Giro delle Fiandre: ovvero giganti, inganni e stanchezza

Van Aert, van der Poel, (van) Alaphilippe: parliamo sempre di loro tre, è vero, ma d'altra parte è di uso comune definirli “the big three”. Al centro dell'attenzione però c'è anche una corsa, o meglio la Corsa, arrivata alla sua edizione numero 105.

La Ronde in programma domenica (diretta a partire dalle 09.55 circa su Raisport ed Eurosport) difficilmente mentirà sul vincitore e vedrà i tre citati favoriti, anche se i dettagli sul loro stato di forma e sull'avvicinamento a un possibile successo assumono una narrazione diversa rispetto al recente passato.

Van Aert o della forza. Arriva alla partenza di Anversa con una sola condizione: quella del favorito. Anversa, ma niente triangolare piazza del Grote Markt, nessun tentativo di assimilare immagini a quadri e affreschi come quelli all'interno della cattedrale di Nostra Signora, niente Municipio, né Palazzo delle Corporazioni a far da sfondo, niente statua di Silvio Brabone mentre sconfigge il gigante Druon Antigoon, niente tavolini (vuoti) dei caffè con i loro tendoni (chiusi). Bandiere poche, solo la tensione pre gara che si sposta sulla Steenplein, in riva alla Schelda («in questo momento più semplice dal punto di vista logistico, più pratico per tenere lontano il pubblico», spiegano gli organizzatori) che resta il punto di riferimento, sia nel suo silenzio assordante che nella capacità di essere, ora e sempre, come in un ciclo continuo, soprattutto quando nelle Fiandre si parla di intrattenimento a due ruote. Sullo sfondo in lontananza si vedrà un'altra statua: quello del Lange Wapper, gigante che popola i racconti folcloristici dei fiamminghi e che sarà semplice accostare metaforicamente a colui che poche ore dopo vincerà la Corsa.

Wout van Aert, e riprendiamo il filo: ha sofferto ad Harelbeke – della settimana belga la corsa che più si avvicina al Fiandre -, ma alla Gand-Wevelgem ha colto il primo successo in una grande classica del suo paese, inteso come Stato, nazione, e pareva una mancanza, se volete, un dato stonato nel suo palmarès già ricco in qualità più che in quantità. Si è parlato in abbondanza dell'opera di Nathan van Hooydonck, nome da pittore più che da santo, fondamentale compagno di squadra, e si è discusso dell'importanza della squadra anche domenica. Gliene servirà una più solida, è vero, ma fino a un certo punto: perché a un certo punto non si potrà bluffare, e con Oude Kwaremont e Paterberg come trampolino finale conterà soltanto quello che ognuno avrà dentro da trasmettere fuori: forza, potenza, cambio di ritmo, testa, energia: elementi che sembrano disegnati sulla sagoma del demolitore di pietre (RollingStone è copyright di altri) nato a Herentals, non troppo lontano da Anversa.

Van der Poel o dell'inganno. Subito un chiarimento: toni leggeri per definire quel prodigio di talento e istinto, di mulinate sui pedali da mettere alla prova la forza demolitrice di un fiume in piena. Alla Dwars door Vlaanderen a un certo punto si è staccato su una breve e ripida salitella: come se gli avessero levato il pane di bocca. Come se ce lo avessero levato a noi: c'è stato un attimo di silenzio e di costernazione nel tentativo di darci delle spiegazioni. Per qualcuno, ad esempio Eddy Planckaert, uno che al nord ha vinto qualcosina, è stato un mezzo bluff: «Bastava vederlo come pedalava nel finale sotto l'occhio della telecamera che lo aspettava. Smorfie da faccia distrutta: la sua idea è quella di togliersi di dosso il titolo del favorito assoluto».
La risposta del van olandese non si è fatta attendere: «Ma quale bluff: caldo, brutta giornata, non ne avevo, ma questo non vuol dire che non ne avrò al Fiandre» Nelle ultime ore ha aggiunto: «Sono un po' stanco. Forse sono arrivato un po' lungo con la condizione. Domenica il favorito sarà van Aert».

Insomma, il nipote di Poulidor e figlio di Adrie si cala sempre meglio nel ruolo di personaggio e ora inizia a giocare un po' di più con la sua immagine – a margine di tutto ciò, interessante considerazione di Walter Godefroot: «Mathieu per come corre ricorda più suo nonno che suo padre».

Intanto, dal Belgio, https://wiewintdekoers.be/, un sito che si occupa di prevedere i risultati delle corse ciclistiche partendo da dati basati su statistiche e prestazioni rielaborati da un'intelligenza artificiale, lo mette favorito assoluto (davanti a Van Avermaet, van Aert, Naesen e Stuyven). Fra poche ore scarteremo anche la caramella con la faccia dell'olandese sopra, scopriremo che sapore avrà e anche se questi ricercatori dell'Università di Anversa c'avranno preso.

Caldo e brutta giornata nei giorni scorsi anche per Alaphilippe. E stanchezza: «Sono un po' stanco, lo ammetto, il calendario italiano sta pesando sulle mie gambe». Il caldo è un po' il leitmotiv della corsa di mercoledì, ultimo capitolo di avvicinamento all'appuntamento che conta nel giorno di Pasqua e che a causa dello slittamento a ottobre della Roubaix, chiude in anticipo il blocco delle classiche sulle pietre.

Lampaert, quarto all'arrivo, quel caldo lo ha accusato in tutti i sensi, ma mai sottovalutarlo, van Baarle ha tirato fuori invece un numero da scuola d'élite e finalmente dopo tanto sbagliare i tempi il suo tempo è arrivato. Occhio anche a lui, ma stavolta è difficile lo lasceranno andare, anche se serviranno squadre solide e non solo le solite come nel caso della Quick Step (domani sarà Elegant e non Dececuninck e all'ultimo momento non schiera Štybar, fermato per un problema cardiaco), che dopo le meraviglie viste ad Harelbeke si è disfatta tra Gand e Waregem, ma ci giochiamo la dannazione eterna dell'anima su una corsa d'attacco e di testa da parte dei ragazzi di Lefevere.

Capitolo dedicato agli altri: numerosi, anche se il nuovo percorso difficilmente racconta bugie o storie di carneadi e sorprese, piuttosto può raccontare leggende di marcamenti e dispettucci, che è un po' uno dei paradigmi del ciclismo, fatto sta che da tenere d'occhio: Van Avermaet e Naesen, coppia AG2R che pare non prendersi troppo, i francesi Sénéchal, Turgis e Laporte (chi vi scrive pensa anche a Coquard), e poi ancora dal Belgio: Stuyven e Wellens, Benoot e G.Vermeersch. I tedeschi si affidano alle affilate speranze di Politt e a quelle un po' affievolite di Degenkolb, poi ancora la dinamite danese di Asgreen, Pedersen e Kragh Andersen (quest'ultimo mai troppo in palla per la verità a parte quel quasi colpaccio su via Roma a Sanremo) e quella norvegese di Kristoff, qui sette volte nei primi cinque su nove partecipazioni, con una vittoria, nel 2015, e due terzi posti nel 2019 e 2020. Ci sarà Sagan, scopriremo in che versione, mentre la Spagna si affida a Garcia Cortina e la Svizzera punta su Küng, uno che va forte, generoso, ma avrebbe bisogno di azzeccare i tempi giusti e di arrivare possibilmente da solo sfruttando il marcamento altrui.

Italiani: Trentin, Colbrelli e Nizzolo apparsi brillanti di recente saranno chiamati a una gara super per sperare in una top ten, Bettiol non è al meglio, ma da lui ci si può aspettare di tutto, in tutti i sensi. Ballerini, un po' in calo di recente, forse avrebbe spostato le sue mire sulla Roubaix, domani per lui sarà tutta esperienza utile.

IL PERCORSO

Più o meno lo stesso dal 2012, senza De Muur, tolto, poi rimesso, ma non ci sarà quest'anno ed è un torto non tanto alla storia di cui il ciclismo si fa spesso beffe, ma dal punto di vista tecnico una vera mancanza seppure nella sua versione a un centinaio di chilometri dall'arrivo. Da Anversa a Oudenaarde sono circa 254 chilometri, 19 muri (due in più dell'anno scorso) e sei tratti in pavè. Il finale è un mondiale sulle pietre, un circuito che prevede il doppio passaggio Vecchio Kwaremont-Paterberg che scatenerà la rissa finale. Se quei tre ne avranno potrebbe non esserci storia per gli altri. Ma anche alla Sanremo pensavamo andasse così e la realtà fu ben diversa.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐ van der Poel, Alaphilippe
⭐⭐⭐ van Baarle, Asgreen, Stuyven
⭐⭐ Kristoff, Sénéchal, Lampaert, Küng, Van Avermaet, Trentin, O.Naesen
⭐Politt, Turgis, Laporte, Wellens, Degenkolb, Nizzolo, Colbrelli, Matthews, Pidcock, Pedersen, Kragh Andersen, Benoot, Bettiol, Barguil, Livyns, D.Van Poppel, Vanmarcke, Madouas

Foto: Nico Vereecken / PN / BettiniPhoto © 2020


La verità di van Aert, gli inganni del Nord

La Gand-Wevelgem è una corsa che tesse inganni. Sono poco più di ventotto i chilometri da Ypres a Wevelgem, il percorso, invece, si snoda in un budello attorcigliato che somiglia a una litania dolente. Scherpenberg, Vidaigneberg, Baneberg, Monteberg, Kemmelberg e si torna a ripetere ogni muro, senza logica e senza ordine.

Il vento oggi è un dinamitardo impazzito che imperversa da destra a sinistra, da sinistra a destra. I ventagli sono l'unica possibilità per non esserne respinti, assecondare la rabbia dell'aria, le sue sberle, per restare attaccato alla ruota che hai davanti e che sembra sempre più distante. Chi perde un metro non lo recupera più. Così il gruppo si disperde in tanti rivoli, ferito irrimediabilmente, smembrato.

Mancano ancora cento chilometri all'arrivo e davanti sono solo venti uomini a giocarsela senza ritegno. Tra di loro Wout van Aert, Matteo Trentin, Michael Matthews, Stephan Küng, Sam Bennett, Sonny Colbrelli e Giacomo Nizzolo. Procedono veloci, appaiati, quasi raggruppati, si scrutano, si controllano mentre la sabbia alzata dal vento sembra risucchiata dal cielo e le pietre stortano le bici e le bocche che in certi istanti sembrano deformarsi, il ghigno della fatica. Dietro gli inseguitori cadono nella ragnatela della menzogna del tempo, di quel minuto di distacco che sembra poco e invece è troppo: così Štybar prova a rientrare con Ballerini, così Van Avermaet e Arnaud Démare sgasano a vuoto, illudendosi ed illudendo.

Wout van Aert è un attore alla prova generale al secondo passaggio sul Kemmelberg. Chissà cosa avranno pensato quelli che gli erano a ruota, mentre il respiro faticava a salire. Chissà cosa avrà pensato Bennett ad ogni curva, ad ogni discesa, ad ogni strappo, mentre il suo stomaco sembrava ribaltarsi per gettare fuori qualcosa di indigesto. In certi momenti la verità non è ammessa, bisogna fingere e far credere agli altri che è meglio che ti temano perché in volata sei più veloce. Anche la paura può spezzare le gambe, in questo spera Sam Bennett.

Sarà un nuovo attacco di van Aert sul Kemmelberg a lacerare ogni finzione. Bennett resta in coda, perde dieci, quindici metri. La nausea si trasforma in conato di vomito, sembra una liberazione, nonostante il tremore e la debolezza. È questa la forza che gli permette di tornare in testa a tirare, come se niente fosse successo. Sta mentendo l'atleta Quick Step ma il corpo non lo inganni, le viscere sentono tutto. Sembra una Pietà quando si sfila, testa bassa, poi alta, poi di lato, sudore freddo e gambe ferme. A raccattare ossigeno chissà dove per non fermarsi e buttarsi a terra.

Ci si avvicina sempre più a Wevelgem. Van Aert parla con il compagno Van Hooydonck: a tutta, andatura alta per scongiurare attacchi. Chi prova, rimbalza. Lo sa bene Küng che è l'enigma dell'impotenza quando prova ad allungare all'ultimo chilometro come quando parte lungo, troppo lungo, ai quattrocentocinquanta metri dalla linea bianca del traguardo.

Non c'è più tempo per aspettare, le gambe scalpitano nervose. Van Aert lancia la volata a centro strada e non c'è più storia che tenga. Sembra tutto facile anche se facile non è, dopo duecentocinquanta chilometri. Nizzolo e Trentin partono dal fondo, quasi sollevano la bicicletta dai colpi che danno sui pedali, rimontano tutti, non lui che fa corsa a parte. Lui che ringrazierà il compagno di squadra, che dirà che è stata dura, durissima, perché, quando si è solo venti in gruppo, quel vento contrario devi affrontarlo a viso aperto a costo di sembrare incosciente. E poi quel «sono felice», che spesso non si ammette, che si ritiene scontato, ed invece oggi sì, come una liberazione dalla fatica. Perché la fatica rende tutto tremendamente vero, nel senso di onesto, spietato, anche crudele, se volete. Come una bicicletta, come un uomo.Foto: Vincent Kalut/PN/BettiniPhoto©2021


Viaggio al termine della notte

Dai Due Mari ci si sposta a Milano per poi tornare di nuovo verso il mare. Sembra un gioco, ma non lo è: la Milano-Sanremo è affare più che serio. Si cerca tra le righe un canovaccio differente, si discute come al bar, ci si piglia oppure si è totalmente in disaccordo, ma gli unici a poter far quadrare i conti sono sempre gli stessi.

Certezze, almeno, in un'epoca di incertezze: Alaphilippe, van Aert e van der Poel, favoriti anche qui, come alla Strade Bianche. Forse persino un po' di più dopo la luce emanata alla Tirreno.

Nel 2019 Alaphilippe fu primo sugli sterrati e poi alla Sanremo; nel 2020 è toccata una sorta simile a van Aert e dunque il 2021 può sembrare già scritto. Per cambiare quell'idea che tutti abbiamo fissi in mente serviranno diversi ingredienti. Ma quale idea? Van der Poel che scatta come un forsennato sul Poggio («Non penso al record di scalata, ma solo a tagliare il traguardo per primo» ha detto ieri) e poi vince, dopo che un gruppo di fuggitivi si sgancia in mattinata e viene ripreso strada facendo, col futuro segnato nelle stelle e con il coraggio ben descritto dentro di ognuno di loro.

Servirà un incrocio di destini discrepanti volti a cucinare una corsa dall'esito - solitamente - così incerto da far figurare una rosa di quaranta nomi tra i favoriti, ma che fa dello svolgimento lineare il suo marchio. Si sonnecchia per sei, sette ore e si sobbalza all'improvviso come un interminabile jumpscare di una pellicola horror. Ma domani potrebbe essere tutto diverso.

Se ci mettiamo un pizzico di freddo, come previsto, anzi tanto freddo, e forse magari un po' di pioggia chi lo sa (nelle ultime ore diminuiscono le possibilità), e il vento che potrebbe essere persino gelido, allora qualcosa potrebbe cambiare. Carte lanciate alla rinfusa in mezzo a una sala, margini tra potenti e abbietti che si fanno ancora più ampi o viceversa, valori che emergono a sorpresa.

Certo non si dovrebbe andare incontro a una Sanremo come quella del 1910 vinta da Christophe, altrimenti invitiamo chi ha una casa lungo il percorso di tenere acceso il caminetto per dare una mano ai corridori dispersi – anche se eventualmente ci sono i bus delle squadre; non si dovrebbe prospettare nemmeno qualcosa di simile al 2013. Gara sospesa, trasferimento in bus e poi parte finale come da tradizione in bicicletta.

Belletti rischiò di rimetterci le dita per il freddo, Haussler, per contro, corse senza guanti, ma lui è fatto così. Vinse Ciolek in una di quelle vittorie a sorpresa che appaiono di tanto in tanto negli albi d'oro delle grandi corse. Un suo compagno di squadra, Songezo Jim, raccontò di come per la neve a un certo punto si ritrovò a guidare la bici con gli occhi chiusi e di come, una volta arrivati, non riusciva nemmeno a cambiarsi gli indumenti per il freddo. No, in teoria non dovremmo ridurci a quello. Nonostante un inverno che tarda ad abbandonarci.

Lo scenario più plausibile diviene così l'attacco devastante - è il caso di dirlo - sul Poggio: van der Poel che parte, Alaphilippe e van Aert lo tengono a tiro leggermente sgranati l'uno dall'altro, e poi giù tutti e tre verso Sanremo, e gli altri a inseguire, ma occhio: la discesa del Poggio può far male.

Si sogna e si spera imprese da lontano: a costo di essere smentiti ci crediamo poco. La Rai ci crede di più e per la prima volta attaccheranno con la diretta dal chilometro zero. Manna dal cielo per i tanti fissati che si collegheranno sin dalla colazione (ore 9.15 circa), non vorremmo essere nei panni di chi quella trasmissione dovrà gestirla, né di qualcuno meno appassionato e capitato per caso a vedere le prime quattro, cinque ore di corsa.

Attacchi da lontano, si diceva. Beh, da lontano, s'intende qualche fiamma negli ultimi cinquanta chilometri, ma è più facile a quel punto vedere l'andatura che aumenta progressivamente: i tre Capi presi a tutta, una Cipressa che invoglia un gruppetto di corridori - andare via in solitaria con l'Aurelia tra Cipressa e Poggio sappiamo bene che rasenta la follia - ad anticipare una fine altrimenti già nota.
E poi? Una Quick Step che gioca con Alaphilippe, ma magari in realtà punta su Ballerini e Bennett (forse unica squadra davvero dotata di piano A, piano B e piano C), Trek e Bora che giocano di fantasia per i loro fantasisti: uno che qui vinse a sorpresa tre anni fa, un altro che qui è sempre stato respinto. Entrambi però con poche speranze, francamente.

Magari spunterà qualcuno con una bella pedalata - peccato non ci sia Pogačar - che sconvolge lo status quo e anticipa: un bel gruppetto composto da corridori come Ganna, Küng, Schachmann e simili. Ci si spera, ma ci si crede poco. E magari dietro tutti si guardano perché nessuno vuole portare l'olandese in carrozza fino al Poggio per vedergli sfondare i pedali a quel modo, nessuno vuole accompagnare il belga in volata, ed ecco che l'azione vincente è servita.

Spunti ce ne sono tanti, potremmo stare ore a discutere di scenari diversi (magari qualche idea datecela voi) e outsider: la rosa di nomi dietro i tre è ricca di petali, ma anche di spine che riempiono di dubbi e tagli i pronostici. Godiamoci solo il lungo viaggio al termine della notte.

IL PERCORSO

Più noto e lineare che non si può. 299 chilometri, circa, città di partenza e arrivo conosciute. In mezzo niente Turchino per via di una frana ma Colle Del Giovo: nulla di che. Poi tutta pianura fino agli ultimi 50 chilometri: i tre Capi, la Cipressa, l'Aurelia col suo vento infido fino al Poggio per gli ultimi 20 minuti più folli che il ciclismo può offrire: Poggio sia in salita che in discesa e poi Sanremo, via Roma, traguardo di una corsa, la Classicissima, che sempre divide, ma che spesso risulta soddisfacente.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van der Poel
⭐⭐⭐⭐ van Aert, Alaphilippe
⭐⭐⭐ Vendrame, Laporte, Ballerini, Matthews
⭐⭐ Bennett S., Trentin, Kristoff, Cort Nielsen, Hofstetter, Démare, Nizzolo, Bouhanni, Aranburu, Schachmann
⭐ Viviani, Stuyven, Pasqualon, Sagan P., Bettiol, Colbrelli, Wellens, Degenkolb, Gilbert, Mohorič, Kwiatkowski, Ganna, Kung, Van Avermaet, Felline, Pidcock, Ewan, Garcia Cortina, Mezgec, Kragh Andersen, Bonifazio

Foto: Tommaso Pelagalli/BettiniPhoto©2020


La natura dei fuoriclasse

Liberi scorrazzano i cavalli nei campi attorno a Colle Pinzuto. In tensione i corridori scavallano il penultimo settore in sterrato, frustrando gambe e frustando pedali. Con lingue in fuori e gote rosse, senza rispetto né riguardo per i sentimenti dei propri avversari. Senza avere nemmeno il minimo ritegno per le nostre coronarie: due ore finali di corsa come celebrazione assoluta. Da farti alzare dalla sedia, da far scomodare tutta una lista di aggettivi e di superlativi che dicono si dovrebbero lasciare da parte, ma che vengono in soccorso, mentre il cuore solo un’oretta dopo l’arrivo dei corridori inizia a rilassarsi. Spettacolare, meravigliosa, la definiamo così, in modo banale, ma senza orpelli. Una corsa bellissima figlia dell’interpretazione di una generazione di fuoriclasse.

Tutto attorno alla Strade Bianche 2021 è verde intenso, per la natura è stato un buon inverno e pare una giusta primavera. All’ombra fa freschetto il giusto, al sole si suda, a tratti c’è una leggera bava di vento che non dà fastidio, in altri momenti, invece, sembra nemica di chi va in bicicletta. Spira di lato, soffia impazzita, muove gli alberi che sembrano ossessi sbilenchi appesi un po’ per caso, un po’ per necessità.
Il verde spiritato si alterna a un giallo paglierino che sono campi, sì, ma è anche terra sabbiosa, argillosa, creta che a vederla fa quasi male agli occhi. Spuntano le prime timide fioriture; il cielo, stamane piombo fuso sulla testa di ciclisti e di senesi, ora è blu come avessero capovolto il mare. Le nuvole sono barche sparse di pescatori appiccicate a testa in giù e che in qualche modo provano a rientrare verso casa.

La polvere che nasconde i corridori è una coltre di nebbia lattiginosa che brucia i polmoni. Lo sterrato è battuto. Cani sparsi a bordo strada come spettatori; spettatori (pochissimi) che dialogano in toscano: «Eppure ai corridori gli garba» afferma uno. «Beh anche se un gli garbasse l’è la loro vita» risponde l’altro.
Brucano le bestie nei campi, bucano le gomme i corridori e arrancano, si fermano, bestemmiano, ondeggiano, in un tumulto di macchie colorate di squadre e sponsor. Inviati di stampa e televisioni in scampagnata solo apparente rincorrono auto e ciclisti, filmano, applaudono, salgono e scendono, si affrettano e annaspano. Si annullano le urla fino a una silente Piazza del Campo dove l’unico sussulto sono i rumori dell’attrito di ruote e telai, oppure della potenza di van der Poel che emana un suono che durerà nel tempo.

Fuggono i fuggitivi, si fiondano gli inseguitori, allungano i più forti, resistono i temerari. Scappano i primi con nomi pittoreschi e diverse storie da raccontare, ma magari sarà per un’altra volta. Sono Bevilacqua – e quanto ce n’è bisogno oggi – e Rivi; Walsleben, Zoccarato – grande da sembrare infinito – Petilli e Van der Sande – uno figlio di pizzaioli, l’altro di paninari – Ledanois e Tagliani.
La loro sorte è segnata, ma se ne fregano. Valli a capire e infatti li capiamo. In otto di loro hanno vinto tre corse tra i professionisti e se per Zoccarato e Rivi è anche normale – sono al primo anno – per Ledanois è un cruccio, lui che nel 2015 trafisse Consonni nel Mondiale Under 23. Walsleben, infine, serve a riequilibrare il karma: è il meno giovane davanti, non ha mai vinto in vita sua, ma corre in squadra con van der Poel.

Dura poco la loro sortita, il tempo di un sospiro, di un faticoso respiro. Di uno sterrato dietro l’altro. In gruppo si attacca: è nella natura di questa corsa. Folle, differente, affascinante e ammaliante, spettacolare, pericolosa, amata dai corridori. Casali, ulivi e campi ovunque, curve infide, salite indigeste, discese incontrollabili; dislivello e fatica da tappa di montagna, cadute e polvere, ristoranti, chiesette e scaramucce.

Sulle Sante Marie arriva il primo grido “che spettacolo! che corsa!”. Un gruppo di stelle in parata con van Aert che appare irresistibile. Vanno via Pidcock, Bernal, van Aert, van der Poel, Gogl – ribattezzato Van Gogl per l’occasione – Pogačar, Simmons, Geniets. Quest’ultimo cede, poi Simmons buca e non rientra più. Su Monteaperti tutto cambia: è sempre la natura di questa corsa, è ciò che più diabolico prepara il ciclismo. Van Aert sembrava il più forte ma si stacca (con Pidcock). Van Aert ha un cuore grande che potrebbe battere per tutti gli abitanti del pianeta e allora rientra per poi staccarsi di nuovo.
E su Le Tolfe cede pure Pogačar e ci ritroviamo con Bernal, Alaphilippe e van der Poel a giocarsi tutto verso Piazza del Campo. Il resto è storia nota, non è mai stata noia: van der Poel che vince, Alaphilippe secondo, Bernal terzo, van Aert quarto. Il modo in cui l’olandese ha vinto servirà per scomodare gli appassionati: “ma quanta potenza ha sprigionato van der Poel?” ci si chiederà.

Qualcuno dirà di avergli visto perdere un pedale nella penultima curva, altri che avranno visto schizzare scintille, volare schegge di sanpietrini. Altri ancora diranno di averlo sentito urlare al traguardo come mai prima. Le gote rosse, di nuovo, i muscoli in fuori. Una tattica perfetta. «Per vincere le gare importanti, devo iniziare a correre con la testa», raccontava alla vigilia. E lo ha fatto. Perché corridori così imparano da ogni dettaglio. È la natura dei fuoriclasse.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021


Il suono caldo del ciclocross

Il sottofondo che accompagna ogni evento a Ostenda ci piace immaginarlo con la voce calda di Marvin Gaye. Sembrerebbe quanto mai fuori luogo scomodare il cantante americano, non fosse che qui ci sono diversi ricordi legati alla sua presenza. Trent’anni fa, più o meno esatti, sbarcò da Southampton per cercare redenzione: i debiti lo stavano divorando, come la cocaina; ai ferri corti con moglie e con la Motown – la celebre casa discografica che lo aveva lanciato – Marvin Gaye trovò ispirazione e purificazione proprio in questa città nel nord Europa grazie all’aiuto di Freddy Cousaert, produttore musicale belga.

Chiuso in un piccolo appartamento vicino la spiaggia, osservando la schiuma del mare del Nord e i bagnanti intenti a prendere sole scavando buche nella sabbia per ripararsi dal vento, Marvin Gaye compose una delle sue più celebri canzoni “Sexual Healing”, che gli valse un grammy un anno prima di venire ucciso a colpi di pistola dal padre. Visse il suo momento di pace in questo posto freddo e grigio come solo un luogo affacciato sul mare del Nord può esserlo. Un posto nato per i pescatori, e che pochi chilometri più a sud, a Oostduinkerke per la precisione, vede ancora attiva la pratica della pesca a cavallo di piccoli gamberetti grigi chiamati “rikze garnalen” e che pare siano buonissimi da mangiare con la salsa rosa, oppure pastellati.

A poche centinaia di metri dalla partenza delle prove iridate di questi giorni, all’interno del Kursaal Oostende, edificio simbolo della cittadina belga, campeggia una statua in oro del cantante americano raffigurato mentre suona il pianoforte: è uno dei piatti forti del turismo del luogo e quando si è da quelle parti appare quasi d’obbligo farsi fotografare di fianco a lui, come fosse il Duomo a Milano o il Colosseo a Roma. Oppure, per entrare in argomento: sarebbe come cercare di farsi fare una foto con van der Poel o van Aert.

Schierati in attesa dello start di fronte all’Ippodromo, ecco gli artisti tanto attesi: abbondiamo di retorica, ma non si potrebbe fare altrimenti. D’altra parte: come chiamereste questi funamboli delle due ruote, capaci di guidare con tale tecnica tra i solchi sulla sabbia, abili a sprigionare forza e allo stesso tempo a prestare delicata attenzione nello stare in piedi, o a superare indenni il passaggio sul ponte al 21% di pendenza? O, “quasi come se nulla fosse”, a passare con tale leggerezza dal tratto iniziale della pista in cenere a quello in erba, capaci di scendere e poi di risalire al volo dalle loro biciclette?

Ma: “What’s going on”? Eccolo il caldo ritmo di Marvin Gaye in sottofondo, subito prima del via. Parliamo della corsa: cosa sta succedendo? Succede che Van Aert e van der Poel sono i due attori principali di questo spettacolo. Partono appiccicati e sembra possono esserlo fino alla fine dell’attesa ora di gara. Dopo centottanta secondi sono già da soli. Succede che Mathieu van der Poel è un organo caldo, di quelli che basta toccarlo un attimo per scottarti, mentre van Aert è una gran cassa che picchia sulla sabbia e quando è sul bagnasciuga sembra poter spostare, oltre che il suo avversario, anche le onde del mare. Quelle onde che si infrangono sulle ruote dei corridori e danno al quadro generale un tocco ai confini del reale.

I freni strombazzano a ogni curva come auto in centro all’ora di punta, mentre i due se ne vanno, salutano, non li rivedono più, e dopo un giro hanno già lasciato tutti gli altri distanti a fare un’altra corsa. Dietro Pidcock è un solista in mezzo a un’orgia fiamminga: proverà a rimontare, rimontare, giro dopo giro, per un attimo sembra farcela, sarà quarto alla fine, a un tiro da un incredulo Toon Aerts.

Ma davanti, di nuovo: cosa succede? La temperatura si alza, nonostante il freddo, ma l’atteso testa a testa dura pochi giri. Non si può sbagliare nulla: la sbavatura di uno, lancia davanti l’altro, la caduta di van der Poel sembra mettere le ali a quel ragazzo tutto testa e potenza con la marca di una bevanda energetica stampata sul caschetto.

Sono danzatori sulla sabbia, osano l’impossibile, sbattono sul terreno come se la loro fosse una danza tribale. E al terzo giro la temperatura è bollente. Van der Poel insegue a causa della caduta, van Aert e lì davanti che non si scompone, una sfinge, pochi secondi di vantaggio, poi d’improvviso vacilla. Van der Poel gli arriva sotto a una velocità che definiremmo doppia, quasi tripla avessimo gli strumenti per misurarla. Van Aert ha forato e viene superato dal rivale.

Il belga lo tiene a tiro ugualmente, tornata dopo tornata, dopo solco, dopo barriera, passaggio dopo passaggio verso la meravigliosa galleria veneziana, mentre alle spalle ci si lascia il mare del Nord tinteggiato sempre più di un colore cupo, quasi marrone.

Poco dopo metà gara, ogni piccola azione, ogni piccolo movimento, ogni piccola nota suona a favore dell’olandese; la sua taranta sulla sabbia lo infiamma, le curve sono come il bollente bacio di un innamorato, quello che era solo forza e talento oggi è anche acume e disciplina: otto secondi di vantaggio al quarto giro, tredici al quinto, ventidue al sesto, ventinove al settimo e penultimo.

Ora ci immaginiamo una musica che arriva da qualche parte, un po’ distante, sembra suonare un ritmo caldo: “Brother, brother, brother there’s far too many of you dying”. Accompagna l’ultimo giro di van der Poel, fa da cornice al breve rettilineo finale: van der Poel si inchina sul traguardo, mostra i muscoli, ritto verso un rito che lo porta al suo quarto titolo mondiale. Un successo reso ancora più grande da un grande avversario come van Aert che chiude a trentasette secondi.

P.S. Una postilla sulla divertente gara delle Under 23 femminile andata in scena poche ore prima: vince Fem van Empel, diciotto anni, che solo pochi anni fa giocava a pallone e sognava un giorno di vestire la maglia del Bayern Monaco. Quinta Francesca Baroni: un risultato di spessore, il migliore della spedizione azzurra.

Foto: Dion Kerckhoffs / BettiniPhoto © 2021


Si parte? (Ma si arriva?) - Tra maglie iridate (tre) e superstizioni

Come finisce, tutto prima o poi ha un inizio, logico meccanismo sul quale non serve nemmeno stare troppo a ricamare. Passano, ahinoi, le stagioni, scandite irrimediabilmente dagli eventi sportivi. Domani ci sarà una sorta di incrocio tra strada e cross, una sorta di fine che coincide con una specie di inizio: non chiamiamolo passaggio di consegne per carità, non lo è, ed è anche brutto da dire.

Nella sabbia belga andrà in scena l’atto principale – non quello conclusivo, ma ci siamo vicini – della stagione del ciclocross. Il Mondiale, a Ostenda, in Belgio, con quel tratto in spiaggia dove van Aert e van der Poel possono sprigionare potenza inaudita e più che pensare al gelo che arriva dal mare del Nord si prenderanno a biciclettate nei denti per l’ennesimo atto di una rivalità che parte da lontano nel tempo e che si riversa in strada e nel fuoristrada: il desiderio massimo, ma non diciamolo troppo ad alta voce, per questo 2021, sarebbe vederli contro sul pavè della Roubaix. Magari in una Roubaix (come un sogno) bagnata.

Tre a tre è il conto delle loro maglie iridate (tra gli élite), e, ironia della sorte, al via c’è un altro ragazzo che di titoli ne ha vinti tre, ma che ormai col ciclocross ha poco a che fare, Zdeněk Štybar. I tre oltretutto sono gli unici in gara ad aver vinto il mondiale nella massima categoria. In questa stagione del cross, Štybar, per “gli amici” Štiby, non si è mai visto, ma raccontava nei giorni scorsi di essersi allenato spesso in questo periodo con van der Poel, anche in mountain bike. Un privilegio. Ha aggiunto anche che è al via pagando tutta la trasferta di tasca sua e che invece di portarsi dietro venticinque coppie di ruote come ai (suoi) bei tempi, ne avrà soltanto sette. A proposito di numeri e di numeri tre: esiste una lista di terzi incomodi, anche abbastanza lunga e che difficile possa includere il ceco e lo diciamo con rammarico: stuzzica molto Sweeck su un percorso del genere, Pidcock è uno che sa esaltarsi nei grandi appuntamenti, ma il percorso potrebbe vederlo tagliato fuori, mentre occhio a Vantourenhout che è stato uno dei più continui in stagione.

Tra le ragazze al via oggi, andrà presumibilmente in scena il Festival della Pedalata Olandese, nulla di nuovo, nulla a cui non siamo abituati, chi si veste di arancione ha una certa affinità con le vittorie. Sorte simile domani nella gara delle Under 23, qualche nome extra c’è: Vas, che non è Vos e arriva dall’Ungheria, Kay, sono nomi che stuzzicano la fantasia anche in chiave vittoria, occhio a loro per un pronostico nederlandifferente. Un accenno pure alle italiane, Lechner e Arzuffi, tra le élite (oltre a Teocchi, Gariboldi e Persico): un risultato nei primi dieci per le due azzurre sarebbe un traguardo da sogno. Qualcosa simile si può sperare anche con il trio in campo tra le più giovani: Baroni, Casasola, Realini in rigoroso ordine alfabetico. Anche se questa sabbia è dura da digerire.

Foto: ©️Red Bull Content Pool

Ma domenica si apre – in un certo senso – la stagione del ciclismo su strada, un po’ stampo anni ’90 con il Gp d’Ouverture – La Marseillaise. Anni ’90 perché a quei tempi quando leggevi il nome di quella corsa sapevi che finalmente si alzava il sipario. Poi le cose sono cambiate, Australia, Sudamerica a dare il là e a spostare altrove l’attenzione; è vero che si è già iniziato a correre (pochissimo per la verità) anche quest’anno ma è altrettanto vero che dalla rumorosa e multietnica Marsiglia si proverà a dare uno scossone al freddo torpore di un ciclismo che non si sa quando sarebbe iniziato e non si sa quando finirà, né come continuerà.

Intanto per il momento corse su corse vengono spostate a maggio, altre cancellate e ci rivediamo nel 2022. Anche il calendario giovanile è ancora una volta martoriato e – quasi sotto traccia – perde appuntamenti su appuntamenti, ed è un mezzo disastro su tutti i fronti.

Gp Marseillaise: ci sono sempre strane voci attorno a questa corsa, si parla di superstizione, e si sa che gli sportivi, i professionisti, ne sono sempre affascinati – proprio in senso etimologico, da fascino, fascinum – “maleficio”, oppure “amuleto a forma di…” e ci fermiamo qui. La si definisce “La maledizione della Marsigliese”. Si dice che chi vince questa corsa vivrà una stagione negativa. Lo scorso anno, per dire, primo fu Cosnefroy, poi in realtà è stato protagonista al Tour di tante belle fughe e di una buona stagione, ma il suo 2021 invece inizierà in ritardo per un problema al ginocchio.

Nel 2019 ha vinto Turgis che è l’ultimo superstite della dinastia di fratelli che hanno abbandonato il ciclismo giovani e giovanissimi. Jimmy si è ritirato a 29 anni, Tanguy, che pareva un talento super, a nemmeno 20 dopo aver ben figurato al Fiandre e alla Roubaix. Vichot che ha vinto nel 2017 si è ritirato quest’anno per problemi fisici legati all’overtraining.
A togliere ogni dubbio ci pensa tuttavia Bernard Hinault che nel 1982, terza edizione della corsa, vinse Marsigliese, Giro e Tour. Nell’albo d’oro figura anche Justin Jules che vinse qui nel 2013 e che nel 2008 fu condannato a 5 anni, poi ridotti a 3, di prigione per l’omicidio del patrigno. Justine una sera nel 2004 reagì fatalmente stufo di vedergli alzare le mani per l’ennesima volta su mamma e fratello. Il padre naturale di Justin invece era una buona speranza del ciclismo francese, nel 1984 vinse una tappa al Tour, due anni dopo morì a 26 anni in un incidente stradale. Ma queste sono storie sulle quali ci ritorneremo magari più avanti. Ora godiamoci nuovamente un po’ di ciclismo con van Aert contro van der Poel e speriamo persino che il destino possa farsi beffe della superstizione e che da Marsiglia in avanti (a proposito: Trentin e Vendrame tra i favoriti) si possa vivere una stagione di ciclismo. Avevamo scritto “piena di ciclismo” corretto e cancellato viste le ultime: a febbraio sta saltando una corsa dietro l’altra. Il problema è che poi svoltato l’angolo la stagione da marzo in avanti partirà a tutta. Si spera, almeno, perché non c’è molto altro da fare oltre che attaccarsi alle speranze. D’altra parte i tempi sono questi.

Foto: Nico Veereken/PN/BettiniPhoto©2021


La risposta giusta

La storia di oggi è una di quelle storie che si incontrano mentre ne stai inseguendo altre. Mentre ti lanci fuori da una stazione ferroviaria e, con le gocce d’acqua che iniziano a cadere, blocchi il primo taxi disponibile per raggiungere la partenza di una gara. Ti accomodi sul sedile posteriore e pensi a tante cose. Al fatto che questa mattina avresti proprio voluto restare a casa. Che c’è quella persona che avrebbe bisogno di te e tu invece sei sempre chissà dove. E ami il tuo lavoro, lo ami come si amano le persone, ma le persone restano un’altra cosa. Quando torni a casa a sera, magari dopo giorni di viaggio, cerchi qualcuno che ti chieda come stai, cerchi ogni dettaglio che ti viene in mente quando, dopo le gare, senti le persone dire “andiamo a casa”. Tu invece non vai a casa. Tu vai in hotel. Oggi peraltro piove. Le previsioni dicono che peggiorerà. Non ti è mai interessato nulla della pioggia, anzi ti piaceva camminarci, ma oggi proprio non va. Quando succede così non ti basta nulla. Nemmeno tutte le cose che racconti e che ti racconti quando parli del tuo lavoro. Nemmeno tutte le motivazioni per cui non lo cambieresti con nulla al mondo. Oggi non ne sei più così certo. Ma che succede oggi? Te lo chiedi. Capita a tutti, capita anche a noi. Ma devi far finta di niente, devi salire su quel taxi e aggiustare i pensieri perché tu, da quando arriverai al villaggio di partenza, dovrai essere il solito. Dovrai mettere tutta l’attenzione per ascoltare, anche se oggi, solo oggi, vorresti proprio essere ascoltato. E c’è una bella differenza. Preparati una maschera e vai. In fondo lo dici sempre: sei fortunato perché della tua passione hai fatto un lavoro. Questo lo sai, lo sai anche oggi.

Ad un tratto squilla il telefono del tassista: auricolari nelle orecchie e risponde. Non capisco subito con chi parla ma alcune parole arrivano chiare. Dopo qualche minuto di ascolto è lui a riprendere la conversazione: «E allora? Che scusa è? Valla a raccontare alle persone che ti stavano aspettando. Noi siamo responsabili del destino di queste persone. Qualcuno sarà arrivato tardi al lavoro, qualcuno avrà mancato un appuntamento, ci pensi? Ascolta, lascio un cliente e ti richiamo». Pago e scendo. Sto andando a ritirare degli accrediti ma con la testa sono lì, a quella chiamata. A quel “noi siamo responsabili del destino delle altre persone”. Mica poco. Credo che quel tassista stesse parlando con un collega che aveva mancato un appuntamento o qualcosa di simile. Non so. Ma non è questo che conta. Sono quelle parole a contare, quelle che misurano l’importanza che ognuno assegna al proprio contributo. E, forse, sono anche la miglior risposta ai miei dubbi e alle mie domande. Alle domande di chiunque si alzi un mattino e si interroghi sul perché. Alle domande che ogni persona si pone. Chi ama ciò che fa, se le pone raramente ma in quei casi serve una risposta. Bisogna averla pronta, altrimenti tutto vacilla.

La risposta è questa. La risposta è che proprio dalla tua risposta a quella domanda, quel mattino, dipende un pezzetto di destino di qualcuno. Già, perché peggio ti risponderai e peggio lavorerai. E il tuo lavoro ricadrà per forza di cose su qualcuno. Sarà causa o conseguenza. Qualcuno pagherà la tua risposta sbagliata. A qualcuno, quella tua malavoglia, causerà malessere, problemi. Qualcuno quella stessa mattina si è alzato dal letto col piede giusto, si è ricordato del motivo per cui fa ciò che fa. Magari proprio qualcuno che è alle prese con un lavoro infinitamente più difficile del tuo, con più responsabilità di te, con più problemi di te. Eppure lui sa perché sta andando al lavoro. Perché “è responsabile del futuro di qualcuno”. Non è un vanto. Siamo tutti responsabili del futuro altrui. Per poco o per tanto, che ci piaccia o no. Che sia il giorno giusto o meno. Il futuro non aspetta questo. Il futuro arriverà lo stesso, aspetta solo il tuo contributo, senza scuse.
Così, quel giorno, al villaggio di partenza non ho avuto bisogno di maschere, del resto le responsabilità non vogliono trucchi. Anche le responsabilità più ostiche si affrontano con le giuste risposte. Magari colte al volo, scendendo da un taxi, mentre fuori inizia a piovere.

Foto: Tornanti.cc


Di Wout van Aert e di tutti noi

Quest’anno la Milano-Sanremo è di tutti coloro che hanno paura, tanta, ma anche un poco di coraggio. Di tutti coloro che temono i cambiamenti e passano notti insonni, attendendo una mattina che non arriva. Ma poi li accolgono, perché l’esistenza cambia e non saranno le nostre futili resistenze a impedirglielo. Di chi alzandosi dal letto ha il coraggio di lavarsi la faccia e andare in cucina a far colazione. In certi giorni sembra davvero impossibile. Delle tante persone a cui continuiamo a dire che anche per loro, un domani, la vita cambierà e non ci credono perché per loro è sempre stata così. È di chi sa che, in fondo, la bellezza è nelle sensazioni, nei ricordi, nell’immaginazione, nell’immedesimazione e nelle parole che usiamo per raccontare. Di chi sa che, se si vuole, un briciolo di bellezza la si trova quasi ovunque e serve per farci coraggio. Di chi aspetta un ritorno o una partenza e ha un pezzo mancante.

È di chi l’ha sempre vista in strada e oggi si è dovuto sedere sul divano, davanti al televisore, e, visto che si sentiva infelice, ha aperto la finestra e ha creduto di sentire il fruscio del gruppo che scorre. Di chi si è sentito escluso dal cambio di percorso. Di chi non ha mai potuto andare a vederla e oggi l’ha vista dalla finestra di casa e non sa ancora spiegare cosa sia successo. Di quei bambini che sono corsi giù dal letto, come fosse la notte di Natale, chiedendo ai genitori quanto mancasse al passaggio e quando hanno saputo che non potevano stare in strada hanno preso le loro biciclette e si sono inventati una volata nel cortile. E la telecronaca l’hanno immaginata. Degli infermieri che hanno accompagnato qualche anziano nella sala dell’ospedale e hanno cambiato canale “per vedere la corsa”. Dei nonni che l’hanno vista con i nipoti in braccio. È di chi è scattato al chilometro zero, perché delle cose bisogna aver voglia. E quando si ha voglia di qualcosa, le si corre incontro. Ovunque sia.

La Milano Sanremo 2020 è di Wout Van Aert che l’ha vinta sul traguardo, al cardiopalma. Di questo ragazzo che riassume forse tutte le sfaccettature raccontate. È dei genitori di Wout che non ci vogliono credere ma è vero. È tutto vero. È di Via Roma e del silenzio che c’è oggi vicino al mare. È di Matteo Trentin che è caduto e si è dovuto ritirare e un ciclista non si ritira mai se ha anche solo un barlume di speranza. È di Ciccone, di Conci, di Mosca e anche di Vincenzo Nibali perché ci hanno provato. È di tutti quelli che si sentono figli, fratelli, sorelle e vecchi zii di questa corsa. Tanto è il bene che le vogliono. È di chi ha già iniziato il conto alla rovescia per la Milano-Sanremo del prossimo anno. Perché non vede l’ora di tornare lì. Lì dove il cuore batte ed il mare sussurra.

Foto: Bettini