Aspettando Patagonia Alvento

Ci sarà da attendere ancora per vivere Patagonia Alvento, ma anche nell'attesa c'è qualcosa di speciale. «Ho avuto la fortuna di vivere un’epoca epistolare e quando ero adolescente- ci racconta Willy Mulonia- al ritorno da scuola, trovavo le lettere a me indirizzate nella cucina dei miei genitori, sul tavolo. Le prendevo, le portavo in camera, non le aprivo subito. Aspettavo ore, qualche volta giorni. Nell'attesa c'è tutto ciò che vivrai, la fantasia, i timori e anche la felicità. Quando partiremo per la Patagonia, sarà come aprire una di quelle lettere». Le norme entrate in vigore nel nostro paese il 25 ottobre non consentono, a causa della pandemia, di viaggiare verso l'Argentina, a meno che si tratti di motivi di lavoro. Il 15 dicembre il governo le rivedrà e deciderà se cambiare qualcosa ma decidere questa volta è stata soprattutto una questione di rispetto. «Ci spiace rimandare di un anno questo viaggio, non avremmo mai voluto, ma, ad un certo punto, devi prenderti la responsabilità di decidere, anche se fa male. Non potevamo tenere tutti gli iscritti col dubbio fino a metà dicembre, non sarebbe stato corretto. Patagonia Alvento si svolgerà, con le stesse date, nel 2022. Abbiamo scelto, sofferto, ma ora sappiamo dove guardare».

Willy Mulonia ha voluto parlare personalmente con gli iscritti, ha voluto spiegare loro cosa stava accadendo: anche questo rientra nella correttezza, nella fiducia a cui Willy tiene da sempre. «Mi hanno ascoltato e hanno capito. Avrebbero potuto cancellare il viaggio, farci altre richieste, invece no. Si sono fidati quando ho detto loro che in Patagonia ci andremo e ci andremo assieme, solo più tardi. Mi hanno solo fatto una domanda: “Nel frattempo non possiamo fare nulla? Perché non ci accompagni in qualche luogo mentre aspettiamo?”. Willy Mulonia ci aveva già pensato, un progetto era lì, pronto. Si chiama Al-Ándalus Bikepacking Light ed è un viaggio attraverso l'Andalusia, partendo da Granada, un viaggio che inizierà a gennaio, dal 2 al 9, per cui ci sono ancora alcuni posti disponibili.

«Da Granada ci dirigeremo verso il cuore dell'Andalusia e poi verso i deserti di Gorafe e Tabernas, luoghi spettacolari. Gli stessi scenari dell’ultima Badlands. Se qualcuno si ritrovasse lì senza saperlo, penserebbe di essere dall'altra parte del mondo. In realtà bastano un paio d'ore di volo e c'è tutta la possibilità di emozionarsi». Dalla cultura secolare delle città, ai luoghi dei film Western di Sergio Leone, sino alle grotte in pietra in cui vivono le famiglie nei pressi del Gorafe. «Ci sono stato questa estate, è affascinante. La temperatura resta costante a sedici gradi, in inverno e in estate. C'è qualcosa in quelle grotte, si dorme benissimo. Una tranquillità rara». Sarà bello e soprattutto sarà un'opportunità perché il viaggio è una cosa seria, una cosa per cui essere pronti. «Bisogna conoscere e conoscersi. Non devi essere solamente tu ad attraversare la Patagonia, deve essere la Patagonia ad entrarti dentro e ad attraversarti. Non è facile, per viverlo bisogna riscoprire l'animo del viaggiatore, non quello del turista. Un viaggio che cambia perché ti cambia. Lui cambia il suo significato, tu torni a casa diverso perché hai capito. In Andalusia proverò a spiegare questo a chi sarà con me».

Per questo Willy non chiede quasi mai a chi torna da un viaggio se gli sia piaciuto, chiede le emozioni che ha provato. Perché dire “è stato bello” non basta, perché la bellezza è soggettiva, anche le emozioni lo sono, però tutti riescono a intuirle, a immaginarle, chiunque si trovi davanti una persona emozionata lo capisce. A gennaio accadrà questo: «L'animo del viaggiatore ha a che vedere con lo scoprire, l'emozionarsi, con l'imparare a non aver paura dell'ignoto, di ciò che non conosciamo. Sarò guida ma non nel senso che tutti intendiamo, non parlerò di dati, numeri e nomi. A essere sincero non parlerò nemmeno più di tanto. Darò alle persone la possibilità di aprirsi e tirare fuori ciò che hanno già dentro. In quel momento sarò lì, ad ascoltare. Sarò un co-pilota». Willy Mulonia risponderà a tutte le persone che gli scriveranno per chiedere informazioni, ma il suo ruolo cambierà. All'inizio sarà consulente, assistente, per aiutare i viaggiatori a preparare la bicicletta o a prenotare un volo, poi diventerà mentore, consigliere, qualcuno che, attraverso la situazione creatasi, porrà domande e aiuterà a cercare risposte già presenti. Solo nascoste.
Ci sarà l'entusiasmo della partenza, la curiosità della conoscenza, il fascino della Spagna e dei suoi angoli più suggestivi, la meraviglia del viaggio che ritorna dopo tanto tempo e quella dell'attesa di un altro viaggio, dietro l'angolo. Soprattutto ci sarà la voglia di scoprire ciò che sta dentro per riuscire a guardare ciò che sta fuori.


Alfabeto Marche

Come dice il plurale del nome, le Marche sono tante, magari non milioni di milioni ma comunque molte più di una. Del resto vuoi mettere il gusto di un ciaùscolo, anche di uno solo contro un intero esercito di “negronetti”?

Siccome le Marche sono tante non basterebbe di certo un alfabeto a elencarle, a descriverle, a raccontarle.

Come si fa ad abbracciarle tutte, le Marche? C’è un modo intelligente e appassionante per abbracciare, e conoscere le Marche, se non tutte, almeno un bel po’.

Quale? Andarci in bicicletta.

Ma come? Le Marche sono tutte un su e giù? Come è possibile? Ci vuole un fisico bestiale!

Vi assicuro che non è così. Date retta a NoiMarche BikeLife, il progetto di proposta cicloturistica messo in piedi da un protocollo di 28 comuni marchigiani per “mappare” decine e decine di itinerari permanenti adatti a tutti i tipi di biciclette e, soprattutto, di gambe e polmoni.

Il 23 e il 24 ottobre scorso 25 blogger, giornalisti ed amministratori locali, suddivisi in tre gruppi di pedalatori, hanno percorso 500 km alla scoperta dei territori dei 28 comuni marchigiani consorziati nel progetto NoiMarche BikeLife.

Questo che leggete qui di seguito, in forma di parziale abbecedario, è solo un piccolo assaggio dei luoghi, delle storie, delle bellezze, delle golosità e e delle curiosità che ho incontrato lungo la strada.

 

A come Apiro e altri toponimi

Nelle Marche mi hanno affascinato i nomi dei posti, dei comuni e dei borghi, delle frazioni e di tutte le denominazioni geografiche del territorio marchigiano. Se non l’avessimo capito dalle pendenze – che, per carità, si possono fare anche senza troppo affanno, soprattutto se, come me, vi siete fatti dare una e-bike – che i borghi marchigiani stanno per lo più abbarbicati sulla cima di una collina, i cartelli stradali sono lì ricordarcelo: Montegranaro, Montegiorgio, Monsampietro e Monsano. Oltre a un probabilmente più pedalabile Colmurano, c’è pure Monte Urano, che mi fa venir la voglia di farci arrivare una tappa del “primo Giro planetario d’Italia” che un giorno vorrei tanto organizzare con Stefano Bartezzaghi: da Portovenere (SP) a Castelmarte (MB), da Roveré della Luna (TN) a Solarolo (RA), da Giove (TR) a Saturnia (GR), da Nettuno (Roma) a un comune a caso della Valle del Mercure, in provincia di Potenza. Sassotetto, sui Monti Sibillini, mi pare il luogo perfetto per farci arrivare un traguardo in salita, cosa che infatti da qualche anno succede alla Tirreno-Adriatico. Sempre a proposito di altimetrie Penna San Giovanni trae il suo toponimo da pen, antica parola romana - ovvero di una lingua preesistente all'affermazione del latino -, che significa altura, luogo posto in alto, montagna: da cui deriva anche Appennino. Mentre pedalavo in salita ho visto un cartello e mi sono illuso che fosse lì per me: diceva ATLETA. Ho ringraziato per la stima, o l’incitamento, ma mi sbagliavo. Era la segnaletica di Alteta, tra Grottazzolina e Francavilla d’Ete (che pure hanno la loro bella fantasia). Scendendo salendo da Fiastra costeggiando i crinali nord sempre dei dei Monti Sibillini ho visto un’indicazione per Colpodalla, un posto per volatili che per velocipedi. E per finire ecco Apiro: fantasticando di etimologie mi ero fatto convinto che il suo significato spiegasse l'arcano della canzone di Ivan Graziani di cui potete leggere in questo breve, incompleto Alfabeto Marche, alla lettera I: ovvero un villaggio dimenticato da Promoeteo dove, alla greca, non si conoscesse l'uso del fuoco: a+ pyros. Mi hanno spiegato che invece deriva dal latino e da un grande albero di pero che un tempo si stagliava sul crinale e indicava il luogo (ad pirum, al pero) dove poi sorse il paese. Abbozzando sono caduto dal pero. Ma per fortuna non dalla bici..

 

B come Boccascena

In teatro il boccascena è l’apertura del palcoscenico sulla platea. Le Marche, in quanto a memoria e conservazione degli spazi teatrali, sono una regione speciale: non è un caso che siano chiamate “la regione dei cento teatri”. Tra Sette e Ottocento, nella grande stagione del melodramma italiano, moltissimi comuni marchigiani si sono dotati di uno spazio collettivo teatrale e molti di questi sono rimasti in vita e in uso, splendidamente conservati e felicemente praticati. Io ho avuto modo di vederne solo due: a Montegiorgio il Teatro Alaleona – dove non ci troverete a recitare Alaphilippe e Cipollini – e il minuscolo Teatro Flora, costruito interamente in legno, a Penna San Giovanni.

Penna San Giovanni: Teatro Flora

 

 

C come Carlo il Grosso

Nel primo entroterra di Sant’Elpidio al Mare e Casette d’Ete, sorge la basilica imperiale di Santa Croce al Chienti. Un nome assai impegnativo: perché, innanzitutto, “imperiale”? Perché pare venne consacrata già fin dall’887 da Carlo il Grosso imperatore del Sacro Romano Impero, figlio di Ludovico il Germanico, nipote di Ludovico il Pio e bisnipote nientepopodimenoché di Carlo Magno. Quasi un secolo dopo, nel 968, passa sotto il diretto controllo di un altro imperatore germanico, Ottone I, e crebbe d’importanza per tutto il periodo detto appunto ottoniano, fino alla fine del X secolo. Un’altra leggenda, pare però senza molti fondamenti storici, addirittura colloca qui un palazzo eretto per volere dello stesso Carlomagno.

Basilica imperiale di S. Croce al Chienti

 

E come Ete

È il nome di un fiume, a regime torrentizio, come molti appenninici. Il corso è breve quanto il suo nome: circa una quarantina di chilometri, dalle sorgenti alla confluenza nel Chienti, proprio in prossimità della basilica di Santa Croce. Ma di Ete ce ne sono due: questo l’Ete Morto, che venne deviato nel suo corso originale fin dal XVIII secolo. L’altro, l’Ete Vivo, lungo pochi chilometri in meno, sfocia però direttamente nell’Adriatico, a Porto San Giorgio.

 

F come Falerone

A guardarlo dall’alto, da una mappa zenitale, Falerone sembra una biscia, allungata sul crinale della collina. Sarà forse per questo che l’antico insediamento, che risale all’epoca romana come attesta il vicino sito archeologico di Falerio Picenus, con tanto di Teatro e Anfiteatro romani, e ricco museo archeologico, ha tra i suoi simboli Lu serpe de Falerò, un dolce prenatalizio fatto a forma di biscia che tende a mangiarsi la coda.

Lu serpe, il dolce tipico di Falerone

 

G come Gismondi

Montegranaro è il paese di Michele Gismondi, che dal 1952 al 1959 è stato uno dei più fedeli gregari di Fausto Coppi. Grande amico anche fuori dalle corse, nel pieno dello scandalo del processo per adulterio alla Dama Bianca, Gismondi ospitò a casa sua Giulia Occhini, dopo la sua breve ma umiliante reclusione per adulterio. Per ironia della sorte – ma neanche poi tanto, conoscendo la generosità dei Gismondi – oggi a Montegranaro vive Gioia Bartali, nipote del grande Gino. Gastone Gismondi, nipote di Michele, è stato per anni sindaco di Montegranaro, nonché instancabile promotore delle attività ciclistiche locali.

 

I come Ivan Graziani

Ivan Graziani, teramano di origine, venne adottato dalle Marche fin dagli anni della scuola all’istituto d’arte di Ascoli Piceno e poi della casa di Novafeltria, dove morì il 1° gennaio 1997, a soli 51 anni. Le sue canzoni, quasi tutte, secondo me assomigliano al paesaggio delle Marche: un moto ondoso di parole e musica. Una di quelle che mi piace di più si intitola Fuoco sulla collina e mi ha accompagnato sulla strada tutte le volte che s’impennava verso un crinale e un nuovo panorama.

 

J come Jesi

Nel 2022 il Giro d’Italia avrà come tappa di arrivo Jesi, città di fuoriclasse, da Federico II di Svevia a Roberto Mancini e Valentina Vezzali. La corsa rosa sarà ancora una volta uno straordinario spot internazionale per mostrare a tutti le bellezze delle Marche.

 

L come Licini

Osvaldo Licini è uno dei pittori del Novecento a cui voglio più bene. Non saprei spiegare il perché, ma le sue forme e i suoi colori di un astrattismo pieno di sogni. I suoi angeli, in particolare, mi sono sempre sembrati che fossero disegnati per prendersi cura di chi li guardava. Licini ebbe una vita piena di incontri e di luoghi: Bologna, poi Firenze e il futurismo, la Grande Guerra e poi Parigi e i grandi pittori e scrittori del Novecento: Picasso e Modigliani, Jean Cocteau e Blaise Cendrars; quindi la stagione dell’astrattismo, con Lucio Fontana, Fausto Melotti, Atanasio Soldati e Luigi Veronesi; e ancora l’incontro con Kandinskij. Ma il suo ombelico è sempre stato Monte Vidon Corrado, il paese dove nacque, e dove dal 1946 e per buona parte del primo dopoguerra fu anche sindaco. E dove oggi hanno sede un centro studi a lui dedicato e un’affascinante casa-museo.

Montegranaro: palazzo comunale

M come Michele Scarponi

Un altro che ci si sente pedalare accanto sulle strade delle Marche è Michele Scarponi. La sua faccia da schiaffi, la sua risata forte, la simpatia contagiosa… In realtà è vero che ce lo si sente accanto perché l’attività della Fondazione a lui intitolata, e che guidata con passione e determinazione da Marco, il fratello, è attivissima nelle iniziative per l’educazione del corretto comportamento stradale e del rispetto delle regole a tutela dei più fragili.

 

N come numeri

28 comuni marchigiani che hanno sottoscritto il protocollo d’intenti NoiMarche BikeLife per promuovere il cicloturismo nella regione: Apiro, Appignano, Cingoli, Civitanova Marche, Colmurano, Falconara Marittima, Falerone, Fiastra, Francavilla d’Ete, Grottazzolina, Gualdo, Jesi, Loro Piceno, Macerata. Matelica, Monsano, Montegiorgio, Montegranaro, Morrovalle, Penna San Giovanni, Potenza Picena, Ripe San Ginesio, San Ginesio, San Severino Marche, Sant’Angelo in Pontano, Sarnano, Treia, Urbisaglia. 9 servizi di bike transport; 26 servizi di noleggio bici; 37 guide e accompagnatori turistici; 36 associazioni ciclistiche; 40 officine di riparazione e ricambi e negozi di biciclette e abbigliamento; 2 officine mobili.

Montegranaro, centro storico

O come Ombelico

Sono salito su una collina che sembra davvero di stare nell’ombelico delle Marche. È la collina che sta alle spalle dell’Officina del Sole, una tenuta nella campagna di Montegiorgio, dove abbiamo ben dormito, ben mangiato e ancora meglio bevuto. La collina sulla quale sono salito alla mattina presto, tra i vigneti di Passerina, Verdicchio e Chardonnay, per vedere spuntare il sole spazia il suo orizzonte tutto intorno, dal Conero ai Sibillini: il vino che fanno lì, uno Spumante Brut, metodo Charmat, ottenuto da un blend delle uve dintorno, raccolte da fine agosto a fine settembre, non poteva che chiamarsi Trecentossessanta, come i gradi con cui lo sguardo abbraccia il paesaggio dei colli marchigiani.

Montegranaro: i vigneti dell'Officina del Sole

P come Petronilla

Oltre a formare col marito Arcibaldo la coppia più longeva del fumetto americano (1913, e dal 1921 sul “Corrierino dei Piccoli”), Petronilla era una santa. Ed è la patrona di Grottazzolina, che le aveva intitolato la primigenia chiesa del Ss. Sacramento e del Rosario, ora sfolgorante di stucchi e decori policromi. Si dice che Petronilla martire fosse la figlia (carnale o spirituale, non si è capito) di San Pietro Apostolo. Passa anche per essere protettrice dei delfini di Francia (intesi non come cetacei transalpini, ma eredi al trono, quando ancora ne esisteva uno) e, come dice la guida locale, viene invocata per tenere lontane le pulci.

 

R come Romolo Murri

A Gualdo si trova il Centro studi dedicato a Romolo Murri. Non è che andando in giro in bici, con le braghe fondellate e i lycra aderente a segnare i fianchi non proprio sciancrati, si sia sempre della predisposizione migliore a farsi incuriosire dai luoghi pieni di libri, documenti, archivi. Tanto più se si tratta della storia di un prete spretato, travolto dalla passione della politica. Eppure, a Romolo Murri, nato a Monte San Pietrangeli nel 1870, e morto a Roma nel 1944, dobbiamo forse un po’ di attenzione se non altro per il fatto che s’inventò la Democrazia cristiana in anticipo di vent’anni sui tempi storici. E questo gli costò appunto l’ostracismo del Vaticano e tanti altri preclusioni. Però, se abbiamo corso il rischio di “morire democristiani”, un rischio che, mi viene da pensare oggi, quasi trent’anni dopo, col senno di poi, quasi quasi avrei corso volentieri, possiamo ben dirlo che lo dobbiamo in parte a Romolo Murri e una sosta a Gualdo, dove il terremoto del 2016 ha tolto il pennacchio al campanile, è doveroso farla.

 

S come Sarnano

Sarnano è una delle porte dei Sibillini. Ed è una porta girevole, tante sono le faccende in cui i sarnanesi sono affaccendati. Innanzitutto, anche a fronte delle difficoltà del terremoto, non si sono lasciati perdere d’animo, quasi che non volessero piangere sulle proprie sventure. In pochi anni si sono messi a ricostruire il paese, e mettendolo in sicurezza, facendo così in modo che la cittadinanza rimanesse legata al proprio luogo d’origine. E poi si sono vocati a un’attività di promozione del territorio come grande risorsa di turismo outdoor, che ha nel ciclismo – in tutte le sue declinazioni: la strada, il gravel, la mountain-bike e il downhill – una sfera di eccellenza. Decine e decine gli itinerari tracciati, moltissime le guide che si sono specializzate nell’accompagnamento di ciclisti e cicloturisti su percorsi della più varia natura e impegno. Luca Piergentili, sindaco di Sarnano, senza banda tricolore e senza cravatta, è la faccia di questo proficuo affaccendarsi per fare di Sarnano e dintorni una meta per gli appassionati delle due ruote, punto di partenza di numerose escursioni in quota, sui Sibillini, o sulle panoramiche strade di cresta delle colline circostanti.

Sarnano

T come Tiralento

Dicesi “Tiralento” di un ciclista dall’andatura cosi incerta da non si riesce a capire se avanzi o stia facendo un mimico esercizio di surplace, un Jacques Tati che scivola, da un Jour de Fête, dentro al Giro. Così mi ha spiegato Gianni Traini che, a Grottazzolina, di Tiralento, piccola azienda artigianale di abbigliamento, accessori e scarpe per il ciclismo, è il titolare. Capelli lunghi e grigi alla capo Comanche, Gianni, da quattro anni, insieme al fratello Giuliano, giornalista, disegnatore, collezionista di pezzi rari della storia del ciclismo (fotografie, riviste, memorabilia e quant’altro possa star dentro la sua curiosa voracita), ha concretizzato un sogno: produrre con le proprie mani gli oggetti dei loro sogni. Gianni e Giuliano sono cresciuti a pane e bicicletta sui colli marchigiani nell’entroterra di Porto Sant’Elpidio. Poi le loro vite hanno preso strade diverse: Gianni imprenditore nel settore trattamento metalli; Giuliano giornalista a Milano. Ma il legame con il loro territorio e le loro passioni e rimasto forte ed e riemerso, come un fiume carsico, nel progetto Tiralento. Se esiste un’eta dell’oro del ciclismo e quell’arco temporale che va dal secondo dopoguerra alla meta degli anni Settanta, e Tiralento e un omaggio a quella stagione di campioni e costruttori, corse e icone. Fanno maglie come le si faceva quando esisteva ancora l’artigianato tessile e si lavorava con filati e telai, non con materiali sintetici e macchine da stampa; fanno scarpette e caschetti lavorando il cuoio come i vecchi artigiani di una volta, sagomando a mano e piantando minuscoli chiodini, le “semenze”, nelle suole rinforzate. I loro prodotti non sono similcopie, non sono imitazioni rivisitate: sono proprio “quelle maglie”, “quelle scarpe”. Se c’e un posto dove aleggia il genius loci del ciclismo, questo e Tiralento, Grottazzolina, Marche.

Gualdo: Centro studi Romolo Murri

 

 

V come Vino Cotto

A Loro Piceno c’è un Museo del Vino Cotto, un prodotto di antichissima tradizione ricavato dalla bollitura del mosto prima della fermentazione. Viene ricavato da uve prevalentemente locali, come la Malvasia e il Montonico, il Pecorino, il Moscatello, lo Zibibbo, il Maceratino, il Galloppa, spesso ricavate da vitigni ad alberate, cioè facendo arrampicare la vite su altri alberi, aceri o altre piante da frutta. Il mosto si riduceva a caldo a un terzo del suo volume (interzatura) e poi messo in botti dove fermentava lentamente fino all’invecchiamento che può durare anni e richiede una cura molto simile a quella delle grandi acetaie dell’aceto balsamico. Oggi il vino cotto, dalle intense sfumature aromatiche, è un vino da meditazione, o da dessert


Vivere e pedalare la 5mila Marche

«Si è alzata la tramontana ieri, copriti». È così presto che riesco a malapena a capire chi sta parlando. Si tratta della signora davanti al cui cancello ho parcheggiato la macchina, alle sei del mattino, a Porto Recanati. Effettivamente fa un freddo insospettabile per una località di mare. Manca un’ora alla partenza della 5mila Marche, ma la signora è stata svegliata dal figlio, che non vede l’ora di andare a vedere la partenza dei ciclisti sul lungomare. Non accade molto altro d’inverno, a Porto Recanati: il weekend della Gran Fondo Nibali, organizzato dall’ex professionista Andrea Tonti, ha riempito questo paesino e tutti quelli limitrofi.

 

Andando a ritirare numero da attaccare alla bici e mappa, scopro cosa significa “partenza alla francese”: fissata un’ora, in questo caso le 07:00 del mattino, si può partire a quell’ora precisa, ma anche dopo. Senza fretta. La 5mila Marche bisogna prenderla con calma. Si chiama così perché si fanno cinquemila metri di dislivello in più di 250 km: al via si discute se il primo ci metterà più o meno di dieci ore. Mentre ascolto gli altri, penso inorridito che non ho mai pedalato più di nove ore. Non ho mai partecipato a un evento organizzato con altri ciclisti, che grande idea una 250 km per la prima volta! Non ho mai nemmeno pedalato con un numero attaccato alla bicicletta (quest’ultima voce non viene depennata perché non riesco materialmente ad attaccarlo alla bici).

Devo fare in fretta, lo speaker si sta già spendendo in un discorso motivazionale. È vero che si può partire quando si vuole, in sostanza, ma al primo evento della mia vita potrò arrivare in ritardo? Se il sole fosse sorto una dozzina di minuti prima, mi sarei accorto di aver dimenticato in macchina il ciclocomputer. Me lo fa notare un signore con cui inizio a chiacchierare perché sulle appendici del manubrio ha un accessorio di cui devo chiedergli: è un piccolo specchietto retrovisore «che comprai alla classica più bella, la Amstel Gold Race. Ne trovai solo uno, altrimenti ne avrei comprati di più».

Al primo semaforo, dopo pochi chilometri, tutto il gruppo si ferma. Un centinaio abbondante di ciclisti aspetta il verde, senza particolari smanie. La gran parte di noi è partita col buio e arriverà col buio. Lo strappo che da San Girio porta a Potenza Picena è la prima salita di giornata. Ci lasciamo sulla destra la via Contrada Crocefissetto che siamo già impiccati al rapporto più leggero. Johnny, invece, spinge un rapporto lunghissimo. È alto sui pedali da almeno un paio di minuti, come se la sella scottasse. Ha il casco largo e rosa, gli occhiali, anche in volto assomiglia ad Alberto Bettiol. Ma viene dal Massachusetts. Si è trasferito a Monteriggioni perché «I don’t like America» e non sembra molto in vena di chiacchierare, per il momento mena sui pedali e basta.

Tutto attorno, si svolge la vita normale delle persone. Il furgone del pane, il muratore che fa colazione nel bar sotto casa. Ogni tanto qualcuno ti guarda con un misto di incredulità, stima e sbigottimento. Uscendo da Montelupone, sono tanti i bambini che aspettano lo scuolabus sul cancello di casa, avvolti in sciarpe e piumini che vorremmo avere indosso anche noi.

Francesco ha il k-way nero e giallo della Direct Energie di qualche stagione fa. Stiamo tentando di recuperare un gruppetto in cui l’ultimo ha raffigurato, sulle tasche posteriori della maglia, il volto della Madonna. Dimenticato il navigatore, devo sempre stare con qualcuno che conosce la strada, per non perdermi. Ne battezzo un paio con la maglia del Pedale Lecchese. Esperti. Uno sta distanziando l’altro all’ingresso di Macerata e il secondo, il meno giovane, ha tutto il tempo di raccontarmi di lui e della bici. Non è alla sua prima randonnée, anzi in passato ha fatto la «Parigi-Brest-Parigi, la Alps4000 e altre mattate da oltre mille chilometri».

Entrati a Macerata per l’unica manciata di chilometri in un traffico fastidioso, sussulto quando vedo il monumento ai caduti. Su quelle scalinate venne arrestato Luca Traini, il neofascista che si mise a sparare a chi aveva un colore della pelle diverso dal suo. Fortunatamente, continuando a pedalare si prova a dimenticare anche questi orrori.

Si affianca a noi un signore in pensione, Silvio, coi baffoni. Originario di Pandino, tra Lodi e Crema, un «famoso centro per lo smistamento carni, ma ora delle famiglie che gestivano macelli e facevano salami non ne è più rimasta una» dice con un po’ di nostalgia. Qualche anno fa, Pandino ha ospitato alcune riprese di "Chiamami col tuo nome", chissà se Silvio l’ha visto. Non fatica, comunque, a trovare un ciclista originario del lodigiano e sentirli parlare in dialetto diverte tutti.

Riascoltando messaggi vocali mandati prima delle nove del mattino, sento i denti sbattere tra una parola e l’altra. Ulivi, campi arati, alberi ai lati della strada e traffico minimo sono lo sfondo delle prime due ore. Addentrandosi nell’entroterra, si nota, come dice Simone del gruppo con cui condivido questi chilometri, che «nelle Marche non sanno cosa sono i tornanti. Vedono una collina e pensano “ma sì, facciamoci passare una strada dritta per dritta”». È una considerazione certamente parziale, ma certi muri mettono il dubbio. Quello di Pollenza lo vedi arrivare da lontano, sotto le ruote senti ogni grado di pendenza cambiare.

 

Ottime notizie: siamo in via Gioacchino Murat, quindi – immaginavo affamato e desideroso di fermarmi – vicino a Tolentino, sede del primo gazebo-assistenza. Nel 1815, il re di Napoli subì la sconfitta decisiva nei confronti dell’impero austriaco proprio qui, nel comune di cui si fatica a trovare informazioni online perché omonimo della scrittrice del New Yorker Jia Tolentino. Oltre al cibo, i volontari regalano opuscoletti (quello sulla basilica di San Nicola è fatto davvero bene) e brochure (“Tolentino musei. Arrivi come turista, parti come amico”) su Tolentino, che per qualche strano motivo ho conservato per tutto il viaggio.

Andrea prende subito una bevanda energetica, un panino e siede per terra per mangiare con più calma. Poco prima, sul muro di Pollenza, era stato in grado di descrivermi le differenze tra la mia Bianchi Infinito e la sua Bianchi Oltre, sul cui manubrio ha ben fissato un enorme ciclocomputer che avrebbe indicato la strada fino a Matera. Mi metto in testa di seguire lui, sempre a ruota, fino a che non torneremo a Porto Recanati, ma il piano fallisce presto: Andrea ha già divorato il suo panino quando io non sono ancora a metà e le mie gambe di rimettersi in moto proprio non ne vogliono sapere.

 

Un tratto speciale della 5mila Marche è quello che collega Tolentino a Sarnano, campo base della prima, vera salita di giornata. Sono una trentina di chilometri con più salita che discesa, con zero traffico e zero pianura perché siamo nelle Marche, con una vista mozzafiato sulle valli circostanti. Per uscire da Tolentino, un bellissimo ponte sul Chienti in selciato. Poi Sarnano, che inganna. Inizia qui la salita di Sassotetto, si sa, ma non subito. Da un paio di chilometri ho tolto il padellone davanti in attesa della salita hors catégorie, ma non comincia. Il cielo s’è fatto nuvoloso e un’indicazione, a bordo strada, spicca sulle altre per bellezza del nome: indica una passeggiata, la Via delle cascate perdute.

Finalmente la salita verso il valico di Santa Maria Maddalena comincia, e forse si stava meglio prima. Si parte da circa 500 m.s.l.m. e si arriva a quasi il triplo. Si parte in gruppo e si arriva sgranati. Si parte con le barrette prese a Tolentino che ancora danno energia, e si arriva che il ristoro in cima è l’unica cosa importante. Alcuni operai stanno rifacendo un terrapieno a lato della strada, ci chiedono se siamo della corsa di Nibali, «certo!» rispondiamo. «Volete un passaggio fino a Porto Recanati, eh?» Ci chiedono senza sapere che a noi interessa viaggiare, non arrivare.

Supero un paio di persone in salita. Uno ha lo zaino e si lamenta in continuazione con se stesso, per non essere stato in grado di vestirsi adeguatamente. D’altronde non è facile: siamo partiti in riva al mare e ora se alziamo gli occhi vediamo cime imbiancate di neve e impianti sciistici. Un altro, proprio a un chilometro dalla cima, ha stracciato la catena. Siede a bordo strada, disperato.

I paletti neri e gialli a bordo strada, quelli che restituiscono inequivocabilmente la sensazione di essere in montagna, si fanno più frequenti. Dopo un tornante verso sinistra, ci si lascia alle spalle lo sperone di roccia rossa, che un local del nostro gruppetto non riesce a ricordare se si chiami Punta di Ragnolo o Pizzo di Meta. Ogni tanto la strada permette di guardare giù, verso valle, e immagine cosa stia succedendo là in basso. Se lo starà chiedendo, solo da molto più in alto, anche Michele Scarponi, la cui stele si trova proprio sul punto di scollinamento del valico di Santa Maria Maddalena. Scarponi ottenne una delle sue vittorie più belle proprio in una tappa che passava da qui: la Civitanova Marche-Camerino della Tirreno-Adriatico 2009, di cui si aggiudicò la classifica generale. «Il mio soprannome è l’Aquila di Filottrano. L’altro giorno, dopo la tappa di Montelupone, il mio compagno Gilberto Simoni mi aveva detto: “Se non vinci ti chiamiamo il Fagiano di Filottrano”».

La stele è in bianco sibillino, «una delle rocce più chiare che ci sono. Poi l’ho incisa e scelto il blu per realizzare un’immagine moderna» mi dirà il giorno dopo l’artista Valentino Giampaoli. Scarponi è rappresentato vittorioso, che indica il cielo, sotto la scritta “correte in bici, divertitevi, inseguite un sogno”. Tira un vento micidiale, che ci costringe a prendere due cose al volo e a ripartire subito. Uso la musette di carta come foglio di giornale sotto la maglietta, ringrazio chi si sta prendendo tanto freddo per rifornirci, e via, in picchiata verso Bolognola e San Lorenzo al Lago. Il primo cartello che si incontra, in realtà, è quello dell’abitato di Pintura: perfetto perché dietro le cime innevate sembrano dipinte per davvero.

In direzione opposta, tante moto storiche, numerate, partecipano a un raduno, una sorta di 5mila Marche a motore. Arrivati al lago di Fiastra, troviamo Andrea fermo sulle scalette di un bar. Poche ore prima mi raccontava di come si fosse stancato, dopo diversi anni vissuti a Bologna, di fare le salite di Mongardino, di Monghidoro, sempre quelle. Va molto forte in bici, Andrea, e ora mi dispiace vederlo fermo a dibattere, sembra proprio, di cose di lavoro al telefono.

Saliamo insieme verso la città universitaria di Camerino, dove perdiamo un’altra occasione per abbandonare la strada più veloce, la provinciale che lambisce solo i paesi, e addentrarci nel centro storico, arroccato su una collina che promette una vista spettacolare. Ma quando hai così tanta strada ancora da fare, allungare è una delle ultime cose a cui pensi. Castelraimondo, Matelica: la SP256 è scorrevole, forse per la prima volta da inizio randonnée facciamo un’ora sopra i 28 km/h di media. Tutto troppo piatto, Francesco? Il meccanico messinese ha fatto buona parte della 5mila Marche con me e ha letto male la traccia: involontariamente, abbiamo tagliato via dal percorso il muro di Brondoleto e Castel Santa Maria. Fanno circa otto chilometri e trecento metri di dislivello in meno. Tante chiacchiere e risate in più.

In “Matelica. I suoi abitanti, il suo dialetto”, Amedeo Bricchi fa uno spaccato del parlato locale dedicandogli paragrafi come “Ciò che della sintassi latina permane nel dialetto matelicese”. È un libro molto complicato e quasi illeggibile da chi non viene da Matelica, ma alcuni passaggi fanno sorridere: «Non è regolare né bella la pronuncia Matèlica con la è aperta, cosa che si riscontra specialmente nella zona di Jesi, Ancora e più a nord, e nelle radio e tv locali di quei territori, e che la Pro Matelica dovrebbe curare di correggere». E ancora, in una nota sui soprannomi della famiglia Carsetti: «Brodolò era il notissimo Antonio, la cui figura di barbiere nella piazza principale è stata per decenni un’istituzione. Quando si sposò, non disse nulla al padre, che venutone a conoscenza lo rimproverò. Imperturbabile, Antonio rispose: “E quando ti sei sposato tu, mi hai detto qualcosa?”. Diceva che sulla sua tomba si doveva scrivere questa epigrafe: Carsetti Antonio non fu mai perverso: non pregate per lui ch’è tempo perso».

Tra Matelica e Pianné, dove la strada inizia a salire verso la seconda vetta terribile di oggi, Monte San Vicino, gli scuolabus stanno riportando a casa i bambini. Braccano è l’ultimo insieme di case, ma non è il classico insieme di case. Ce ne accorgiamo subito, quando su un muro di mattoni vediamo il cartello “paese dei murales” e sulla destra vediamo il primo: una donna con quattro occhi sul muro di una casa, che fissa i randonneur. Una tigre disegnata su una casa gialla, una carpa su un’abitazione color salmone. Catapecchie sfitte rinascono grazie a un po’ di colore. Il murale migliore? Dei panni appesi a un filo, su un balcone di una villetta poco dopo Braccano.

Letizia, un’amica jesina, mi aveva parlato benissimo di Monte San Vicino, ma è ancora più bello di così. La strada rimane in costa per un bel pezzo e si può guardare giù, mentre si sale. Matelica e altri abitati che compongono la valle del fiume Esino (l’unica che abbiamo incontrato che si sviluppa da nord a sud) diventano sempre più piccoli. Una quantità di verde da far impallidire foreste ben più note è illuminata a chiazze dalla poca luca del sole che penetra le nuvole. La cosa da fare sarebbe fermarsi ogni duecento metri e scattare mezz’ora di fotografie, ma la strada chiama: sono una dozzina di chilometri di salita al 7% medio, meno regolare rispetto a Sassotetto. Macchine incrociate in circa un’ora di faticaccia: una.

Avendo mangiato poco a Sassotetto causa freddo, le energie non sono più tante. Ho un ultimo gel e mentre lo apro mi chiedo – siccome è fatto principalmente di acqua, fruttosio e acido citrico – quale sia il verbo più adatto per descrivere l’azione che sto facendo. Si mangia un gel? No, non è abbastanza solido. Si beve un gel? No, non è abbastanza liquido. Si assume un gel? No, non è una medicina. È strana, questa abitudine dei ciclisti, di affidarsi a una sostanza così enigmatica (tra gli ingredienti, sul retro, leggo cloridrato di tiamina: che diavoleria sarebbe?) eppure così indispensabile. Me ne cade una goccia sul manubrio e pur di non assumere quelle tre calorie la raccolgo col dito e me lo metto in bocca. Ognuno ha il suo rapporto coi gel: a me, per esempio, non fanno sentire le gambe per una ventina di minuti. Dopodiché, però, è crisi nera. Lo stomaco inizia a volere qualcosa di sostanzioso, le gambe si intorpidiscono, la testa si chiede perché l’hai preso quel maledetto gel.

Quasi in cima, la salita dà un attimo di tregua. Arriviamo all’ultimo ristoro, allestito poco dopo il GPM, assieme a un uomo argentino che invece saliva dall’altro versante. Scoppia a ridere appena ci vede, capisce tutto: ha preso la traccia al contrario. Per ripararci dal vento, con Lucio e Francesco ci sediamo dietro al camion dell’organizzazione. Ci fosse il thè caldo, ne berremmo un litro a testa. «Fanno tre gradi» dice con accento sudamericano l’ex massaggiatore di Andrea Tonti.

 

La discesa è lunga e abbastanza rotta. Pian dell’Elmo, Frontale, lago di Cingoli. Arrivati ad Apiro, lasciamo attraversare la strada ad alcune nonne che stanno riportando a casa i bambini dopo il pomeriggio a scuola. È divertente: abbiamo incrociato tutti i momenti della vita scolastica. Se i bambini hanno fatto mille cose nel mentre, noi fondamentalmente solo una: pedalato.

Nella salita verso Cingoli, un ciclista con una maglia particolarmente bella prende forma davanti a noi. È tutta nera, coi colori dell’arcobaleno davanti. La indossa Christian, che di quella maglia mi spiega il significato: «È dedicata a mio figlio Teo, che non c’è più» dice con la voce rotta. Dall’emozione, non dalla salita. “Il Sorriso di Teo” è un’associazione di Spoleto che Christian ha co-fondato e si occupa di prevenzione di malattie cardiologiche. Hanno cardio-protetto tante scuole e Christian ne parla con orgoglio. È di nuovo in sella da poco, mi spiega in una chiamata a novembre. Era arrivato a pesare 120 kg, ma «per me la bici è tutto» e ha ricominciato a pedalare. «In bici ho riso, pianto, chiacchierato con Teo: tutto».

Nessun soprannome è meritato come “il balcone delle Marche” per Cingoli. Le colline sottostanti, verdi (color muschio, boschi e siepi) o gialle (ocra, i campi arati) a seconda di dove si posa lo sguardo, continuano per chilometri e chilometri. Il mare – che è anche dove dobbiamo tornare noi – è una striscetta blu all’orizzonte. Al contrario di noi tre, le nuvole in cielo non sembrano aver voglia di continuare assieme il loro viaggio e si sparpagliano, senza logica. Varcata la soglia dei duecento chilometri, Francesco è davvero alla frutta. Lucio gli urla che «a ruota devi stà! A ruota che non pigli aria!».

Sul roadbook si legge che a Cingoli inizia la parte più facile della 5mila Marche ed è probabilmente vero: da seicento metri d’altitudine si deve arrivare a zero e le due salite più toste sono alle spalle. Essendo nelle Marche, però, le strade non ce la fanno proprio ad appiattirsi. Si sale verso Montefano, poi verso Recanati. Non sono salite paragonabili alle precedenti, s’intende, ma il livello d’energia è sul rosso da un pezzo. La luna compare, ancora alta, quando la strada s’inclina e costringe ad alzare lo sguardo. Se Leopardi ha scritto qualcosa sulla luna, mi piacerebbe leggerlo una volta arrivato. Dopo un paio di birre, magari, mi corregge Lucio, che indica Loreto, consapevole della fortuna che ha nel pedalare abitualmente in queste zone.

L’ultimo strappo – l’ultimo, davvero – lo approcciamo che il tramonto sta a metà dell’opera. In via Selve di Sant’Antonio, a prepararci all’ultimo muro della 5mila Marche ci pensano un cavo della luce che sembra colleghi il niente al niente e qualche ulivo sparuto. La casa del custode di villa Beniamino Gigli, tenore marchigiano considerato tra i migliori al mondo tra gli anni Venti e Trenta, ravviva i sensi intorpiditi dallo sforzo. Può tranquillamente essere scambiata per una villa a sé stante: non si capisce se di un rosa naturale o di un rosso sbiadito dal tempo. Si nota bene, invece, che ormai edera ed altre piante la stanno mangiando. Un viale sassoso porta alla villa vera e propria, e lo percorrerei, se non mancasse così poco all’arrivo.

Gli ultimi tre, quattro chilometri sono una meraviglia. Dalla sommità del colle di Montarice è tutta leggera discesa fino al mare. Quel panettone che si vedeva da decine di chilometri si conferma essere il Conero e il cielo dietro assume striature rosa. Le case di Porto Recanati sono luci, si possono contare dall’alto; le gambe a Porto Recanati ti ci portano perché non hanno fatto nient’altro per le scorse dieci ore e mezza. Le foto scattate dalla bici, quel giorno, finiscono qui: se scorro il rullino, Francesco e Lucio hanno una medaglia al collo, triangolare come le colline delle Marche viste di profilo, e si rallegrano di avercela fatta. Come disse Andrea ore prima, con la voce rallentata dallo sforzo sul muro di Pollenza, «non si è mai soli quando si condivide la strada».


Muretti Madness

La storia di Muretti Madness è in realtà la storia di quattro ragazzi, studenti di Architettura all'Università di Firenze. Ce la racconta Matteo Pierattini, ancora in studio, a progettare, a sera. «Eravamo tutti appassionati di ciclismo, ma, come abbiamo iniziato a lavorare, il tempo per pedalare scarseggiava. Non volevamo rinunciarci, così siamo andati sui muri attorno a Firenze. Lì pedali un paio d'ore e ti sembra di aver fatto tutto il pomeriggio in bicicletta». Muretti Madness è proprio questo, un elogio alla lucida follia di chi, un sabato di ottobre, percorre 120 chilometri attraverso quelle mura, 25 muretti, più di 3500 metri di dislivello, circa otto ore in bicicletta, senza alcuna ricompensa. «Se ci pensi, la fatica del ciclismo è totalmente irrazionale. Se ti chiedessi chi te lo fa fare, rinunceresti. La fatica degli eventi come Muretti Madness è forse la più bella perché non vuole nulla in cambio». Pierattini se l'è chiesto: «Se mi avessero proposto una cosa di questo tipo, l'avrei fatta? Sì, ho noleggiato un furgone e ho viaggiato quindici ore in piena notte per andare in Belgio a vedere le Classiche del Nord. L'avrei fatta».
Perché Muretti Madness è un evento, non è una gara, non c'è competizione. Nato otto anni fa, quando appuntamenti così erano rari, con un'idea precisa: pedalare duro, “pedalare tosto”, come dice Matteo con un'inconfondibile cadenza toscana, assieme ad altri che condividono qualcosa con te. «Una visione del mondo, della fatica. Se si ascoltassero le voci degli iscritti, non si sentirebbe mai parlare di watt, potenza o velocità. Li senti commentare il percorso o i paesaggi. Li senti raccontarsi storie e problemi, perché condividere la fatica ti dà questa fiducia. Siamo partiti in dieci, quasi un gruppo di amici, quest'anno settecento persone hanno pedalato sui muretti. C'è una magia in questo». Matteo sostiene che questo segreto risieda nella bellezza, perché fai fatica volentieri se sai che qualcosa di bello ti aspetta.

«Sono i paesaggi e anche i muri. Queste stradine strette, meravigliose, che certe volte non sono conosciute nemmeno dai fiorentini. Ho girato molto per scoprirle, luoghi come Monteripaldi e la vecchia Fiesolana vengono da quei giri. Perché la Muretti l'abbiamo inventata, ma, soprattutto, abbiamo continuato a pedalarla ogni anno. A viverla da dentro».
La festa finale, come i ristori, è studiata attraverso questa bellezza. Si scelgono locali dall'aspetto famigliare, gestiti da qualcuno che conosca il ciclismo, che sappia che persone sono i ciclisti. Ai ristori c'è cibo genuino: un panino col prosciutto o con la marmellata, una torta fatta in casa. «Nutri il corpo, le gambe, ma anche la testa, che può liberarsi per qualche istante di tutte le difficoltà che ciascuno fronteggia». Dicono che Muretti Madness sia un piccolo Fiandre e in un certo senso il paragone è inevitabile, Matteo, però, aggiunge qualcosa. «Molte di quelle stradine sono quelle su cui Ginettaccio Bartali si allenava, affacciate su Firenze. Ho immenso rispetto per il Fiandre, affetto, anche. Ci sono dei punti in comune, ma restano cose diverse. Dovremmo imparare ad essere orgogliosi di ciò che facciamo, che creiamo, senza doverlo per forza paragonare ad altro. In Italia c'è una grande cultura ciclistica».

Per questo Matteo Pierattini augura a Muretti Madness di durare nel tempo e di diventare qualcosa di permanente. «Sarà un percorso che inizieremo dal prossimo anno, innanzitutto a livello legale. Vorremmo che questi tracciati restassero permanenti e fossero punti di visita per coloro che passano da Firenze. In un certo senso un dono a Firenze e a chi, come noi, ha voglia di fare fatica in bicicletta, ma non ha molto tempo». Ogni anno, i ragazzi di Muretti Madness cercano un muro nuovo, una strada mai esplorata e lo fanno per chi arriva da lontano. «Ci sono persone che partono da Milano, da Bergamo o dalla Sicilia, che viaggiano in treno la notte del venerdì, dormono tre ore e poi pedalano. Abbiamo il dovere di dare qualcosa a chi arriva qui dopo tanti chilometri e magari torna ogni anno. Noi abbiamo scelto di portarli a vedere un posto nuovo, un luogo in cui non erano mai stati». C'è il pacco gara, magliette e cappellini, l'avventura e la voglia di vedere le persone felici.

Durante la pandemia, Muretti Madness si è svolta nella sua versione diffusa, in modo da non creare assembramenti, non rinunciando ad andare in bicicletta. «Ci spiaceva rinunciare e le persone hanno capito. Sono venute in tante, hanno visto l'atmosfera serena, tranquilla di queste vie. Qualcuno lo abbiamo incrociato ed era felice. Credo basti dire questo». In otto anni, sono cambiate tante cose. Alcuni di quei ragazzi della facoltà di Architettura hanno avuto figli, Matteo stesso ha una bambina e non vede l'ora di farle conoscere Muretti Madness. «Quest'anno sarebbe potuta venire con noi, ma aveva la febbre, una brutta bronchite. La porterò presto. Anche questo è bello, vedere che questa avventura che ci è scoppiata fra le mani continua e resta salda fra tutto ciò che cambia. Ha preso una fetta importante delle nostre vite. È cresciuta e ci ha cresciuti. Perché da quei muretti abbiamo imparato tanto e continuiamo a imparare».


La mia prima 5mila Marche

«Ciclismo». È la prima volta che rispondo così a un medico dello sport. Mi ha appena chiesto per quale sport sto facendo la visita medico-sportiva agonistica: evidentemente non ha notato il cappellino iridato con la scritta EDDY MERCKX che ho portato in testa fin dentro lo studio. Dopo avermi appiccicato elettrodi e fili su tutto il corpo, torace in particolare modo, inizia a farmi correre sul tapis roulant. Di recente ho letto che, agli albori della sua storia, il tapis roulant venne usato nelle prigioni come strumento di tortura, e avviso il dottore che per me sarà più o meno la stessa cosa. Da quando ho smesso col calcio e anche le partitelle tra amici si sono diradate, non corro sostanzialmente più. La mia unica attività sportiva è la bici.
Il dottore è soddisfatto del test, tutto in regola, idoneità conseguita. Salgo sulla city bike e torno a casa per la strada lunga: è poco che mi sono trasferito a Bologna e girare per una città ancora sconosciuta è un’esperienza unica. Passando su un cavalcavia, noto un murale firmato da un collettivo di donne peruviane. Che bello sarebbe, pedalare sulle Ande. È un breve tratto in salita, questo cavalcavia sui binari del treno, ma per superarlo un rider pieno di borse e zainetti deve spingere sui pedali con tutto se stesso. La salita non è sempre uguale per tutti.
L’idoneità agonistica è obbligatoria per la 5mile Marche: oltre 250 km sono uno sforzo enorme per amatori o dilettanti o cicloturisti. Oggi non solo faremo quella distanza, ma ci metteremo cinquemila metri di dislivello in mezzo: le salite hors categorie di Sassotetto e Monte San Vicino saranno le più dure. Se penso che partiremo a Porto Recanati, a due passi dal mare, e transiteremo ai 1.455 metri d’altitudine di una stazione sciistica, vado già in acido lattico. Dal buffet della fin troppo ospitale struttura in cui trascorro il week-end marchigiano, che culminerà domenica nella GF Nibali, ho sottratto un paio di vasetti di marmellata in più, qualche fetta biscottata, miele, succo di frutta. Non dovrebbe fare caldo, anzi, ma serviranno tantissimi zuccheri.
Spero non piova, non faccia brutto, non ci sia nebbia nemmeno lassù: vorrei riempirmi gli occhi col parco dei Monti Sibillini per alleviare la fatica. Sono pazzo? È la prima volta che attacco un qualsiasi numero alla bici e lo faccio per una gara di oltre duecentocinquanta chilometri. C’è quella telecronaca, «A molti corridori dopo duecentocinquanta chilometri si spegne la lampadina invece la sua luce irradia il circuito di Varese», che riascolto almeno una volta al mese perché è perfetta. Racconta un momento storico mentre accade e lo fa con grazia e precisione. Solo ieri notte - quando non si dorme, bisogna premere play sui video a cui si è più affezionati - ho realizzato che è la stessa distanza che mi toccherà oggi. Altro che lampadina, qua potrebbe saltare un intero impianto d’illuminazione.
Non devo dimenticare i tre punti di ristoro, Tolentino, Sassotetto e San Vicino. Non devo dimenticare di bere costantemente, anche a costo di fermarmi e ricaricare le borracce tramite fontanelle a bordo strada. Non devo mai andare troppo in su coi bpm (non ho la fascia cardio, come la controllo ’sta cosa?), mai sotto le sessanta/settanta pedalate al minuto (non ho il contapedalate, come la controllo ’sta cosa?). Non devo dimenticare di abbassare la luminosità del Garmin, che se si scarica nella prima metà di gara poi come ci torno a Porto Recanati?
Un’ultima considerazione, che sono quasi le sei del mattino e stanno aprendo il ritiro pettorali: avrei voluto un numero figo, il #100, il #91 di Rodman, il #71 con cui Colbrelli ha appena vinto la Roubaix, che ne so. Mi bastavano anche numeri sotto il 230 circa, così avrei guardato le ultime startlist di Giro o Tour e mi sarei immaginato di essere il ciclista corrispondente. Perlomeno, avrei desiderato almeno numeri che finiscono con zero o cinque, perché danno un’idea di rotondità, o numeri divisibili per tre (feticismo ereditato dal prof del liceo). Invece: 1057. Molto deluso, cerco qualcosa su questo inutile numero a quattro cifre e scopro che nel 1057 morì Macbeth, il re di Scozia su cui Shakespeare ha basato la famosa tragedia. Non è un’opera nuovissima ma non l’ho mai letta e non voglio spoiler. Nemmeno voglio paragonare la vita di un reale britannico dell’undicesimo secolo alla faticaccia ciclistica che mi aspetta. Ditemi solo: finisce bene Macbeth, vero?


Laudato si', mi' signore, per sorella nostra bicicletta

Sono convinto di questa cosa. Se ai tempi di Francesco d’Assisi – XIII secolo – fosse già stata inventata la bicicletta, il Santo Poverello l’avrebbe scelta per compagna di viaggio e il “cavallo di san Francesco” non sarebbero stati i piedi scalzi e il bordone del pellegrino, ma una semplice, essenziale macchina a pedali.
Credo che ne siano convinti anche gli amici de La Francescana Ciclostorica, di cui si è conclusa domenica la VII edizione, quattro giorni di sole, luce, nuvole in corsa e qualche acquazzone, a Foligno, nel cuore della valle Umbra, anzi: ne lu centru de lu mundu, come vuole una tradizione locale (a dire il vero, fino a non molti anni fa, c’era uno storico caffè del centro, giustappunto, che sosteneva che l’umbilicus urbis coincidesse con il birillo centrale del suo tavolo da biliardo: oggi il locale è stato dismesso e al suo posto, purtroppo, c’è il negozio di una catena di prodotti cosmetici).

A come Arnaldo Caprai
Alle cantine di Arnaldo Caprai, sotto il crinale di Montefalco, s’imbottigliano poesie. Del resto, lo diceva già Robert Louis Stevenson che «wine is a bottled poetry»: il vino è una poesia messa in bottiglia. Per questo c’è una linea di produzione per la quale su ogni tappo di sughero compaiono citazioni letterarie diverse intorno al mondo del vino. Al ristoro di ieri non c’era tempo di stapparle tutte le bottiglie, per il gusto “letterario” di assaggiarle. Ma lo chef Salvatore Denaro ha fatto preparare una gustosissima zuppa di lenticchie: praticamente un’Isola del tesoro.

B come Bevagna
Bevagna è uno dei meravigliosi borghi che si attraversano lungo i tracciati della Francescana, che ora, grazie a un accordo intercomunale sul territorio, stanno per diventare permanenti e quindi fruibili per tutto l’anno. Bevagna è un tesoro e il suo scrigno è piazza Silvestri. Due chiese affacciate, S. Michele e S. Silvestro, il palazzo dei Consoli e di fianco la scalinata che porta al piccolo, delizioso Teatro Torti; in mezzo una fontana. Tutt’intorno decine e decine di matrimoni: tutte le volte che ci sono passato c’è sempre qualcuno che si sposa. Ieri pomeriggio il vento alzava le gonne delle invitate, che si erano “messe giù da parata”. Ai tavolini della Bottega di Assù ho bevuto un ottimo grechetto. Dentro, tra gli scaffali pieni di libri e di illustri bottiglie di vino, facevano capolino, spiritose, Alda Merini e Maria Callas.

C come Carapace
Tra Montefalco e Bevagna, alla Tenuta di Castelbuono, in cima a una collina ricoperta di vigneti di Sagrantino, il Carapace è un gran premio della montagna. Per arrivarci, sono sceso di sella e ho spinto. In cima, all’ombra della grande cupola ricoperta di lastre di rame, dalla forma di una preistorica testuggine rugosa – come le crepe dei crinali vitati dei dintorni – mi aspettavano, a ricompensa dello sforzo di quella sessantina di chilometri che mi ero lasciato alle spalle, una memorabile porchetta speziata, morbida al taglio e croccante di cotenna, e un vigoroso bicchiere Rosso di Montefalco. I suddetti integratori hanno svolto poco dopo la loro funzione calorica sotto il temporale di incazzoso stravento che per mezz’ora ci accompagnati al ritorno verso Foligno.

E come Elia
Francesco era un Campionissimo e aveva i suoi gregari. Frate Rufino, frate Leone, frate Masseo… Ma il frate che avrebbe potuto essere un campione in proprio, per capacità e talento – come quando a Indurain toccava fare il gregario a Delgado o Froome a Wiggins – fu frate Elia da Cortona, che di fatto succedette a Francesco, dopo la sua morte, nella leadership dei Francescani Banesto o Sky. Finché, troppo vicino all’imperatore Federico II – in realtà, come già Francesco, Elia tentò invano di conciliare i due grandi poteri medievali di papato e impero – subì la scomunica. A Elia si deve, pochi anni dopo la morte del santo, l’edificazione di quella meraviglia della Basilica di Assisi. Secondo Luca Radi, uno dei motori creativi de La Francescana, saper scrivere un romanzo su Frate Elia, chiave di volta di tante vicende di politica e di cultura ancora poco note intorno alla metà del Duecento, sarebbe un colpo da best-seller. Spero tanto che lo scriva lui, un giorno.

F come Fioretti e Fiorelli
I luoghi che tocca La Francescana sono quelli della vita o della leggenda di san Francesco e che rievocano gli atti, le prediche e i miracoli del poverello d’Assisi. Ad esempio, tra Cannara e Bevagna, nella campagna di Piandarca, si trova il luogo della predica agli uccelli, una delle più celebrate scene degli affreschi di Giotto. Passando di lì anch’io ho ascoltato un concerto di pigolii, di cinguettii, di trilli e gorgheggi. Ma provenivano tutti dal movimento centrale della mia bicicletta, una Fiorelli Coppi del 1959, che ha la sua età e soprattutto un padrone che la trascura. Del resto dai Fioretti alla Fiorelli è un attimo.

G come Grazie
Le Grazie, figure della mitologia romana e simbolo della perfezione leggiadra a cui l’umanità dovrebbe tendere, sono tre: Aglaia, ovvero lo splendore; Eufrosine, la letizia; e Talia, la prosperità. E tre sono anche le Grazie della Francescana: Giada, Daniele e Pamela, e per di più sono intercambiabili in quanto a splendore, letizia e prosperità. Che volete di più? Grazie davvero.

I come Itinerari permanenti
La Francescana è una ciclostorica sui generis. Nata sette anni fa sull’onda della moda del vintage ciclistico, si è da tempo saputa intelligentemente smarcare dalle stanche e poco sensate emulazioni dell’Eroica. In questi anni ha portato a termine un sapiente e paziente lavoro di costruzione di reti e relazioni sul territorio e, grazie a questa attività che culmina nell’evento di settembre, ma che tesse tutto l’anno la sua tela, oggi l’Umbria si presenta come uno dei più interessanti e versatili territori ad alta vocazione ciclabile. Basta andare a vedere, sul sito lafrancescana.it, i cinque Percorsi permanenti tracciati di vario chilometraggio e di diversa tipologia in termini di caratteristiche altimetriche e di fondo stradale (strada, mtb, gravel): facendo perno su Foligno, si va dalla semplice passeggiata in pianura verso Bevagna (35 km), fino alle escursioni collinari verso Trevi (74 km), Montefalco (71 km) e Assisi, Spello e i borghi di pietra rosa (55 km), fino al grande anello della Valle Umbra (165 km) che unisce il territorio di dodici comuni e abbraccia una straordinaria offerta paesaggistica, storico-architettonica ed enogastronomica della regione.

M come maglie
Mi diverto sempre a leggere le storie e le geografie che posso immaginare guardando le coloratissime maglie dei partecipanti alle ciclostoriche. Dal Velo Club Pianello al Gruppo Sportivo I Maggio C. (Corte? Civita? Costa?) Maggiore; dal Diss. C.C. Huret al G.S. Cicli Caldaro; dal Mugello alla Idraulica Mirandola.

N come Next Generation
Quest’anno alla Francescana ho pedalato con mio figlio, Pietro, detto il Pepe. Gli ho dato la corroborante soddisfazione di aspettarmi sempre, e non per pochi minuti, in cima alle salite. Ovviamente senza farlo apposta. Bontà sua, ai ristori mi ha sempre lasciato qualcosa.

O come Osteria Ciclabile
Invece all’Osteria Ciclabile di via Gramsci, in centro a Foligno, non ho fatto prigionieri. Di lumache in umido, che amo tanto quanto le detestava il Barone Rampante – e del resto non sono Barone né tanto meno Rampante sulle salite, in bicicletta – ne ho mangiati ben due piatti: il mio e quello rifiutato da Guido P. Rubino, per il quale ritengo già un imperituro successo avergli fatto assaggiare, anni fa, un panino al lampredotto.

P come pesche all’alchermes
Sempre all’Osteria Ciclabile di Foligno ho assaggiato le pesche all’alchermes. Ma non erano nella lista del menu. Le ha tirate fuori come strepitoso bonus track della cena francescana Angela Guerra, che le ha preparate con le sue mani. W Angela Guerra! W le pesche all’alchermes. W il Baracca Lugo.

R come Rubbagalline
Sulla strada da Bevagna al Carapace ho attaccato bottone con un ciclista che pedalava su un improbabile condorino e indossava sopra i pantaloni lunghi e sotto un cappellino da pescatore della domenica, una maglietta rossa con scritto sopra RUBBAGALLINE. È stato uno degli incontri più piacevoli dei tanti fatti durante la giornata in sella. Il Rubbagalline è Gianluca Torpedine, aquilano, appassionato cultore di cose ciclistiche e di montagna. Abbiamo parlato di Abruzzo e di salite, di alpinismo e di Primo Levi. Alla prossima Rubbagalline!

S come Sfizio
Stava per iniziare a scatenarsi l’acquazzone, ma come rinunciare al banchetto con la pizza bianca alla cipolla di Cannara? E come non farsi raccontare dalla signora del banchetto che la “morte sua” della cipolla di Cannara è lo sfizio, una specie di “parmigiana di cipolle” che, non so come Francesco si è dimenticato di inserire nelle sue Laudes Creaturarum.

T come torchi
Foligno, come mi ha raccontato Luca Radi – che ho eletto a mia personale Treccani de lu centru de lu mundu – è un importante capitale della stampa. C’è infatti anche un bel museo che racconta questa secolare tradizione artigianale folignate. Qui, nel 1472, nella bottega di Evangelista Angelini, assistito da Johann Numeister, che veniva da Magonza dove aveva lavorato con Johann Gutenberg, venne stampata l’editio princeps, ovvero la prima edizione della Divina Commedia di Dante. Non solo: per vie avventurose e traverse, in una tipografia di Foligno è conservato il torchio speciale con cui Alessandro Manzoni fece stampare le copie dell’edizione del 1840, quella illustrata da Francesco Gonin, dei Promessi Sposi. Insomma da queste parti, con ottimi risultati, si torchiano uve e pure libri.

U come Umbria Bike Festival
Alle pedalate del sabato e della domenica, il programma della Francescana 2021 ha affiancato una vera e propria rassegna di eventi: presentazioni di libri (quello di Flavio Maria Tarolli, Il passe-partout del Novecento. 100 anni del mondo visti della bicicletta, Reverdito Editore, 2021, un viaggio nella storia e cultura del Novecento dalla prospettiva, culturale, sociale e tecnologica della “macchina a pedali”); e quello di Alessandra Schepisi e Pier Paolo Romio, 24 storie di bici (Il Sole24 Ore Edizioni) e di eventi teatrali come l’incontro con gli attori di Stravagante. Festival del paesaggio, introdotti da Marco Pastonesi, Andrea Satta e Marco Scarponi, della Fondazione Michele Scarponi; le tavole rotonde sul tema del cicloturismo e delle nuove frontiere della ciclabilità sostenibile – con Giancarlo Brocci, il padre dell’Eroica, Antonio Della Venezia, presidente del Comitato tecnico scientifico di FIAB, Ludovica Casellati, di Viagginbici, Guido P. Rubino di Cyclinside.it – fino a vari workshop sulla meccanica ciclistica e sulla medicina sportiva.

V come Velodromo Canapé
A Foligno c’è anche uno dei più antichi velodromi d’Italia, oggi trasformato in un bel parco pubblico. Si trova nel tratto di mura tra porta Todi e la torre del Seminario e venne realizzato come area di pubbliche manifestazioni alla fine del Settecento. Nel secolo successivo ospitò diverse manifestazioni ippiche,  circensi, di voli con pallone aerostatico, fino a quando, a partire dal 1899, il  Veloce Club folignate  lo utilizzò per ospitare  corse velocipedistiche.  Nei primi anni del Novecento al Canapè corsero campioni come Ganna e Galetti, il francese Petit-Breton, fino ad arrivare agli anni Venti, per la precisione il 15-16 agosto 1925, quando in una riunione si cimentarono i più forti pistard-routier del momento, da Girardengo a Belloni a Pietro Linari. Al Canapé corse anche  Alfonsina Strada, unica donna a prendere parte, insieme agli uomini, a un Giro d’Italia nel 1924.

Z come zecchiere
Di fronte alla facciata del Duomo di Foligno, c’è un’osteria. Si chiama Bacerotti e fin dal nome (Bacerotti, “ti bacerò”) è una bella promessa. Promessa mantenuta dopo aver apprezzato un’originalissima interpretazione della panzanella, con croccanti verdurine fresche accompagnate da croccante fiore di zucca, una tiepida insalata di faraona con quenelle di patate viola e una crême brulée al rosmarino che meritava di vincere la Giostra della Quintana. L’osteria sta nel luogo dove un tempo sorgeva la zecca pontificia: nel 1514 papa Leone X, il papa Medici, il grande committente di Raffaello, concede licenza di battere moneta a Giovanni Bacerotti. Il nome dello zecchiere folignate è tenuto alto da questa piccola preziosa osteria.

Luca Radi, gran tartufaio di storie, pare abbia scovato questi versi apocrifi del Cantico delle creature di san Francesco. Non giuriamo sull’autenticità filologica. Ma ci sentiamo di condividerne l’autenticità dello spirito.

«Laudato si', mi Signore,
per sorella nostra bicicletta,
ispecialmente se va' piano,
et nullo omo te mette fretta».

 


TRENTO CAPITALE

Le gocce di sudore che cadono sulla strada le posso quasi sentire.
Tanto è il silenzio, tanto è liscio e perfetto il fondo stradale.

Pedalo da quasi nove chilometri e la pendenza non ha mai mollato, salvo alcuni tratti. Dire che quel pneumatico là davanti scorra è una parola grossa.
Le salite al 10% mi piace metabolizzarle con calma, avvicinarmi preparato. Qui l’ho attaccata subito, uscito da Trento mi tocca una menata verso Candriai. Due punti a mio favore: il bosco e la quota che aumenta velocemente, uno dei vantaggi delle strade ripide, se vogliamo trovarne uno, e di conseguenza il fresco.

La città è la sotto, fa caldo. Buttando l’occhio in qualche tornante vedo scorrere l’Adige e la A22 con i suoi camion e i van dei turisti tedeschi che stanno tornando ad assaltare il Bel Paese. Curioso, da Trento quasi sempre ci passi, a meno che tu non ci viva, è difficile che succeda di fermarsi, ed è un peccato. Questa volta, invece, è stato proprio così. Sto bene e come sempre la meta vicina restituisce vigore, bevo un po’ alla borraccia e ho quel senso di euforia che ti fa sentire più forte, è sempre così in cima ad una salita.

© Jered Gruber

Per un attimo mi balena l’idea di proseguire per altri dieci chilometri, tenendomi a sinistra raggiungerei la cima del Bondone. Mi rinfresca il solo pensiero della nevicata del 1956 e di Charly Gaul semi-assiderato, va bene così, per oggi mi accontento, il mio giro prevede una veloce discesa verso Sopramonte per andare ad imboccare la Valle dei Laghi.

Va detto che sono contromano rispetto ai programmi di giornata: sono qui per percorrere la traccia che a settembre assegnerà la maglia di campione europeo su strada, solo che il primo tratto che porterà i professionisti da Trento alla Valle dei Laghi, attraverso le gallerie, non è normalmente percorribile in bici e verrà chiuso appositamente per la gara. Achtung, warning, vietatissimo! Me l’hanno sottolineato un sacco di volte i ragazzi dell’organizzazione. Poco male, dove sono passato io è più bello, magari più duro, ma va bene così. Filo via e mi godo l’asfalto, che è una materia non troppo nobile, ma che chi pedala sa apprezzare e riconoscere come un sommelier fa con il vino buono. Questo attorno a Trento è da palati fini, come il Trentodoc del resto, e tra mangia e bevi eccomi a Terlago, sono finalmente nei pressi del percorso di gara. La gamba gira, ho voglia di giocare al professionista, non lo fate mai? Magari non proprio in modo esplicito, ma quando mi metto giù spianato a scaricare tutti i watt di cui dispongo (quelli-di-cui-dispongo), mi sento un po’ van Aert, Alaphilippe, quello che quel giorno mi solletica la fantasia. Lo facevo da bambino, lo faccio ancora adesso.
C’è chi ammette di farlo e chi mente.

© Jered Gruber

Terlago affascina, con le sue costruzioni di un’altra epoca. Scattando le foto di questo servizio, qualche giorno prima, Jered e Ashley, che vengono dalla Louisiana, non riuscivano a staccare gli occhi da uno stabile d’epoca in vendita, proprio sulla strettoia dove la strada ricomincia a salire. È pazzesco cosa possano suscitare certi paesini delle vallate alpine agli stranieri che li vedono per la prima volta! Pedalo verso Vezzano, si sale un po’, immagino il gruppo con le divise delle nazionali che procede a velocità di crociera, magari controllando una fuga con qualche minuto di vantaggio. Adesso mi sento un po’ Daniel Oss, per rimanere in zona, che mena là davanti con i compagni in maglia azzurra a ruota, ma senza esagerare, l’azione vera sarà più avanti secondo il piano gara.

Un occhio mi cade sul bivio verso destra, i local mi avevano segnalato che da lì sale una strada che in sei chilometri circa porta a Lago Santo e Lago di Lamar. Il primo tratto è per veri scalatori, c’è anche un centina-io di metri ad un certo punto con pendenze ben oltre il 20%, dopo però si fa più pedalabile. Faccio finta di niente e tiro dritto, ho un gruppo da riportare a Trento, io. Poco più avanti, però, decido di deviare. Da Vezzano mi porto a Lon e da lì inizia la salita che collega a Ranzo: è un qualcosa di imperdibile. La strada provinciale 18 è scavata nella roccia e taglia in diagonale la parete che si affaccia sulla valle sottostante. Soffro anche di vertigini (e chi me lo fa fare?), il vuoto mi dà senso di smarrimento e lì sotto, alla mia sinistra, c’è uno strapiombo verticale che aumenta costantemente. Mi tengo sulla destra, appiccicato alla parete rocciosa più che posso, guardo il paesaggio in lontananza, vedo luccicare i laghi, torno con gli occhi sul mio Wahoo e spingo sui pedali per non farmi venire l’ansia: bello e spaventoso allo stesso tempo. A Ranzo bevo, riempio la borraccia e giro la bici, l’unica via per tornare indietro è quella appena percorsa e la picchiata in discesa sul lato destro della strada, quello dello strapiombo, è ancora più elettrizzante. Oltretutto la strada è stretta e non posso nemmeno stare troppo in mezzo, un’auto in salita sarebbe un guaio. Si va veloce, mi sento in parapendio, più che in bici, sembra davvero di volare. Mi hanno raccontato che salendo con una gravel, da Ranzo c’è poi una meravigliosa strada forestale sterrata che conduce al lago di Molveno: questa mi interessa, la segno nella lista delle cose che devo fare prima possibile.

© Jered Gruber

Rieccomi sul percorso europeo, ho strizzato in discesa, lo ammetto ma sono a fondovalle e ora me la godo. E pensare che da Terlago a Vezzano avrei potuto scorrazzare in una fluida ed estetica ciclabile… Davanti al mio sguardo si apre la Valle dei Laghi, che è uno spettacolo, una serie di specchi d’acqua generati dal passaggio del Sarca, che poi andrà a sfociare nel lago di Garda. In queste situazioni la meraviglia del paesaggio ti fa sentire fortunato, ogni boccata d’aria ti dà un senso di stordimento e le gambe sembrano girare come non mai. 

Ah, già che sono un Pro del gruppo! Poco prima fiancheggiavo un muro di roccia, ora sono a presa bassa tirando il rapportone tra filari ordinati di vigne, dove nasce il prezioso Vino Santo, con l’antico castello di Toblino sullo sfondo e la sua caratteristica posizione su un promontorio che lo fa sembrare sospeso sulle acque. Angolo Superquark: si dice che duemila anni fa, con le acque più alte di almeno due metri, questa fosse un’isolotta nel lago e che in epoca romana fosse considerata sacra e consacrata al culto delle fate e dei fati, divinità capaci di prevedere il futuro. Magari qualcuno dei corridori in lizza per la maglia a stelle proverà ad interrogarli, sfilando sulla veloce statale di fondo valle. 

© Jered Gruber

Intanto io continuo il mio giro e ogni tanto mi infilo in piccole deviazioni dalla rotta principale che permettono di attraversare zone rurali dal traffico automobilistico inesistente: sono quelle che rendono unica l’esperienza (e che mi permettono di tirare il fiato e abbassare il ritmo). Troppo bello guardarsi intorno. In vista del lago di Cavedine, ancora filari, che da queste parti sono maniacalmente ordinati e puliti e ancora wow! per lo scenario. Acqua verde placida, riflessi che ti incantano. Pedalare di fianco all’acqua piace a tutti, deve essere una deformazione mentale dei ciclisti, anche se mi risuonano in mente le parole di Ashley, che si era appostata da quelle parti per scattare un po’ di foto: «A voi piacciono tanto i laghi, a noi che dobbiamo fotografare molto meno. Sono difficili da far risaltare in foto, alla fine sembrano tutti uguali!».
Se lo dice lei… E non poteva esistere un giro più alvento di questo: di colpo mi sento rallentare da una forte brezza contraria. È inizio pomeriggio, ecco l’Ora del Garda. 

Vento, una corrente che soffia da sud a nord, nei periodi caldi pressoché tutti i giorni, aumentando man mano che si allontana dal lago. È quel vento che fa la fortuna dei velisti a Torbole e dintorni, quello che in certe giornate ti inchioda e ti viene da maledirlo mentre superi lo specchio d’acqua di Cavedine, ma che col caldo estivo tutto sommato ti fa anche piacere.

Oggi si viaggia e a me piace stare alvento, ancora una volta gioco al corridore e mi immagino di avere i capi-tani dietro belli coperti e di menare per fendere l’aria e portarli freschi dove si scatenerà la bagarre per le medaglie.  Ma ancora una volta il Trentino mi sbalordisce e mi risveglia dalle fantasie da corridore. Il paesaggio cambia di colpo, come fossi teletrasportato altrove: ho appena lasciato il lago di Cavedine sulla mia destra, inizio a salire per un breve tratto e al momento di scollinare, di colpo, dal verde dei prati e dei vigneti mi ritrovo in mezzo a rocce, massi e detriti in un vero paesaggio lunare. Le Marocche di Dro, mi spiegheranno poi. Una delle più grandi frane visibili in Europa, probabilmente di epoca post glaciale. Spettrale, sicuramente affascinante. Il vento da sud, il silenzio, una flora quasi mediterranea che spunta dove riesce tra le rocce e la leggenda dell’antico abitato di Kas che aleggia, distrutto dalle divinità per punire la lussuria dei suoi abitanti, si narra. Qualcuno vuole che anche Dante ne abbia parlato nel canto XII dell’Inferno, ma non tutti sono d’accordo ed eviterei una discussione del genere. Io mi godo la bella strada che serpeggia in discesa tra mezze curve e un particolare guard rail in metallo rosso.

© Jered Gruber

Sullo sfondo il Castello di Arco, poco più a sud il Garda. Meraviglioso, andrei avanti a scendere così per molti chilometri ancora, ma sono già arrivato al bivio da cui si risale a Vigo di Cavedine, passando davanti alle maestose rovine di Castel Drena e alla sua torre medievale quasi intatta. Circa sei chilometri, la pendenza è regolare, tra 5-6%. La strada è larga e abbastanza trafficata, io sono discretamente bollito, ma provo a immedesimarmi ancora nei corridori: velocità alta, bivio, curva a destra, quelli davanti al gruppo in piedi con il 53 a rilanciare l’andatura dopo la discesa, e via a ritmo alto fino al gpm del Passo Sant’Uldarico di Vigo. E ancora stupore per me, che la prendo invece molto più easy e mi godo il paesaggio verde degli ulivi e degli immancabili vigneti, soprattutto quando imbocco la valle di Cavedine in direzione Lasino, quindi Vezzano. 

In gara ci sarà poco da guardarsi intorno, qui il gruppo andrà a sessanta all’ora, sfruttando la leggera discesa e la strada larga (sempre quel bell’asfalto di cui parlavamo che fa tutta la differenza del mondo). Poco dopo Lasino (che si legge con l’accento sulla i e non c’entra con la bestia da soma), volendo, c’è la salita verso il Bondone meno nota, più da local, forse più dura, anche per come è fatta la strada, con lunghi rettilinei e pendenza costante, anche se il bosco mitiga il sole che nel pomeriggio picchia bello forte. Ma non mi faccio attrarre dalle sirene della salitona, non oggi che ho un compito da portare a termine e salgo comunque, regolare, verso Vigolo Baselga. C’è un po’ di traffico e scelgo la perfetta ciclabile: quando esistono e sono manutenute come si deve, in certi momenti sono una benedizione. Stringo i denti, la salita non è lunghissima ma nemmeno banale, vado su da Sopramonte a Candriai e ripercorro quel pezzo che stamattina sembrava così breve, sfrecciando in discesa. Già, perché il gruppo durante l’Europeo di qui transiterà in salita fino a Candriai per poi catapultarsi su Trento lungo il tratto del Bondone che ho pedalato in mattinata.


In un attimo sono giù, rientro a Trento ed ecco l’immancabile traffico cittadino. Facessi parte del gruppo immaginario che insegue la maglia di campione europeo mi attenderebbero otto giri a tutta di un circuito da tredici chilometri e circa 250 metri di dislivello, che passa dalla centralissima via Roma, si arrampica verso Povo nella zona universitaria e poi scende di nuovo, con velocità abbastanza sostenuta, verso la città, per passare nel quartiere delle Albere, disegnato da Renzo Piano, davanti al celebre Muse, per poi fiondarsi, dopo l’ultimo giro, sul traguardo di Piazza Duomo. Provo a pensare a chi potrebbero essere i favo-riti e rifletto sul fatto che una salitella, magari insignificante per un professionista, come quella di Povo, dopo otto tornate e dopo i 76 chilometri del circuito che ho appena pedalato, possa anche fare la differenza. Io mi accontento di un giro solo, in scioltezza, guardandomi attorno, apprezzando i tratti di una cittadina moderna, quasi mitteleuropea, in cui si respira benessere e welfare. Mi viene voglia di fermarmi qui per un po’ di tempo, per pianificare qualche giro nelle vallate circostanti. Da Povo, punto più alto del circuito cittadino, potrei proseguire verso i laghi di Levico e la Valsugana, con poco traffico, per pedalare su ciclabili perfette e magari affrontare qualche sfida di quelle serie, per esempio il Menador da Caldonazzo, anche se non sono proprio uno scalatore da 15%.

Non so a cosa abbiano pensato esattamente gli organizzatori del Campionato Europeo su strada di Trento quando hanno ottenuto l’assegnazione dell’evento, ma il potenziale per le due ruote attorno al capoluogo è sorprendente. Per varietà, per qualità delle strade, per servizi, al di fuori dagli snodi principali anche per il poco traffico. Insomma, il mio giro doveva essere una ricognizione per capire come mai l’UCI avesse scelto Trento come sede degli Europei su strada. 

Ho ricaricato la bici in auto pensando di aver pedalato in una capitale moderna delle due ruote.

 

[servizio pubblicato su Alvento 16 di agosto 2021 - se ti interessa la copia cartacea, clicca qui]


I borghi in bici

In Trentino sono sei le località inserite nell’elenco dei Borghi più belli d’Italia: dalle Giudicarie all’Alto Garda, dalla Valle del Chiese alle valli dolomitiche. Noi, ovviamente, li abbiamo visitati… in bicicletta.

Appartati tra le montagne, circondati dai boschi o da distese coltivate, i borghi del Trentino aprono le porte facendo parlare le corti con le tipiche fontane in pietra, i porticati, i fienili e i ballatoi in legno dove ancora si fanno essiccare le pannocchie di granturco oppure le noci. È molto semplice: si parcheggia la bici e il viaggio ha così inizio, per ogni borgo.

San Lorenzo, borgo del benessere. Situato ai piedi delle Dolomiti di Brenta, questo borgo è nato dalla fusione di sette Ville: Berghi, Pergnano, Senaso, Dolaso, Prato, Prusa e Glolo. Camminando senza fretta tra le stradine delle sette frazioni si possono ancora osservare rare architetture rurali caratterizzate da elementi architettonici unici come i pont, le rampe carrabili per accedere ai depositi di fieno, gli essiccatoi e i fienili nella parte alta delle abitazioni. La parola d’ordine è relax, infatti molti maestri yogi e altri professionisti del benessere operano proprio qui. San Lorenzo è inoltre la patria della ciuiga, un insaccato presidio slow food al quale è dedicato un intero weekend di festa nel cuore dell’autunno, che si può degustare al Ristoro Dolomiti di Brenta, all’ingresso della Val d’Ambièz.

A San Lorenzo si arriva comodamente in bici da Molveno, costeggiando il lago fino all’Oasi di Nembia. Per proseguire evitando la strada provinciale, si può percorrere lo sterrato che scende in località Deggia, passando dal Santuario della Madonna di Caravaggio e dalla frazione di Moline prima di salire a San Lorenzo.

Rango, dal cuore rurale. Salendo verso l’altopiano del Bleggio, attraverso un paesaggio rurale disegnato dalle coltivazioni della patata di montagna, si giunge a Rango. Il portech de la Flor è la prima tipica struttura abitativa che salta agli occhi: il nucleo più antico e monumentale del borgo, esempio per tutti gli altri porteghi che nel tempo hanno impreziosito l’abitato. Portici, cantine, androni, grandi fontane e recinzioni in pietra, vie lastricate ed antiche dimore. La Noce del Bleggio, oggi presidio Slow Food, è alla base di tante gustose ricette locali e le hanno dedicato anche una facile passeggiata che si sviluppa su strade di campagna. Per una fetta di torta alle noci cotta nel forno a legna c’è il Panificio Riccadonna, mentre nel vicino abitato di Cavrasto l’Azienda agricola Il Noce è specializzata in prodotti a base di noci del Bleggio, dolci, pesti, olio e altro ancora.

Canale di Tenno, atmosfere medievali. Qui si passeggia sui viottoli selciati passando sotto archi, porticati e robuste mura che collegano le abitazioni l’una all’altra. Uno dei riferimenti nel borgo, conosciuto anche all’estero, è la Casa degli Artisti Giacomo Vittone che ospita esposizioni ed eventi artistici. La Locanda del Borgo nella piazzetta centrale è il posto giusto per uno spuntino e per assaggiare la vera specialità di questa zona, la carne salada e il suo contorno ideale di fasoi, i fagioli.

Bondone, il borgo sopra le nuvole. Affacciato sul Lago d’Idro, è l’ultimo accolto nei Borghi più belli d’Italia in Trentino. Siamo nel comune più a sud in Valle del Chiese, al confine con la Lombardia, dove questo borgo nasce storicamente come paese di carbonai. Camminare tra questa vie è come tornare indietro a stagioni lontane e dure, quando i carbonai e le loro famiglie vivevano qui solo per quattro mesi lasciando, poi, il borgo sprofondare nel silenzio. È piacevole pedalare sulla ciclabile che da Lardaro percorre la Valle del Chiese fino al Lago d’Idro con il suo esteso biotopo. Per raggiungere Bondone, invece, si sale per 4 km a pendenze toste ma comunque accessibili. Per una sosta con vista sul Lago d’Idro noi abbiamo scelto il Ristorante Pizzeria Miralago nella frazione di Baitoni. Insieme ai piatti di pesce si può degustare la polenta fatta con la famosa farina gialla di Storo, prodotto simbolo della Valle del Chiese.

Mezzano, per una fuga romantica. Nella valle di Primiero, questo borgo è un vero e proprio museo a cielo aperto. Da visitare semplicemente passeggiando lungo alcuni percorsi tematici che invitano a rintracciare tra le case i segni sparsi del rurale, ma in particolare le celebri  cataste di legna che qui si fanno arte grazie all’iniziativa Cataste&Canzei. Al Caseificio di Primiero si può acquistare la famosa tosèla, formaggio fresco tipico di questa zona e in estate anche il burro Botìro di malga e dopo un giro nel paese si può sostare al Ristorante la Lontra. La pista ciclabile in Valle di Primiero, inizia a Masi di Imer: pianeggiante, collega tutte le località compreso Mezzano, che dista solo 1,5 km da Imer e 3 km da Fiera di Primiero. E dall’estate 2020 chi ha le gambe buone può raggiungere da Siror sul fondovalle direttamente San Martino di Castrozza grazie a ulteriori 9 km di ciclabile tutti nuovi.

Vigo di Fassa, ai piedi del castello di Re Laurino. Nelle Dolomiti del Trentino c’è un secondo Borgo più bello d’Italia, proprio sotto al gruppo del Catinaccio – Rosengarten, patrimonio mondiale UNESCO che la leggenda vuole dimora di Laurino, il re nei nani. Spostarsi in bici lungo la Val di Fassa è davvero semplice e molto appagante per gli occhi. Abbandonata la ciclabile si deve iniziare a salire per raggiungere l’abitato. Vigo conta tante frazioni e tra queste Tamiòn dove, tra le case con gli antichi fienili, sorge una chiesetta dedicata alla Santissima Trinità. Invece il santuario gotico di Santa Giuliana è uno dei più antichi della valle. È intitolato alla patrona della Val di Fassa e racchiude preziosi cicli di affreschi del XV Secolo. Sorge su un luogo di culto preistorico, il Doss del Ciaslìr, legato anche a vicende intrecciate con i processi per stregoneria che interessarono drammaticamente la comunità fassana nel 1627-28. Siamo sulla Strada dei formaggi delle Dolomiti che in Val di Fassa è rappresentata dal Cher de Fascia e dal Puzzone di Moena. Non mancano mai nei menù del ristorante tipico El Tobià a Vigo e dello stellato L’Chimpl nella frazione Tamiòn.

Foto © Jered Gruber – riproduzione riservata


Storie Rosa

San Martino di Castrozza è stato per tre anni sede di arrivo della Corsa Rosa, con le tappe del 1982 (nel secondo Giro vinto da Bernard Hinault, successo di tappa dello spagnolo Vicente Belda), del 2009 quando a imporsi fu Stefano Garzelli nel Giro vinto da Denis Menchov, e del 2019 con la vittoria di Esteban Chaves.

Molte le volte che hanno registrato il passaggio del Giro d’Italia sul Passo Manghen, lo storico valico tra Valsugana e Val di Fiemme. Tra le tante ricordiamo quella del Giro d’Italia del 1976 nella tappa Vigo di Fassa - Terme di Comano. In vetta al Manghen (prima delle due asperità di giornata) scollinarono in testa Francesco Moser e Roberto Poggiali. L’ obiettivo del tandem della Sanson era attaccare la maglia rosa De Muynck che il giorno prima aveva sfilato la rosa a Gimondi. Da abile discesista, Moser, creò il vuoto. Una volta tornati in valle, i due percorsero l’intero tratto della Valsugana improvvisando una cronometro a coppie. Che purtroppo, però, non fu sufficiente.

Un altro passaggio storico sul Passo Manghen è quello del 25 maggio 2012 nel corso della tappa da Treviso all’Alpe di Pampeago vinta dal ceco Roman Kreuziger davanti a Ryder Hesjedal che due giorni dopo, nella cronometro finale, si sarebbe aggiudicato il Giro con 16 secondi di vantaggio sullo spagnolo Joaquim Rodriguez.

Foto: Jered Gruber

Il Passo Rolle, invece, è stato il primo passo dolomitico ad essere affrontato dal Giro d’Italia nel 1937. Il primo a scollinare fu Gino Bartali che poi si aggiudicò anche la classifica finale. A ricordo di quel passaggio è stata realizzata in vetta al Rolle un’opera d’arte presentata durante la Dolomiti Alpina Vintage, alla presenza di Andrea Bartali, figlio di Gino. Nel 1962, in una edizione del Giro condizionata dalle nevicate durante le tappe dolomitiche, patron Vincenzo Torriani fu costretto a interrompere la tappa da Belluno a Moena proprio sul Passo Rolle, per la troppa neve caduta.

Il Giro in Val Rendena

Il primo ricordo è dell’8 giugno 1977. A Pinzolo, Giovanni Battista Baronchelli anticipa allo sprint Michel Pollentier. Il belga indossa la maglia rosa strappata a Francesco Moser il giorno prima all’arrivo di Col Drusciè. Fu un tappone davvero tremendo: Valparola, Gardena, Sella, Costalunga, Mendola, Campo Carlo Magno prima della picchiata su Pinzolo. Moser chiuse quella tappa al settimo posto a un minuto e 25 secondi e vide allontanarsi quasi definitivamente la sua possibilità di vestirsi di rosa in Piazza Duomo a Milano dove la corsa si concluse con il successo di Pollentier.

Il 19 maggio 1985 il Giro tornò a Pinzolo. Questa volta entrano in scena i big dello sprint. Vinse Giuseppe Saronni in maglia rosa. Dietro di lui Da Silva, Van der Velde e tutti gli altri. Vittoria finale di Bernard Hinault (al terzo centro su altrettante partecipazioni) davanti a Francesco Moser, vincitore delle cronometro di Verona e Lucca e, in volata, sul traguardo di Saint Vincent.

Quattordici anni dopo, il 4 giugno 1999, il Giro torna in Val Rendena. Si arriva a Madonna di Campiglio e si assiste all’ennesimo “show quotidiano” di Marco Pantani, già primo al Gran Sasso, al Santuario d’Oropa e all’Alpe di Pampeago. Massimo Codol, Laurent Jalabert e Gibo Simoni sono i primi a chiudere alle spalle del “pirata” sempre più dominatore di un Giro che può solamente perdere. Il giorno dopo, però, è il Giro a perdere il più grande.
Il 24 maggio 2015 Madonna di Campiglio è nuovamente arrivo di tappa. Il terreno è per gli scalatori che rispondono all’appello appena la strada inizia a salire. Il primo sotto lo striscione di arrivo è Mikel Landa. Terzo chiude Alberto Contador. Lo spagnolo conferma la maglia rosa indossata il giorno prima nella crono di Valdobbiadene e, da Madonna di Campiglio, si avvia a vincere il Giro.


Le 23 grandi salite

Ok le ciclabili, ok i borghi, ok gli aperitivi a base di Trento d.o.c., ok tutto. Ora però è arrivato il momento di vestirci aderenti, depilare la gamba e fare salire i battititi.
Ecco 23 grandi salite tutte davvero meravigliose su cui misurarci.
La più bella? Ditecelo voi.

Trovate tutte i file gpx nella nostra raccolta 23 grandi salite Trentino su Komoot.

Passo Pampeago
Distanza: 10,4 km
Dislivello: 1000+

Monte Bondone
Distanza: 17,4 km
Dislivello: 1371+

Fai delle Paganella
Distanza: 11,6 km
Dislivello: 824+

Monte Velo
Distanza: 12,3 km
Dislivello: 1147+

Passo Pordoi
Distanza: 11,5 km
Dislivello: 793+

Passo Rolle - Primiero
Distanza: 22,5 km
Dislivello: 1411+

Passo Manghen - Valsugana
Distanza: 23,1 km
Dislivello: 1795+

Passo Coe
Distanza: 19,6 km
Dislivello: 1522+

Sega di Ala
Distanza: 11 km
Dislivello: 1301+

Passo Durone
Distanza: 10,1 km
Dislivello: 613+

Passo Mendola
Distanza: 15 km
Dislivello: 621+

Passo Manghen – Fiemme
Distanza: 16 km
Dislivello: 1396+

Passo Tonale
Distanza: 15 km
Dislivello: 1078+

Madonna di Campiglio
Distanza: 15,6 km
Dislivello: 979+

Campionissimi – Palù di Giovo
Distanza: 6,4 km
Dislivello: 443+

Menador
Distanza: 8,2 km
Dislivello: 900+

Peio Fonti
Distanza: 9,5 km
Dislivello: 476+

Polsa
Distanza: 18,9 km
Dislivello: 1127+

Vetriolo
Distanza: 13,1 km
Dislivello: 1080+

Panarotta
Distanza: 14,8 km
Dislivello: 1499+

Gardeccia
Distanza: 6,2 km
Dislivello: 654+

Passo Rolle – Predazzo
Distanza: 19,9 km
Dislivello: 1008+

Passo Daone
Distanza: 8,1 km
Dislivello: 838+

Foto © Jered Gruber - riproduzione riservata