La gratitudine di Bernal

«E rimango qui». Lo ha scritto Egan Bernal, nel giorno del rinnovo contrattuale, per cinque anni, con Ineos Grenadiers. E qualcuno potrebbe dire che il colombiano, in fondo, è un ciclista particolare.

I ciclisti lo dicono sempre: «È difficile da spiegare. Un ciclista vive il ciclismo, non è detto che sappia spiegarlo». Lui, invece, ha questa facilità di gesti e di parole, quando parla e quando scrive. Sembra molto timido, ma chi lo conosce dice che in realtà è uno a cui piace divertirsi, svagarsi, anche staccare la spina. Uno che sa restare in mezzo alla gente e per restarci si dimentica di tutta l’importanza che ha. Anche di quel Tour de France e di quel Giro d’Italia. Si è detto tanto di lui e di Marco Pantani, noi vorremmo dire che forse in Egan Bernal c’è anche qualcosa di romagnolo, almeno nell’indole, anche se non sappiamo quanto conosca la Romagna. Di una piadina e un vino rosso. Qualcosa del Piemonte e della corsa in libertà su una collina nel Canavese che Bernal ben conosce.

«E rimango qui» è in realtà la fine del suo pensiero, la conseguenza. Una sorta di pratica della gratitudine. Egan Bernal si ricorda bene il ragazzo che era quando è arrivato in Europa, prima in Androni e poi in Ineos e sebbene per il campione potrebbe quasi essere comodo nascondere fragilità, errori e colpe, Bernal non lo fa. Li ammette, li racconta e facendolo racconta un legame. Lavorativo, ma pur sempre un legame.

E forse questa è anche l’altra faccia di quel ciclismo a ritmi sempre più elevati. La faccia buona, fra tanti aspetti più spinosi, fra cui la pressione, lo stress. Qualcosa che può preservare da questi aspetti. La necessità di un ambiente all’occorrenza duro, severo, rigido, ma un ambiente stabile, conosciuto con la costanza del tempo. Bernal parla di persone che sono diventate come padri ed è questo che noi intendiamo, coscienti di quanto possa essere complesso parlare di famiglia in ambito lavorativo.
Così parliamo di conoscenza, di conoscenza prolungata, che accanto all’impegno consegni all’atleta una serenità nuova perché qualunque errore sarà rimproverato con una lente diversa. Non quella del giudizio di chi non conosci, ma della critica fatta a chi conosci perché sai quello che può dare. Questo, tutto questo, è il legame di cui parla Bernal. La sua gratitudine.


Grazie ciclismo per questi momenti indimenticabili

Ciclismo e anno 2021 un binomio perfetto. Qualcosa che vorremmo riuscire a raccontare meglio ma forse più di ogni altro modo è stato lui a raccontarsi in maniera perfetta: esagerato, romantico, epico, preciso, spettacolare. Quello che abbiamo sempre chiesto e che spesso, nell'ultimo decennio, abbiamo solo visto (quando siamo stati più fortunati) a metà, relegato a episodi isolati.
Ciclismo e anno 2021 un pissi pissi bau bau tra due innamorati, e in mezzo noi; in realtà noi più che altro a fare da contorno ad applaudire; con gli occhi a cuoricino come la vignetta di un fumetto, persino il cuore che batte che pare uscire dal petto; o perché no, momenti irrefrenabili nei quali ci siamo alzati dal divano e non riuscivamo più a stare fermi nell'attesa di una volata, di un giro finale, di un centesimo in più o in meno, di un attacco decisivo, o anche scriteriato. A cercare con lo sguardo quel corridore su cui tanto puntavamo, a immaginarsi rimonte e rinascite, abbozzando per le delusioni, ma applaudendo tutti dal primo all'ultimo.
Ciclismo e anno 2021: un'intesa perfetta. Abbiamo provato a estrapolare alcuni momenti battezzandoli come “i momenti migliori della stagione”, ma potete immaginare quanto sia costato lasciarne fuori almeno altrettanti.

10) Bernal a Cortina (e sul Giau)

E chi se la dimentica quella giornata? Era il 24 maggio del 2021 e si imprecava perché le immagini non arrivavano: per via del maltempo non c'era copertura televisiva. Ci siamo affidati a una sorta di radiocronaca, come si usava una volta, ed ecco il gesto di Bernal che abbiamo definito quel giorno come di totale rispetto verso la corsa e i suoi tifosi; Bernal che sbuca sul nostro televisore solo nel finale, si leva via la mantellina nonostante freddo e fatica, con l'unico intento di mostrare la Maglia Rosa regalandoci una delle immagini simbolo del ciclismo 2021.

 

9) Roglič a Tokyo

Parrebbe uno sgarbo non inserire Roglič che in stagione ottiene 13 successi, uno più significativo dell'altro. Abbiamo scelto l'oro olimpico della prova a cronometro: perché è simbolo e perché vincere ai Giochi resta per sempre sulla pelle di ogni sportivo. Su un circuito pesante come un mattone, lungo e vallonato come una crono da Grande Giro, nonostante ciò, ahinoi ingenuamente pensavamo fosse tutto apparecchiato per Ganna, ma fu un dominio assoluto dello sloveno. 55'04'' il suo tempo volato via sopra i 48 orari di media. Oltre 1' sul secondo in un podio stellare, per una top ten degna di una prova di altissimo valore.

8 ) Viviani a Roubaix 2021

Il biennio a due facce di Elia Viviani vede dipinto il suo volto migliore in quel finale della corsa a eliminazione, solo pochi giorni fa, nel velodromo al coperto di Roubaix, mondiali su pista. Viviani che scalza via con una volata imperiosa il più giovane Leitão, come se la freschezza non contasse, ma solo colpo di pedale e talento; Viviani che da Tokyo in poi (bronzo nell'omnium, non va dimenticato) ha fatto nuovamente click: nella testa e nelle gambe. Viviani che a conti fatti porta a compimento una stagione iniziata fra i mugugni, conclusa con sette successi su strada, una medaglia olimpica e due mondiali su pista. Mica male.

7) Pogačar sul Col de Romme

Davanti c'era una fuga, mentre dal cielo pioggia grossa come biglie di vetro. E poi freddo e quindi mantelline, mica troppo normale a luglio seppure siamo sulle Alpi. Condizioni ideali per esaltare il ragazzetto col ciuffo biondo che spunta dal casco e che arriva (il ragazzo, ma volendo anche il ciuffo) dalle parti di Komenda, Slovenia. Siamo sul Col de Romme e mancano poco più di 30 km al traguardo: zona Pogačar. Lui attacca, stacca tutti, continua a guadagnare sul Col de la Colombière, devasta il Tour, prende la maglia gialla, alimenta (stupide quanto inutili) polemiche. Tra i suoi avversari diretti per la classifica generale il migliore è Vingegaard che paga 3'20''. Distacchi d'altri tempi per un corridore che riscrive la storia (di questo sport, sottolineiamo, altrimenti pare che esageriamo).

6) Van Aert Ventoux

E se si parla di storia (eheh) e Tour come non citare l'impresa di van Aert sul Mont Ventoux? Come non cantare le lodi di un ragazzo che, con la maglia tricolore belga, vince al Tour rispettivamente: in salita in fuga, dopo aver scalato il Mont Ventoux due volte e aver staccato fior fiori di corridori; a crono qualche giorno dopo; in volata sugli Champs-Élysées. Altro campione che pare essere arrivato da tempi diversi, ma in realtà è perché il ciclismo del 2021 è questo. Pochi calcoli, attacchi da lontano, corridori completi. La gente ringrazia.

5) Van der Poel Strade Bianche

E c'è Roglič, c'è Pogačar, c'è van Aert, non poteva mancare van der Poel. Era l'alba di una stagione magnifica e la Strade Bianche ci offrì uno spettacolo contornato da fuochi d'artificio. A giocarsi il successo il meglio del ciclismo mondiale con van der Poel che sullo strappo di Santa Caterina portava a scuola tutti, facendo segnare wattaggi mai visti. Staccava tutti, compreso Alaphilippe che poi qualche mese più tardi si rifarà invece con una serie di sparate delle sue. Di van der Poel si poteve mettere anche il sigillo sul Mur de Bretagne con quella maglia gialla simbolica a compimento di un finale lasciato in sospeso da nonno Poulidor. Abbiamo scelto gli sterrati senesi, non abbiamo fatto torto a nessuno.

4) Caruso al Giro 2021

Una delle emozioni più grandi di questo 2021 ce l'ha regalata Damiano Caruso al Giro d'Italia. Il suo podio non è figlio della retorica del gregario che finalmente si traveste capitano e vince, ma semmai è il sigillo di una carriera sempre ad alto livello. La vittoria sull'Alpe Motta con la curva dei tifosi che lo incita, la sua resistenza, l'aver staccato persino Bernal in maglia rosa ci danno la dimensione di quello che il corridore ragusano è. E secondo noi potrà ancora essere anche la prossima stagione, anche (o soprattutto) a 34 anni, nonostante il ciclismo dei giovani fusti.

3) Quartetto olimpico

Simone Consonni, Filippo Ganna, Francesco Lamon, Jonathan Milan: in rigoroso ordine alfabetico. La mattina dell'inseguimento a squadre a Tokyo è emozione pura. Lamon che lavora ai fianchi, poi si stacca, Consonni e Milan che fanno il loro lavoro pulito e di qualità, Ganna che trascina alla rimonta. E che rimonta! incredibile, impensabile a tratti insensata. Danimarca, dette Furie Rosse per un motivo, lo spauracchio da anni, i grandi favoriti: battuti sul filo dei centesimi. Una goduria che ci porteremo addosso tutte le volte che chiuderemo gli occhi e penseremo al 2021.


2) Mondiale su Strada (Da Remco a Julian)

E sì, perché domenica 26 settembre tra Anversa e Lovanio abbiamo assistito alla Corsa e non solo per l'assegnazione della maglia più bella del ciclismo (di tutto lo sport ?), ma perché due corridori hanno fatto in modo che difficilmente ce la dimenticheremo. Evenepoel ha esaltato; ha attaccato da lontanissimo come fosse uno di quei corridori di terza fascia che ci provano perché siamo a un mondiale ed è sempre bello portare in giro la maglia della propria nazionale; ha azzardato e non ha guadagnato, anzi, ancora oggi paga un presunto carattere poco accondiscendente secondo i due compagni di squadra che erano con lui nel finale (van Aert e Stuyven). Ma tant'è: a noi esalta con quel carattere che poi è il carattere del corridore vincente. Alaphilippe si è consacrato, invece. Ha attaccato tre, quattro, forse cinque volte: l'ultima è stata decisiva, nessuno ha avuto le gambe per seguirlo. Ci ha fatto letteralmente impazzire.

1) Colbrelli a Roubaix

E pensavamo di aver visto ormai tutto la settimana prima in quel bagno di umori e fragorosi pensieri. Pensavamo, in stagione, credevamo di aver visto un ciclismo italiano competitivo su (quasi) tutti i terreni. Pensavamo di non vincere più una corsa come la Roubaix poi è arrivato lui, Sonny Colbrelli e pochi minuti prima poteva esserci Moscon, ma la sfiga c'ha visto benissimo. Colbrelli invece è stato un sogno, per lui, per noi, per tutti.


Quello che Bernal insegna

Forse ciò che più ci resterà della vittoria di Egan Bernal al Giro d'Italia sarà tutto quello che questo ragazzo di Zipaquirá, in Colombia, è stato in grado di raccontare. Qualcosa che smuove una riflessione non tanto o non solo sul ciclismo, quanto sul modo di vivere e di pensare a cui siamo abituati. Perché, ne siamo convinti, dalla vittoria di Bernal, dal modo in cui è maturata, dalle origini della sua storia, è davvero possibile imparare qualcosa per la quotidianità di ciascuno di noi.

Qualcosa che abbia, per esempio, a che vedere con gli stimoli quotidiani e l'entusiasmo. Non è strano e nemmeno raro: il tempo assopisce in molti l'entusiasmo, anche i successi più importanti, piccoli o grandi, si trasformano in normalità. Accade a tutti, il punto è accorgersene e magari contrastarlo. Spesso si accetta come inevitabile. Ciò che dice Bernal racconta la volontà di rifuggire questa abitudine.

«La vittoria al Tour de France è stata inaspettata, ma il difficile è arrivato dopo. Quando ti accade qualcosa di simile, di tanto grande, così giovane, tendi a sederti, non smetti di fare il tuo lavoro ma lo normalizzi, perdi quella spinta, quella grinta. Come se il meglio fosse già passato. Io ho continuato a puntare la sveglia al mattino presto, a stare attento all'alimentazione, ad uscire per gli allenamenti, però ero come anestetizzato. Avevo perso quella fame, quell'entusiasmo che era alla radice della mia scelta di pedalare. Avevo vinto qualcosa di importante, certo, ma avevo perso qualcosa di ancora più importante».

La soluzione non è immediata e neppure di facile applicazione. Perché per entusiasmarti devi tornare indietro, devi tornare a fare ciò che facevi quando non eri un campione, ma un ragazzino qualunque. «Dave Brailsford mi ha aiutato a capire. Ha tolto quella zavorra che mi pesava sul petto. Siamo stati insieme a Monaco e abbiamo parlato molto. Mi ha detto che aver vinto il Tour non doveva significare la fine del divertimento. Mi ha detto che avrei dovuto fare come avevo sempre fatto. “Se hai voglia di scattare in pianura, scatta. Non vai da nessuna parte? Non deve interessarti. Se scattare in pianura ti fa felice, perché devi impedirtelo?”. Noi due sappiamo bene che il merito di questa vittoria è anche suo».

E restituire, restituire sempre ciò che ti ha portato fino a lì. Con i fatti, non con le parole. «Potrei dire molte cose di Felipe Martìnez, l'ho già ringraziato e lo ringrazierò ancora. Ma lui ha fatto qualcosa in più, lui ha messo del proprio sulla strada per fare in modo che oggi su quel trofeo ci fosse il mio nome. Io non posso limitarmi a parlare, devo fare lo stesso. Voglio ricambiare sulla strada ciò che Felipe ha fatto per me. Voglio aiutare Felipe a vincere qualcosa di grande. Ad essere felice come lo sono io oggi».

Paolo Alberati, primo scopritore di Bernal, qualche giorno fa ha raccontato che crede che Egan voglia vincere la Vuelta e poi tornare in Colombia a fare il giornalista e a lottare con le parole contro le ingiustizie del suo popolo. Bernal non lo nega, ma dice qualcosa in più. «Certo, dopo il Giro ed il Tour, la Vuelta sarebbe il traguardo massimo. Adesso, però, sto pensando che quando questo sarà avvenuto mi piacerebbe tanto provare a essere felice nella mia terra. Stare con i miei cani, le mie galline e la mia mucca. Stare con i miei genitori e la mia ragazza. Vivere delle cose semplici che fanno bella la vita. Molti credono che per essere felici sia necessario raggiungere chissà quali traguardi, magari diventare campioni o diventare famosi. Io penso che serva davvero poco per essere uomini e donne felici. Vorrei dirlo a tutti e penso che a tutti serva ricordarselo. Ne va della vita».
Foto: Luigi Sestili


Per raccontare Egan Bernal

Per raccontare Egan Bernal, forse, basterebbe raccontare ciò che ha detto ieri in conferenza stampa, in un giorno difficile, in un giorno in cui avrebbe anche potuto non avere voglia di parlare. Ha detto che, in fondo, per le persone che amano il ciclismo è meglio così, perché il Giro è più aperto, perché non si sa mai cosa aspettarsi, perché, se gli attacchi continueranno, sulle strade ci sarà spettacolo e la gente si divertirà. Non è facile dirlo, non è facile quando hai perso, quando sembravi poterti fermare da un momento all'altro su quella salita.

Poi, per raccontare Bernal, si potrebbe o si dovrebbe raccontare Daniel Martínez, il suo compagno di squadra, colui che ieri l'ha incitato fino alla fine mentre perdeva le ruote. «Mi diceva di resistere, mi diceva “Pensa che vinci il Giro”. Dani è un amico». E pure quell'inciso sull'amicizia è tutt'altro che scontato. Perché si potevano usare le solite parole: compagno di squadra, gregario, scalatore. Invece no, Bernal dice “amico”. Soprattutto Bernal dice.

Ce lo hanno spiegato Santiago, Mariana e Mateo, colombiani come Egan e Daniel, quanto sia importante. «Martinez non avrebbe fatto nulla di male se non si fosse voltato e non lo avesse incitato. Un gregario non deve necessariamente voltarsi ed incitare, per quello ci sono i tifosi. Ma lo ha fatto ed in quel farlo probabilmente c'è anche la Colombia. Tutti pensano alla povertà come ad una mancanza di cose, la povertà è anche mancanza di parole. Delle tue e di quelle degli altri. Perché in certi casi le persone non sanno cosa dirti e tu non hai nemmeno il coraggio di chiedere. C'è anche questo nel nostro essere solari, nel nostro accogliere, invitare ed incitare».

Per raccontare Egan Bernal non si potrebbe non raccontare del rapporto con la sua famiglia. «La maglia rosa ti toglie tanto tempo, sei l'ultimo a tornare in albergo e, sei vuoi mantenerla, devi riposare bene, quindi devi andare a letto presto e non hai molto tempo. Però, per parlare con mia madre, mio padre e la mia ragazza quel tempo me lo ritaglio. Sono loro la mia motivazione». Umile, per nulla egocentrico perché «in casa non ho foto mie in bicicletta, nemmeno miei ritratti. Ne ho una di Marco Pantani e mi basta».

Bisognerebbe raccontare della sincerità di Egan Bernal. «Sì, forse sarebbe stato meglio andare a vedere la salita di Sega di Ala. Forse avrei fatto meglio. Come, probabilmente, a me il giorno di riposo ha fatto male ed è anche per questo se ho pagato. Ma non si possono nemmeno prendere queste scuse. Yates mi avrebbe staccato comunque perché era più forte oggi. Bisogna dirlo e basta». Ed ancora bisognerebbe raccontare di tutto ciò che non ritiene scontato e della fame di esserci, di essere lì, di non sparire. Qualche anno fa lo disse: «Non voglio essere uno di quei corridori che appaiono a ventidue anni e di cui a ventisette non si ricorda più nessuno». Chissà, forse Mateo, Mariana e Santiago direbbero che pure qui c'è la Colombia e tutte le cose che in quelle terre non hai. Anzi, direbbero certamente così. Lo decidiamo noi.

Per raccontare Bernal bisognerebbe andare nella sua terra ed osservare per qualche minuto un bambino che lo guarda mentre attacca, un padre contadino che si asciuga la fronte dal sudore per vederlo ed un anziano che chiama la compagna per tifarlo assieme. Bisognerebbe andare in quella terra per capire cosa significhi per loro Egan Bernal. Bisognerebbe andare in quella terra perché, per raccontare Egan Bernal, bisognerebbe soprattutto raccontare la loro speranza.

Foto: BettiniPhoto


Una lezione di rispetto

Il ciclismo è una lezione di rispetto. Leva e dà, assorbe, ma soprattutto insegna. Perché Bernal rispetta il Giro. Lo capisci in quell'attacco sul Giau dove riprende di nerbo e con grazia quelli davanti, va in discesa e te lo puoi solo immaginare fino a quando non sbuca dall'oscurità.
Lo scorgi in un attimo dopo aver passato quaranta minuti a guardare facce festose al traguardo, invece che la corsa, perché sì, il Giro è nell'attesa dei tifosi all'arrivo - e su Pordoi e Marmolada, ma quelli non hanno visto passare nessuno - ma anche nel nervosismo di chi impreca davanti alla tv.
Perché Bernal voleva venire da anni qui per vincere. Niente frasi di circostanza, in Italia è diventato corridore e qui si vuole consacrare - lo ha sempre detto. Perché nel suo gesto di levarsi via di forza la mantellina, accomodandola nel taschino posteriore e senza più badare a pioggia o a intoppi, ma solo per mostrare la sua maglia rosa, c'è il rispetto per una giornata che difficilmente dimenticheremo. Perché qualche giorno fa, quando vinse a Campo Felice, non esultò, convinto che davanti ci fosse ancora la fuga e quella cosa non gli è andata giù.
"Davanti continua la cavalcata meravigliosa di Egan Bernal", la spiegava così Pancani. Un momento surreale - moderna radiocronaca. Catapultati nel passato: perché chi vuole pensare in grande cercando paragoni con il Tour dovrebbe prima guardare in casa propria. E in un tappone diventato tappino ma che farà ugualmente i suoi danni, non può lasciare tutto il mondo senza immagini.
Perché il rispetto per il ciclismo è in Gorka Izagirre a tutta e che finisce lungo in discesa e solo lui lo sa come ha evitato quell'auto parcheggiata in curva. Perché nonostante il freddo, la pioggia, la stanchezza e la paura, i corridori e le squadre dicono che avrebbero corso la tappa originale, ma si è preferito fare altrimenti - e le motivazioni non convincono del tutto, e la poca chiarezza sull'argomento resta tale anche dopo la tappa.
E partono sotto una pioggia che non cessa un secondo e vanno all'attacco, per conto proprio o in compagnia, ma sempre alla ricerca di qualcosa che solo loro possono capire.
Perché i gesti più belli, anche in una giornata da dimenticare, ma che non dimenticheremo, arrivano da loro: uomini spettacolo, ma soprattutto uomini. Caruso, che dopo una vita per i suoi capitani, oggi è più vicino al podio. Bettiol e Ganna che da soli potrebbero trainare il gruppo per giorni. Nibali che ieri cade e si fa male, oggi va in fuga. Ciccone, Vlasov e Carthy che soffrono, ma resistono. Almeida, che ha sacrificato i suoi sogni per la causa di Evenepoel.
Evenepoel, arrivato dietro, tanto dietro che non te lo potevi immaginare, congelato, che non riusciva più a pedalare e nemmeno a scendere dalla bici. Perché come lui altri che non abbiamo visto e mai vedremo, come Guglielmi e van den Berg in fuga nei giorni scorsi e oggi ultimi a quasi un'ora. O Formolo e Pedrero che ci provano in una giornata tremenda, accorciata e mutilata, sì, ma pur sempre dura. Ci provano e, possiamo giurarci, ci riproveranno.
Perché il ciclismo insegna, toglie, offre spunti. Eccellente educatore. Oggi ci ha tolto tanto, in una giornata ai limiti del grottesco, ma ci ha restituito tutto - o almeno c'ha provato - in quegli attimi finali in cui Bernal è spuntato dalla curva, dopo il buio. Degno padrone di una corsa, oggi, ahinoi, più piccola di quello che pensava di essere, ma resa grande dai suoi protagonisti.

Foto: BettiniPhoto


Tramonto e Polvere

È successo talmente tanto tra le 15.14 e le 17.15 di oggi, su quelle strade grigie che poi diventavano bianche, che a un certo punto eravamo a metà tra il dire basta e chiederne ancora.

Schmid vinceva la sua prima corsa tra i professionisti a 21 anni, nel giorno meno indicato. Si fa presto a dimenticare: ahilùi l'attenzione era tutta a quello che succedeva poco dietro, a qualche chilometro di distanza, dove la strada cambiava effetto da asfalto a sterro come fosse un gioco perverso. Dove la classifica cambiava a ogni metro, a ogni curva, a ogni grida di tifoso, a ogni ombra riflessa da ulivi e cipressi a bordo strada.

A una certa non ne avevamo abbastanza. Avremmo chiesto persino di più a Bernal, Ganna e Moscon: padrone, dinamitardo e perfido manovratore di questo Giro.
Avremmo mai chiesto di più a Buchmann? Anticipava l'attacco della maglia rosa arrivando - più o meno - assieme a lui, e riaccendendosi in un Giro fin qui passato nell'ombra, passato soffrendo il gelo.

Avremmo voluto dire "basta, ti prego" guardando la volata di Covi che stringeva i denti. Gli occhi sembravano fuoriuscirgli dalle orbite, pareva potesse superare Schmid, ma poi si incartava: di più non poteva. Così come gli altri della fuga, con Kluge che attaccava e si staccava, De Bondt che voleva essere il primo campione nazionale belga a vincere al Giro dai tempi di Maertens, Vanhoucke che avrebbe voluto conquistare una corsa e dedicarla al suo amico Lambrecht che purtroppo non c'è più.

Oppure quel Gavazzi che non è un ragazzino, sa che il tempo sfugge e allora si rende ogni giorno protagonista. Cosa avremmo potuto chiedergli di più?
Avremmo potuto mai chiedere di più a Bettiol vedendolo andare così forte, su ogni terreno, come non succedeva da tempo? E a Nibali che guidava il gruppo sugli sterrati nonostante qualche settimana fa si sia rotto un polso?

Avremmo voluto spingere Ciccone mentre si staccava per la prima volta al Giro, abbiamo detto basta vedendo la sofferenza di Evenepoel, sudato, umano, tenero nella sua difficoltà; gli avremmo dato una pacca sulla spalla e avremmo voluto dire ad Almeida di fermarsi un po' prima per aiutarlo. Avremmo voluto captare il segnale radio per sentire cosa si sono detti tra ammiraglia e corridori in quel momento.

Ci siamo esaltati nel vedere Caruso rimontare dopo essere rimasto dietro nel primo settore sterrato, per poi emergere col baffo impolverato ogni qualvolta la strada s'impennava.

Abbiamo avuto male alle gambe per loro, in quelle due ore in cui tutto si ribaltava tranne Bernal. Dove Vlasov resta l'osso più duro, Yates cresce e Carthy si conferma. Avremmo voluto essere nell'espressione di Foss e Bennett che provavano ad attaccare, ma dietro Moscon, con gambe di bronzo e cosparse di terra, li respingeva.

Avremmo voluto essere in Carboni che per qualche minuto ha pedalato con Evenepoel in salita. Avremmo chiesto “pietà, per favore”, per Bardet che era davanti, persino bellino da vedere, se solo avessimo visto l'attimo in cui scompariva.
Abbiamo visto sprofondare Formolo e ci siamo immaginati saltare Martin. Abbiamo visto calare Valter e imprecare Taaramae.

Abbiamo visto il sole nascondersi tra le nuvole per poi riapparire e illuminare la polvere. E poi tramontare su una giornata entusiasmante, di un Giro entusiasmante, che non dimenticheremo presto. Forse mai.

Foto: Luigi Sestili


Un libro e tre figure impresse

Senza timore di smentita la tappa di oggi ha promesso tanto, almeno inizialmente, ma a conti fatti ha dato poco in termini di distacchi in classifica, e si riassume in un libro e tre figure che restano ben impresse.

Il libro è “Il Miracolo di Castel di Sangro”, citazione dovuta visto che si parte dal piccolo paese abruzzese, meno di diecimila anime, e che oramai diversi anni fa visse un indimenticabile sogno chiamato Serie B.

Non c'entrano santi né strane pozioni dietro quel titolo: il libro è la storia raccontata da un saggista e giornalista americano, ormai scomparso, Joe McGinniss, che passò di fianco alla squadra tutta quella stagione, e ne tracciò un'opera ormai introvabile (se non a prezzi assurdi) e fuori catalogo, e che ogni appassionato di sport (e non solo) dovrebbe leggere. Un'opera che costò all'autore persino una condanna per diffamazione.
Dai piedi fatati a quelli sempre in movimento sui pedali, e la prima figura che resta impressa oggi serve per ritornare direttamente al Giro: Mohorič. Mentre scriviamo è cosciente in ospedale, ma vederlo carambolare con la testa sull'asfalto in quella maniera ci ha fatto temere il peggio.
L'incidente è decisivo per gli esiti di una tappa che alla fine si risolve quasi in un nulla di fatto, se non nell'intensa sgasata finale di un Bernal in stato vanderpoeliano sullo sterrato, e che porta a compimento il lavoro fatto da un rigenerato Gianni Moscon, migliore in campo – se vogliamo rubare il gergo al calcio, visto l'incipit - oggi.

Decisiva la caduta, dicevamo, perché la Bahrain si mette in testa, trascinata dagli eventi, di risolvere la giornata proponendo un faccia a faccia d'altri tempi quando all'arrivo mancano ancora tre ore e circa 120 km. Mohorič, Mäder e Caruso (Bahrain), insieme, tra gli altri, a Masnada (Deceuninck) e Martínez (Ineos), stanano il gruppo verso Passo Godi, ma dopo la caduta dello sloveno, la tappa che porta verso Campo Felice assume un'identità decisamente più lineare, con la solita incontrollabile baraonda dei girini per portare fuori la fuga di giornata.
La seconda figura è quella di Geoffrey Bouchard: elogio alla caparbietà per l'ex commesso di Decathlon. Attacca e contrattacca insieme ad altri sedici, fra cui Ulissi, Mollema, Guerreiro, Edet, Fabbro, insomma, un bel gruppetto di qualità; attacca e contrattacca per prendere più punti possibili sui vari Gran Premi delle Montagna, in una giornata dove al grigio sempre più plumbeo del cielo, fa da contraltare il variopinto verde della selva abruzzese. Verrà ripreso soltanto a 400 metri dal traguardo da Bernal che nel frattempo stacca tutti gli altri contendenti alla maglia rosa. La figura di Bouchard al termine della tappa si tingerà d'azzurro.

La terza figura è proprio quella che si ritaglia intorno a Bernal, non poteva essere altrimenti. I suoi mettono a ferro e fuoco un finale meno duro di quello che ci si aspettava, mentre il colombiano con il suo attacco lascia tutti dietro.
Sotto la sua ruota asfalto, sotto quella degli altri un grossolano terriccio che rallenta e provoca spasmi. La figura di Bernal al termine della tappa si tingerà di rosa.

Bene Ciccone, sospinto dal pubblico, sempre più sorprendente a questo Giro e che gli arriva a ridosso lasciandolo andare via solo prima dell'ultima curva verso il traguardo. Con Ciccone arriva Vlasov, silenzioso candidato a un podio finale.
Evenepoel lascia per strada qualcosa, almeno inizialmente, ma sul finale rimonta e chiude insieme a Martin. Cresce Almeida, dopo la giornataccia di Sestola, che arriva a una dozzina di secondi con il resto dei migliori - Formolo, Yates, Carthy, Bardet, Soler, Caruso e Martínez.
La maglia rosa Valter è un po' più indietro, ma quanto basta per diventare ex. Sorprende ancora Bettiol che chiude insieme a Nibali, male, ma ormai non è una novità, Hindley, inspiegabile l'ennesima débâcle di Bilbao che solo poche settimane fa volava al Tour of the Alps candidandosi come uno degli outsider più accreditati a questo Giro.

Domani volata, poi riposo prima della tappa chiave verso Montalcino. Se gli dèi del Giro soffieranno tempesta ci sarà da divertirsi.

Foto: Luigi Sestili


La natura dei fuoriclasse

Liberi scorrazzano i cavalli nei campi attorno a Colle Pinzuto. In tensione i corridori scavallano il penultimo settore in sterrato, frustrando gambe e frustando pedali. Con lingue in fuori e gote rosse, senza rispetto né riguardo per i sentimenti dei propri avversari. Senza avere nemmeno il minimo ritegno per le nostre coronarie: due ore finali di corsa come celebrazione assoluta. Da farti alzare dalla sedia, da far scomodare tutta una lista di aggettivi e di superlativi che dicono si dovrebbero lasciare da parte, ma che vengono in soccorso, mentre il cuore solo un’oretta dopo l’arrivo dei corridori inizia a rilassarsi. Spettacolare, meravigliosa, la definiamo così, in modo banale, ma senza orpelli. Una corsa bellissima figlia dell’interpretazione di una generazione di fuoriclasse.

Tutto attorno alla Strade Bianche 2021 è verde intenso, per la natura è stato un buon inverno e pare una giusta primavera. All’ombra fa freschetto il giusto, al sole si suda, a tratti c’è una leggera bava di vento che non dà fastidio, in altri momenti, invece, sembra nemica di chi va in bicicletta. Spira di lato, soffia impazzita, muove gli alberi che sembrano ossessi sbilenchi appesi un po’ per caso, un po’ per necessità.
Il verde spiritato si alterna a un giallo paglierino che sono campi, sì, ma è anche terra sabbiosa, argillosa, creta che a vederla fa quasi male agli occhi. Spuntano le prime timide fioriture; il cielo, stamane piombo fuso sulla testa di ciclisti e di senesi, ora è blu come avessero capovolto il mare. Le nuvole sono barche sparse di pescatori appiccicate a testa in giù e che in qualche modo provano a rientrare verso casa.

La polvere che nasconde i corridori è una coltre di nebbia lattiginosa che brucia i polmoni. Lo sterrato è battuto. Cani sparsi a bordo strada come spettatori; spettatori (pochissimi) che dialogano in toscano: «Eppure ai corridori gli garba» afferma uno. «Beh anche se un gli garbasse l’è la loro vita» risponde l’altro.
Brucano le bestie nei campi, bucano le gomme i corridori e arrancano, si fermano, bestemmiano, ondeggiano, in un tumulto di macchie colorate di squadre e sponsor. Inviati di stampa e televisioni in scampagnata solo apparente rincorrono auto e ciclisti, filmano, applaudono, salgono e scendono, si affrettano e annaspano. Si annullano le urla fino a una silente Piazza del Campo dove l’unico sussulto sono i rumori dell’attrito di ruote e telai, oppure della potenza di van der Poel che emana un suono che durerà nel tempo.

Fuggono i fuggitivi, si fiondano gli inseguitori, allungano i più forti, resistono i temerari. Scappano i primi con nomi pittoreschi e diverse storie da raccontare, ma magari sarà per un’altra volta. Sono Bevilacqua – e quanto ce n’è bisogno oggi – e Rivi; Walsleben, Zoccarato – grande da sembrare infinito – Petilli e Van der Sande – uno figlio di pizzaioli, l’altro di paninari – Ledanois e Tagliani.
La loro sorte è segnata, ma se ne fregano. Valli a capire e infatti li capiamo. In otto di loro hanno vinto tre corse tra i professionisti e se per Zoccarato e Rivi è anche normale – sono al primo anno – per Ledanois è un cruccio, lui che nel 2015 trafisse Consonni nel Mondiale Under 23. Walsleben, infine, serve a riequilibrare il karma: è il meno giovane davanti, non ha mai vinto in vita sua, ma corre in squadra con van der Poel.

Dura poco la loro sortita, il tempo di un sospiro, di un faticoso respiro. Di uno sterrato dietro l’altro. In gruppo si attacca: è nella natura di questa corsa. Folle, differente, affascinante e ammaliante, spettacolare, pericolosa, amata dai corridori. Casali, ulivi e campi ovunque, curve infide, salite indigeste, discese incontrollabili; dislivello e fatica da tappa di montagna, cadute e polvere, ristoranti, chiesette e scaramucce.

Sulle Sante Marie arriva il primo grido “che spettacolo! che corsa!”. Un gruppo di stelle in parata con van Aert che appare irresistibile. Vanno via Pidcock, Bernal, van Aert, van der Poel, Gogl – ribattezzato Van Gogl per l’occasione – Pogačar, Simmons, Geniets. Quest’ultimo cede, poi Simmons buca e non rientra più. Su Monteaperti tutto cambia: è sempre la natura di questa corsa, è ciò che più diabolico prepara il ciclismo. Van Aert sembrava il più forte ma si stacca (con Pidcock). Van Aert ha un cuore grande che potrebbe battere per tutti gli abitanti del pianeta e allora rientra per poi staccarsi di nuovo.
E su Le Tolfe cede pure Pogačar e ci ritroviamo con Bernal, Alaphilippe e van der Poel a giocarsi tutto verso Piazza del Campo. Il resto è storia nota, non è mai stata noia: van der Poel che vince, Alaphilippe secondo, Bernal terzo, van Aert quarto. Il modo in cui l’olandese ha vinto servirà per scomodare gli appassionati: “ma quanta potenza ha sprigionato van der Poel?” ci si chiederà.

Qualcuno dirà di avergli visto perdere un pedale nella penultima curva, altri che avranno visto schizzare scintille, volare schegge di sanpietrini. Altri ancora diranno di averlo sentito urlare al traguardo come mai prima. Le gote rosse, di nuovo, i muscoli in fuori. Una tattica perfetta. «Per vincere le gare importanti, devo iniziare a correre con la testa», raccontava alla vigilia. E lo ha fatto. Perché corridori così imparano da ogni dettaglio. È la natura dei fuoriclasse.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021