Di Latifa e della bicicletta che la porterà in Marocco

«Se penso al Marocco, penso a qualcosa di speciale, ma, se penso a casa, penso all'Abruzzo. Qui c'è l'aria che ho sempre respirato, l'acqua che bevo tutti i giorni e la Maiella da guardare da lontano, da ogni prospettiva. Il Marocco è la mia radice, la mia origine. È menta, zafferano e cannella, l'ocra delle sue città, il rosso, le montagne innevate, l'azzurro del mare oppure il blu di Chefchaouen, una città in cui ogni casa, ogni porta, ogni finestra è blu. Il Marocco è il mio nome arabo e il mio cognome che sa di un'altra terra». Latifa Benharara dice così, lei che è nata e cresciuta a Sulmona da genitori di Casablanca. Latifa che è giornalista, dipinge, viaggia molto, scrive ancor di più ed è direttore di corsa. Una specie di missione quest'ultima perché c'è un dovere di restituzione nelle cose che accadono. La bicicletta è una parte importante del suo mondo «ma senza sicurezza la bicicletta è un'immagine che sfuma sullo sfondo, cosa faranno i bambini di domani, cosa faranno i giovani di oggi? La sicurezza viene prima di tutto, nelle gare e fuori. Mettersi a disposizione della sicurezza significa mettersi a disposizione delle biciclette. Quelle di oggi e quelle di domani».
Italia e Marocco, due culture, tanta strada in mezzo e molto altro. Un giorno, in bicicletta, Latifa ci ha pensato: «E se potessi arrivare a Casablanca in bicicletta? Se potessi sentire la musica di quella città, le sue persone e le sue spezie dopo aver pedalato da casa fino a lì? Come sarebbe tutto questo?». Quando Latifa era ancora bambina, i suoi genitori lavoravano ai mercati generali e avevano un furgone che in estate diventava un camper e, in tre giorni, li portava in Marocco. Più di 3000 chilometri, ora come allora. Oggi, però, quei chilometri Latifa Benharara li percorrerà in bicicletta, attraverso strade secondarie, attraverso quattro nazioni. Poi andrà oltre, fino alle porte del deserto per altri mille chilometri, fino alle porte del Sahara. Circa cento chilometri al giorno, circa 40 giorni. Si chiama "From Maiella to Sahara Bikelife Experience".
«In alcuni stati arabi andare in bicicletta può essere un problema per una donna e questo non è giusto. Non solo lì però. Per altre ragioni accade spesso che una donna non si senta a proprio agio in sella o in un viaggio da sola. Si tratta della società. Sono stata in Nepal, in India, in Cina, con uno zaino sulle spalle e tanti passi nelle mie scarpe. Le donne hanno voglia di avventura, di fatica, di scoperta e per tutto questo hanno molto più coraggio che paura. Penso ad Alfonsina Strada, penso a tutto il tempo che è passato, alle cose che sono cambiate e a quelle che ancora devono cambiare. Lo dobbiamo a persone come Alfonsina e a noi stesse». Quattromila chilometri e la bicicletta che unisce incontro e comprensione: attraverso il sudore, il far fatica, si diventa tutti più aperti a capire. La fatica permette di capire, mette in ascolto. E quando si è in mezzo alla natura questo ascolto è amplificato, fuori da ogni schema sociale.
«Avete mai fatto caso al rapporto che hanno i bambini con la bicicletta? Sembrano intendersi senza bisogno di spiegarsi, anche se cadono e si sbucciano le ginocchia. Non hanno paura. Ricordo il giorno in cui insegnai a una bambina l'equilibrio delle due ruote; ricordo come rideva, come mi abbracciava. Come io abbracciavo lei. Credo sia una sorta di istinto». Così, quel viaggio ora non riguarda più lei sola, ma tutte le persone che ci credono e chi vorrà provare ad affiancarla per qualche chilometro perché «chi non conosci e incontri per caso è spesso prezioso. Non bisogna temere chi non si conosce, semmai bisogna aver voglia di conoscere».
Poi ci saranno le offerte che chiunque potrà fare e serviranno a quel futuro della bicicletta, ai bambini che stanno imparando a pedalare e a quelli che immaginano una bicicletta nel loro lavoro: «La realtà è che ci sono famiglie che non possono permettersi di comprare una bicicletta ai loro figli, che non possono mandarli a una scuola di ciclismo. Serve una possibilità per loro, un'altra possibilità». Strada, strada, strada e ancora strada e una voce che si increspa, quella di Latifa che pensa ai genitori: «Forse questo viaggio ricambierà un poco tutto ciò che loro fanno e hanno fatto per noi. I loro sacrifici. Vorrei accadesse. Anche per questo non ho paura, anche per questo ho imparato a essere coraggiosa. E il coraggio ha a che vedere con il bene, con la passione». Di tutte le cose che vorremmo dire, ora bisogna dirne solo una. A voce alta: "Buon viaggio". Lì c'è tutto.


A proprio agio

Si può pedalare anche da soli ed è ugualmente bello, ma si sta meglio quando si sa che, volendo, si può fare una telefonata e qualcuno è pronto a mettere scarpini e casco, scendere in garage, prendere la bicicletta e arrivare. Valeria Zappacosta ci ha pensato proprio mentre andava ad incontrare una sua amica, proveniente dal Veneto, in Abruzzo per qualche settimana in estate. «Credo che la possibilità di quella telefonata, di quel messaggio per dire "vieni via con me", sia importante, anche se poi si sceglie di andare da sole. Certe volte sono le possibilità che ti fanno partire. Anche nel più piccolo dei paesi c'è sicuramente qualcuno con lo stesso nostro desiderio di scendere in garage, salire in sella e andare. Qualcuno che, magari, non parte nemmeno, perché si sente solo o per altri motivi».

Valeria ha la certezza che questa sensazione riguarda tutti e ha riguardato tutti almeno una volta. Ha pensato che, forse, riguarda ancora di più le donne perché le è capitato, purtroppo, di sentire dire che «il ciclismo è uno sport maschile» e, ancora prima, le è capitato di essere in sella, da sola, e sentirsi dire che «quella salita è complessa, quel giro è troppo lungo, dovresti farlo in compagnia». Altre parole sbagliate, dette senza alcuna attenzione, gliele hanno raccontate. «Sai il bisogno primario che tutti abbiamo? Essere ascoltati ed essere ascoltati davvero, non per abitudine o perché non se ne può fare a meno. Essere ascoltati e sapere che gli altri si ricordano ciò che hai detto, si ricordano come ti senti, come ti sei sentito oppure ciò che ti fa paura, ciò che non vorresti. Ho scoperto che la bicicletta è il mezzo ideale per ascoltare».
“Pedale Rosa” è quella possibilità di una telefonata e di una pedalata assieme, quando si capita nel paese di quella ragazza che si è conosciuta solo perché va in bicicletta come te. In realtà una definizione vera e propria non c'è, «perché è sbagliato etichettare qualcosa solo con ciò che rappresenta per te, impedendo agli altri di riconoscersi. Per ciascuna quella possibilità è qualcosa di diverso e rappresenta qualcosa di diverso». Per esempio, c'è chi in sella non saliva perché non si sentiva apposto con il proprio fisico e con tutte quelle parole sbagliate si era convinta che davvero non stesse bene in bicicletta. Poi ci è salita, quest'anno, durante il Giro d'Italia e, dopo qualche attimo, ha capito che, in realtà, lei in sella stava bene, soprattutto che si sentiva bene.
Monica Marucco fa parte di questo gruppo e a quel "sentirsi bene" offre una propria risposta: «Significa sentirsi a proprio agio e, anche se non lo ammettiamo, come esseri umani spesso ci sentiamo a disagio nelle situazioni quotidiane. Trovare qualcosa che ci fa sentire davvero a nostro agio è un buon rimedio perché alleggerisce anche le altre situazioni. La bicicletta è questo, la bicicletta può essere questo». Si trova ciò che fa stare bene e poi si cercano le persone con cui condividerlo. «Sì, perché una parte dell'essere a proprio agio dipende anche dall'essere messi a proprio agio. In sella, questo passa dal condividere un ritmo, una velocità, un modo di intendere la bicicletta». C'è chi partecipa a gare, chi a Granfondo e chi, semplicemente, sta scoprendo il piacere di arrivare in un luogo solo con le proprie forze, quel piacere e quella fatica che rendono più importanti i luoghi, più forti i ricordi. Qualcosa che rende orgogliose di quel gesto e di ogni piccolo passo avanti.

Già, perché in bicicletta, alla fine, si viaggia. Latifa, un'altra ragazza che ha cercato la possibilità di quella telefonata, di quel "vengo anche io" ne ha parlato proprio con Valeria. «Era un desiderio, dapprima, ora è un progetto perché ha iniziato a studiarlo. Vorrebbe pedalare dall'Italia sino al Marocco, per unire la sua terra d'origine e quella in cui vive. Due forme diverse del suo presente, perché la terra in cui nasci resta sempre». Latifa farà questo viaggio e due culture si incontreranno. In Italia farà questo viaggio affiancata dalle cicliste che di questo gruppo fanno parte. Questo fa pensare.
Perché, ad oggi, i mezzi per "connettersi", ovvero per incontrarsi, sono molti, altamente tecnologici, in grado di mettere in contatto molte persone, eppure una delle connessioni che tutti conosciamo si riconduce alla bicicletta «che è un mezzo antico, sempre uguale nelle proprie linee base, seppur proiettata nel futuro» continua Monica. Se la domanda è perché, la risposta è puntuale: «Perché permette un incontro reale, perché il gruppo che forma è reale, non solo virtuale. Reale anche se le persone vivono a molti chilometri di distanza perché prima o poi ci si conosce». E la conoscenza che si fa in bicicletta è particolare perché toglie molte sovrastrutture, apre al racconto della propria persona anche dopo un semplice saluto e soprattutto restringe lo spazio per il giudizio.
«Sì, perché, se ci si fa caso, in bicicletta si tende a focalizzare l'attenzione sul miglioramento- spiega Valeria- su ciò che è cambiato in meglio rispetto alla volta precedente. Fosse anche solo un dettaglio. Non è poco». Così, per incontrarsi, si possono percorrere anche trecento chilometri e cambiare paese, città, regione, anche da sole, senza un motivo preciso perché, ci dice Monica, «quando fai tue alcune consapevolezze, quelle che ti portano a concentrarti su quello che sei e che vuoi o non vuoi fare, il resto passa in secondo piano, non sprechi tempo perché sai che il tempo in bicicletta è prezioso. Non per forza per andare più veloci degli altri e arrivare prima. Si può anche andare lentamente. Importante è il tempo in cui, grazie alla bicicletta, ti senti meglio. E non vedi l'ora di ripartire».


La strada non finisce qui

Emanuele Mei è un collega, un giornalista. Uno di quei giornalisti che sono stati in Ucraina a raccontare la guerra e poi ai confini, ai valichi, mentre le persone cercavano di fuggire, di scappare. Non era la prima volta, Emanuele è stato anche in Bosnia e in quei luoghi, quelli tormentati dalla guerra, ha fatto proprio, ancora di più, ancora meglio, il significato del termine conoscere: «Conoscere una persona- ci dice- non significa solo incontrarla. Incontrare qualcuno è importante, conoscere è altro. Significa accettare di condividere una parte di realtà con chi incontri, per quanto sia difficile, per quanto sia una realtà che non ci piace». Quella realtà, talvolta, è tale da togliere i colori, da lasciare tutto indistinto, tutto uguale.

«Se sono partito in bicicletta verso Capo Nord è stato anche perché ho iniziato a vedere tutto in bianco e nero. Anzi, mi correggo, magari fosse stato bianco e nero, ci sarebbe stata una cesura, un taglio, una differenza. Era tutto grigio, tutto uguale e grigio. Quando vivi certe esperienze accade». Per riappropriarsi di quei colori ha scelto Capo Nord perché è l'immagine di ciò che va oltre il limite, oltre quel limite che, in un viaggio, cambia di volta in volta, che si sposta, si allontana o si avvicina a seconda di dove sei, di come stai, di cosa pensi e cosa sogni. Capo Nord resta, per dirla con le parole di Emanuele Mei, «lontano, un luogo che richiede uno sforzo importante , fisico e mentale», un luogo che, una volta raggiunto, in un viaggio così, non può che cambiare qualcosa in te.
Per ritrovare quei colori ha scelto le strade meno conosciute, spesso off road, la stagione sbagliata, è partito il primo agosto ed è arrivato ieri, il 5 novembre, dopo 64 tappe e 5800 chilometri. Ha scelto la bicicletta: «La amo, la amo profondamente. A volte la butterei via, in un burrone, da qualche parte pur di non vederla. E lì so che la amo. Perché quando ami forte, odi anche un poco. Un filo sottile, sottilissimo». Ha scelto tutto questo, si è preparato e poi è partito, dalla Liguria.

La bicicletta è stato un mezzo, lo dice ora, sdraiato su un letto, dopo tempo, dopo che ieri all'arrivo ha montato una tenda in mezzo a una bufera di vento, dopo aver visto quel globo che, solo cinquecento metri prima, sembra non esistere, non esserci, coperto, nascosto. «Quella tenda l'ho montata anche in Svezia, l'ho montata in luoghi in cui avevo visto tracce di lupi, impronte di orsi. L'ho montata in giorni di pioggia che si susseguivano senza fine, anche quando mi chiedevo solo: "Ora come faccio? Come si va avanti? Se non arrivassi?". Sono arrivato e di questo viaggio, all'esterno, non resterà nulla o quasi, ma dentro di me niente è come prima. A me interessa questo».
Si parla di tutte le volte in cui, da solo, ha parlato con quella bicicletta, le ha detto di tutto e di più e non gli interessavano risposte, gli interessava poter raccontare, chiedere, interrogarsi. Talvolta dire quanto era bello pedalare, in Germania, ad esempio, che “sembra Fantasilandia”, talvolta dire quanto era difficile. Anche in Lapponia, anche con la brina e il ghiaccio in ogni dove, anche sul manubrio, sulla sella. «La Scandinavia, su una carta geografica, sembra piccola, un puntino, un pezzetto, a nord: in realtà non finisce mai. Forse non ho avuto paura, non direi così, credo che la paura sia riservata ad altre cose, più grandi, ma dubbi ne ho avuti, domande anche, e con tutto questo ho individuato un altro limite da superare, dentro di me, non geografico, ma interiore».
Proprio perché i limiti si spostano e cambiano di volta in volta, dopo aver visto Capo Nord, dopo essere arrivato così lontano, la domanda gli è venuta spontanea: «E adesso?». Beh, Emanuele Mei ha riflettuto e in questi giorni continuerà a pensare, come ha fatto in viaggio, tutte le volte in cui si è fermato per scrivere, per esteriorizzare qualcosa che aveva interiorizzato, e di risposte, probabilmente, ne troverà ancora molte, diverse. A noi piace lasciarvi con la sua prima risposta, quella che si è dato sotto quel vento che ieri scuoteva tutto: «La strada non finisce qui. La strada non finisce a Capo Nord».


La Ciclovia Parchi di Sicilia nel racconto di Giovanni Visconti

I colori sono, in fondo, tutto ciò che serve per descrivere la Ciclovia Parchi di Sicilia. Il nero della terra, della sabbia, nei pressi dell'Etna, il bianco dell'Alcantara, con l'estate che è rimasta e l'erba che ingiallisce, il verde dei Nebrodi, con lo sterrato marrone e le pietre, e il colore tipico dello sterrato toscano delle Madonie da dove si intravede il mare. Ne parla così Giovanni Visconti che, assieme a Filippo Fiorelli e Paolo Alberati, ha percorso quei trecentocinquanta chilometri in quattro tappe, a fine ottobre e, oggi, ritornerebbe lì, in quella Sicilia che sente sua. «Quando ti dico che la Sicilia è stata il mio sacrificio intendo questo. Non l'ho mai conosciuta come avrei dovuto, voluto. Da ragazzo, forse, non vi ho trovato ciò che mi sarebbe servito per diventare ciclista, è stato tutto più difficile, mi è servito molto più impegno per farcela. Però, oggi, lo so: posso dire che se sono diventato ciclista è anche grazie a questa terra. Alla voglia di farcela che mi ha trasmesso». Ci pensava mentre pedalava a Piano Battaglia, pensava a tutte le volte che da ragazzino aveva percorso quella strada per allenarsi, insieme a suo padre, e a come la ricordava, o meglio, a come non la ricordava perché di quella strada era rimasta solo la fatica, il brutto tempo, il freddo, invece questa volta ha visto di più, ha visto quello che è realmente quel paese.

«Siamo partiti da Giardini Naxos e avevamo uno zaino per uno, niente più. Negli alberghi ci guardavano in modo strano, quasi fosse impossibile viaggiare così. Eppure ci è bastato quel poco. Per una vacanza con amici basti tu stesso, la mente sgombra da pensieri e l'idea di divertirsi. Per una vacanza fra amici basta l'idea di uscire dagli schemi. Schemi che la società mostra e noi ci imponiamo». Uscire dagli schemi anche durante un viaggio, ovvero non avere fretta di arrivare, di visitare, di vedere, di guardare o, più semplicemente, di viaggiare. «Significa fermarsi a pranzo e gustarsi il cibo, i sapori, i profumi, significa guardarsi attorno e non temere di allungare la strada per visitare un paese che appare in lontananza. Noi lo abbiamo fatto con Geraci e Gangi e per me sono state scoperte. Significa abbandonare per un poco tutti i programmi che facciamo e che ci condizionano la quotidianità. Significa che è possibile arrivare in albergo col buio, facendo attenzione, certo, ma si può cenare tardi e non cambia nulla. Anche il buio può essere un momento bellissimo in gravel. La domanda deve essere: mi sono goduto il viaggio? Se la risposta è sì, il resto conta poco».
Godersi il viaggio vuol anche dire guardare fuori dalle finestre dei luoghi in cui si è e notare ciò che si può osservare, abitudine che si è persa, ma le finestre sono fatte per guardare fuori: quel treno ad un unico vagone e quella ferrovia non lontano dall'Etna. «Lungo la Ciclovia Parchi di Sicilia, in bicicletta, ho parlato spesso con Filippo Fiorelli di questa terra. Lui c'è cresciuto, lui la conosce bene. Mi ha parlato di luoghi che poi abbiamo incontrato e di quel carretto siciliano che si sta facendo costruire, qualcosa di personale. Ecco quel carretto parlerà della sua Sicilia, credo sia una bella usanza. Ogni carretto racconta un pezzetto di Sicilia e basta pensare al giallo e all'arancione per immaginare parti di quest'isola».

In bicicletta Giovanni Visconti ha scoperto che vicino all'Etna, a 1200 metri, crescono funghi, anche bei porcini, una sua passione da sempre che, però, non pensava proprio di ritrovare qui. Qualcosa che ricorda questo autunno che tarda ad arrivare mentre attorno il colore dominante è ancora il verde che fa da contrasto allo sterrato.
«A Taormina mi sono dovuto fermare a fotografare i prodotti di un fruttivendolo. Erano perfetti in quella cornice, stavano bene, donavano alla cornice. Il gravel, vissuto così, permette di vedere anche questo: nei paesaggi più belli che ci troviamo di fronte ci sono sempre tanti particolari che non scorgiamo, perdendoci nel tutto. Una bicicletta, con la sua fatica e i suoi tempi, ti sfida a notare i particolari, anche quelli che nessuno considera».
Talvolta ci si ferma a parlare con chi si incontra o con i propri compagni di viaggio e si scopre che aprirsi fa meno paura. Si è meno riservati in sella, anche si tratta di parlare di un problema: «A me è successo con Paolo Alberati. Ho sempre provato un certo fastidio, un certo disagio, nel raccontare le mie cose, le mie riflessioni, con Paolo è diverso. Credo abbia a che fare anche con la bicicletta, con la sensazione di parlare liberamente che restituisce».
Resta ancora il pistacchio di Bronte, una sorta di sfondo di questo viaggio, la "manna", un dolce tipico, fatto a bastoncini, ma anche il gelato e i panettoni esposti per strada, perché chiunque possa assaggiarli. E con tutto quello che resta viene proprio da pensare che, prima o poi, bisogna tornare a pedalare in Sicilia. Visconti lo dice: «Amunì, chi sta aspittànnu?».


Il Festival del ciclismo lento

«Se mi guardo indietro, trovo i miei fallimenti. Fallisco spesso, come tanti, come i più. Ma, alla fine, con queste sconfitte cosa si può fare? Ho deciso di capovolgere la prospettiva e, con queste perdite, gioco, rido». Guido Foddis, giornalista, se ne intende di prospettive capovolte, pensate ad esempio al “Festival del ciclista lento”, da lui ideato, che si svolgerà, quest'anno, dal 28 al 30 ottobre a Ferrara. In una sua canzone, Foddis scrive: «Beati gli ultimi che la vita san goder». Questa è la filosofia del Festival: il primo, l'unico, non dedicato a chi va veloce, ai campioni e alle imprese nel senso classico del termine, ma alla lentezza.
«I più non riuscirebbero a fare le imprese dei ciclisti professionisti. In parte non ci riuscirebbero, in parte non ne sono nemmeno interessati. Però andare in bicicletta è anche per loro, per chi in bici va a prendere il pane e non è per nulla allenato. Negli anni quaranta, cinquanta, questa lentezza era riconosciuta con bonomia, alla lentezza si voleva anche bene. Serena Malabrocca me lo ha detto: “Mio nonno, andando piano, ha comprato casa”. E Malabrocca era un buon ciclista. Ma nella lentezza ha trovato la sua dimensione». Foddis ha letto e conosciuto Marco Pastonesi che, nel ciclismo, ha raccontato gli ultimi più dei primi, quasi fossero la sua squadra, il suo gruppo, e con Marco Pastonesi vive e racconta questa bellezza.

«Spesso la società ci porta a porre traguardi irraggiungibili o, anche se raggiungibili, fonte di poca soddisfazione perché poi non resta nulla. Forse non è davvero questo quello che si vuole. Ma ci si abitua, ci si adegua. L’ultimo, nel ciclismo fra amici, è colui che si sfila, che gode il paesaggio, che può assaggiare il cibo del luogo perché non ha fretta, è tranquillo, non deve rincorrere nessuno e, prima o poi, arriverà anche lui». Il “Festival del ciclista lento” capovolge le clsssifiche e i criteri: il primo è colui che va più lento, l’ultimo il più veloce. Ma andare lenti non è scontato, non è semplice. Bisogna allenarsi. Anche perché le prove sono molte: per esempio il record dell’ora al contrario. Chi farà meno chilometri, meno metri, in un’ora? L’anno scorso Davide Formolo e Maria Vittoria Sperotto hanno percorso 918 metri in sessanta minuti. Il dettaglio non da poco è che sulle bici utilizzate non ci sono freni.

«È difficile. Ognuno ha la sua tecnica. Sperotto riusciva ad andare pianissimo senza trucchi, Formolo frenava col collo del piede. Gilberto Simoni, per andare piano, “pinzava” la ruota con i guantini, fino a che i guanti non si sono consumati. C’è acido lattico anche nell’andare piano». La prima a stabilire questo record di lentezza è stata Serena Malabrocca. Memorabile è la volta in cui lo stabilì Bruno Zanoni, gregario di Baronchelli. «Quando seppe che Gibí aveva fatto questa prova, mi disse: “Un gregario non può essere più veloce del proprio capitano. Vengo anche io. Si allenó, riuscì a fare il record e fece talmente tanta fatica che finì in ospedale. Ma è ancora orgoglioso di quel giorno».
Si possono percorrere cinque chilometri in cinque ore e, per andare lentissimi, bisogna sforzarsi a tal punto che si arriva sempre in ritardo rispetto all’orario previsto, qualcuno perde il treno per tornare a casa, ma al “Festival del ciclista lento” bisogna metterlo in conto. «Di certo c’è che si divertono anche i campioni, anche se non riescono ad andare piano. Si divertono perché riscoprono il gioco, ridono di gusto, si sentono persone a tutto tondo, non solo atleti, non solo campioni».
E le biciclette migliori non sono quelle in carbonio ma quelle in acciaio, archeologia del ciclismo, prezioso perché figlio dei tempi, perché più pesante e quindi ideale per rallentare. «Giochiamo, giochiamo assieme e ridiamo di ciò che non siamo capaci di fare. Troviamo il sapore delle cose, di quelle che, a forza di correre, di voler essere primi e perfetti, abbiamo perso il ricordo”. Ferrara è lì per ritrovarlo quel gusto. Lentamente.


Una flotta di Cargo Bike a Milano

Solo le idee possono cambiare le cose e quella che ci racconta Davide Branca è un'idea che ha molto a che vedere con il cambiamento. Proprio nella sua città, a Milano che, a breve, potrebbe avere una "flotta di Cargo Bike", la “Solar Vibes Cargo Flotta”, a disposizione di tutti, in quattro punti della città. Ma andiamo con ordine. Si parla di cargo bike, un mezzo che Davide ha incrociato per la prima volta a Copenaghen, circa quindici anni fa. Lo ha guardato, fissato, scrutato e ne è rimasto affascinato. Non solo lui, in realtà, perché chiunque veda una cargo bike in città la segue con gli occhi per qualche istante. «Credo che molte persone vorrebbero averne una. Però non è così facile: in parte per una questione di costi ed in parte per una questione di spazi. Il nostro progetto nasce da qui». Il progetto di cui vogliamo parlarvi è una scelta che unisce questo aspetto, il desiderio di possedere una cargo bike e la difficoltà, per molti, di averla. Un desiderio che ha il suo centro in questo fascino.
«Una cargo bike è una bicicletta particolare, una bicicletta che si adatta alle esigenze di ciascuno. Come se venisse incontro alle persone che la scelgono. Dalla posizione e dalla grandezza dei carrelli a molto altro: alla possibilità di avere un impianto audio, dei pannelli solari. La cargo bike si trasforma e trasforma. Questa è la sua forza, la sua bellezza».
Il crowdfounding che inizia in questi minuti, mentre le cargo bike stanno sfilando per le vie della città, vuole permettere a questa bellezza di esprimersi liberamente. «Pensate a una città, Milano, con una flotta sperimentale di cargo bike dotate di impianto stereo autonomo e alimentato da pannelli solari. Una flotta a disposizione di tutti, in condivisione, con punti di incontro in quattro luoghi della città: in cui prenderle, viaggiarci, riconsegnarle e lasciare che altri, con lo stesso desiderio, possano usufruirne. Pensate a quanto sarebbe bello». Da oggi ci sono 45 giorni per realizzare questa possibilità: se il crowdfounding riuscirà a raccogliere 14000 euro, il Comune di Milano colmerà la parte mancante, circa il doppio, e non ci saranno più condizionali. Quelle biciclette saranno vicine, più vicine, a chi vorrà usufruirne.

«Mi immagino cargo bike utilizzate per portare i bambini a scuola, mi immagino chi li vedrà passare, la sensazione che proverà. Si tratta di qualcosa che riguarda tutti, un respiro profondo, un sentirsi ancor più vivi. Penso a chi potrà recarsi in luoghi della città difficili da raggiungere in auto, scoprirli, e portare lì tutto ciò che vorrebbe. Magari due chitarre per suonare in un parco, per dare vita a un evento dove ci si possa incontrare e scoprire un'altra forma della città». Già perché la parola chiave è trasformare, cambiare e nulla più di una bicicletta declina questa possibilità. Davide Branca lo dice sempre e, mentre ne parla, le parole diventano più dense, più veloci, come quando si crede molto a qualcosa.
«Parlando di una bicicletta parliamo sempre dell'aspetto di sostenibilità totale rispetto all'ambiente, della nostra salute perché pedalare fa stare bene. Mi sento di aggiungere, però, che c'è molto altro. Non solo la bicicletta ci fa stare bene, ci fa anche sentire bene, felici o più felici per le endorfine che questa attività libera in noi. Sapete perché? Perché in bicicletta cambiamo il nostro rapporto con la città, anche con una città in cui domina la frenesia come Milano. La conosciamo, la conosciamo davvero. Senza lo schermo di un vetro, senza essere schermati in un altrove, quello dell'auto. Conoscere la città significa non solo conoscere i suoi luoghi, i suoi parchi, la sua natura, non solo scoprire luoghi che ci sono, sono vicini, ma spesso ignorati, non solo prendersi cura di questi luoghi, viverli e farli rivivere. Raccontarli, magari. Significa sentire le esigenze della città in cui vivi, comprendere le domande che pone, conoscere i problemi che ci sono e essere concretamente interessati a risolverli». La città così si umanizza, riconosce altri ritmi, li fa propri, lascia spazio, fa spazio. E l'essere umano ha la possibilità di realizzare quella parte di creatività che da sempre ricerca.
«La bicicletta, qualunque bicicletta e anche la cargo bike, permette di disegnare le proprie traiettorie nella città. Di scegliere i luoghi in cui pedalare in primavera, in estate, in inverno ed in autunno. Di scegliere i colori che si vogliono vedere e il posto migliore per osservarli. Quasi fossimo costruttori di quella città, pittori di quella natura. L'essere umano ha bisogno di questa creatività, la bicicletta gliela consegna».
Quarantacinque giorni in cui c'è tutta la possibilità per ampliare quella creatività. Ancora una volta. Ancora un poco.
Maggiori informazioni: https://www.produzionidalbasso.com/.../solar-vibes-cargo.../


Quello di Sisa Vottero non è solo un viaggio

Mentre Elisa Vottero pedalava verso la Cappadocia, anche suo padre era in bicicletta, in Sardegna, per fare il giro dell'isola. Ad un certo punto, un messaggio, poi un altro e, alla fine, una chiamata: «Mio papà era arrivato e stava piangendo. So cosa si prova, so cosa si sente quando, dopo tanto tempo, arrivi nel luogo che ti eri immaginato. Si può piangere, urlare, gridare, ridere di gusto. Bisogna farlo, ovunque, anche in mezzo a una piazza piena di gente. Credo sia sbagliato nascondere quello che si sta provando. Noi siamo fatti di questo». Così Elisa, ma tutti la chiamano "Sisa", ha chiuso quella telefonata. «Ci sentiamo dopo» ha detto e, poco dopo, suo padre l'ha richiamata. «Buon viaggio, fai attenzione!». È felice Sisa perché lei e papà hanno provato la stessa cosa, seppur a distanza di molti chilometri. Come continuare a diventare padre e figlia, sempre più, attraverso la condivisione di un momento.
Elisa Vottero è partita da Trieste il 6 ottobre e arriverà in Cappadocia a fine mese. È partita da sola e ogni giorno ha tanta paura quanto coraggio, però in quella scelta, nell'essere in viaggio da soli, continua a credere, in ogni autunno in cui prende la bicicletta e va. «Forse ho bisogno di fare i conti con le mie mancanze, quelle che, prima o poi, viviamo tutti, di sentirmi viva, capace di farcela anche da sola. Forse è la voglia di fare qualcosa che sia solo mio, più o meno importante, ma costruito da me. Forse è quel sogno di poterlo raccontare un domani ai miei figli e di dire loro di andare, di viaggiare, di scoprire, anche quando la gente proverà a spaventarli, a dire che sono folli, che da soli non si può». Lei sarà lì in quei giorni e non dirà nulla, solo: «Posso venire con voi?» e, mentre partiranno, allontanandosi da casa, dirà anche lei quel "fate attenzione" di suo padre. Poi li guarderà andare e li penserà.
Ora è in Montenegro, ha visto i tramonti infuocati di una Croazia accesa accanto al mare, ha sentito malinconia in Bosnia, negli sguardi tristi e nel desiderio di andare, e ha scoperto che in Montenegro si parla italiano e, quando dici che sei di Torino, ti chiedono subito se sei tifoso della Juventus. Negli ostelli si è sentita ancora ragazzina e allo stesso tempo donna, per la voglia di condividere una stanza, per le parole che escono libere e tutte le cose che si fanno in adolescenza, ma anche la voglia di stare sola, a sera, di riguardare le foto, di ripensare e, poi, di scrivere qualche riga su un foglio per ricordare come ci si sente. «Non ci sarà nessuno a cui potrò chiedere: "Ti ricordi come eravamo felici quella sera?". Per questo devo fare più attenzione, devo ricordare meglio e di più. Non posso perdere nulla». Tra l'latro, continua Sisa, fosse stata in compagnia non ci sarebbero state tante cose: quel momento di commozione, qualche minuto prima, mentre una ragazza suonava il violino, i sorrisi alle persone che incontra, giusto qualche parola, e, forse, nemmeno questa telefonata mentre fuori comincia a farsi buio.

In Croazia, diverse donne, diverse ragazze, le hanno detto che dovrebbe pensarci, forse tornare indietro, perché è un viaggio troppo lungo per essere soli. Lei ha risposto così: «Tu conosci bene questa terra, benissimo, non ho dubbi. Ma fuori da qui, quanto conosci? Quanto conosciamo fuori dalla nostra città? Forse giudichiamo molto perché conosciamo troppo poco e se conosci poco, poi, giudichi».

Il resto è una questione di energia, di energie. Qualcosa che arriva dalla terra, come dalle persone. Qualcosa difficile da raccordare con la mente. «Forse per proteggerti, ma la mente dice un sacco di bugie. Ti blocca, ti ferma. C'è un parte, invece, che è libera: io la chiamo energia ma si può chiamare in molti modi. Non dico di non ascoltare la mente o di sfidarla troppo, però, almeno concediamoci una possibilità. Se sentiamo di voler fare qualcosa, almeno la prima volta, diamo retta alle sensazioni. Io avevo paura a pedalare col buio e la mia testa mi diceva di non farlo. Ci ho provato e, quando sono arrivata, ero così contenta che avrei telefonato a tutti per raccontarlo».
Quando arriverà a Istanbul, la Cappadocia sarà ancora lontana, ma quella porta sulla Turchia la sorprenderà, come quel bosco autunnale all’ingresso, in Montenegro. Sarà il primo passo verso "l'avercela fatta". L'anno scorso, Sisa era partita per il Marocco, un viaggio in bici, come quello di quest'anno, ma qualcosa non è andato per il verso giusto e, a metà strada, Elisa Vottero ha scelto di tornare indietro, di mollare, di rinunciare. Ci ha pensato? «Sì, ogni mattina, quando mi sveglio, quando programmo i traguardi della mia giornata. Penso che quella volta non ce l'ho fatta ed è difficile, anche se sono piccoli traguardi. Fin da bambina mi sono spesso sentita sbagliata e quando ti senti così il fallimento non puoi accettarlo. Tu devi riuscire, devi dimostrare per colmare quella sensazione. Ho capito che è sbagliato, che non bisogna vergognarsi di fallire, di fermarsi, anche di rinunciare perché nella vita può succedere e succede spesso anche per cose più importanti di un viaggio in bicicletta». Si è più leggeri con questa consapevolezza e in bicicletta serve.
«Tutti non ci si può stare su quella sella e quando devi andare lontano bisogna alleggerirsi. Lo facciamo con i bagagli, perché non dovremmo farlo con la nostra mente?». Un bicchiere d'acqua e si riprende a parlare: «Non so se ce la farò, non so se davvero arriverò in Cappadocia, in certi momenti ne sono quasi sicura, in altri mi sembra così lontana. Però posso svegliarmi ogni mattina con un traguardo, provare a raggiungerlo, sentirmi fiera di me, completa pur con ciò che manca e questo mi fa felice, mi commuove anche». La felicità che serve per un viaggio verso Oriente e per quei giorni d'autunno in Cappadocia, che Sisa Vottero aspetta di vivere. Saranno suoi, solo suoi. Costruiti, plasmati, levigati, messi in ordine: questo è l'importante, questa è la cosa da fare con i giorni a cui si tiene e che si aspettano da molto.


Creare ricordi in bicicletta nei luoghi della Prima Guerra Mondiale

I luoghi sono stati quelli della Prima Guerra Mondiale, l'Altopiano di Asiago, il Monte Grappa, il Pasubio e il fiume Piave, luoghi che tutti ricordiamo per ciò che hanno significato. Se il Memory Bike Festival, svoltosi proprio lì, si è chiamato così, però, è soprattutto perché ha voluto provare a dare un nuovo significato al concetto di memoria, di ricordo. Federico Damiani, del collettivo Enough Cycling, organizzatore dell'evento, interpreta diversamente il verbo "commemorare": «Crediamo che troppo spesso l'idea del ricordare sia un'idea associata a una eccessiva serietà, talvolta a tristezza, malumore. Si può ricordare anche in maniera allegra, associando il ricordo a qualcosa di bello, di entusiasmante, qualcosa che resta in memoria proprio per questa capacità di divertire, di fare stare bene».
Andare in un posto in bicicletta, in compagnia, è qualcosa che aiuta la costruzione del ricordo, di un ricordo con radici forti, di quelli che non si dimenticano e che suscitano benessere quando riaffiorano. L'1 e il 2 ottobre, all'Altopiano di Asiago si provava a costruire questo. «Di fatto è un concetto sociologico. L'uomo tende a soddisfare diversi bisogni, dai primari, più semplici, fino a quelli più complessi, in una struttura piramidale. Normalmente a quei bisogni primari non pensiamo nemmeno, a sfamarci, ad esempio, a dissetarci, perché li diamo per scontati e continuiamo a cercare di soddisfare i più complessi. In bicicletta, ma in generale durante la fatica, lo sforzo, quei bisogni semplici ritornano e con loro cambiamo anche noi, diventiamo più veri, lasciando da parte tutta una serie di strutture imposte dalla società». Ecco spiegato perché i posti che visitiamo pedalando restano in memoria in maniera differente.

Tende per dormire fra i primi sussulti dell'autunno, tante biciclette, colazione tutti assieme perché così iniziano le giornate in viaggio e tre percorsi fra cui scegliere, nessuna gara, solo il gusto di percorrerli. «Durante le pedalate è stato possibile fermarsi a leggere, a vedere, a scoprire, magari a imparare qualcosa della Guerra Mondiale che ancora non si sapeva. Non tutti lo avranno fatto allo stesso modo, qualcuno avrà letto di più, qualcuno di meno, ma quel ricordo, quel bel ricordo farà sì che anche a casa avranno voglia di capire, di guardare». Poi si festeggia, con musica e Dj, divertendosi dopo la stanchezza e la fatica, il sudore.

Insieme a tutte le età. Tanti partecipanti giovani, tante gravel, anche qualcuno più avanti negli anni che, fra sentieri e strade, salita e pianura, lunghi drittoni, curve dolci e antiche strade militari, si è sentito incluso, parte di un gruppo. Da qui l'idea di tornare l'anno prossimo alla seconda edizione di questo evento che quest'anno ha cambiato pelle ma non vuole fermarsi qui. «Stiamo già vedendo i percorsi per il prossimo anno: qualcosa resterà uguale, qualcosa cambierà, anche nel nome dell'evento. Proveremo a fare in modo che la memoria possa essere costruita attraverso più vie, qualcosa di nuovo per manifestazioni di questo tipo. Piano piano scopriremo tutto assieme». Sì, attraverso la potenza di un ricordo e la felicità di quei pedali che girano è davvero possibile custodire passato e futuro assieme.


Zoncolan Challenge: oltre la salita

Spesso, quando Walter Franz esce in bicicletta, con lui, nel carrellino dietro, c'è Joseph, suo figlio. Per Joseph, otto anni, affetto da una forma di autismo grave, gli oggetti attorno sono estranei: a causa di un deficit cognitivo, Joseph non comprende e non parla. Quando è su quella bicicletta, però, sorride, anzi, più la bicicletta va veloce, più sorride. Walter conosce bene la felicità che può dare una bicicletta, lui stesso l'ha sperimentata, anni fa, ma vedere suo figlio felice è più importante. Vedere suo figlio felice fa quella bicicletta più importante. Fa tutte le biciclette più importanti. La bicicletta, in quel momento, è una opportunità di cambiare qualcosa.
Zoncolan Challenge, in fondo, nasce da qui. Sabato dieci settembre, alle sedici, Walter inizierà a scalare lo Zoncolan e lo farà per otto volte, fino alla domenica alla stessa ora. Joseph non ci sarà, non nel carrellino di Walter, almeno. «Mi dicono tutti che è difficile e lo so. Lo è. Ma, nella vita, ci sono tante cose più difficili a cui non pensiamo mai fino a quando non ci capitano. Forse servirebbe un poco di cura in più. Perché il dolore di una salita finisce, altri dolori non si affrontano così. L'ho imparato conoscendo la disabilità». Walter parla delle disabilità gravi, di Joseph, delle parole che non arrivano e di quell'universo del silenzio che ribalta lo stomaco. «Un genitore soffre anche quando il figlio ha mal di denti perché lo vede provare dolore. Noi, quando vediamo soffrire nostro figlio non sappiamo perché, non possiamo saperlo, non possiamo chiederlo a lui, non possiamo chiederlo a nessuno».
Sullo Zoncolan, accanto a Walter, potrà esserci chiunque: in bicicletta, con una bicicletta elettrica, persino a piedi. Perché lo Zoncolan non si sale da soli, come da soli non si cresce, non si impara. «Imparare a nuotare, ad esempio. Non ho mai saputo farlo e un paio di anni fa mi sono iscritto a nuoto. Qual è il problema? Rinunciamo a tante cose di cui abbiamo paura, quando possiamo riuscirci benissimo. Forse dovremmo farle proprio per rispetto di chi non può farle. Di chi non potrà mai farle». Walter pensa a Joseph: «In quell'universo del silenzio c'è molto da imparare. Da quel silenzio abbiamo capito che c'è un futuro da tutelare: il futuro di mio figlio e dei ragazzi come lui. Una casa, una possibilità di essere autonomi».
Pedalando Walter ha pensato a tutto ciò che in questi anni ha capito dell'autismo chiedendo a medici, a esperti. Soprattutto in casa un ragazzo autistico grave è esposto a ogni rischio: «Ho pensato che l'opportunità potesse essere un progetto, potesse essere small-house, un prototipo di casa in cui Joseph possa vivere anche quando sarà solo. Una casa che rispecchi le sue abitudini, che si adatti a lui per non fargli male, per non fargli troppo male. Perché gli oggetti possano essere meno estranei. Con dei tablet ai muri». Walter l'ha pensata su Joseph, ma ogni bambino e ogni ragazzo è diverso. Ogni famiglia può pensare a una casa che sia davvero casa, che protegga. Insieme a questo un trust, derivato dalla legge "dopo di noi" che garantisca le possibilità economiche a questi ragazzi. Perché il loro domani passa anche da qui.
È difficile da raccontare, da capire fino in fondo. Non il progetto, la sensazione che si prova sentendosi impotenti. «Quell'idea, in bicicletta, mi ha fatto capire che qualcosa si può fare. Da quel giorno, sono ancora più legato alla bicicletta». E dalla bicicletta si può partire come ha fatto quel signore che, tempo fa, ha portato suo figlio a pedalare con Walter e Joseph. «Mi ha detto che era importante vedesse, capisse . Entrasse in contatto con una realtà diversa dalla sua. Non so se qualcuno porterà i propri figli a Zoncolan Challenge, ma lo spero. È importante che un bambino possa capire mentre si diverte, perché la bicicletta è il primo segno di autonomia, di libertà. Assomiglia a quando inizi a conoscere qualcosa. Conoscere e pedalare sono verbi similari».
All'evento sarà connessa una raccolta fondi per continuare a dare forma a questi, a queste idee. «Più volte ci siamo sentiti soli, più volte non abbiamo saputo come fare, perché non conoscevamo quasi nulla. Da soli, ascoltando, abbiamo provato a imparare. Pedalare assieme è anche combattere quella solitudine, dire: "So che succede così, ci sono passato, vivo la stessa situazione". Da lì poi nasce il coraggio per continuare a viverla e per continuare a pensare al futuro». Quella strada all’insù, quel giorno, sarà tutto questo: oltre la salita.


Quella vecchia Graziella in un fienile

Quel giorno, Fabio era in un fienile, nulla di strano per un ragazzo di campagna, a Peveragno, vicino a Cuneo. Ad un certo punto qualcosa di antico, qualcosa che, un tempo, era stato una bicicletta e adesso era solo il suo ricordo: ingranaggi, ferro, acciaio, ruote, sella e manubrio. Fabio lo sapeva: quelle parti erano parti di una vecchia Graziella. Serve cura per raccoglierli tutti, ricostruirla e rendersi conto che, tutto sommato, funziona ancora, che quelle ruote portano ancora altrove, vicino o lontano. Perché, in fondo, una bicicletta resta sempre una bicicletta e chiunque ne scorga un tratto sa benissimo cosa c'è e cosa manca per tornare a farla viaggiare.
Potrebbe dirvelo un suo amico, Andrea, che, in quei giorni, aveva trovato una Graziella a casa della nonna. Su quella bicicletta, però, gli anni non avevano lasciato molti segni: non serviva ricostruirla, funzionava già, forse una spolverata, un ritocco ai freni e sarebbe andata ovunque come aveva fatto con i nonni di quel ragazzo di ventisette anni.

Nasce così “Graziellando”. Fabio e Andrea, qualche bomboletta spray, per dare colore, per avvicinarle a una nuova giovinezza, a qualcosa di spensierato e leggero: "Da lontano sembrano quasi belle, da vicino portano tutto il peso degli anni. Sono un simbolo: come la Vespa e una vecchia Cinquecento". Il moderno non le sfiora: sono gli anni trascorsi proiettati nel futuro. Scattate una foto con una Graziella in qualsiasi contesto e poi guardatela bene: c'è tutto lì dentro.
Andrea e Fabio, l'anno scorso, hanno usato quelle due Graziella per arrivare fino in cima a Sant'Anna di Vinadio. "Ci abbiamo messo sette ore solo per fare l'ultimo tratto, circa quattordici chilometri, ma ci siamo riusciti". Leggerezza è la parola chiave: "Avevamo addosso un costume da leone e uno da mucca: si moriva di caldo lì dentro ma non abbiamo desistito. Crediamo una Graziella sia soprattutto allegria, vacanza, voglia di fare qualcosa di diverso, voglia di provare a vivere un altro tempo". Un tempo diverso, quello della lentezza, dell'imperfezione.
A Peveragno c'è Via Roma, a Roma c'è via Peveragno: Fabio e Andrea l'hanno notato. Allora perché non unire questi due punti proprio su due Graziella? Sono partiti così, attraversando l'Italia per una settimana per arrivare all'ombra del Colosseo. "Immaginare Roma ci piace perché non ci siamo mai stati. La prima volta in Graziella non si scorda mai". Così, al fresco di quell'ombra ci saranno due ragazzi e due biciclette che fino a qualche tempo fa si erano scordate di essere tali.
"Ogni volta si rompe qualcosa e allora corriamo a sistemarlo. L'altro giorno abbiamo chiesto la chiave per una riparazione a un signore e non voleva crederci. Una proprietaria di un ostello, invece, ha voluto raccontarci come era fatta la sua Graziella e delle sue pedalate con gli amici". Cose che Fabio e Andrea già conoscevano perché Peveragno è lontano da Roma, molto diverso, ma le origini, le radici parlano a tutti nello stesso modo: "Da bambino ricordo dei signori che andavano a lavorare nei campi in Graziella" dice Fabio divertito.

Il mare della Liguria, poi Forte dei Marmi, i campi, le stradine secondarie, Civitavecchia e tra poche ore Roma. In Comune a Roma verrà regalata una targa da questi ragazzi e chissà che una targa da Roma non arrivi a Peveragno. Sarebbe bello, sarà, in ogni caso, molto bello per quanto faticoso: come è bello viaggiare mentre albeggia e al pomeriggio vistare città con amici. Come è bello sapere che anche una bicicletta in un fienile resta sempre una bicicletta e, se qualcuno la nota, se qualcuno se ne prende cura, può tornare a viaggiare come ha sempre fatto. E domani? "Chissà, vorremmo queste due Graziella diventassero una sola. Magari un tandem. Dobbiamo pensarci ma l'idea c'è. Allora ripartiremo per un’altra avventura".