità di adattarsi, una possibilità che spesso si dimentica nella comodità quotidiana e, in quell'adattamento fare qualcosa anche per gli altri. Tre ragazzi che pedalano da Tel Aviv a Il Cairo, provando a fare qualcosa di buono, ce lo ricordano.


In vetta a Oropa: il bisogno di imparare

Scalando la salita di Oropa, il dodici giugno, Laura Marino, di Briko Girls Academy, ha ripensato al momento in cui aveva quasi deciso che avrebbe lasciato perdere la bicicletta. Le ragioni erano tante, qualcuna aveva a che fare con le persone che ti affiancano in un pezzo di vita e poi prendono altre strade, altre con tutto ciò che sentiva di dover ancora imparare senza averne la forza: «La prima volta che siamo andati a Superga con questo gruppo, ero demotivata, temevo di non farcela e, forse, non volevo nemmeno farcela. Poi ho iniziato ad accettare tutto e più lo accettavo più lo capivo». Laura, dopo questo percorso che si proponeva di insegnare a undici ragazze ad andare in bicicletta da corsa, ha imparato più di tutto ciò che riguarda i rapporti, le curve e i freni. Ha capito perché è giusto che continui ad andare in bicicletta: «Non possiamo avere tutte le persone che vorremmo nella nostra quotidianità, è un fatto. Anche chi va via, però, lascia qualcosa che ti ricorda di quel percorso assieme. La bicicletta è ciò che mi è restato e quando pedalo ho il dovere di essere felice. Anzi, ho il dovere di pedalare».
Per dire che poi succede anche quello che non ti aspetti. Gabriele, il loro coach, colui che dal Parco Dora di Torino, le ha portate ad Oropa, dopo giornate di prove, allenamenti solitari e sacrifici ce lo ha sempre detto: «Un insegnante può solo creare un clima favorevole all'apprendimento. Può solo dire ciò che pensa, che sente, che ha vissuto e aspettare che arrivi dall'altra parte. Non sai mai cosa colgono gli altri. Tu devi raccontare». Poi c'è lo sport, la pratica sociale più meritocratica che esista: «Se ti alleni vai più forte, magari non diventi un campione ma migliori. Questa è la base. Negli altri campi dell'esistenza non è sempre così: non è detto che il tuo maggiore impegno porti a un maggiore risultato. Questa nella sport deve essere una sicurezza. Qualcosa che ti spinge ad allenarti e a resistere perché sai che quello che è tuo, non può portartelo via nessuno». Qualcosa di simile lo spiega anche Celeste Di Stefano che a Oropa ha visto delle compagne tornare giù, stremate, in discesa, per aiutare chi stava ancora salendo e non ce la faceva più.
«Il segreto è competere con se stessi ed essere concentrati sull'unico miglioramento possibile: il tuo. Qualcosa di diverso rispetto a ciò che avviene nella società, dove la competizione è estremizzata. Certo, ci sono le gare professionistiche, ma la bicicletta di base è questo: tornare ad aiutare le compagne a salire anche se, anche tu, sei sfinito e non ce la fai più». Nel frattempo, sentirsi liberi come da bambini.
Cristina Bertola, così, libera è riuscita a trovare la fiducia in se stessa per sconfiggere quel non sentirsi all'altezza che, ogni tanto, colpisce tutti. L'ha aiutata anche quel signore sulla sessantina che, al termine della scalata ad Oropa, le si è affiancato dicendole che, all'inizio, temeva non ce l'avrebbe fatta con la vecchia bicicletta che stava usando, e invece: «Complimenti perché ci è riuscita. Io ci ho provato e non sono stato così bravo». Così, oggi, quando esce a pedalare, si sente sicura, non ha paura della fatica della salita e nemmeno del brivido della discesa. E, quando nel suo studio medico, si confronta con i pazienti può davvero consigliare di andare in bicicletta perché sa cosa si prova. «Loro sono fieri. Dicono a tutti che la loro dottoressa è una ciclista».
Tutto questo e tanto altro: i genitori ad applaudire alla scalata, le persone che si sono appassionate a questa squadra e chiedono, si informano. Ed anche Gabriele Mazzetta, il coach, che pensa a questi mesi e: «Ho messo gentilezza e disponibilità, l'hanno fatto tutti perché lo consideriamo un dovere. Il senso di gratitudine che è tornato, però, è stato di molto superiore a tutto questo. Mi fa pensare che abbiamo davvero bisogno di queste cose, che ci mancano e le cerchiamo sempre più. Mi fa riflettere». Forse, perché, tutti abbiamo bisogno di imparare.


MiTo in fissa

A cosa si pensa quando si parla di Milano-Torino? Facile: la classica più antica del mondo... ma ora qualcosa di (completamente) diverso: la “Milano-Torino in fissa”, 145 km per una sfida cavalleresca, come la definisce uno dei suoi organizzatori, con bici a scatto fisso.
«"Milano-Torino in fissa" nasce nel 2008 ideata da quella che fu, credo, la prima crew in assoluto di bici a scatto fisso presente a Milano - ci racconta Riccardo Volpe, 46 anni, ingegnere e una passione smodata per le due ruote tanto che quando lo definisco come "folle per la bici" si fa una risata e ribatte: «Qualcuno diceva che quando non si è in bici si pensa alla bici. Questa è una definizione in cui mi ritrovo».

La prima "Milano-Torino in fissa" è del 2008: «L'idea è stata quella unire due grandi città con una forte connotazione ciclistica e all'inizio è pure una sorta di gioco di parole: fino al 2010, infatti, si partiva da via Torino a Milano per arrivare in via Milano a Torino. Poi dal 2011 al 2017 siamo riusciti a unire due simboli della storia del ciclismo: il velodromo Vigorelli di Milano e il motovelodromo Coppi di Torino. Si partiva e si arrivava fuori da questi due luoghi di culto. Il primo anno in 12 al via, veri pionieri».
Dopo le prime edizioni si decide quindi di dare risalto ai templi del ciclismo, luoghi per antonomasia delle bici a scatto fisso: i velodromi. «Dal 2012 al 2017 - ultima edizione disputata - si è partiti davanti al Vigorelli con arrivo davanti al Coppi. Questo ha contributo, in parte, a spingere le città a fare qualcosa: il Comitato Vigorelli ha fatto un lavoro eccezionale riportando la pista a essere tutelata per sempre ridando alla città di Milano e agli appassionati un luogo che fu di assoluto culto. A Torino l'associazione Pezzi di Motovelodromo ha aiutato a portare avanti un progetto che sfocerà nell'inaugurazione ufficiale del 10 aprile. Il Comune ha istituito un bando per salvaguardare il ciclismo all'interno del Motovelodromo, luogo che con le sue paraboliche da fare a tutta velocità in stile autodromo non potrà essere mai omologato ufficialmente dall'UCI, è vero, ma che diverrà una risorsa importante per chi gira in bici, oltre che situata in un punto strategico». Tutt'intorno, infatti, specifica Riccardo, circa 30 km di ciclabile in sterrato, oltre alle colline: «E di fatto sei praticamente in centro».
La spinta che porta all'ideazione, dunque, è tanto semplice quanto il suo svolgimento: «La mattina del 10 aprile alle 8 si partirà dal Vigorelli. Si attraverseranno otto città della Bassa padana per arrivare a Torino». Semplice, sì, tranne per un piccolo fattore: «Ovviamente non si smetterà mai di pedalare». D'altra parte è questo che sta alla base delle scatto fisso. « Sarà un po' come una competizione gravel dove hai una traccia da seguire. Ma ciò che conta nello spirito di questa manifestazione sarà la possibilità di godersi il viaggio». Qualche ora in libertà su bici a scatto fisso.
Arrivo al motovelodromo, quindi, che tra le tante cose significa un po' un richiamo a una grande classica: «L'arrivo sarà una sorta di piccola Roubaix: da Corso Casale tagli dentro, fai il sottopasso carrabile e arrivi direttamente in pista dove sarai chiamato a effettuare un giro e mezzo prima di tagliare il traguardo». Suggestivo.
Tutto si mescola, resta viva pure la connotazione in stile alley cat, («Alla partenza daremo una card con il logo della manifestazione e il numero scritto dietro: ma questo servirà solo per la birra a fine corsa») mescolata a quella della critical mass: «Fino ad Abbiategrasso - una sorta di km 0 – uscendo dalla città si pedalerà tutti assieme». Con un tocco di ciclismo agonistico: «L'ultimo paese che attraverseremo, Settimo Torinese, sarà lo spartiacque: è un posto che ha un'urbanistica del tutto incasinata. Sarà un po' come il Poggio per la Sanremo. Ogni volta che ci siamo passati io ho fatto una strada diversa. Ho visto ragazzi con una gran gamba saltare in aria di testa dopo aver fatto chilometri su chilometri in più ed essere arrivati alla fine svariati minuti dopo altri partecipanti».
Riccardo specifica come ci sarà una quota d'iscrizione, ma nessun premio: «Vorremmo devolvere il ricavato al fondo di emergenza dei corrieri in bici» e racconta in che modo lui parteciperà: «Con un tandem da pista insieme a un caro amico, un ragazzo non vedente che fece i Giochi paralimpici ad Atlanta '96 nel judo».
E poi, a chiudere, cita una frase simbolo che racchiude lo spirito punk alla base di tutto, lui che definisce la bici a scatto fisso qualcosa che, con il suo minimalismo, resta quanto di più affascinante sa dare il mondo delle due ruote a pedali. "Gamba tonica e rasata, bici in ordine e tutto il necessario per l'autoriparazione in strada. Pillola di cianuro in caso di fallimento." Uno dei consigli, ci dice Riccardo, che arriva dal “Reverendo Marcello” dello storico negozio Ciclistica Milano, ideatore e patron della competizione, pardon della sfida cavalleresca.
La bici, ancora una volta, che sia gioco o competizione, si dimostra il mezzo ideale per portare avanti un pensiero, un punto di vista, attraverso la fantasia, il divertimento, e grazie alla libertà di un gesto tanto semplice quanto liberatorio: pedalare. Che sia a scatto fisso o a ruota libera non importa.


Alla ricerca di se stesso: intervista a Mattia Viel

La bicicletta a Mattia Viel procura un misto di sensazioni. Quando era bambino pedalare era qualcosa che lo avvicinava alla libertà, ma non proprio libertà, forse non è la parola esatta. Forse la sensazione che più si avvicina a quello stato dell'anima è catarsi, liberazione. «Pedalavo come un forsennato: sfogavo rabbia e frustrazione. Iniziai a correre a dieci anni e quello stesso anno persi mia madre; pensavo a lei in ogni momento, vincevo le gare e le dedicavo a lei; ogni gara e ogni allenamento per me erano il mezzo più semplice per evadere da un sentimento oppressivo che mi portavo dentro».

La bicicletta al centro della casa di Mattia Viel l'ha messa suo padre. «La domenica, quando andava a correre, lo aspettavo trepidante. Pensavo a quel mazzo di fiori che avrebbe portato a casa come premio. Lui è una figura centrale della mia vita, sempre presente, ma non una figura ingombrante, quanto fondamentale. Gli episodi della vita mi hanno fatto maturare in fretta, sono andato a correre all'estero che ero ancora un ragazzino (Chambéry CF, in Francia, e poi in Inghilterra con la Holdsworth, ndr), ma lui mi è sempre stato vicino».
Ha vinto tanto fino agli juniores, da professionista si è ritagliato uno spazio da uomo squadra - volate altrui - o spesso lo ritrovavi in fuga - vedi l'ultima Sanremo.

Milano Sanremo 2021 - 112th Edition - Milano - Sanremo 299 km - 20/03/2021 - Mattia Viel (ITA - Androni Giocattoli - Sidermec) - photo Luca Bettini/BettiniPhoto©2021

Andava forte anche su pista, dove da allievo si prese il lusso di battere un certo Ganna ai campionati nazionali; una promessa del ciclismo, diremmo enfatizzando, qualcosa in più, qualcosa in meno, difficile capire da quale parte mettersi su quella sottile linea, figurarsi a quell'età. «Perché non ho mai sfondato? Chi può dirlo. Sacrifici ne ho fatti e ne faccio, ma forse il mio approccio al ciclismo era differente. Ho sempre dedicato molto tempo agli studi e grazie a questo mestiere ho conosciuto altri valori, mi sono tolto altre soddisfazioni».

Ha iniziato a pedalare a dieci anni, ma non ha intenzione di smettere ora che ne deve compiere ventisette, dopo aver passato un inverno in cui pareva sul procinto di chiudere la sua avventura agonistica: l'Androni, a fine 2021, non gli ha rinnovato il contratto. «Ho avuto delle offerte, ma non mi soddisfacevano». Perché un conto e ripartire con un rimborso spese e una valigia piena di sogni, quando hai vent'anni, un altro è farlo quando l'attenzione si sposta su altre priorità. «E così sono stato in Sudafrica, dove vive la mia ragazza, e ho iniziato a pedalare fuoristrada, lontano da quei posti che abitualmente percorreresti da stradista, e quando sono tornato a casa mia a Torino ho aperto gli occhi: ma davvero è una vita che pedalo in mezzo al traffico, con i camion che mi sfiorano e gli autisti che suonano il clacson continuamente? Ho iniziato a godermi le pedalate, ho iniziato a essere più libero».

Togliendosi di dosso sensazioni soffocanti. «E ho visto che mi piaceva. Noi siamo fatti per pedalare in mezzo alla natura, per goderci un lungofiume, per fare una salita e vedere un animale che corre, non possiamo rischiare la vita per fare qualcosa che ci piace. E poi c'è talmente tanto caos nella nostra vita che almeno quando esco in bici voglio tornare a una sorta di normalità. Può sembrare scontata come cosa, ma per me non lo è, perché i miei gesti nel ciclismo erano sempre: attaccare il numero alla maglietta e correre, mentre ora mi sto accorgendo di tante cose diverse. Il gravel mi sta insegnando a essere più presente con me stesso e con quello che ci circonda: pedalo e mi godo un paesaggio. Pedali, ma in realtà viaggi: cosa vuoi chiedere di più?».
Pedalare aiuta a riflettere, forse è un fatto di chimica, non lo so. Fatto sta che a Viel viene in mente qualcosa. «Ci tengo a precisare: non sono il primo, nessuna idea rivoluzionaria, ma ho iniziato a creare un progetto intorno al gravel. Ho messo giù un piano cercando collaborazioni con sponsor tecnici, ho contattato aziende interessate, offrendo in cambio feedback, piani legati al marketing: una sorta di ambassador del gravel ma rimanendo competitivo disputando diverse gare. Inizierò a livello europeo e prima o poi mi sposterò anche in America».

E rimanere competitivi fa parte di questo percorso. «Ho portato la mia idea a diverse squadre Continental e la D'amico UM Tools ha sposato il mio progetto. Correrò con loro diverse prove del calendario italiano su strada, anche tra i professionisti, con la libertà però di portare avanti in parallelo la mia attività nel gravel». Una sorta di Lachlan Morton italiano. «Magari! Ci metterei la firma per fare quello che fa lui. Con tutte le differenze del caso: uno degli aspetti più interessanti legati a questa disciplina è che ognuno può sviluppare la sua filosofia in maniera totalmente differente da un altro». Perché ciò che conta è il messaggio. «Peculiare è trasmettere l'idea del fascino del pedalare fuoristrada. Coinvolgere i settori giovanili, quei genitori che vogliono far pedalare i figli ma hanno timore di quello che succede in strada. Oppure dare sbocco a un ex pro che non ha più la possibilità di correre. E puoi farlo in maniera competitiva oppure per goderti semplicemente una bella pedalata».

Mattia Viel ricerca se stesso. Una nuova vita, che non sarà troppo diversa da quella che aveva prima: al centro del suo mondo ci sarà, come gli è sempre accaduto, la bicicletta. «Con l'aiuto di altre persone sto organizzando anche un evento gravel nel canavese che dovrebbe tenersi il 9 ottobre. L'idea è sfruttare al meglio una zona dove la bicicletta è molto sentita, i percorsi si prestano, ma anche per valorizzare da un punto di vista culturale il territorio. Questa è poi una delle filosofie principali che ruotano attorno a questa disciplina e sarà uno degli elementi principali che alimenteranno il fuoco delle mie azioni».

Quando Mattia mi racconta che oltre a correre su strada e iniziare a correre nel gravel, durante il lockdown ha aperto insieme alla sua compagna un'attività legata al ciclismo («Che si occupa di riabilitazione post infortunio, esercizi posturali e programmi fitness, stretching e massaggio sportivo»), interrompo bruscamente la nostra chiacchierata definendolo: “Un vulcano di idee”. Mattia tira un sospiro, sorride – almeno credo, ma spesso si scrive così, o comunque è stata questa la sensazione da una parte all'altra del telefono – e afferma: «Ero! un vulcano idee, ora quel vulcano sta dormendo: è arrivato il momento di concretizzare».
È arrivato il momento di cercare se stessi. Sempre in bicicletta, come fa da quando aveva dieci anni e viveva quel misto di sensazioni.


L'avventura di Velzna Trail

Chi parteciperà a Velzna Trail, il 23 aprile, dovrà provare a sentirsi parte della natura, a guardarsi da fuori e a vedere quanto una bicicletta che scorre su una strada sterrata stia bene in quella natura. Marco, Simone e Nicola l’hanno pensata così. Velzna è l’antico nome etrusco di Orvieto e quest’esperienza ha molto a che vedere con Orvieto: «Si parte e si arriva lì- ci dice Simone- ma in realtà c’è di più. Orvieto è questa essenzialità, quella della natura, del paesaggio, di una rupe scoscesa o di una strada romana per arrivare al mare. Quando esci di casa e senti che non ti manca nulla, magari c’è poco ma tutto l’essenziale».

Forse anche Amatrice era così, forse per questo qualcuno nel fine settimana prendeva la moto e ci andava. Lo ha fatto anche Simone e quel giorno Amatrice gli era piaciuta. Oggi, dopo il terremoto, Amatrice è l’insieme di tutto ciò che manca. Di chi manca. Amatrice è assenza. Marco ad Amatrice ha perso Matteo, suo fratello, che quel giorno era lì con Barbara, sua moglie. Di quel ragazzo è rimasta la bicicletta e Marco pedala su quei pedali, siede su quella sella. Simone ci racconta che vedere quella bici ancora per la città smuove qualcosa dentro. Marco e i suoi genitori hanno trasformato quel dolore, non hanno lasciato che li rovinasse, che li incattivisse. Come Matteo che, quando non riusciva più a pedalare a causa dei morsi dell’acido lattico in bici, non se la prendeva quasi mai: «È bello lo stesso. Certo, senza dolore sarebbe meglio. Ma guarda che bel paesaggio».

Velzna Trail cerca lo stesso sguardo. «Certe volte- prosegue Simone- quando pedalo sulle strade antiche, penso che non ce le meritiamo. Perché non ne abbiamo avuto cura. Per cambiare qualcosa, dovremmo iniziare a guardare ciò che c’è sempre stato e a dirci che è bello anche se non lo avevamo mai notato. È un obbligo morale nei confronti del passato». Così sarà bello arrivare al mare con quelle mountain Bike o quelle bici gravel e andare nella casa sul mare di Nicola per un buon ristoro. Ognuno fa quello che può per Velzna Trail e sa che basta, purché sia genuino, purché sia vero. Basta anche un solo tramezzino. Andare in bicicletta, in fondo, è cercare questa semplicità e magari trovare altro.
Nicola, ad esempio. Che viene dalla Sicilia e la prima volta che si è presentato all’Argentario per una pedalata era coperto come fosse inverno, nonostante ci fossero venti gradi. Poi ha scoperto quelle strade e ne è diventato una sorta di custode e immagina spesso strade nuove da visitare. Ha disegnato lui Velzna Trail e chi vuole fare un giro in bicicletta gli telefona e gli chiede se quella strada è stata riaperta o se c’è una via nuova, mai vista, per arrivare là.

«Quando si sente troppo forte, gli ricordiamo quel primo giorno» scherza Simone. In realtà però passare da quelle strade servirà anche a questo, a tornare a sentirsi piccoli rispetto a ciò che c’è attorno. Da Orvieto verso il Tirreno, poi Volsinii, Bolsena e ancora Orvieto, un percorso ad anello per permettere a chiunque di scegliere dove e quando fermarsi, per dire a chiunque che il tempo, quel giorno, non conta più di tanto. Il raccolto andrà all’Associazione 3.36, come l’ora di quel terremoto, per Matteo, per Barbara e per la ricerca per la Fibrosi Cistica.
«Quando pedali accanto a una rupe capisci chi sei, in realtà. La bicicletta ti riporta l’umiltà». Anche per quanto si fa fatica perché «quelle strade non tengono minimamente conto della pendenza. Chissà, forse agli antichi non interessava. Se volevano andare da un punto all’altro, ci andavano a prescindere». E a quella fatica non si può dare un significato, ognuno darà il proprio, ciò che conta è darsi una ragione per farla. Magari guardarsi attorno, mentre non ce la fai più, e dire: «Ma guarda che bel paesaggio».


Il quadruplo Everesting di Zico

Giacomo Pieri è un artigiano, un carpentiere. Gli amici lo chiamano Zico, forse anche in qualche cantiere. Zico, sin da ragazzo, andava nei cantieri e, quando tornava a casa, pensava che avrebbe voluto essere uno sportivo ma «come fa un artigiano a fare sport ad alti livelli?». Perché gli artigiani arrivano a casa stanchi la sera, di testa e di fisico, non possono permettersi tanti fronzoli.
«Quando parlo con i ragazzi vedo che hanno fame di traguardi da raggiungere. Però hanno anche la stessa mia paura di non farcela, quella che mi faceva dire che un artigiano come me non sarebbe andato da nessuna parte, perché presi in tante faccende, in tante aspettative da rispettare. Spesso non ce la facciamo perché siamo distratti, perché, in fondo, siamo i primi a non credere a ciò che vogliamo fare». Zico, pur di crederci, lavorava in cantiere a Terni dalle sei del mattino e andava ad allenarsi alle tre di notte.
Pensate che due anni fa ha effettuato il quadruplo Everesting. Ha pedalato per circa sessantacinque ore, sul Monte Petrano e ha raggiunto un’altitudine pari a quattro volte quella dell’Everest. Ci è riuscito, eppure parla del valore della sconfitta. «Quando sono riuscito a far diventare lo sport una parte del mio lavoro, il mio ego ha iniziato ad espandersi. Così fiero di me. La realtà è che quell’ego ti impedisce di crescere, perché per non ferirlo accetterai di fare solo ciò che lo accrescerà». Solo dieci anni fa, Pieri non avrebbe nemmeno iniziato l’Everesting, perché ce lo dice: «È molto più facile non riuscire che riuscire e un egocentrico non lo accetta».
La svolta a Zurigo, quando, nel 2012, un virus gli impedì di prendere parte a un evento che aveva preparato per mesi. Quel virus non era casuale, il suo corpo era indebolito da tutte le paure che si portava dietro, da ciò che non sapeva fare. «Alla base del Monte Petrano, forse, avrei dovuto concentrarmi e non parlare con nessuno. Ogni tanto gli atleti fanno così prima di una prova importante. Io invece cercavo le persone, cercavo di parlare con loro. Ciò che successe in Svizzera accadde perché vivevo male il mio essere atleta, mi concentravo sulle cose sbagliate. Dopo averlo tanto voluto, rovinavo tutto».
Così Zico sa che la sconfitta accade, ma il percorso resta. E quel percorso è fatto soprattutto di conoscenza di ciò che non sei e non sarai mai. In psicologia la chiamano anticipazione del negativo. Non è pessimismo, è consapevolezza. «Sono partito con un infortunio al piede a causa di un chiodo, sul lavoro. Però sono partito lo stesso. Se il mio corpo non ce l’avesse fatta, mi avrebbe dato segnali per fermarmi e l’avrei ascoltato. È sbagliato, però, ascoltare una mente che cerca scuse per non provarci nemmeno. Che, proteggendoti dalla delusione, ti fa chiudere».
La seconda notte la crisi di sonno, dura, brutta. Ma Zico se l’aspetta, sa che arriverà e, proprio per questo, sa anche che passerà. «Devi dirti la verità, a qualunque costo. Un uomo che dorme quaranta minuti in una notte e continua a faticare, prima o poi, va in crisi. L’errore è negarlo o sperare che non accada. L’illusione che tu sia diverso dagli altri. Devi sapere che ti accadrà e passerà».
Oggi che tutti gli dicono che è “l’uomo del quadruplo Everesting” lui risponde parlando del concetto di fatica, che cambia nel tempo e che il suo primo lavoro, quello di artigiano, gli ha fatto conoscere nei meccanismi più fini. La fatica principale, forse, è quella del confronto con se stessi, accettando la possibilità che non si sia capaci di fare quella cosa, che non ci si riesca o che non ci si riesca ancora. Per arrivare a capire che, prima dell’Everesting, bisogna ricordare altro: «La fatica maggiore è quella mentale. Quando stai facendo la prima scalata e pensi alla seconda, quando vivi proiettato a ciò che accadrà. Non serve scalare l’Everest quattro volte, ma serve capire che, se non buttiamo energie per ciò che non possiamo cambiare, avremo molta più possibilità di faticare per ciò che, invece, possiamo modificare. E da cambiare, attorno, c’è molto».


In bicicletta da Lampedusa a Capo Nord

C’era un padre, maresciallo di Polizia, a Palermo, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, la sua seicento e quella Graziella che caricava nel bagagliaio per portare il figlio a Villa Giulia, a pedalare. Per Domenico Romano, per tanto tempo, la bicicletta era il mezzo che gli restituiva papà, in quella Palermo difficile. E oggi, che anche Domenico è maresciallo della Guardia di Finanza, quei giorni sono ancora lì.
«La bicicletta è un modo di giocare anche da grandi, perché spesso è uno dei primi giochi da bambini e l’ultimo che si abbandona da anziani» dice così mentre si reca al lavoro in una mattinata dai contorni grigi nella sua città, Spadafora, in provincia di Messina. Da qualche giorno ha deciso che il 6 giugno partirà da Lampedusa verso Capo Nord: 7000 chilometri e trentacinque giorni di viaggio. Ha deciso e lo ha detto forte e chiaro «perché non sai quante cose pensiamo e progettiamo senza realizzarle. Credo accada perché non le diciamo a nessuno e, se nessuno le sa, ci sentiamo autorizzati a rimandare. Lasciamo la porta aperta dietro di noi per fuggire. Invece quella porta va chiusa».

Qualche anno fa, Domenico era partito dalla Sicilia verso Londra, sempre in bicicletta, per andare da suo figlio. L’aveva fatto per una scommessa, ma soprattutto per dire qualcosa ai suoi figli e ai ragazzi che hanno l’età dei suoi figli. «Tutti vogliamo stare meglio e avere più possibilità, fare carriera magari. La realtà è che tutti lo vogliamo ma pochi sono disposti a fare ciò che serve per arrivarci. Perché costa fatica». Romano dice che la fatica, spesso, non è ben vista nella società di oggi, sembra qualcosa che aggiunge un peso, che ti blocca perché «devi faticare. Vorrei sdoganare l’idea che la fatica può essere bella. Chiamiamola impegno, l’impegno che serve per arrivare a Calais in bicicletta o a Capo Nord. È bello perché sai che puoi arrivare. Nella vita di ogni giorno vale lo stesso, anche se spesso si fa fatica per cose più brutte, più difficili».

Quando ha pensato al viaggio a Capo Nord, ha pensato che sarebbe partito da Lampedusa «perché per tante persone in mare, purtroppo, è un miraggio quella città» e che sarebbe arrivato a Capo Nord «perché per chi pedala è un sogno arrivarci in bici». Il viaggio toccherà luoghi simbolo d’Europa, nel bene e nel male. «Saremo in due. Abbiamo allungato l’itinerario per passare da Auschwitz, il luogo in cui ogni valore umano è stato negato, ogni rispetto. Ma passeremo anche da Rovaniemi, dove c’è la casa di Babbo Natale, dove si crede al regalo come simbolo per rendere felice una persona. Alla sorpresa». Ci sarà la scoperta dei paesi e quella della condivisione, dell’incoraggiamento e dell’ascolto dei momenti di difficoltà altrui, consapevoli che serve davvero poco per fare coraggio.
Di problemi, in un viaggio così lungo, ce ne saranno. Domenico lo sa bene, ma non sopporta le lamentele: «Solo l’idea di partire per un viaggio comporta problemi: dal preparare il mezzo, alle borse, al meteo. Se ne affronta uno per volta e si cerca una soluzione e, visti singolarmente, quasi tutti i problemi sono risolvibili. Non ci sono altre vie».
Da questo viaggio, Domenico vorrebbe portare qualcosa alla sua terra. «In Sicilia c’è tutto ma, spesso, scegliamo di incatenarci a un pregiudizio, a ciò che viene raccontato. Nello scorso viaggio, all’imbarco di Calais, fra tanti stranieri ho trovato una famiglia di italiani, di Noto. Mi hanno lasciato passare davanti perché pioveva e con la bicicletta mi sarei lavato. Mi hanno cercato in mezzo a tutta la gente mentre ero seduto a terra, senza posto. Hanno diviso con me la loro pastasciutta, senza che chiedessi nulla. Vorrei portare questa consapevolezza, ciò che possiamo essere, se solo lo vogliamo».


Aspettando Patagonia Alvento

Ci sarà da attendere ancora per vivere Patagonia Alvento, ma anche nell'attesa c'è qualcosa di speciale. «Ho avuto la fortuna di vivere un’epoca epistolare e quando ero adolescente- ci racconta Willy Mulonia- al ritorno da scuola, trovavo le lettere a me indirizzate nella cucina dei miei genitori, sul tavolo. Le prendevo, le portavo in camera, non le aprivo subito. Aspettavo ore, qualche volta giorni. Nell'attesa c'è tutto ciò che vivrai, la fantasia, i timori e anche la felicità. Quando partiremo per la Patagonia, sarà come aprire una di quelle lettere». Le norme entrate in vigore nel nostro paese il 25 ottobre non consentono, a causa della pandemia, di viaggiare verso l'Argentina, a meno che si tratti di motivi di lavoro. Il 15 dicembre il governo le rivedrà e deciderà se cambiare qualcosa ma decidere questa volta è stata soprattutto una questione di rispetto. «Ci spiace rimandare di un anno questo viaggio, non avremmo mai voluto, ma, ad un certo punto, devi prenderti la responsabilità di decidere, anche se fa male. Non potevamo tenere tutti gli iscritti col dubbio fino a metà dicembre, non sarebbe stato corretto. Patagonia Alvento si svolgerà, con le stesse date, nel 2022. Abbiamo scelto, sofferto, ma ora sappiamo dove guardare».

Willy Mulonia ha voluto parlare personalmente con gli iscritti, ha voluto spiegare loro cosa stava accadendo: anche questo rientra nella correttezza, nella fiducia a cui Willy tiene da sempre. «Mi hanno ascoltato e hanno capito. Avrebbero potuto cancellare il viaggio, farci altre richieste, invece no. Si sono fidati quando ho detto loro che in Patagonia ci andremo e ci andremo assieme, solo più tardi. Mi hanno solo fatto una domanda: “Nel frattempo non possiamo fare nulla? Perché non ci accompagni in qualche luogo mentre aspettiamo?”. Willy Mulonia ci aveva già pensato, un progetto era lì, pronto. Si chiama Al-Ándalus Bikepacking Light ed è un viaggio attraverso l'Andalusia, partendo da Granada, un viaggio che inizierà a gennaio, dal 2 al 9, per cui ci sono ancora alcuni posti disponibili.

«Da Granada ci dirigeremo verso il cuore dell'Andalusia e poi verso i deserti di Gorafe e Tabernas, luoghi spettacolari. Gli stessi scenari dell’ultima Badlands. Se qualcuno si ritrovasse lì senza saperlo, penserebbe di essere dall'altra parte del mondo. In realtà bastano un paio d'ore di volo e c'è tutta la possibilità di emozionarsi». Dalla cultura secolare delle città, ai luoghi dei film Western di Sergio Leone, sino alle grotte in pietra in cui vivono le famiglie nei pressi del Gorafe. «Ci sono stato questa estate, è affascinante. La temperatura resta costante a sedici gradi, in inverno e in estate. C'è qualcosa in quelle grotte, si dorme benissimo. Una tranquillità rara». Sarà bello e soprattutto sarà un'opportunità perché il viaggio è una cosa seria, una cosa per cui essere pronti. «Bisogna conoscere e conoscersi. Non devi essere solamente tu ad attraversare la Patagonia, deve essere la Patagonia ad entrarti dentro e ad attraversarti. Non è facile, per viverlo bisogna riscoprire l'animo del viaggiatore, non quello del turista. Un viaggio che cambia perché ti cambia. Lui cambia il suo significato, tu torni a casa diverso perché hai capito. In Andalusia proverò a spiegare questo a chi sarà con me».

Per questo Willy non chiede quasi mai a chi torna da un viaggio se gli sia piaciuto, chiede le emozioni che ha provato. Perché dire “è stato bello” non basta, perché la bellezza è soggettiva, anche le emozioni lo sono, però tutti riescono a intuirle, a immaginarle, chiunque si trovi davanti una persona emozionata lo capisce. A gennaio accadrà questo: «L'animo del viaggiatore ha a che vedere con lo scoprire, l'emozionarsi, con l'imparare a non aver paura dell'ignoto, di ciò che non conosciamo. Sarò guida ma non nel senso che tutti intendiamo, non parlerò di dati, numeri e nomi. A essere sincero non parlerò nemmeno più di tanto. Darò alle persone la possibilità di aprirsi e tirare fuori ciò che hanno già dentro. In quel momento sarò lì, ad ascoltare. Sarò un co-pilota». Willy Mulonia risponderà a tutte le persone che gli scriveranno per chiedere informazioni, ma il suo ruolo cambierà. All'inizio sarà consulente, assistente, per aiutare i viaggiatori a preparare la bicicletta o a prenotare un volo, poi diventerà mentore, consigliere, qualcuno che, attraverso la situazione creatasi, porrà domande e aiuterà a cercare risposte già presenti. Solo nascoste.
Ci sarà l'entusiasmo della partenza, la curiosità della conoscenza, il fascino della Spagna e dei suoi angoli più suggestivi, la meraviglia del viaggio che ritorna dopo tanto tempo e quella dell'attesa di un altro viaggio, dietro l'angolo. Soprattutto ci sarà la voglia di scoprire ciò che sta dentro per riuscire a guardare ciò che sta fuori.