La vita di Biniam Girmay Hailu è così breve che di lui si conosce ancora così poco. Sappiamo che è nato nel 2000, in Eritrea, e che in quanto a talento sembra ne abbia in abbondanza. Di Ghirmai non sappiamo nemmeno con certezza come si scrive il suo nome: Ghirmai Binyam, Binyam Ghirmay, Biniam Girmai; con la ipsilon o con la i, con l’h o senza: lo abbiamo trovato scritto in diversi modi, ma quello che è certo è che in bici sa andare davvero forte.

Sappiamo per certo anche di quella volta in cui aveva compiuto diciotto anni da poche settimane e sconfisse Remco Evenepoel: è stato il primo segno del suo talento. Era una corsa in Belgio, restarono in due davanti e il ragazzo eritreo anticipò in una volata a due il ragazzo belga. Che forse quel giorno capì che per vincere sarebbe dovuto arrivare da solo, più o meno, sempre e comunque – mentre quanto possa fare la storia è un’altra storia.

Correva con la maglia del World Cycling Center di Aigle, Biniam, il centro di formazione dell’UCI che mette a disposizione degli atleti di nazioni considerate minori, strutture, allenatori, con la possibilità di misurarsi in Europa per provare a riscattarsi, a correre di fianco a corridori che dalla vita hanno avuto praticamente tutto, e poi un giorno diventare professionisti.

Oggi, invece, Biniam corre con una squadra francese, la DELKO One Provence, che lo ha messo sotto contratto fino al 2024 – nonostante le difficoltà legate alle sue origini. «Ci sono alcune squadre che hanno atleti africani, è vero – racconta a Cyclingnews.com Robbie Hunter, primo corridore sudafricano a vincere una tappa al tour e oggi procuratore di diversi corridori – ma quello che trovo folle è che se ho un ragazzo di diciannove anni come Biniam che va più forte dei suoi coetanei europei, lui non riesce a trovare un contratto, altri corridori invece sì. Quando vinse contro Evenepoel tra gli junior nessuno voleva saperne di lui».

Quel che si sa della sua vita, Biniam lo ha messo in fila in poche parole. Dice che arriva da una terra dove il ciclismo non è solo passione, ma roba di tutti i giorni, è cercare riscatto, e dice che i suoi genitori, tutta la sua famiglia, vivono il ciclismo come una religione. In Eritrea il ciclismo è vivo in effetti, e pulsa nelle arterie delle sue città: è persino un modo per combattere il traffico automobilistico.

Quasi ogni fine settimana, racconta un funzionario della federazione ciclistica eritrea, le strada di Asmara sono bloccate per un evento in bicicletta. «Se capita un week end dove non ci sono corse, la gente si stupisce: qui la bici non è solo segno di un’attività sportiva, fa parte della vita cittadina» sosteneva tempo fa. Sempre secondo Biniam Ghirmay, ogni anno in Eritrea ci sono circa un centinaio di corse in bici.

Biniam Girmay Hailu nel 2020 (Foto: DELKO One Provence)

Il ciclismo in Eritrea arrivò ancora prima delle gare organizzate dagli italiani per le strade di Asmara negli anni ’30. La bici fu introdotta sempre dai nostri connazionali a fine ‘800, precisamente nel 1898 a Massaua: fondamentale fu il suo inserimento per lo scambio della corrispondenza. La federazione ciclistica esiste dal 1936, nel 1937 fu organizzata la prima corsa – nessun eritreo prese parte: non potevano nemmeno circolare per il centro cittadino, figuriamoci partecipare a una corsa. E oltretutto «La chiesa copta non vedeva di buon occhio tale mezzo chiamandolo addirittura “carro del diavolo” e quindi lo ostacolava» scrive Aman Abraha.

Nel 1939 c’è il dietrofront dal regime fascista: avrebbero potuto partecipare tutti a quelle corse, anche i colonizzati, per dimostrare quanto l’Italia fosse superiore a tutti. Anche in bicicletta. Vinse un certo Ghebremariam Ghebru: quella vittoria «infranse il mito dei coloni italiani sull’inferiorità eritrea» sostiene lo studioso Fikrejesus Amahazion. Nel giro di pochi anni la bicicletta diventa il mezzo prediletto dagli eritrei; nel 1946 nasce la prima grande corsa a tappe africana: il Giro dell’Eritrea e il ciclismo diventa sport nazionale tanto da avere un seguito maggiore di qualsiasi altro sport, pure ai giorni nostri.

In Eritrea la bicicletta si chiama proprio “bicicletta” nella lingua locale, il tigrino, e in giro è pieno di ciclofficine. Il governo ha promosso negli anni un lungo progetto sulla sostenibilità ambientale che ha previsto anche la distribuzione di biciclette importate dall’estero. La gente preferisce spostarsi in bici che in pullman o automobile. “Chi si affida ai mezzi pubblici deve sopportare lunghe attese prima di saltare su un autobus estremamente affollato. «Gli autobus sono così vecchi e così pochi», dice Salam, un laureato di 30 anni. «Avere una bicicletta salva la vita qui»” – riportava la BBC tempo fa.

Il fatto poi che la parte abitata della regione si estenda fino a quasi 2500 metri di altitudine e a temperature ideali non ha fatto che spingere maggiormente la pratica di questo sport e oltre a un fattore culturale diventa anche un fattore genetico: ad allenarsi a queste altitudini per forza di cose i talenti sarebbero emersi. Daniel Teklehaimanot e Merhawi Kudus sono stati i primi corridori di questo paese di quattro milioni di abitanti a disputare il Tour France: era il 2015. Mentre proprio Teklehaimanot è stato il primo africano a vestire la maglia a pois proprio in quell’edizione. Lo fece mica andando in fuga in montagna, ma mandando giù chilometri su chilometri nella prima settimana della corsa francese, racimolando un punto qui e uno lì su quelle piccole pendenze che costellano la mappa di ogni tradizionale inizio di Grande Boucle. In poche settimane la gente di Asmara e dintorni impazzì totalmente: si è raccontato di gente arrivata fino in Francia per seguirlo mentre su internet non si sono persi un minuto di corsa.

E così, in mezzo ad altri che già si muovono da diverse stagioni tra i professionisti, prima o poi un talento forte, ma davvero forte, doveva spuntare e quello sembra proprio Biniam Ghirmay. Biniam pochi giorni fa è stato premiato come “corridore africano del 2020”: è il quarto eritreo a vincere questo premio da quando è stato istituito nel 2012. Bernard Hinault dice che di lui ne sentiremo parlare come di un possibile grande corridore in futuro: «Ha già battuto Greipel allo sprint e cresce molto rapidamente». Biniam nel 2019 è stato il primo ragazzo nato nel 2000 a vincere una corsa tra i professionisti: prima ancora di un certo Remco Evenepoel, mentre nel 2020 si è messo in luce in gare in Francia e in Italia.

Una delle prime parole che ha imparato a dire in francese è anche la sua preferita ed è quella che forse meglio lo identifica: “Tranquillo” – lo ripete sempre. Quando lui si racconta dice che vorrebbe vincere la Parigi-Roubaix e il Tour de France. Va forte in salita e va forte allo sprint, ma soprattutto: «La cosa che fa paura di lui è che non sente la pressione, non ha paura di nulla. Deve solo vincere una gara dall’interesse mediatico e continuare a crescere» dice Philippe Le Gars giornalista dell’Equipe. Dall’Eritrea alla Francia in bicicletta, il talento di Biniam Ghirmai è un affare serio per un popolo intero, matto per quella che anche loro chiamano “la bicicletta”.

Foto: Tropicale Amissa Bongo