Granfondo 5 Terre: agonismo in uno degli scenari più spettacolari del mondo

La strada litoranea delle Cinque Terre è uno dei panorami più suggestivi al mondo. Si snoda da La Spezia a Levanto in uno scenario pazzesco, alternando salite dolci a strappi più severi, attraversando i bivi per Riomaggiore, Manarola, Corniglia e Vernazza, infine Monterosso. Poi la picchiata verso Levanto. Sulla sinistra, mentre pedali, scorgi i borghi e la costa che sono prese d’assalto dai turisti provenienti da tutto il pianeta. Non puoi non conoscere le Cinque Terre, Patrimonio dell’Unesco, tantomeno se ami pedalare. La Granfondo delle Cinque Terre è giunta alla seconda edizione: 105 chilometri con quasi 2000 metri di dislivello. La litoranea, poi da Levanto l’ascesa al Bracco, quindi il Brachetto. Dall’Aurelia l’ultima ascesa, una terrazza sul La Spezia. A idearla Patrick Nastasi, da quest’anno insieme a Marcello e Davide Vaccarezza e Giovanni Pini.

«L’anno scorso siamo partiti da Sestri Levante in provincia di Genova, ma la partenza naturale per una corsa sulle Cinque Terre è La Spezia e il suo territorio provinciale», fa sapere Patrick. 1200 i partenti sono tanta roba, per chi si mette il numero sulla schiena in una granfondo alla seconda edizione e, sopratutto, un margine pazzesco di crescita. «L’agonismo è nel dna della corsa certamente, la gara è gara e questa ed è la formula che vogliamo conservare. Ma la scommessa è ancora più grande. Abbiano un territorio incredibile, desideriamo comunicarlo attraverso questo eventi sportivo. La Granfondo è un modo di valorizzare questa zona visitata davvero da turisti che vengono da tutto il mondo, non solo da italiani. Possiamo e vogliamo crescere, ora è necessario comunicare a più ambienti la nostra rassegna». I primi cinquanta chilometri, metà gara insomma, costanti con vista mare: la litoranea è una terrazza maestosa, uno di quei posti che almeno una volta nella vita devi visitare. Almeno. Il mate lo ritrovi anche quando scendi verso l’arrivo: il Golfo di La Spezia e sullo sfondo l’Isola di Palmaria. Un’ organizzazione efficiente: non una macchia sul percorso, incroci presidiati, strade in condizioni più che buone. Serve anche questo per una rassegna di spessore. Margine incredibile di crescita insomma. L’evento se lo merita.


Dall'Abruzzo al Marocco nel nome dei talenti

Se un domani, a Zagora, in Marocco, molti giovani, ragazze e ragazzi, bambine e bambini, conosceranno Casa Miriam, il merito sarà di un viaggio. E, se Casa Miriam nascerà, sarà, in primis un luogo dedicato al talento: alla sua scoperta ed alla sua cura, perché pure i talenti devono crescere, come gli esseri umani, dopo essere nati. Questo viaggio l’ha percorso, dal 6 ottobre al 4 dicembre 2024, Latifa Benharara, in 43 tappe, unite da due terre in cui ha radici: l’Abruzzo, dove vive, ed il Marocco, da cui proviene la sua famiglia. Il progetto si chiama “From Maiella to Sahara” e ve ne avevamo parlato quando era ancora poco più di un’idea. «Il Marocco è ancora una terra povera: si trovano ancora villaggi di pietre, legno e paglia. Da quelle parti le famiglie, se hanno una figlia ed un figlio, investono maggiormente sul maschio e le bambine hanno sempre meno possibilità. La bicicletta si usa soprattutto per andare a scuola oppure al lavoro ed i più piccoli se la prestano, la condividono, perché, spesso, non possono averne una a testa”. In quella casa, che porta un nome di donna, bambine e bambini saranno liberi di scoprire ciò in cui sono bravi, ciò che li fa stare bene, che li rende allegri e che, magari, un domani, permetterà loro di immaginare un futuro diverso: si parlerà di disegno, di illustrazione, di poesia, di scrittura, di recitazione, di artigianato e di sport, di tutti gli sport e, forse ancor più, di ciclismo e biciclette. Poi ognuno sceglierà, “perché sono queste le cose che permettono agli esseri umani di cambiare, anche se, talvolta, lo dimentichiamo».

Racconta Latifa che il giorno della sua partenza da Sulmona, c’era il sole e suo padre, solo per lei, aveva addosso il vestito della festa. Era bello, così bello che non l’aveva mai visto in quel modo, mentre in sella alla sua bicicletta usciva da casa della madre e, poco dopo, in piazza, fischiava, prima di allontanarsi: sì, come accade alle gare, ma questa volta ciclista e direttore di corsa coincidono. Il senso di comunità è quello che accende gli applausi, che fa riunire varie comunità, tra cui quella italiana, quella egiziana e quella marocchina. Quel sole durerà poco, perché sarà un autunno di pioggia. «Ricordo la salita verso il Passo del Muraglione e mio padre che, dal camper, mi urla di salire a bordo, perché piove troppo e rischio di ammalarmi. No, ho continuato come fanno i ciclisti, con un’idea in testa e tanta fatica. Ho in mente l’arrivo in vetta, come la notte in cui ho visto Piazza dei Miracoli, a Pisa: non c’era quasi nessuno, faceva freddo, ma ero felice e le luci illuminavano la torre». Latifa Benharara sale la Cipressa, arriva al confine, “carica come un mulo”, spesso passando da strade secondarie, proprio mentre il camper viene rimandato verso casa, perché non può più essere utile. Sarà lei stessa a fare da supporto al proprio mezzo, a prendersene cura, rinunciando ad un luogo in cui dormire e dove riporre la spesa, le vivande, in cui trovare rifugio: chiederà ospitalità ed il più delle volte scoprirà che molti perfetti sconosciuti sono la parte migliore di un viaggio. All’estero le chiederanno dov’è Sulmona, la cercheranno sulla cartina e resteranno sorpresi da questa donna in viaggio.

I confini la emozionano da sempre, in bicicletta ancora di più, per tutte quelle auto che passano da una nazione all’altra e lei sola, sui pedali, con diverse bandierine attaccate alla bicicletta, a segnare il transito. Saranno quattro le nazioni attraversate, a partire dalla Francia, dal mare blu della Costa Azzurra, dai fenicotteri, dai tramonti infuocati, da una zuppa calda e da una tavola imbandita a cui sedersi dopo aver cambiato i vestiti fradici dall’ennesima acqua. «Il volto più cattivo della pioggia l’ho vissuto in Spagna, quando, al risveglio, le televisioni parlavano di Dana, il ciclone che ha travolto Valencia. All’inizio non capivo, credevo passasse in fretta. Invece no. Il cielo diventava nero, l’acqua invadeva il mare, lo strapazzava, cancellava le strade. Ci spostavamo con i mezzi e, di notte, i portieri dell’albergo venivano a svegliarci in camera per dirci che saremmo rimasti senza corrente, perché l’acqua aveva invaso il seminterrato. L’odore di acqua e fango si intrufolava ovunque. Faceva paura». Via da lì, sui sentieri che si racconta fossero gli stessi di Don Chisciotte, Latifa Benharara si è sentita un cavaliere, nel senso antico del termine, ovvero di coloro che credono nei valori e non si arrendono. Quasi quella bici fosse un cavallo e lei una cavallerizza.

La notte è l’altra faccia del viaggio, dove solo la luna e le stelle illuminano il cammino, i paesi scompaiono e tutto è più forte, più intenso. Proprio la notte accompagna Latifa verso il “puerto” per prendere il traghetto: dall’altra parte, l’Africa. Tutti i controlli in sella e poi via: «Mi sembrava di essere arrivata, che il viaggio si fosse già concluso, perché il più era fatto. Avrei rivisto i miei zii, sentito le loro buone parole nei miei confronti. Mi sarei sentita ancora a casa, dopo più di quaranta giorni». Del Marocco resta anche Rabat con il mausoleo dei Re, Casablanca, Marrakech, Zagora ed il deserto. Soprattutto Latifa non può togliersi dalla mente il sorriso di tanti bambini, “un modo di ridere che è uguale solo a quello di un bimbo che vede Babbo Natale”, invece era suscitato solo da una persona in sella: “Ci hai sorpreso, sei inaspettata”: alcune bambine le hanno detto così, perché non ricordavano nulla di simile. O forse sì, ma solo una volta, alcuni anni fa. «Guardate là in fondo, quel capannone. Se io portassi qui tante bici, dall’Italia, e le mettessi lì dentro. Voi verreste a pedalare con me, solo per il piacere di andare in bicicletta?». Hanno gridato in coro “sì” e lei non sapeva come fare a nascondere gli occhi lucidi. Pedalando, con la bici in spalla oppure spingendola è arrivata al Sahara, dove ci sono solo tende, bivacchi e sabbia. E un soffio che “è tutto e niente”. Ha ammirato la notte del deserto e l’ha trovata bella e limpida come solo quella dei cieli dell’Everest. Al termine dei cinquantotto giorni, la bicicletta non era più solo un mezzo, ma qualcosa con una sorta di vita propria, qualcosa che, attraverso i pedali, permette di continuare anche quando i muscoli sono troppo stanchi.

Sa che tornerà presto in Marocco, perché lo sogna, perché una parte di lei, in fondo, è rimasta là. Immagina viaggi organizzati in cui i turisti possano esplorare e conoscere realtà che, di solito, non si raccontano. Nelle narici ancora il profumo di vegetazione di alcuni terreni in Toscana dopo un pomeriggio di pioggia e il profumo di lavanda trovato in Francia. Ha fatto fatica a riabituarsi alla vita di casa, perché l’istinto la portava a voler partire nuovamente, come aveva fatto in ciascuno di quei giorni, dopo una breve visita mattutina alla città o al paese in cui aveva dormito: «Ho imparato che bisogna viaggiare leggeri, non solo in bicicletta, anche nei nostri giorni. Ridere dei nostri errori, anche se siamo in vetta ad una salita pirenaica e dopo tanta fatica troviamo la strada chiusa: la rabbia non serve a nulla, la delusione è un peso che non possiamo permetterci. Soprattutto ho imparato che dobbiamo prenderci cura del nostro corpo, come ci prendiamo cura della bicicletta su cui viaggiamo: è l’unica nostra possibilità, l’unica casa che abitiamo in qualunque parte del mondo».


The Torino Nizza Rally: a bikepacking film

Il viaggio comincia con il caldo che avvolge ogni pedalata e la leggerezza dell’amicizia condivisa con Giulio e Lorenzo. I primi sessanta chilometri sono un avvicinamento che scivola tra strade tranquille e paesaggi che cambiano lentamente, finché davanti a noi si erge la durissima salita al Colombardo, lato Torino. I primi chilometri di asfalto ci devastano le gambe con pendenze spietate; poi la strada si trasforma in sterrato, con sassi sparsi ovunque e pendenze che superano il dieci per cento. Ogni colpo di pedale diventa un’agonia infinita, ma l’aiuto di Lorenzo e Giulio, che mi spingono lungo quasi tutta la parte sterrata, in qualcosa di fattibile, anche se con uno sforzo fisico non indifferente. Raggiungere insieme il colle è una grande gioia, premiata poi da una discesa che si apre verso la Val di Susa, dove la sabbia delle rocce metamorfiche si fonde con i colori del tramonto.

La sera scende lenta, e dopo aver salutato Giulio, che prosegue da solo, ad un ritmo nettamente diverso dal nostro, restiamo a cena con Lorenzo e Anna. Il campo da calcio abbandonato, con materassini e sacchi a pelo, diventa per questa notte un rifugio improvvisato, mentre il cielo sopra di noi si spezza in stelle e silenzio.

La mattina ci accoglie con la luce tiepida e la compagnia di Anna e Lorenzo per i primi chilometri. La salita al Colle delle Finestre ci aspetta con le sue leggende di eroiche gesta al Giro d’Italia. La prima metà asfaltata conduce fino alla fontana, poi lo sterrato si allunga, implacabile, con pendenze medie fra il nove e il dieci per cento. Il caldo diventa una presenza costante, il dolore all’ischio della gamba che manca una compagnia indesiderata. Silvia interviene, cercando di alleggerire la fatica negli ultimi chilometri. Quando finalmente raggiungiamo il colle, le foto e i complimenti hanno il sapore di un rituale necessario, prima di scendere e affrontare subito un’altra lunga salita verso il Colle dell’Assietta. In quei pendii, dove la storia ha tracciato confini e battaglie fra il 1700 e il 1800, ogni metro di dislivello racconta di battaglie fra Italiani e Francesi per la conquista di pochi metri o chilometri di confine. La giornata si chiude al Rifugio Casa Assietta con cibo, birre e conversazioni che scivolano lente sotto una luna piena che vigila silenziosa sulla nostra avventura.
La mattina, dopo la colazione e i saluti di rito, partiamo attraverso la strada che collega il Colle dell’Assietta e dei Saraceni, un percorso in quota che regala panorami ampi su tutte le Alpi piemontesi e francesi. La discesa verso Sestriere è rapida, quasi un colpo d’aria tra paesaggi turisticamente saturi, tanto che non ci fermiamo. Riprendiamo la strada verso Cesana, dove un breve ristoro ci restituisce l’energia che il caldo torrido ci sta togliendo. Poi ci attende un piccolo colle verso Monginevro, seguito dalla lunga discesa fino a Briançon sotto un sole implacabile. Una boulangerie ci accoglie con pane e dolci, prima della sfida successiva: il Colle dell’Izoard. Siamo stanchi, le tre gambe sono pesanti e l’idea di piantare la tenda si fa allettante, ma ci sproniamo a vicenda per raggiungere almeno il Rifugio Napoléon. Una birra e una bella cena vista sulle Alpi Cozie ci fa dimenticare la giornata caldissima e faticosissima.

Il risveglio ci mostra un paesaggio quasi lunare. Con calma impacchettiamo le borse da bikepacking, ma prima serve un caffè al Rifugio Napoléon. Poi affrontiamo gli ultimi metri di dislivello fino al Colle dell’Izoard, dove una corsia ciclabile ci protegge dal traffico, regalando una salita più sicura. Una volta in vetta, una foto insieme con Silvia sigilla il momento, prima di scendere veloci verso Arvieux. La strada ci conduce al Colle dell’Agnello: prima una sosta in boulangerie per rifocillarci, poi la lunga salita di venti chilometri con quasi 1500 metri di dislivello. Il caldo estenuante e la fatica accumulata rendono necessarie frequenti pause, intervallate da piccoli duelli di velocità con Silvia, in cui la VAM sfiora i 700 metri orari, anche se poi torniamo ai ritmi più umani dei 400 m/h. Alla fine, il Colle dell’Agnello, a 2744 metri, ci accoglie con un panorama che taglia il fiato: un piede in Francia, uno in Italia. Aiutiamo un giovane ciclista tedesco con una gomma a terra, mentre le orde di motociclisti rombano attorno a noi. Dopo qualche minuto, ci stacchiamo dal caos e imbocchiamo la discesa, lunga e bellissima, fino al paese di Chianale, dove il borgo e il silenzio ci accolgono. Il Rifugio Savigliano diventa teatro di nuove conoscenze: Antoine e Florence, francesi in viaggio sulle loro Gravel, con cui passiamo la serata tra storie di ciclismo, viaggi e vite vissute tra Parigi e l’Italia.

La mattina parte dal Rifugio Savigliano, dove la notte è passata troppo rapida e le birre del giorno prima hanno lasciato solo un ricordo leggero. Con Antoine e Florence percorriamo i primi chilometri insieme, fino all’attacco del Colle Sampeyre. Un caffè caldo spezza la monotonia e ciascuno affronta la salita al proprio ritmo. Il caldo torrido e la lunghezza del passo rendono ogni pedalata intensa; venti chilometri di salita sembrano un’eternità per le gambe e la mente. A spezzare la fatica arrivano Giancarlo, Paolo, Davide e Antonio, organizzatori di eventi ciclistici italiani, che ci offrono acqua frizzante ghiacciata: un gesto semplice ma in quel momento è stata una figata pazzesca ricevere un goccio di acqua frizzante. La cima finalmente ci accoglie, un momento di festa condivisa con i nostri amici francesi, tra birre e qualche Haribo, prima di affrontare la spettacolare discesa sterrata della Strada dei Cannoni. La storia del ventennio fascista sembra scritta tra le curve della montagna, e le borgate spopolate raccontano silenziose epoche passate. Incontri casuali con anziani del posto ci restituiscono storie e memorie di un tempo che resiste.

 

La giornata successiva inizia a Ponte Marmora, dove la notte in tenda lungo il torrente Maira è stata silenziosa e fresca. La salita verso il Colle del Preit ci porta attraverso borgate un po’ dimenticate nel tempo, incastonate tra le rocce della valle. La pendenza si fa sempre più severa, con punte dell’18%, e il panorama si apre improvvisamente in una balconata sull’Altopiano della Gardetta, tra i 2300 e i 2400 metri. Il rifugio Gardetta ci accoglie con polenta e coniglio, e una birra che celebra la fatica della salita. Ripartire dopo il ristoro non diminuisce la bellezza del percorso, che prosegue lungo una vecchia strada militare in quota, con vista su una serie infinita di tremila dell’arco alpino. La discesa verso Borgo San Dalmazzo è lunga e tecnica, e gli ultimi chilometri ci riportano a Vernante, dove piantiamo la tenda e concludiamo la giornata con birre e anguria.
La mattina a Vernante scorre lenta, tra il profumo del forno del giorno prima e i tre biscotti della colazione, mentre il sole ancora tiepido comincia a scaldare le strade del paese. La pedalata ci porta verso Limone Piemonte e Limonetto: una salita asfaltata che a me personalmente non emoziona molto. Il tutto è reso ancora più difficile dal traffico intenso di Ferragosto. Finalmente, dopo quasi mille metri di dislivello, raggiungiamo l’attacco della Via del Sale. Qui inizia uno strappo magnifico tra forti antichi e panorami incredibili sulle montagne circostanti. Il fondo sassoso e irregolare mette alla prova le nostre gravel e la nostra resistenza. Due strappi di circa 200 metri ci ricordano quanto la fatica accumulata nei giorni precedenti pesi ancora sulle tre gambe rimaste. Ma non ci fermiamo, perché il richiamo della vetta è più forte.

Arriviamo al famoso tornante della Via del Sale, perfetto per una foto “Instagrammabile” e per qualche minuto di gozzovigliata. In lontananza, un temporale comincia a farsi vedere. Rimango spensierato, ma Silvia percepisce la minaccia e mi invita a muovermi più velocemente. La pioggia arriva, seguita dalla grandine e dai tuoni, e l’ansia cresce. Per fortuna troviamo un pertugio nella roccia dove rifugiarci per qualche minuto. Il tempo migliora e ripartiamo, decisi a completare gli ultimi chilometri verso il Rifugio Don Barbera. La strada è rotta, sia in salita che in discesa, ma la meta ci attende. Il rifugio è un piccolo gioiello, gestito con cura, dove sistemiamo le bici, regoliamo cambi e pressione degli pneumatici, ingrassiamo la catena. Poi finalmente, un bicchiere di vino con Silvia e una cena in compagnia mentre fuori il temporale continua, accompagnati dalla classica partita a Scala 40 che chiude la giornata in perfetta armonia.

 

Dopo il temporale, il cielo è limpido, con colori magici che illuminano il verde intenso dei prati e delle montagne circostanti. La Via del Sale si mostra subito dura, con un fondo sassoso e rotto che richiede attenzione continua sulla giusta pressione delle gomme. Mi fermo spesso a gonfiarle e sgonfiarle, perché talvolta toccano i cerchi in carbonio. Intorno a noi jeep e moto attraversano il percorso, ma non disturbano: il silenzio e la concentrazione sono nostri compagni. Affrontiamo il Passo del Tanarello sul Monte Saccarello, e da lì parte una lunga discesa tecnica, impegnativa, l’unico momento in cui sento il desiderio di una vera MTB. Chilometri su chilometri di sterrato ci riportano lentamente alla civiltà, a La Brigue, dove il caldo torrido ci costringe a una pausa rigenerante. Al benzinaio, il proprietario Maxime, ciclista come noi, ci accoglie regalandoci tutto quello che vogliamo e una montagna di gel per il viaggio.

Riprendiamo la strada verso il Col de Brouis, ma la stanchezza comincia a farsi sentire. L’idea di affrontare il Col Turini viene accantonata: il passo sale lento, ma la lentezza diventa parte del viaggio. La discesa ci conduce a Sospel, tra paesaggi che ricordano la Liguria, con muretti a secco e ulivi ovunque. Nella piazza principale il gioco delle bocce domina la scena, mentre noi ci fermiamo con una birra in mano, osservando la vita semplice e festosa del paese. La festa di Ferragosto esplode con la banda e i fuochi d’artificio, aggiungendo magia a una serata già speciale. Troviamo un’area camper dove piantare la tenda e dormiamo veramente come dei ghiri!
Il risveglio è lento, il torpore della tenda e dei sacchi a pelo ancora ci avvolge. Impacchettiamo tutto, facciamo colazione veloce e partiamo per l’ultimo colle della giornata: il Col de Braus, l’ultima vera salita prima di Nizza. La strada si snoda tra uliveti e macchia mediterranea, con pendenze dolci che lasciano respirare le gambe ormai provate. Ogni tanto mi “ingarello” con qualche ciclista locale, e così la salita vola. In cima incontriamo nuovamente Pierre e Max, due ragazzi francesi che stanno percorrendo la Torino-Nizza Rally: la loro ultima tappa include anche il Col Turini e il Col Madonè, rendendo il percorso ancora più croccante. Noi, per fortuna, abbiamo scelto di abbreviare, scegliendo uno “shortcut” che ci porta direttamente verso la meta.

 

Arrivare a Nizza è una gioia pura, il cuore che pulsa insieme alla città che si apre sul mare. Passiamo dal Rifugio Massacan, una ciclo officina stilosa nel centro, dove ci accolgono con un buon caffè e focacce, condividendo storie di viaggio e di vita in bici. Ma, come ogni viaggio, anche questo ha una fine. Salutiamo il rifugio, saliamo sul treno verso Ventimiglia e ci concediamo una giornata di riposo al mare, bivaccando sulla spiaggia, e passando la giornata a leggere e a godersi il non fare nulla. Ne avevamo bisogno!

Questo viaggio, dalla partenza a Torino fino al mare di Nizza, è stato magico: una combinazione di fatica, amicizia e panorami impossibili da dimenticare. Abbiamo proprio vissuto una grande avventura!

Qui puoi trovare il video The Torino Nizza Rally | A Bikepacking Film

Articolo e foto a cura di Kevin Ferrari


100x100 Donne è sulle strade del Canavese

Nella mente di Paola Gianotti questa idea è stata come un tarlo che, poco a poco, ha rosicchiato spazio e l'ha riempito di idee. L'inizio di tutto trova casa nel 2019 e in quelle tappe del Giro d'Italia percorse da Paola precedendo il gruppo dei professionisti, quello che lei chiamò il "Giro di Paola". Erano giorni di maggio, di primavere nascenti e di incontri ad ogni angolo delle strade, delle salite, accanto alle case o vicino ai boschi, nel silenzio delle montagne. E, ogni volta, la constatazione: quanti più uomini che donne si vedono in sella? Eppure ogni donna, ogni ragazza con cui parlava sembrava interessata al ciclismo, non a quello professionistico magari, ma alla bicicletta ed alle sue possibilità. Manca maggiormente l'agonismo ma il desiderio di provare è il medesimo ed anche il divertimento: «Forse non è nemmeno vero che l'agonismo non c'è, il punto è che competiamo con noi stesse. Io sfido me stessa, non le altre cicliste, ma pure questo è un senso del pedalare». Sono le esperienze a cambiare le persone, a renderle più consapevoli, più forti, forse anche più coraggiose, e girando per il mondo, in sella, Paola Gianotti è cambiata. Ha compreso molte cose, ne ha rivalutate altre e ci ha riflettuto: «In questa società sembra quasi che una donna abbia bisogno di un uomo. Quasi fosse una necessità senza cui pare mutilata, mancante di molte possibilità che l'uomo fornisce. 

Lo stesso vale anche in bicicletta: sembra serva un uomo per ripararla, per sistemarla, per viaggiare al proprio fianco. Mi oppongo, non è così, possiamo fare tutto da sole, anzi, dobbiamo provare a farlo e riprenderci il coraggio che in questa società così impostata rischiamo di perdere». Ecco il motivo per cui è nata "100x100 Donne", l'evento cicloturistico da lei ideato che si è svolto domenica 12 ottobre sulle strade del Canavese: "100X100 ad indicare la totalità, ovvero solo donne, tutte donne. Il fatto che non ci siano uomini è voluto, cercato, e, attenzione, non vuole essere un minus. Noi riconosciamo agli uomini ogni capacità, ogni virtù. Crediamo sia bellissima la loro presenza in ogni attività, tuttavia c'è un "ma". Se ci fossero stati uomini, sono certa che saremmo cadute nella stessa situazione di sempre: chiedere aiuto, supporto, come se noi non fossimo capaci. Questo evento vuole essere anche un incentivo a trovare soluzioni, a cercare opportunità, ad avere qualche timore in meno". 

Questo appello è stato raccolto da 460 donne, pedalando lungo la Serra Morenica, accanto al lago di Viverone, tra storia, luoghi suggestivi e castelli, fino ad Ivrea, al castello di Agliè, alla salita di Val Chiusella. Cento chilometri in totale, con la possibilità, però, di fare anche solo i primi cinquanta. Non tutte erano pedalatrici, non tutte esperte, per questo si credeva che molte avrebbero scelto la via più breve: non è stato così. Ben 300 si sono cimentate sui 100 chilometri, anche chi non aveva mai pedalato, anche chi era alle prime armi: all'arrivo, però, tutto questo non si vedeva, ciascuno era felice, contento, soddisfatto. Sono tanti gli esempi, altrettante le storie: Flavia, 79 anni, che ha gioito lungo ciascuno dei 50 chilometri, due ragazze colombiane, oppure una ragazza calabrese che ha corso cento chilometri pensando alla cognata, vittima di femminicidio. Proprio un suo messaggio ha commosso Paola: la volontà di rivedersi, di abbracciarsi, di conoscersi e raccontare. La volontà di non sentirsi più osservate quando si pedala da sole, come se si stesse facendo qualcosa di strano, la volontà di essere a proprio agio. Il desiderio di rivedersi. Due ristori, per sfamarsi, al trentacinquesimo e al settantesimo chilometro, ovunque i colori ed i profumi dell'autunno, le foglie rosse, le castagne, l'umidità dei boschi. Divertimento, compagnia, gioia della condivisione ma non solo. Grazie a "100x100 Donne" sono stati raccolti circa 12600 euro, destinati precipuamente a due fini: la distribuzione di assorbenti per le donne di Pikine Est, in Senegal, e l'installazione di dispenser gratuiti di prodotti igienici nelle scuole del Canavese, accompagnata da iniziative contro i tabù legati al ciclo mestruale. Così, un'idea che avrebbe dovuto svilupparsi nel 2020, giunta in ritardo a causa della pandemia, è arrivata in sella e sta cercando di cambiare un poco in meglio la realtà.

Foto: Stefano Orso Fiet


Storia di un viaggio nella Penisola Iberica per la ricerca

Quella sera, a cena, Alessandro Mucci stava cercando il modo per dire ai propri genitori che non avrebbe trascorso il Natale con loro. La sua era una di quelle idee che nascono da un amore e vagabondano per molto tempo nella mente, fino a che si liberano ed escono fuori, in libertà. Alessandro è appassionato di van sin da ragazzino: racconta di non aver mai nemmeno acquistato una macchina, prediligendo la bicicletta per ogni spostamento, dal trasporto locale in città, ai viaggi che, da cinque, sei anni, organizza a sostegno della ricerca contro il cancro, ma il pallino di un'avventura in van è lì. Quella sera ne parla: vorrebbe partire con un van Volkswagen California, che acquisterebbe e, successivamente, venderebbe al termine dell'avventura, con l'intenzione di esplorare la penisola iberica. Julia, la sua ex fidanzata è di Barcellona, lo spagnolo è una seconda lingua madre per lui e quelle terre lo incuriosiscono dai primi passaggi, distratti, quando si recava a casa sua. Giuseppe, suo padre, gli pone delle domande: «Hai pensato al passaggio di proprietà? Pensi davvero di riuscire a vendere il van velocemente, al ritorno? A mio avviso, è meglio se lo noleggi. E, soprattutto, è meglio se ti porti una bicicletta e, quando resti per più giorni nello stesso posto, ti prendi tempo per pedalare, vento in faccia». Alessandro sorride mentre imita il padre: «Ho sempre avuto un rapporto estremamente franco con i miei genitori: con mio padre non è mai mancato un sano conflitto, eppure il viaggio come l'ho realizzato è merito suo. L'idea che avevo l'ha aggiustata lui ed è stato più bello». Sì, perché in questa storia quel van non c'è mai stato, lì non si sono trascorse notti e nemmeno viste albe, la striscia di mezzeria della strada non è stata solcata dalle sue ruote, ma da una bicicletta gravel e dai pedali mulinati da Alessandro. Una linea lunga 6300 chilometri e 69 giorni, a partire dal 15 dicembre, inframezzata da qualche sera in cui la solitudine portava malinconia e Alessandro scartava una barretta di cioccolato. Forse per questo il sapore della Spagna è sapore di cacao nei suoi ricordi.

Un ragazzo e una bicicletta, tra le strade bianche, in particolare quelle dell'Andalusia, la natura selvaggia, le case altrettanto bianche che si specchiano nel mare ed i cavalli che corrono liberi nei prati, talvolta la natura incontaminata, nell'Alentejo, ad esempio, sopra l'Algarve: spazi da custodire perché anche da quelle parti l'uomo ha iniziato a costruire ovunque, soprattutto sulla costa, riempiendola di supermercati, deserti, fuori stagione. Lo sfondo della memoria contiene ancora il verde della Galizia e dell'Asturia, le scogliere, i boschi, le foreste, la siccità dimenticata e un forte profumo di mimosa, fiorita nei giorni di Natale. E, a Natale, Alessandro non era da solo: «Ho scelto di affittare stanze in case o appartamenti e, ora della fine del viaggio, sono stato in ben 65 strutture. A Natale avevo chiesto una camera nella zona di Tarragona e la proprietaria di casa, vedendo il calendario, mi ha invitato ad una festa con suoi amici. Ho accettato dopo vari dubbi e sai cosa ti dico? Dei ventisette Natale con la mia famiglia non ricordo quasi nulla, di questo invece difficilmente mi dimenticherò. Abbiamo mangiato e bevuto, fatto discorsi improbabili e riso, riso quanto non credevo si potesse ridere». Si è confermata così la bellezza della scelta di affittare una stanza in una casa, piuttosto che recarsi in albergo: si comprendono le culture e, pur in un viaggio solitario, si trova il modo di conoscere altre persone, di crearsi delle "piccole famiglie" on the road. Il dialogo inizia casualmente, magari per la ricerca di un poco di sale o di olio per cucinare nella cucina di casa, come fa la famiglia che ci vive, ma ha la possibilità di proseguire e inoltrarsi in una vera e propria conoscenza.

«L'ospitalità spagnola è nota, però questa esperienza mi permette di raccontare aspetti che non immaginavo. Di fatto sei uno sconosciuto che giunge in abitazioni altrui, eppure le persone si fidano. Penso ad una coppia marocchina con cui mi scrivo ancora ora, ad una cena con un intero nucleo familiare, piuttosto che a quella casa a Guernica. Il proprietario aveva appena fatto la spesa, il frigorifero era pieno: «Alessandro, stasera noi andiamo in un'abitazione che abbiamo al mare: la casa è tutta tua, fai quello che vuoi, cucina quello che preferisci". Non volevo crederci e continuavo a porre domande: "Posso fare questo? E quest'altro?". Fino a che, sfinito, ridendo, mi ha risposto: "Ho detto che puoi cucinare tutto quello che vuoi. Significa tutto, nessuna eccezione". Come fai a non essere grato a questa umanità?». In questa domanda, probabilmente, c'è tutto quello che Alessandro vuole trasmettere a chi si interessa a questa storia: la normalità. «Sono un ragazzo normale, con un lavoro normale: non sono Omar Di Felice, non sono Lorenzo Barone. Ho sostenuto spese per questo viaggio, ma sono spese che tutti, compatibilmente con la quotidianità, possono affrontare. E le persone sono piene di curiosità per questi temi, solo hanno il timore di non essere all'altezza». Alessandro Mucci si riferisce ad esempio alle borse da bikepacking e a tutte le persone che gli hanno scritto per sapere dove acquistarle e come utilizzarle. In realtà, alcuni le hanno proprio comprate: magari non faranno alcun viaggio o percorreranno pochi chilometri, ma ci hanno provato ed è questo l'importante. Quello di Mucci è un messaggio sulla vita sana e sullo sport, sul sentirsi liberi e per essere liberi basta anche una semplice pedalata attorno a casa: questo è il segreto.

«Se ho iniziato a fare questi viaggi per la ricerca contro il cancro, è perché mia madre Maria se ne è ammalata, anni fa. Ora lei sta bene ed i progetti di ricerca, per fortuna, stanno crescendo sempre più: non cambieremo il mondo con il denaro raccolto, ma, chissà, forse, senza quel poco in più le cose andrebbero peggio. Non credi? Spesso quando si è giovani si tende a pensare che il problema non ci riguardi o ci riguardi solo parzialmente, come fosse qualcosa spostato nel futuro. Invece è un tema a cui dobbiamo dedicarci sempre perché è la salute». Spiega Alessandro che la vetta per un ciclista è il luogo in cui si tira il fiato dopo una dura salita, ma la vetta per un paziente oncologico è la guarigione, dopo le cure, dopo la sofferenza e sapere che c'è un dopo, che c'è la cima fa bene.

Sua madre ha detto ad Alessandro di non aspettare mai a fare ciò che desidera perchè possono esservi molte circostanze, più o meno importanti, positive o meno, a impedire di realizzare quel sogno o quel progetto. Così Mucci non intende rimandare e, per il prossimo anno, ha in mente un viaggio nei Balcani: da Trieste attraverso Serbia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Grecia, Bulgaria, di nuovo Serbia, Kosovo e ancora Trieste. Il percorso è già disegnato, la partenza avverrà tra Natale e Capodanno, perché Natale 2025 sarà in famiglia. «Questo viaggio è stata una sorta di tirocinio lungo due mesi in cui ho dovuto imparare a cavarmela. Alla fine 6300 chilometri sono gli Stati Uniti coast to coast, un viaggio nella west coast dell'Australia, un'avventura in Nuova Zelanda: lasciano una traccia. Sono cresciuto in questo viaggio e voglio continuare a crescere, qualunque sia il nuovo traguardo che mi attende o che ricerco». Più di così, cosa si può aggiungere?


Verso la Komoot Women Rally 2025: sulle strade del Montenegro

In un angolo della casa di Helena Soffientini c'è ancora una vecchia Graziella, con il suo cestino, ormai trasandato dal passare degli anni, ed il telaio che quasi non si vede più tanti sono gli adesivi di eventi, associazioni, talvolta anche professionisti, che hanno a che fare con le biciclette. Quando scherza, Helena la soprannomina "cancello" o "vecchia scassona", quando, invece, i ricordi prendono il sopravvento diventa "un bolide da città" e la voce viene stretta dalla tenerezza di quando si spostava così per le strade di Milano, tra casa e lavoro. La gravel è arrivata un giorno in cui Carola, sua amica, le propose di provare a farci un giro: «Guarda che se faccio tre metri, non scendo più, stai correndo un grosso rischio». Accadde proprio così ed in un certo senso per come conosciamo Helena potevamo anche aspettarcelo. Pare che da ragazza, al termine delle superiore, abbia detto ai genitori: «Voglio andare dall'altra parte del mondo a studiare, voglio andare in Australia», partendo senza troppe possibilità di replica. Uno zaino in spalla, il poco che serve e via: dopo è arrivata Roma e poi l'Africa. Era lì quando è scoppiata la pandemia. Il paradigma della convinzione e di una libertà interiore ben più forte di quella che il mondo può vedere.

«Eppure non sono come sembro. Ho millemila dubbi, insicurezze, timori. Il mio cervello, ogni tanto, parte in direzioni opposte e chissà perché mi pare di perdermi nell'incertezza. Sarà per tutte le volte che mi sono sentita dire: "Ah ma tu non puoi farcela. Per te è troppo dura, cosa vuoi combinare? La tua amica sì, ma tu no, tu non puoi". Mi è successo quando ho iniziato a pedalare e succede nella vita di tutti i giorni a qualunque donna». Confessa che ai primi eventi a cui ha partecipato in sella, restava in fondo al gruppo, quasi nascosta, per paura di sentirsi presa in giro, derisa o, magari, per quella frase: "Sei troppo lenta, vado all'arrivo, ci vediamo dopo». Per paura insomma di restarci male. Sullo sfondo della sua partecipazione a Komoot Women Rally 2025, in Montenegro, c'è questa storia ed allora parlarne va oltre l'evento, a cui parteciperà anche Lael Wilcox.

Saranno 680 chilometri e circa 14800 metri di dislivello, sulla scia di Montenegro Madness, dal 25 aprile al 2 maggio: da Podgorica verso il nord, i parchi nazionali, fino alla costa e alle montagne, alle vette oltre i 2000 metri, dove è possibile ancora trovare neve in questa stagione, e ancora mare, dove si ritrova il caldo, ancora la capitale. Si potrebbero incontrare lupi e orsi. Sicuramente vi saranno città con poche abitazioni e ampi spazi naturali. Ci saranno, soprattutto, 60 donne, solo donne, che si incontreranno per la prima volta la sera del 25 aprile, per parlare, conoscersi, scambiarsi informazioni e storie e si saluteranno il due maggio, in un campeggio sotto le stelle. Il percorso l'ha disegnato Bea, ma poco conta: queste sessanta donne si sono già incontrate, in vari webinar, e Helena Soffientini le racconta così: «Può capitare di trovarsi davanti a chi, forte di un'esperienza maggiore alla tua, ti fa sentire inadatto, inappropriato. Non è successo. Penso soprattutto all'energia di Lael Wilcox, un'esplosione, mentre ci raccontava come impacchettare il nostro materiale. Ti fa venire voglia di partire. Poi guardi il calendario, vedi che manca poco e senti paura. Ma no, non bisogna avere paura, non può succedere nulla».

Soffientini lo dice alla propria persona per dirlo a tutti, soprattutto a tutte, perché, per quanta emozione ci sia, nemmeno per lei è facile partire per un'avventura di quelle che così non ne aveva mai provate. È curiosa, Helena: racconta che, certamente, si "accollerà" a qualche ragazza con anni in più e penderà dalle sue labbra, chiedendo di tutto e, poi, raccontando di tutto. Come le piace fare, cercando di essere sempre vera. «Questo non me l'ha insegnato la bici, sono sempre stata così. La bicicletta mi ha insegnato a prendermi cura di quello che mi circonda, a fare ancora più attenzione se mi cade una carta, a guardare, non solo a vedere. La bicicletta mi ha insegnato che un abito comodo è molto più importante di un armadio pieno di abiti e che un poco di acqua fresca, sul viso, mi fa stare meglio di qualsiasi trucco. Ho imparato ciò che è abbastanza: scarpe comode, vestiti che asciugano in fretta e l'intimo. Non serve altro per partire».

Helena lo sa, lei che ha scelto di partecipare a Komoot Women Rally, forse, proprio per le fragilità che la contraddistinguono, per quell'insicurezza di cui scrivevamo all'inizio di questo pezzo: «Non sono un'atleta, se posso farlo io, può farlo chiunque. So che molte persone si sentono insicure, magari sapere che non sono sole può aiutarle. Se parliamo di donne, il discorso è anche più vasto e più importante». Già, perché per farlo è necessario raccontare tutte le volte in cui qualche uomo vedendo una donna sola in sella la ferma e le chiede dove siano gli amici oppure il compagno, come se non potesse esistere un viaggio in solitaria, come se una donna non sapesse badare alla propria bicicletta piuttosto che ad un guasto meccanico. «Può capitare di non sapere aggiustare la bici, ma può succedere anche ad un uomo. Assieme a due amiche, una volta, abbiamo aiutato un ragazzo a cambiare la camera d'aria ed a "tallonare" una ruota. Era in difficoltà, che male c'è?». Helena sostiene che spesso manchi la coscienza basilare del fatto che non sono solo gli uomini a pedalare, anche le donne lo fanno e più spesso di quanto si considera, tuttavia i negozi di abbigliamento tecnico femminile sono numericamente meno: la parità, spiega, inizia a mancare da qui. «Le donne, purtroppo, sono sempre state incasellate nel loro ruolo, di madri, di compagne piuttosto che di lavoratrici: dove vanno a finire, in questo modo, le loro passioni? La società chiede tanto, forse troppo, a tutti, sia chiaro. Si tratta di una società malata, per questo diventiamo tristi o arrabbiati, per questo ci ammaliamo anche noi. Però con le donne questa situazione è ancora più forte, quasi se dedicarci a ciò che ci piace o ci diverte ci rendesse colpevoli di trascurare i nostri doveri, i nostri obblighi che talvolta non sono nemmeno tali. Possiamo divertirci e, allo stesso tempo, fare bene quel che dobbiamo fare. Bisogna rivendicarlo. Noi non siamo il nostro ruolo, siamo persone: è sbagliato sottostare a queste caselle. La parità passa attraverso la reciprocità e nell'aiuto reciproco» .

 

Helena non ha sorelle più piccole, ha due fratelli, ma una lettera a una lei più giovane vorrebbe scriverla. Ha un pensiero da dedicare a tutte le ragazze nella loro crescita: «Volete provare una nuova esperienza? Provatela, buttatevi nelle cose che vi piacciono. Non c'è da avere paura, nemmeno di sbagliare, perché se si sbaglia vuol dire che ci si è messi in gioco e, quando ci si mette in gioco, si può sbagliare ma si possono anche aprire panorami stupendi. La fatica, l'affanno spesso aiutano a vedere meglio, a godersi quel che si fa. In Montenegro ci saranno molte salite, una volta ne ero terrorizzata, ora mi concentro sul respiro, lo coordino con il movimento dei pedali e sto bene. Provateci, ne vale la pena»

Foto: Luigi Grossi


Consapevolezza e sport: le parole di un'edizione di Bikeboobs Trail

Se c'è una parola che in toscano masticano e impastano in tutte le forme, come fosse una pizza o una pagnotta nella notte laboriosa di un panettiere, è "maremma". Allora, visto che Bikeboobs Trail si svolge in Toscana, da Piombino, luogo di arrivo dello scorso anno, come da tradizione, ad Orbetello, svisando varie volte tra strade e stradine, i suoi tre tracciati non potevano che avere questa "targa". Di Bikeboobs vi avevamo già parlato, torniamo a farlo, attraverso una telefonata con Beatrice Belli, tra le organizzatrici dell'evento, perché quest'anno, il 4, 5 e 6 settembre, questa pedalata aggiungerà un altro percorso o, forse, sarebbe meglio dire, un'altra sfumatura: l'inclusività. Si chiamerà "Maremma All In", avrà un percorso meno impegnativo, 195 chilometri e 1300 metri di dislivello, che sarà possibile affrontare in un'unica "tirata" nello stesso giorno, oppure suddiviso in più tappe. «L'idea è nata perché abbiamo spesso avuto la sensazione che molte donne volessero partecipare ma temessero di non farcela, di non essere abbastanza abituate o allenate, magari proprio per i molti impegni lavorativi o familiari che occupano le loro giornate. Non crediamo sia giusto che qualcuno rinunci alla bicicletta, anche solo a provare, per questo. Allora cosa si fa? Si ampliano le possibilità che, poi, sono orizzonti, prevedendo un percorso più leggero e anche dei "bachini", dei punti in cui sia possibile fermarsi, rifiatare, guardarsi attorno e questi "bachini" sono davvero situati in punti panoramici rari». Maremma All In, come prosegue Beatrice, si propone l'obiettivo di completare il cicloturismo all'interno di Bikeboobs Trail, non trascurandone alcun aspetto e illuminando ogni tratto del viaggio. Ma non è finita qui e Belli aggiunge una parentesi importante al ragionamento.

 

«Se questo è vero, risponde altrettanto a verità che una donna deve poter vivere anche l'aspetto più sportivo del ciclismo, dando tutto a prescindere dal risultato. Un percorso più breve può permettere questa prospettiva con maggiore serenità». Gli altri due tragitti saranno: Maremma Flow, 248 chilometri e 2200 metri di dislivello e Maremma Infinity, 330 chilometri e 4600 metri di dislivello. Alcuni luoghi verranno toccati più volte, in una sorta di tragitto autonomo che ogni partecipante potrà costruirsi: tra il Parco Naturale della Maremma, la zona marittima della costa da Follonica a Grosseto, l'Argentario, la laguna e Orbetello. Il tutto vissuto da sole donne. Perché? Beatrice Belli non ha dubbi: «Ci è stata mossa qualche critica a questo proposito: voi che parlate di inclusione poi escludete gli uomini? Più o meno così ci hanno detto. Ora: Bikeboobs è il primo e forse l'unico evento di questo tipo, siamo sicuri che gli uomini possano sentirsi esclusi o discriminati? Io credo di no e, comunque, gli uomini non sono esclusi. Collaborano, partecipano, apportano idee preziose e contributi altrettanto importanti, semplicemente non corrono». Sostengono le ideatrici di Bikeboobs che basterebbe la presenza di un solo uomo in sella per cambiare l'approccio di ciascuna in bicicletta: in questo evento, le donne, spiega, si ispirano ad altre donne, seguono l'esempio di altre donne, rendendosi forse più che mai conto di quanto le donne possano fare anche quando non ci pensano.

Beatrice può affermarlo con sicurezza perché l'ha vissuto sulla propria pelle: "L'anno scorso, alla partenza, c'era una ragazza che, con sicurezza, ha affermato: «Faccio il percorso più lungo e lo porto a termine. In molte l'abbiamo guardata ammirandola ed, allo stesso tempo, avendo molta incertezza rispetto al fatto di fare lo stesso. Bene, a distanza di un anno quelle perplessità non le ho più e ho deciso che proverò anche io qualcosa di simile. Vedi? Questo accade quando si ha a portata di mano l'ispirazione di un'altra donna, senza giudizi di alcun tipo, e si può farla propria». La parola adatta è rivoluzione o, se si preferisce, piccola rivoluzione, ma importante, che, tra l'altro, non si ferma qui. Bikeboobs organizza anche weekend di formazione in cui si tratta ogni aspetto del pedalare in sella e si cerca di rispondere ad ogni dubbio delle donne presenti; dagli aspetti meccanici a quelli maggiormente personali o intimi, ma importanti per accrescere quella sicurezza in bicicletta. «Non si può crescere o cambiare senza confronto, anche l'empowerment femminile passa da qui. La necessità primaria è fare rete e approfondire idee e tematiche. Soprattutto continuare a parlare di diritti». E una pedalata in Maremma può essere una buona occasione, per quanto detto, ci pare ovvio.a


Vietnam, Cambogia e Thailandia in bicicletta: il viaggio di Pietro Franzese

«Ho imparato nuovamente a sorridere, a sorridere spesso, a sorridere sempre a chiunque si incontri perché da queste parti succede così. Parliamo di persone che, spesso, non hanno nulla ma quel poco che hanno lo mettono a disposizione dell'ospite, dello straniero. Un viaggiatore non ha molto per ricambiare, perché viaggiare richiede lo stretto indispensabile, però si sente il bisogno di donare, di restituire qualcosa e siccome loro sorridono a chiunque incontrino, anche per salutare, perché non parlano l'inglese, ho pensato che avrei ricambiato così, semplicemente sorridendo».

Dall'altro capo del telefono, la voce che ci giunge è quella di Pietro Franzese che, dopo aver pensato a questa avventura, l'ha realizzata, salendo su un aereo il 9 gennaio scorso, diretto lontano. Inizialmente avrebbe voluto pedalare a Taiwan, luogo ove permane ancora la millenaria cultura cinese antecedente alla rivoluzione comunista, poi, proprio durante una pedalata ha osservato bene tanto la propria bicicletta, quanto l'abbigliamento e, piano piano, si è fatto strada un altro progetto: una sorta di viaggio alle origini di quella stessa bicicletta, dei suoi copertoni, del telaio, ma anche delle scarpe, solo per fare qualche esempio, perché gran parte di quegli ingranaggi è lavorato in quelle terre. Allora quell'iniziale anello di circa mille chilometri a Taiwan, si è ampliato, comprendendo in ordine sparso, tra le altre località, Bangkok, Shenzhen, Hong Kong, Ho Chi Minh, l'antica Saigon, infine un volo verso Taiwan. Sono stati circa 5000 chilometri di viaggio, in totale, con il ritorno proprio in questi giorni, atterrando a Malpensa su un volo prenotato nel pieno del viaggio.

«Noi siamo abituati a vedere i copertoni su degli scaffali, ben ordinati, e nemmeno ci immaginiamo da dove provengano. A Bangkok si lavorano intrecciandoli manualmente, artigianalmente, reperendo in prima persona la materia prima e utilizzandola sapientemente. E i telai? A Taiwan, oltre ai semiconduttori, è antica la cultura dei telaisti. Vorrò vederli all'opera, di persona». Si pedala attraverso la terra rossastra della Cambogia, bruciata dal sole nelle stagioni estive, il verde scuro dei paesaggi Thailandesi e quello acceso del Vietnam. Si prosegue con nel naso la salsedine del Vietnam, le mille spezie cambogiane, dove gli abitanti offrono anche di assaggiare la carne di pipistrello, oltre ad altre mille specialità, ai visitatori, sino all'umidità che si appiccica addosso della Thailandia.

La costante resta il caos delle città e dei paesi: «Nessuno rispetta le regole: ho visto motorini con cinque persone a bordo, ho avuto timore anche io per la velocità dei mezzi in Vietnam, lì non si spostano, non si fermano e sfrecciano davvero a pochi centimetri da chi cammina o pedala. Pericoloso, troppo pericoloso purtroppo. In Thailandia si sta meglio economicamente e meno persone utilizzano la bicicletta, in Cambogia, invece, tantissimi pedalano, il Vietnam è, da questo punto di vista, una via di mezzo. La bicicletta è sempre una necessità, un bisogno per spostarsi, per lavorare». I ragazzini, invece, sono praticamente sempre in bicicletta e, altrettanto spesso, seguono i viaggiatori, fanno a gara con loro: a Pietro è accaduto proprio in Vietnam e sono rimasti alla sua ruota per più di venti chilometri.

Ha viaggiato leggero, Pietro, nonostante le diverse stagioni che ha attraversato: gli indumenti antipioggia sono sempre utili, mentre alla tenda rinuncerebbe volentieri, visto quanto poco costano le strutture ricettive. Ha tutta l'attrezzatura per filmare e fotografare, vorrebbe, forse, una giacca più pesante, magari con un cappuccio. A far male è la povertà, in particolare in Cambogia, «scene che non riesco nemmeno a raccontare, perché feriscono in maniera profonda», eppure in sottofondo resta sempre un senso di ospitalità, bellissimo e profondo, e una gentilezza che, per quanto si possa immaginare, è sempre di più: pensiamo a quella famiglia che ha ospitato a cena e per la nottata Pietro, che aveva solo chiesto di poter piantare la tenda nel retro del cortile di quel market. Non solo: ci viene in mente quella signora che in un supermercato molto caldo, vedendolo sudare, è andata a prendere un ventilatore, l'ha acceso e glielo ha avvicinato per rinfrescare l'ambiente, oppure quei giardinieri che Pietro ha aiutato a spostare un tronco e che loro hanno accompagnato in un ristorante già chiuso per pranzare, mentre la proprietaria gli lavava con il sapone la borraccia ormai sporca di terra, a causa di alcuni settori di sterrato. E ancora quei bambini che, mentre era fermo a riempire la stessa borraccia a una fontana, gli hanno donato diverse bottigliette d'acqua. In bocca il sapore del Fried Rice, un piatto tipico, molto buono, tanto che «mangerei solo quello», negli occhi ancora la bellezza di Angkor Wat, e il paesaggio tipico vietnamita, la costa e le salite, le colline a picco sul mare, le campagne ed i campi di riso, le strade secondarie e gli scorci da cartolina.

Un giorno, una riflessione, ripensando a quella frase che si sente spesso, su quanto viaggiare sia importante per combattere i pregiudizi: «Ero in una piazza di un paese sperduto e, all'improvviso, ho visto un monumento ai caduti della "guerra patriottica" per unificare il Vietnam. In quell'istante ho pensato che anche dietro casa mia c'è qualcosa di simile. Allo stesso modo, anche da noi ci sono chiese e la gente beve il caffè al mattino, nei bar, prima di andare al lavoro. Pure qui ci sono i baretti sulla spiaggia e così via. Mi ha fatto pensare, perché non siamo così diversi, perché, a ben guardare, tutto il mondo è paese. Le differenze ci sono, certo, ma sono belle e fanno bene. Solo bene». Nuovamente a casa da poche ore, è certo che tutte queste consapevolezze non se le scorderà facilmente.


Cinque amici e un'avventura in Marocco

La lunga strada, a tratti sterrata, che porta da Marrakech a Agadir, poco più di 850 chilometri e 13000 metri di dislivello, a tratti assume contorni alienanti e pare perdersi nel deserto roccioso che non si capisce dove inizi e dove finisca, mentre la destinazione resta sullo sfondo, quasi irraggiungibile. Il repentino cambio di paesaggio umbro è ormai troppo lontano. Qui il sole è bianco e pare quello anche il colore della solitudine dei ciclisti, mentre si incontrano davvero poche persone in bicicletta, talvolta qualche compagnia di ragazzini. In Italia, l'autunno sfuma nell'inverno, Lorenzo Sensi e i suoi amici, Alberto, Mattia, Andrea e Massimo, infatti, sono partiti tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre, ma in Marocco le temperature ricordano un tiepido maggio. Il viaggio è un'abitudine per loro, appena il lavoro molla la presa: almeno una volta all'anno partono assieme, cercano mete adrenaliniche, non usuali, le inventano, oppure le percorrono «al modo della tribù», ma a questo arriveremo presto.

Nell'autunno 2023 era il Rwanda, l'anno scorso il Marocco, sulla via dell'Atlas Mountain Race. «I quarant'anni hanno cambiato qualcosa. Hanno acceso il desiderio di sfruttare questo tempo perché, per quanto sembri lunghissimo, ma è limitato, come le esperienze che ciascuno può fare. Siamo dei "cani sciolti", senza bici all'ultimo grido, senza un fotografo professionista che ci segua, senza abbigliamento top di gamma e anche senza strutture prenotate. L'attitudine è questa ed è l'attitudine a lasciare una traccia in chi incontri. Così le persone si sentono accolte, al sicuro, e si uniscono a questo entusiasmo. Augh, in fondo, è nato in questo modo: due giorni immersi nella natura dell’Appennino Umbro, per pedalare su una traccia off-road, raggiungere il villaggio, piazzare la tenda, nutrirsi con buon cibo e fare festa». Ed ecco la tribù, non solo quella di Augh, ma quella di tutti coloro che si riconoscono in questa filosofia e montano in sella. Magari cercano su Komoot le tracce gratuite, caricate da questi amici, progettano un viaggio e partono insieme. Il Marocco, alla fine, è una possibilità da raccontare anche per questo.

Allora torniamo sulla strada e torniamo alla solitudine, lenita da pochi ma significativi incontri. L'arrivo a Marrakech avviene di notte: il tempo di montare le biciclette, a letto alle quattro, sveglia alle sette e via a pedalare, verso Taddart. C'è un signore, avvisato del loro arrivo, ad aspettarli sulla strada, ma dovrà attenderli circa due ore, perché il viaggio sarà più lungo di quanto programmato. «Ahmed, così si chiamava, si sarà chiesto dove eravamo finiti, ma al nostro arrivo non ci ha detto nulla. Era solo preoccupato per noi, ci ha preparato la cena e accolti in un piccolo albergo» . Qualche tempo dopo sarà un altro Ahmed a farli sentire a casa, a Tiouadou. Un ragazzo di soli ventotto anni, seduto con loro accanto al fuoco: era partito per studiare inglese all'università, a Casablanca e chissà quanto avrebbe potuto viaggiare quel ragazzo, quanti sogni avrebbe potuto realizzare, eppure è tornato al borgo. Suo zio era un importante politico locale, che ha molto aiutato l'economia della zona, mancato in un tragico incidente in moto e Ahmed ha sentito di dover tornare per continuare a realizzare quel progetto, per gestire la struttura ricettiva avviata, assieme al fratello. «Mentre il fuoco crepitava, lui ci insegnava a giocare a carte e anche qualche parola di arabo. Stavamo bene, eravamo felici e bastava questo incontro a farci sorridere». E ancora quel signore alle Oasi Aguinane che non parlava inglese e nemmeno italiano, ma aveva un figlio a Modena: così gli ha telefonato e la cena l'hanno ordinata al telefono, con una traduzione istantanea.

Nel ricordo di Taznakht sempre più vicino al deserto e lontano dai classici luoghi turistici, e la strada coloniale che dalle Oasi Aguinane, in discesa, si tuffa in un tramonto stupendo: solo cinque amici, una strada carrareccia, le rocce e uno strano senso di libertà. Sulla pelle il caldo, sino ai 35 gradi, e il lungo mare che accoglie la fine di questa avventura ad Agadir: «Avrebbe potuto essere Rimini, con qualche turista in infradito e un locale sul mare: abbiamo bevuto un boccale di birra fresca e brindato ad un'esperienza rara. E, dico la verità, mentre ne parlo penso a cosa potremmo organizzare il prossimo autunno».

Così il gruppetto di questi amici storici è tornato a casa, dopo giorni e giorni a progettare, organizzare la sera quel che avrebbe fatto il giorno successivo, dividendosi i compiti, in modo che ciascuno potesse fare quel che gli riusciva meglio, quello in cui più si sentiva a proprio agio, aiutandosi e sostenendosi. «Ero già stato in Marocco- spiega Lorenzo- ma alla velocità sbagliata, la bicicletta mi ha permesso di ritrovare il ritmo giusto per guardarmi attorno e per gustare ogni chilometro in più fatto perché frutto della nostra fatica, del nostro sacrificio. Il sapore viene anche da lì. Se, negli ultimi anni, ad Augh arrivano quattrocento iscrizioni in poche ore, crediamo sia anche per questo, per un reciproco riconoscersi in avventure che certamente non sono banali, ma nemmeno impossibili, però serve un poco di allenamento e tanta fantasia. Quelle avventure che, quando ci ripensi, ti dici: quanto bello è stato? E sorridi».


Torino-Adelaide: il viaggio di Andrea e Giacomo

«La realtà è che il momento giusto per partire, se si ponderano tutte le possibilità, non esiste. L'unica via, se davvero si vuole quella partenza, è creare quell'istante e andare, anche se, attorno a noi, non c'è nulla di perfetto». Parole di Andrea Incarbone, ventidue anni, che, domenica 21 aprile, è montato in sella alla sua bicicletta, uscendo dal garage della sua casa di Torino ed è partito, direzione Adelaide, direzione Australia. Sì, dall'altra parte del mondo e ci arriverà esattamente come ha messo piede fuori da casa, in bicicletta. Saranno circa 22000 chilometri, saranno circa undici mesi di viaggio, attraversando il pianeta. Due ombre: la sua e quella di Giacomo Perone, amico fin dai tempi degli Scout e di quel giro in bicicletta, diciotto giorni, fino a Palermo, dopo la fine della scuola, in estate. Andrea e Giacomo, entrambi facenti parte dell'associazione "Centoventuno". Da qualche parte, nelle loro menti giovani, c'era già l'idea di un altro viaggio, ben più lungo, non di giorni, ma di mesi, forse anni, attraverso i continenti. Ma il mondo è enorme e le situazioni che lo pervadono non sono governabili da due ragazzi: così, sì, sono arrivati a Capo Nord, dopo un mese e mezzo di pedalate, nel gelo, nel freddo, ma quel sogno originario non l'hanno mai iniziato per davvero. Almeno fino al 21 aprile, nonostante ancora oggi le cose non siano facili, o, forse, siano più difficili di sempre. Per lunghi giorni, l'entusiasmo è stato spento da ciò che è accaduto ultimamente in Iran: bisognava tracciare nuovamente una parte del percorso, passando dalla Turchia, dall'India, poi volando verso la Cambogia, il Vietnam e recuperando in quelle terre circa seimila chilometri, quasi cancellati dalla storia piombata su di loro. Non era questo ciò che avrebbero voluto. Poi, d'improvviso, qualcosa è tornato ad accendersi, una nuova soluzione: l'Himalaya, la Turchia, la Georgia, il Kazakistan, Nuova Delhi, l'India e via su quel tragitto.

Torino-Adelaide, in poche parole. Solo due a dire il vero. Torino perché è la città di casa, Adelaide perché è il punto più distante raggiungibile, togliendo la Nuova Zelanda, passando da Darwin e dal deserto australiano. Inoltre anche Adelaide ha qualcosa di familiare, perché proprio lì abitano dei parenti di Giacomo e arrivare, fermare le ruote ed i pedali della bicicletta, sarà, in un certo senso, tornare a casa prima di tornarci davvero. Si parte in primavera, l'unico modo per evitare la stagione delle piogge, si parte con il necessario, ben consapevoli che percorrere più di ventimila chilometri significa cambiare set-up della bicicletta più volte: «Immaginiamo tre macro aree: le attrezzature invernali le avremo con noi per la parte più fredda d'Europa, per i deserti freddi e per l'Himalaya. La prima cesura sarà Nuova Delhi, quando spediremo a casa tutto il materiale invernale, sarà un passo fondamentale in vista del deserto australiano dove avere le borse vuote sarà fondamentale per caricare più provviste possibili. Per il resto, fornellini, vestiario, attrezzi per aggiustare la bicicletta, tende, powerbank, attrezzature per riprendere, videocamere. Sarà abbastanza». La voglia di arrivare all'Himalaya è tanta, e preme, brucia, come il desiderio di vedere con i propri occhi l'India, un paese che spesso ci si immagina, da lontano, oppure la curiosità per il deserto australiano, eppure Andrea, ormai, sa qualcosa in più dell'essenza reale del verbo viaggiare per fermarsi alla scelta di un luogo, quando gli si chiede quale sia il punto del percorso cui maggiormente anela il suo animo: «Quando hai davanti mille chilometri, diecimila, ventimila, c'è sempre la tentazione di dire: "Quando arriverò lì, sarò felice". Come se quella fosse, per noi, la fine del mondo, il desiderio più bello da realizzare. Si potrebbe fare un elenco di luoghi che vogliamo raggiungere, ma non saranno mai quelli a fare davvero la differenza nel nostro viaggio. Mi spiego meglio: il senso del viaggio lo si incontra, per caso, in un qualunque posto, spesso in uno di quelli che nemmeno avevamo considerato, totalmente diversi ed inaspettati».
Questa visione è, senza dubbio, influenzata dall'aver conosciuto la bicicletta e dall'aver imparato, piano piano, tanti suoi segreti, a partire da quelli meccanici, soprattutto quanto spostarsi in bici possa cambiare la visione del mondo circostante: «Credo sia il mezzo che più si addice al viaggio degli esseri umani, uno strumento perfetto, sotto tutti gli aspetti. Ogni metro è una conquista perché si fa affidamento solo sulla propria persona, ci si suda, letteralmente, ogni traguardo. In più, si è messi a diretto contatto con l'esterno, con l'ambiente, non rinchiusi in un abitacolo, non protetti in una bolla di comodità. L'essere esposti alla scomodità è un pungolo che permette di imparare, di essere reattivi agli stimoli». Cosa sia esattamente viaggiare in bicicletta è difficile da dire, anche per Andrea, ma un qualcosa, proprio nei ricordi del viaggio in Sicilia, ci va vicino. Giacomo era già tornato a casa, Andrea era rimasto sull'isola un'altra settimana, a pedalare in solitaria e, in queste pedalate, aveva incontrato un ragazzo con cui si era fermato a chiacchierare per diverso tempo, condividendo riflessioni. Era stato lui a dirgli: «Andare in bicicletta è come pregare». «Di biciclette un poco me ne intendo, non posso dire lo stesso della fede, ma il ritmo che la bici imprime alle mie giornate, la sua ritualità, la capacità di ricollegarmi con me stesso, di farmi concentrare, mi fa pensare che quel ragazzo avesse ragione».

Viaggiare in compagnia è difficile, Andrea lo ammette ben presto: questione di abitudini da rendere omogenee, di attimi di stanchezza ed energia da "mettere d'accordo", di condivisione totale di ogni momento. Da soli, si conoscono più persone, si è più aperti al circostante, agli incontri, ma, allo stesso tempo, ci si priva di una grande opportunità: «La felicità va condivisa, va diffusa, anche quella per gli attimi minuscoli che, talvolta, riempiono le nostre giornate. Anche quando siamo arrivati a Capo Nord: avrei voluto telefonare a casa, alla mia famiglia, ai miei amici, per descrivere quel che vivevo e vedevo. Giacomo era con me, non dovevo spiegare nulla, provavamo assieme le stesse cose, bastava questo per ripagare la fatica».
Allora il 21 aprile, la partenza è stata un modo per chiudere dei cerchi, come sarà tutto questo viaggio: l'idea di Andrea e Giacomo è di trovare un'associazione per la ricerca contro il tumore al seno, lo stesso che, purtroppo, ha portato via la madre di Incarbone in pochi mesi. Sarà questa la spinta per proseguire la pedalata anche nei momenti più difficili: un progetto più grande di loro, che li terrà assieme per undici mesi o forse di più. Da Torino ad Adelaide. Ma questo l'abbiamo già detto.


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