Tanto tuonò che alla fine proprio non piovve. Anzi, sulla corsa si abbatté il caldo e l’afa toccò pure le montagne, bianche solo lassù, in cima. Una fornace. Non è una disquisizione meteorologica, solo un modo come un altro per dire che da Biella a Champoluc doveva succedere di tutto e non è successo quasi nulla, almeno per quanto riguarda la classifica generale, perché la vittoria di Nicolas Prodhomme è un piccolo tutto, una di quelle storiellette che non scuotono la grande storia, ma terremotano l’uomo e il ciclista, il gregario, dalle radici e lo meravigliano. Ha ventotto anni, Prodhomme, e l’unica volta in cui ha vinto, poco più di un mese fa al Tour of the Alps, l’ha fatto con accanto il suo capitano, Paul Seixas. Proprio Seixas si soffermò con noi a ragionare del tempo che resta alle persone per fare quel che desiderano.
Quel giorno vinse Prodhomme perché di tempo davanti ne aveva e ne ha meno del ragazzo francese, oggi ha vinto Prodhomme perché è stato fra i pochi a prendersi la “responsabilità di vincere”, come la chiama lui. E crediamo lo sia stato anche memore di quel tempo che passa e va. Non solo quello ciclistico, anche quello non cronometrato che al ciclismo accompagna e, dopo qualche anno, costringe a lasciare il ciclismo: quello dell’età. Quello che Buzzati diceva corre in mezzo agli uomini, fra i giorni ed i mesi, e cambia la faccia a poco a poco, più veloce di qualsiasi bicicletta e persino dei razzi che vanno nello spazio. Sia chiaro, il francese ha ancora molti anni in sella, ma, senza quella presa di responsabilità, avrebbe avuto solo un giorno in meno. Il giorno è passato comunque, tuttavia non è stato uno dei soliti giorni.
Era tutto pronto per la grande battaglia: «pronte erano le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa dal numero fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le aveva abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come giovani serpenti. Saldati i bulloni, disposto alla esatta inclinazione il sellino, calcolata al millimetro l’altezza del manubrio». Pronte erano persino le montagne, scordato l’inverno e presa sotto braccio la primavera, colme di persone quanto di alberi e di verde. E ancora di voci, suoni e rumore. Pronti erano anche gli uomini, i ciclisti. Però se a una bicicletta basta essere pronta per partire, per un essere umano, per un ciclista, nello specifico non è così naturale. Dove si mettono i dubbi, i timori, i pensieri, le gambe, i muscoli, il fiato? Dove si mette il tempo che ci resta e che, in ogni caso, pesa sulle spalle?
Antonio Tiberi ha preso tutto ed è andato via, con la fuga. Non è ancora il solito Tiberi, probabilmente, però ha ruggito d’orgoglio e poi d’umiltà, mettendosi a disposizione di un altro che il tempo ha scelto di ignorarlo apparentemente e in bicicletta va che sembra proprio un peccato che il tempo sia passato e continui a passare. Damiano Caruso, in realtà, non ignora il tempo, gli concede il giusto spazio e vive e corre.
Se in ottica classifica generale, i 5000 metri di dislivello del terzo venerdì di Giro non hanno fatto quasi alcuna differenza, le spiegazioni possono essere tante; gambe, testa, tattiche, la squadra di Del Toro in testa a fare il ritmo. Anzi, McNulty e Majka in testa a fare l’andatura. E Majka è un altro uguale e diverso da Caruso, che il tempo che resta lo usa per fare meglio e per stare meglio. Persino il domani conta. Perché più si accorcia il tempo che ci resta, più quel tempo pesa, più a quel tempo si attribuisce significato, valore. Più, forse, si vorrebbe aver avuto maggiore coraggio quando alla fine del Giro non mancavano solamente due giorni, ma sette, otto, dieci giorni.
Alcune risposte arriveranno domani, altre, forse, non arriveranno mai, se non ai diretti interessati che ringrazieranno di aver nascosto quella mezza crisi o quel mal di gambe bene e di aver ingannato gli avversari. Oppure malediranno un mancato coraggio. Di sicuro il tempo che ci resta passa e se, per un qualunque motivo, non ci si prende la responsabilità di vincere, quella di cui parlava Prodhomme, addosso arriva quella della sconfitta. Questo è, per quanto sia facile dirlo da una scrivania. Ed il tempo? Il tempo è passato.