Compagni di camera

Francesco Gavazzi e Lorenzo Fortunato possono parlare del significato del silenzio. Lo hanno imparato essendo compagni di camera e sono certi che il loro rapporto sia fatto anche in buona parte del silenzio. Entrambi spiegano che il compagno di camera è fondamentale perché, lontani da casa, è la persona con cui condividi tutto, dentro e fuori dalla gara. Non è, però, scontato trovarsi bene. «Può capitare di sentirsi a disagio anche solo a vedere la lista delle camere- dice Gavazzi- ed è il peggio perché non ti senti libero nemmeno nelle ore del rilassamento e questo porta stress». Con Fortunato non è capitato e Lorenzo sa il motivo: «Non abbiamo paura di stare in silenzio e questi momenti in cui non si parla, in camera, non tolgono nulla. Questo silenzio lascia tranquillità. Lui legge, io guardo un film. Possiamo parlare, ma non siamo obbligati a farlo. Non ci giudichiamo, se non lo facciamo».
In realtà Fortunato e Gavazzi parlano molto, anche fuori dalle gare e le cose che sanno l'uno dell'altro derivano proprio da questo tempo parallelo. Francesco Gavazzi racconta una sua telefonata con Fortunato questo inverno: «Mi ha parlato di tantissimi impegni e della difficoltà di incastrarli tutti. Credo quello sia stato il giorno di uno dei consigli più importanti: imparare a dire no». Da quella vittoria allo Zoncolan, il mondo attorno a Fortunato è cambiato e, per Gavazzi, Lorenzo non è ancora abituato a questa concezione.
Amici? Sì, anche amici. «La squadra è comunque un ambiente di lavoro- precisa Gavazzi- e anche il compagno che ti aiuta sta pensando al proprio contratto, al rinnovo. Se c'è amicizia è più semplice, perché non hai timore nell'affidarti e anche per l'altro è più facile fare fatica per te». Una fatica che, aggiunge Fortunato, si fa comunque perché, dove non arriva il rapporto, arriva la professionalità: «Da un lato, l'amicizia non può e non deve fare sconti all'impegno. Dall'altro lato, anche chi non diventa tuo amico, deve mettere il massimo per te e state certi che, se una squadra è una squadra, succede senza alcun dubbio. Non esiste alternativa».
Fortunato può parlare dell'autorità di Gavazzi, della fiducia che è cresciuta come ha visto che le sue indicazioni si verificano prontamente.
«Una volta, Gavazzi si arrabbiò per una mia distrazione in corsa, perché non ero davanti, e, sono sincero, subito pensai che fosse esagerato. Poco dopo, nel luogo in cui mi trovavo ci fu una caduta, se non mi avesse rimproverato, sarei caduto anche io». Già, ma come prende questi rimproveri Fortunato? «All'inizio, resta lì, ascolta e non dice nulla. Magari la sera o la mattina dopo arriva e ti dice: “Avevi ragione, Gava”. Vuol dire che riflette su quello che gli dici, che ci pensa, ci tiene, che non se lo fa scivolare addosso».
L'ultima volta alla Tirreno-Adriatico, nella prima tappa vinta da Pogačar. Gavazzi spiega che, ogni tanto, Fortunato si perde in gruppo: «Quel giorno lo portai davanti due volte e due volte finì indietro. Glielo dissi: "Se lima Pogačar, perché non limi tu?". Io sono brusco su queste cose. Ci ha pensato e da ragazzo intelligente qual è ne ha fatto tesoro per le tappe dopo».
Dalle cose più serie, alle più divertenti. Gavazzi si sveglia molto presto al mattino e magari scende a fare colazione mentre Fortunato è ancora a letto, ma Fortunato si addormenta prestissimo la sera, «appena tocco il letto» dice lui. E Gavazzi precisa: «È illegale. A venticinque anni non si può dormire alle dieci e mezza di sera».
Di sicuro, una cosa protegge Fortunato dalla pressione o dagli errori che si possono fare quando si sale di livello ancora in giovane età. «Ha una leggerezza buona che gli permette di lasciare da parte in fretta gli errori o le delusioni e guardare avanti. Difficilmente lo vedi arrabbiato. È una caratteristica che deve preservare, è la sua forza». Nel mentre Fortunato scherza: «Tanto Gavazzi continua a dire che vuole smettere, ma per altri due anni lo tengo in gruppo. Vedrai».
E Gavazzi risponde a tono: «Ma io gli dico sempre di non preoccuparsi per me. Continuerò a scrivergli e usciremo ancora a cena con le nostre compagne, per il resto, però, dovrà arrangiarsi da solo». Poi il ragionamento torna a farsi serio e le parole aumentano di peso: «Non gli auguro vittorie, perché, se continuerà così, vincerà molto altro di sicuro. Gli auguro di continuare a godersi il ciclismo come sta facendo adesso. Io, forse, non l'ho sempre fatto. In questi ultimi anni lo sto vivendo davvero con piacevolezza, avendo lasciato da parte il dover dimostrare. Lorenzo vive bene questo aspetto pur essendo molto giovane. Spero sarà sempre così, perché fare ciò che facciamo è un'opportunità rara e bisogna godersela».


La Sanremo ci racconta l'adrenalina

Sedetevi tifosi, appassionati, suiveur, insomma, chiunque abbia assistito alla Milano-Sanremo di oggi, che proviamo a raccontare l'adrenalina. Sedetevi perché ne avete bisogno anche voi dopo quello che si è visto dalla Cipressa in poi.

Quasi 300 km con la fuga di giornata con Tonelli e Rivi, gli ultimi superstiti che meritano una menzione per tutti gli altri, che pareva non volessero farsi più riprendere: d'altronde è il destino di chi scappa.
Quasi 300 km ma ne bastano poco più di una ventina per mettere in pari ogni giudizio. Per trasformare gli sbadigli in cuori che battono all'impazzata. Per far pendere l'idea generale verso la più semplice delle sentenze: ma che bella Milano-Sanremo abbiamo visto?

Il mare che attende il gruppo a Sanremo è sul nervoso andante, oggi. Le tonalità spingono decise verso il grigio, i saggi di qui dicono sia così perché il mare lavora continuamente con le onde, su e giù, dentro e fuori; si consuma, riflettendo la luce soffusa di un sole pallido che riempie l'aria di bianco panna. Si consuma, come le gambe dei corridori in una corsa che pare facile, ma che ti cuoce.

«È una corsa così lunga che abbiamo avuto tempo di scherzare in gruppo e a un certo punto ho detto: se mi seguite in discesa lo fate a vostro rischio e pericolo», racconterà a fine corsa il vincitore.

Il gruppo, quando scende dal Turchino, vede il mare ma non si fa domande, sa che manca ancora tanto prima di conoscere il destino. Si sente quel vento, però, che spinge forte da dietro, di fianco da ovunque: i marinai dicono che sulle navi non bisognerebbe mai fischiare perché così risvegli Eolo che rischierebbe di farti naufragare.

Credono che, fischiando, si possa evocare una tempesta, e oggi, il mare di Matej Mohorič è in burrasca. Una Cipressa fatta dal gruppo a testa bassa come si è vista di rado e poi un Poggio (ma quanto ci siamo divertiti sul Poggio?) di scatti, rallentamenti, di mal di gambe, dove fischiavano al vento i ciuffi di Pogačar, dove van der Poel inseguiva tutti, dove Turgis c'era, ma magari non lo notavi, dove a un certo punto Kragh Andersen pareva andarsene via, dove van Aert, invece, pensava di poter controllare meglio, ma le gambe, spesso, chi va in bici lo sa, non mantengono le promesse fatte la sera prima al centro di comando.

Tempesta, adrenalina pura, è la discesa di Mohoric che rischia tutto - anche di più: pazzo! avremmo voluto urlargli da bordo strada, lungo quei tornanti infami che caratterizzano la discesa del Poggio.
Allunga, va, costruisce, a un certo punto potrebbe pure distruggere tutto. Ma lui racconta che è stato tutto calcolato: un nuovo reggisella che gli permette di prendere più rischi, una discesa provata e riprovata, salvo due intoppi: azzardi del mestiere del discesista. «Un lungo e poi una sbandata su un tombino, è stato l'unico momento in cui ho temuto di non farcela». Glaciale: ci lascia a bocca aperta e vince.

A noi invece tocca sederci e riprendere fiato, far scendere l'adrenalina e stavolta chiedere scusa alla Sanremo se a volte dubitiamo di lei.

Weird oppure bizzarro, e i milanesi che volevano spianare il Turchino

Metti una mattina presto al Velodromo Maspes-Vigorelli. Operai a lavoro. Cielo grigio e un po' di vento. Noi dentro ad annusare l'aria di un luogo sacro. Incrociamo quattro ragazzi, scopriremo subito essere olandesi, che hanno avuto la nostra stessa idea. E hanno la nostra stessa reazione: sgranano gli occhi davanti a quello che gli si mostra davanti. Sono qui in Italia per la Milano-Sanremo, ci dicono, «e una tappa qui al velodromo era dovuta».

Uno di loro prende e va sulle sue gambe. Goffo e ingobbito simula un pistard in piena azione – chissà nella sua testa chi era quel corridore - e prova a lanciarsi correndo a piedi fino in curva. Si ferma, sembra ansimare - in effetti le pendenze non sono mica male fino alla balaustra. Urla: «Weird!», bizzarro diremmo noi. Poi si gira e fa un segno con il pollice come dire “ok”.

Gli diciamo che è arrivata la notizia che al via della Milano-Sanremo ci sarà anche van der Poel, sgranano di nuovo gli occhi, ripetono «Weird!», e poi ci danno appuntamento a domani, saranno sul Poggio a tifare. Con la presenza di van der Poel, avranno uno stimolo in più nella lunga attesa prima che i corridori giungeranno sul bitorzolo occhiuto che guarda Sanremo. Loro lì dalla sera prima per un momento che durerà si e no qualche secondo. Tutto sul Poggio che, come da copione, deciderà e sconquasserà la corsa nei folli e adrenalinici quindici minuti finali.

Weird, davvero, bizzarro. Vigilia particolare. In una laterale dietro il velodromo ci sono bici parcheggiate su un cartello che recita “vietato appoggiare le biciclette”. Trasgressione. Attraversiamo Milano perché il così detto Quartier Generale è situato dall'altra parte della città rispetto alla partenza di domani che avverrà, per la prima volta, proprio dal Vigorelli.

Bizzarro, weird, davvero. Domanda: «Ma cosa intende lei per spianare il Turchino?». Risposta: «Portarlo letteralmente al livello del mare». Alcuni milanesi ci raccontano questa storia: qualcuno sosteneva che la presenza del Turchino fosse la causa della nebbia in Val Padana e in effetti c'è un video su YouTube che testimonia la teoria. A fine anni '70, in un programma che andava in onda sulla Rai condotto da Enzo Tortora, un personaggio che potremmo definire bizzarro sosteneva che abbattendo il Turchino la nebbia sarebbe scomparsa. Oggi il Turchino – vorremmo ben vedere – è ancora lì. Fa ancora parte del percorso. La nebbia in Val Padana c'è sempre, un po' meno di una volta, è vero. Pure la Milano-Sanremo resta lì, solida, nonostante tutto.

Bizzarra la vigilia, defezioni una dietro l'altra. Alaphilippe, Ewan e Stuyven fra i nomi più interessanti. Poi, invece, appare quello di van der Poel che destabilizza la vigilia degli appassionati e che si affiancherà a quelli di van Aert, Pogačar, Pedersen e diversi altri.

Diversi come gli scenari. Si prende da lontano la Milano-Sanremo. La si critica per un copione prestabilito, poi man mano che si avvicina ci si immaginano scenari di ogni genere. E Se Pogačar attaccherà sulla Cipressa? E se Roglič gli va dietro? E se arrivano tutti assieme? E se c'è vento a favore oppure contro? E se qualcuno spianerà il Poggio? L'importante è che nessuno spiani il Turchino. A 150 km dall'arrivo ci sembrerebbe un po' troppo, pure in un ciclismo bizzarro e spettacolare come quello di queste ultime stagioni.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐ Pogačar, Pedersen
⭐⭐⭐Kragh Andersen, van der Poel
⭐⭐ Laporte, Coquard, Démare, Matthews, Ganna, Mohorič
⭐ Pidcock, Hayter, Philipsen, Jakobsen, Kristoff, Roglič, Consonni, Garcia Cortina, Aranburu, Kwiatkowski, Sagan, Covi, Bouhanni, Nizzolo, Sénéchal, Van Avermaet, Turgis, Bettiol


Cos'è stata la Parigi-Nizza

La Parigi Nizza è stata le gambe di quello lì che pare un supereroe della Marvel e che a un certo punto della corsa ha smesso i panni da Capitan Belgio e si è vestito con la maglia verde come dovesse essere il suo costume ufficiale. «Cercherò di indossarla pure al Tour e portarla fino a Parigi».

Ieri ha deciso ci fosse da salvare Roglič che nel suo caso era come se fosse l'umanità in affanno, ha messo in gioco i suoi poteri, lo ha guidato, lo staccava, persino, in un tratto lungo il Col d'Èze tanto che doveva rallentare, ma poi grazie alla sua azione lo aiutava a ricucire su Yates portandolo al successo nella classifica finale che riparava quello che a un certo punto pareva essere l'irreparabile. «[Quando ci sono di mezzo io] alla Parigi-Nizza vince chi ha un compagno di squadra vicino. Quattro anni fa è successo con il Team Sky, oggi con la Jumbo Visma. Io ero solo e loro in due, ma mentirei se dicessi che sono partito per vincere la maglia gialla. Sono scattato per vincere la tappa». Testo liberamente tratto dalle dichiarazioni di Simon Yates a fine gara.
La Parigi-Nizza è stata vento, di quello che divide il gruppo in una parola più lunga, ma composta da meno corridori, gruppetti come diminutivo, se cercassimo un vezzeggiativo non troveremmo nulla, ma ci stupiamo una volta ancora a vedere Quintana così a suo agio nel saltare di ruota in ruota tra i passisti e in mezzo alle folate.

La Parigi-Nizza non è "La corsa verso il sole", ma è stata pioggia e malanni. A Nizza dicono che c'è il sole tutto l'anno, ma pare come i corridori arrivati fradici e infreddoliti al traguardo abbiano un'opinione differente. Come biasimarli. C'è stata una tappa in cui alla partenza non si sono presentati in 18: sempre Radio Gruppo sostiene ci sia “un'epidemia di bronchite”.
La Parigi-Nizza è stata Pedersen tirato a lucido, che scollinava persino le montagne quando un anno fa - di questi tempi – a volte si staccava sui cavalcavia. È vero, fidarsi di alcuni è bene fino a un certo punto, ma forse è meglio tenere le orecchie dritte. Toccherà, nelle classiche del Nord, annoverare il suo nome tra quelli dei corridori da battere. D'altra parte non sono tantissimi quelli che si possono vantare di essersi lasciati dietro van Aert in uno sprint dopo una tappa impegnativa e con l'arrivo che tira verso l'alto. Questo serve a ricordare anche come Pedersen non fu campione del mondo per caso.

La Parigi-Nizza è stata Daniel Felipe Martínez che non è solo una sorta di "corridore forte quasi dappertutto", ma da alti e bassi. Uno da vampata improvvisa e poi da luce spenta. Dall'anno scorso è un corridore affidabile, se c'è da aiutare un compagno, con il physique du rôle per l'alta classifica, Poi, siccome il destino in parte lo si crea, in parte, quando si sale su una bici, segue il caso, una foratura prima dell'ultima salita non gli permette di imitare Yates. E chissà che le cose non sarebbero andate diversamente per tutti con anche lui davanti. Nel suo caso la Parigi-Nizza non restituisce tutto quello che si è dato: ma quando mai la vita lo fa?

13/03/2022 - Paris Nice - Etape 8 - Nice / Nice (115,6km) - Simon YATES (TEAM BIKEEXCHANGE-JAYCO) - S'impose sur la derniere etape

La Parigi-Nizza sono le fughe di Gougeard che non vanno a segno, mentre quella di McNulty, sì, oppure il colpo risolutore di Burgaudeau, che in bici pare un Alaphilippe che c'ha dato dentro con la palestra e a 23 anni regala la prima vittoria World Tour della stagione alla TotalEnergies di Sagan: chi l'avrebbe mai detto?
La Parigi-Nizza è Simon Yates. Ogni tanto gli prendono quelle giornate che se facessimo un confronto col gemello Adam, saremmo senza pietà. La butta giù dura su quel colle sopra Nizza, rischia di vincere tutto, ma non fa i conti con l'eroe dei fumetti preferito e più letto a casa Roglič e di nome Wout van Aert - che speriamo non abbia preso troppo freddo in vista della Milano-Sanremo.

La Parigi-Nizza è stata ancora Roglič. Nel bene - la vittoria in punta di fioretto sul Turini - nel male, nel senso di sofferenza, di lato oscuro della sua forza, perché chi continua a fare paragoni con Pogačar è ancora più impietoso di chi lo fa tra i due gemelli della periferia di Manchester, perché al giovane sloveno gli viene tutto facile, mentre l'altro ha il suo campo, i suoi meriti, i suoi limiti.

Ieri ha rischiato di perderla come, ma forse peggio dello scorso anno, affaticato da una giornata fredda, tirata, nella quale riusciva persino a sbagliare indumenti: «Al via ero stanco e infreddolito, mi sono vestito troppo e ho finito per cuocermi da solo. Quando mi sono svestito era ormai troppo tardi».
Poi il finale - lieto per lui - è quello che conosciamo. I meriti anche che vanno gettati addosso al supereroe di giornata e di cui Roglič ci illustra le peculiarità. «Cosa penso di Wout van Aert? Che è metà umano e metà motore. Lui può tutto e per me è un onore correre accanto a lui e imparare ogni giorno qualcosa». Tutto questo, ma forse anche di più, è stata la Parigi-Nizza.


Il ritorno di Mathieu van der Poel

Ieri ci ha investito all'improvviso un po' di nostalgia. Era il momento in cui il gruppo - davanti la fuga, dietro i migliori della classifica, non fa differenza - stava facendo i conti con l'asprezza dei muri fermani. Zone tecnicamente esaltanti per chi del pedalare ne fa un mestiere, strade che, si è detto spesso, meriterebbero una corsa di un giorno nel calendario internazionale per giustizia, ma per fortuna la Tirreno-Adriatico spesso e volentieri si ricorda di passare di qui.

Torniamo al punto, che è quel senso di nostalgia che ci stava prendendo vedendo il gruppo lungo l'asfalto marchigiano. La nostalgia di Mathieu van der Poel che qui avrebbe sicuramente provato a dare spettacolo, magari con un'azione efficace, magari invece con uno scatto dei suoi, quelli un po' ingenui, quelli tanto per, quelli per sentire il rumore delle sue gambe, per sgolfarsi; quelli che a noi semplici appassionati piacciono comunque da matti. E allora ci siamo ricordati di come, poche ore prima, venisse annunciato il suo ritorno alle corse.

Lo stiamo braccando sui social in questo periodo, seguendolo virtualmente in queste settimane nei suoi allenamenti in Spagna. Alterna lunghi con uscite brevi di qualità; correda spesso il tutto con foto di pausa caffè più dolce, oppure qualche immagine che vuole essere un po' poetica, un po' scanzonata, con i suoi compagni di viaggio vicino a un fiume, una cascata, un sorriso, un pollice all'insù; poi capita come qualche giorno fa che, di fianco al tipo di allenamento fatto, van der Poel metta una faccina abbastanza eloquente, forse perché poco soddisfatto del suo risultato, forse perché particolarmente stanco, forse perché, appunto, semplicemente è van der Poel: era la smile dell'omino che vomita.

Tuttavia, il suo ritorno sarà manna per gli appassionati, e sarà l'occasione per i suiveur italiani: dal 22 al 26 marzo lo vedremo alla Settimana Coppi & Bartali e terreno per qualche azione spettacolare ci sarà.

Poi, stando al calendario presentato, si virerà subito al Nord, su quelle pietre che ha già domato e dove si lancerà in una sfida che pare già epocale: 30 marzo Dwars door Vlaanderen, ma soprattutto La Ronde, il Giro delle Fiandre, del 3 aprile. La sfida sarà con Wout van Aert, Tadej Pogačar e Kasper Asgreen (una rivincita) e compagnia stellata.

Se tutto andrà come deve andare lo aspetteremo a tutta una serie di domeniche incandescenti: 10 aprile Amstel Gold Race e 17 aprile Paris-Roubaix, nulla da aggiungere. Una l'ha vinta con una delle azioni più spettacolari di questi anni, l'altra l'ha persa, pochi mesi fa, per mano di Sonny Colbrelli, ma è un'edizione che ha già segnato l'epoca. In mezzo la Freccia del Brabante, 13 aprile, anche lì ha già lasciato il segno nel 2019 e chissà. Una gara che sembra disegnata appositamente per i corridori à la van der Poel.

La prima parte di stagione non si sa come si chiuderà, prima di passare all'estate e probabilmente al Tour de France, perché si vocifera di come possa venire a correre il Giro d'Italia e basta solo il suo nome per alzare ulteriormente l'attesa - al momento lasciamo perdere discussioni su un suo ritiro a Giro iniziato: intanto non sarebbe male vederlo al via della Corsa Rosa.

Ora è tempo solo di segnarsi la data del suo ritorno e di dargli un bentornato. Come andrà andrà, anche se c'è da giurarci che lo rivedremo da subito competitivo, perché come ha detto van Aert «Se ha le gambe per tornare a correre significa che ha le gambe per fare da subito qualcosa». Nel ciclismo delle imprese e delle grandi firme, la sua a oggi, manca decisamente.


Un marchio di fabbrica

Quando uno degli allenatori più conosciuti del ciclismo americano lo notò, Brandon McNulty, da Phoenix, Arizona, era un ragazzo già alto, ma estremamente magrolino. Longilineo con gambe lunghe da fenicottero, aveva appena diciassette anni e, come (quasi) tutti i suoi coetanei, non era per nulla formato fisicamente. Lasciava, però, sulla strada prestazioni da far strabuzzare gli occhi.

Stracciò la concorrenza in una gara a cronometro di categoria: si dice che macinò una media di 380 watt per 30 minuti, con una normale bici da corsa, numeri superiori a chi prima di lui, Phinney e Van Garderen, venivano considerati tra i migliori talenti del ciclismo americano. Un tecnico della nazionale di atletica dopo aver visto quei dati pensò che il misuratore di potenza fosse rotto.

Attirò l'interesse di importanti squadre del Vecchio Continente, ma scelse di rimanere a correre con squadre americane per crescere con calma, senza lo stress e la tensione dei circuiti europei, e lo fece per altre tre stagioni rifiutando la fretta che a volte si mette addosso a chi, precocemente, mostra già di saperci fare nel proprio campo.

Suo padre, ingegnere del software, lo ha sempre definito come «all'apparenza timido, quasi schivo, ma in realtà è perché è un tipo super concentrato». I tecnici che lo hanno avuto per le mani: «il miglior talento del ciclismo a stelle e strisce dai tempi di Greg Lemond». A chi chiedesse un confronto con Adrien Costa - considerato il più forte corridore della sua generazione ma che abbandonò il ciclismo prima di passare professionista e di perdere una gamba in un incidente in montagna - si vedeva rispondere sempre la stessa cosa: «McNulty diventerà più forte».

Piccolo intermezzo per capire qual è sempre stato il suo terreno di gioco fino a questo 2022: le prove contro il tempo. A cronometro ha messo assieme, tra il 2015 e il 2019, 4 podi su 5 partecipazioni ai Mondiali (bronzo e oro tra gli juniores, argento e bronzo tra gli under 23). Meticoloso: prima di conquistare il titolo nel 2016 a Doha invitò a casa sua i compagni di nazionale Garrison e Stites. I tre occuparono per diversi giorni il garage di casa McNulty e con stufe calde e allenandosi con asciugamani bagnati cercarono di simulare l'afa che avrebbero trovato in Qatar. «Sono arrivato a un punto in cui pensavo di morire», raccontò McNulty all'epoca, ma lo disse, pare, accompagnando tutto con una fragorosa risata.
Vinse quel titolo iridato tra gli junior con un tempo che gli sarebbe valso il podio anche tra gli Under 23 davanti a gente come Asgreen, Cavagna, Pedersen e Ganna. Ma i tecnici con lui continuarono a usare la cautela: «Solo perché un bambino va forte come un adulto, non vuol dire sia già maturo». Fine intermezzo.

Passato nel World Tour nel 2020, McNulty in queste prima settimane di corsa sembra aver dato una definitiva sistemata allo scossone che ti prende quando fai il salto di categoria. Ha già conquistato tre corse, tutte allo stesso modo: attaccando da lontano e su tracciati duri.

E se la prima volta può sembrare un caso e la seconda ti fai qualche domanda, la terza, ieri alla Parigi-Nizza, la prendi come fosse diventato il suo definitivo marchio di fabbrica: «Mi piace vincere arrivando in solitaria» ha detto. Quasi 60 km al Trofeo Calvia, ma siamo letteralmente alle prime gare di stagione; quasi altri 30 un paio di settimane fa alla Faun-Ardèche Classic: partito dopo che a fare la selezione si erano messi Alaphilippe e Roglič.

Ieri, il classe '98 della UAE Team Emirates, verso Saint-Sauveur-de-Montagut, tappa con qualche colle da spezzare le gambe (chiedere a van Aert per esempio) e disputata sempre nella regione dell'Ardèche («mi viene da pensare che salite e discese di questa zona si adattino particolarmente alle mie gambe») ha fatto sfoggio delle sue armi migliori: doti sul passo, coraggio, capacità di guida, piacere nel stare faccia al vento in solitaria.

Ha attaccato subito dopo il via con altri corridori e a 39 dall'arrivo se n'è andato tutto solo con una sparata irresistibile. Così come da solo è arrivato. A fine tappa ha detto: «E pensare che stamattina ero convinto di non partire».

L'irrésistible

In Francia, tra ieri oggi, oltre a fargli i dovuti complimenti si domandavano, più o meno ironicamente: "Fino a quando Wout abuserà della nostra pazienza? Fino a quando mentirà sul suo stato di forma?"
La tesi, più o meno: van Aert sostiene di non essere al massimo, continua a dire di essere alla Parigi-Nizza per trovare la migliore condizione, eppure in 5 giorni di gara ha un ruolino di marcia del tutto pogačaresco, tanto che a sentirlo parlare a fine corsa pare gli si allunghi sempre più il naso. «Sono qui per trovare la gamba migliore. La parte di settimana che mi interessava ora è finita - raccontava ieri dopo la vittoria nella cronometro - il prossimo obiettivo sarà passare la maglia di leader a Roglič». C'è chi dubita pure su quest'ultimo passaggio, e in caso di annullamento sabato dell'arrivo sul Col de Turini, la salita più importante di questa edizione della corsa, c'è chi inizia a puntare seriamente su un suo successo finale.

In 5 giorni di gara, disputati tra Omploop Het Nieuwsblad e Parigi-Nizza, il belga ha ottenuto 2 vittorie, 1 secondo e 2 terzi posti. In Belgio ha staccato tutti sul Bosberg, alla Parigi-Nizza è il titolare della maglia gialla e di quella verde, se fosse più giovane (basterebbe poco, tre anni) avrebbe vestito anche la maglia bianca, se si fossero incontrate più salite forse pure quella a pois.
Uno di quei terzi posti è arrivato perché lui e Roglič hanno voluto omaggiare il compagno di squadra Laporte; il secondo posto - a Orléans - l'ha ottenuto alle spalle di Jakobsen, considerato il numero uno al mondo o poco ci manca, delle volate, in una giornata in cui van Aert cade e poi si dà decisamente da fare nei ventagli contribuendo a selezionare il gruppo. E a questo non vogliamo aggiungere ciò che nei pochi ciclocross stagionali ha messo vicino? Saremmo sgarbati come quelli che gli danno del bugiardo: 9 vittorie su 10 cross, con un quarto posto arrivato dopo un incidente meccanico con recupero dalle ultime posizioni.

Di cosa stiamo parlando dunque? Dell'irresistibile per antonomasia in questo momento. Almeno oltre le Alpi. Se alla Tirreno-Adriatico a Pogačar bastano pochi e semplici gran premi della montagna (e KOM su Strava) per stuzzicarne la voglia, alla Parigi-Nizza il computer di bordo di van Aert non appena vede il traguardo si mette in modalità Pac-Man divorando tutto quello che trova attorno.

Più che raccontare bugie, van Aert appare fisicamente tirato a lucido come non mai e si sente così bene da suppore di avere ancora margini di miglioramento; appare leggero mentalmente, carico - a differenza del finale di stagione 2021, con polemiche e débâcle che lo consumarono psicologicamente abbassandone di conseguenza le prestazioni.
Ora non vediamo il momento di gustarci una bella sfida tra lui e Pogačar e basta attendere a poco: la Milano-Sanremo è sempre più vicina. Come, si spera, anche la vera primavera.


Duro Pedersen

Qualche tempo fa, Mads Pedersen spiegò: «Quando ero ragazzo conoscevo solo un modo di correre: mettermi davanti, fare selezione e poi battere tutti in volata». Non erano nemmeno tantissimi anni fa quando Pedersen correva in quel modo, perché, pur essendo professionista da qualche stagione, sembra abbia ancora margini da scoprire e confini poco marcati rispetto a tanti della sua generazione di corridori, o forse sarà quel titolo mondiale vinto quando doveva ancora compiere 24 anni - il più giovane dai tempi di Freire - che ci ha lasciato di lui un'impronta di eterno ragazzo.
Da junior, era il 2013, vinse la Paris-Roubaix: è vero, nulla a che vedere con quella dei grandi – basta vedere il terzo posto di Geoghegan Hart- , ma fa capire quanta tempra e quali desideri si manifestino nella mente del corridore nato 26 anni fa a Tølløse, Danimarca.
Mostrò da subito la stoffa del duro da corse dure. Più una gara ti macerava dentro e più lui spiccava. Non sono un caso quei pochi giorni nel 2018 tra Dwars door Vlaanderen e la successiva Ronde. Alla Dwars arrivò quinto, giornata ghiacciata, giornata di pioggia, chiuse stremato in fondo al gruppetto che vide la vittoria di Lampaert non senza aver provato a mettersi davanti nel finale “per fare la selezione e battere tutti in volata”.
Al Giro delle Fiandre fu secondo alle spalle di Terpstra che tutto solo si involava verso Oudenaarde. Pedersen andò in fuga da lontano per fungere d'appoggio ai suoi capitani, Degenkolb e Stuyven, ma, sorpresa delle sorprese, staccò i suoi compagni d'avventura e fu l'ultimo a resistere a un irresistibile Terpstra. «Il Fiandre è una corsa di sopravvivenza – disse a fine gara – e non importa come ti chiami o quanto forte tu sia».
Lo dimenticammo. Per un po'. Un anno e mezzo dopo Mads Pedersen divenne famoso, pure in Italia e ci giuriamo anche a casa Trentin, per la vittoria nel Mondiale di Harrogate. Una corsa durissima, di quelle che piacciono a lui. Bagnata, di quelle che lui adora, con un gruppetto che (quasi) congelato arrivò a giocarsi la maglia iridata dopo aver lasciato per strada il grande favorito del giorno, Mathieu van der Poel che, sei anni prima, nel Mondiale categoria juniores disputato a Firenze, arrivò primo proprio davanti al danese.
Lo conoscemmo bene ad Harrogate. Lo approfondimmo. Ci fece un po' arrabbiare, per partigianeria - sfidiamo chiunque a sostenere di non aver provato tantissima amarezza quel giorno - , ma lo perdonammo. Per quel suo viso pacioccone che ispira simpatia, per quel suo modo discreto di apparire - come ieri - fortissimo, o scomparire - come spesso nel 2021 - mesto, appesantito e in fondo al gruppo.
Vestito con la maglia iridata fece un po' di fatica, lui che, spunto veloce, quasi velocissimo, vinse una spettacolare edizione della Gand-Wevelgem nel 2020, la vittoria più importante conquistata da campione mondiale in carica.
Ieri, mentre il gruppo si lanciava a tutta verso il traguardo di Dun-le-Palestel, alla Parigi-Nizza, Pedersen, che lo puoi riconoscere facilmente dalle bandine iridate sui bordi della sua divisa, è partito lungo per il suo sprint battendo un gruppo che ancora portava le cicatrici dei ventagli del giorno precedente.
Partito lungo, con quel miscuglio di potenza e sfrontatezza che spesso ci chiediamo come mai spicchi solo a intermittenza, come la luce difettosa in una sala. «È stata una giornata abbastanza buona, oggi». Semplici parole, mentre le gote rosse pulsavano e a malapena riusciva a nascondere l'entusiasmo.
Ha aggiunto che salterà la Milano-Sanremo perché quella è la corsa di Stuyven, capitano, suo capitano, vincitore uscente della Classicissima e ieri artefice in buona parte della vittoria del compagno danese con una trenata che fa suonare un campanello d'allarme nella testa degli avversari che vorranno provare a vincere la grande classica ligure.
Pedersen, invece, una giornata ancora migliore la cercherà nella corsa dei suoi sogni, la Roubaix, quella per uomini duri come lui. «Se dovesse piovere alla Roubaix? Sarebbe meglio per gli spettatori, sarebbe meglio per i giornalisti, sarebbe meglio anche per me». Raccontava, quando ancora la stagione doveva aprire i battenti.


Cosa c'è di più Alvento di un ventaglio?

Paf! e sciaf! da dove arriva arriva il vento fa male. Sberloni in faccia e di lato, meglio quando arriva da dietro, ma tant'è, quello succede di rado. Da qualche parte qualcuno sostiene, scherzando, ma fino a un certo punto: "A cosa serve una tappa di montagna quando ci sono i ventagli?". Un disastro ieri alla Parigi-Nizza. Un disastro proprio grazie ai ventagli. Un disastro, macché, per noi comodi comodi, uno spettacolo.

Se qualcuno si chiedesse cosa sono i ventagli, la foto che abbiamo scelto è emblematica. Il gruppo si mette "a ventaglio", come si usa dire, una sorta di fila sfalsata: lo fa nei tratti di rettilineo che se non ci fosse vento trasversale sarebbero momenti di ordinaria quotidianità in ufficio, come aspettare una e-mail, riempire dei fogli di calcolo o tradurre un testo, e invece è un imprevisto o meglio, avviene tutto all'improvviso, perché già dalla mattina si diceva : "Oggi, occhio ai ventagli!".

E allora quando inizia a soffiare il vento vedi davanti a fare la selezione le squadre meglio attrezzate, più leste, con quei corridori abituati a schierarsi all'attacco non appena c'è sentore di brezza, e a fare a pugni con uno degli agenti atmosferici più particolari quando parliamo di ciclismo. Più odiosi in assoluto quando andiamo in bicicletta - il vento in faccia è insopportabile, a volte persino più della pioggia.

Se il gruppo fosse un elemento unico sembrerebbe messo di traverso, corridori uno di fianco all'altro, per rendere la vita difficile agli avversari che li vedi sbandare, fare equilibrismi per stare in piedi o per prendere la ruota giusta. E abbiamo detto che ci sono le corazzate dei passistoni, ma c'è anche una costante che resta inspiegabile. Quando ci sono i ventagli, Nairo Quintana da un po' di anni è uno dei più bravi a starci dentro, a dare una mano, una sorta di gatto con i superpoteri; anche ieri si staccavano fior di ciclisti che venivano erosi dal vento come fossero dimenticabili sassolini, e lui stava lì attaccato scegliendo la ruota giusta di volta in volta. Uno spettacolo.
Uno spettacolo vedere una tappa così, tanto che alla fine ci viene anche da chiedere: cosa c'è di più Alvento di un ventaglio?


Comprendere un dominio

Chi scrive non ha mai avuto grande passione per quei domini che si manifestano tramite la tripletta di una squadra, come successo ieri alla Parigi-Nizza: 1° Laporte, 2° Roglič, 3° van Aert, in un mini campionato monomarca griffato Jumbo-Visma, robe da Pro Cycling Manager (per i non appassionati: videogioco del genere manageriale sul ciclismo), oltretutto la seconda in pochi giorni - al Laigueglia fu il turno dell'UAE Team Emirates - e che sottolinea con i risultati le differenze tra alcuni squadroni - nel budget e nella costruzione delle rose - e altri.
Ma chi scrive trova semplici spiegazioni all'arrivo di ieri verso Mantes-la-Ville. Intanto doverosa premessa: l'arrivo in parata può piacere o non piacere, come abbiamo detto, si toccano le corde del puro gusto personale e delle emozioni che trasmettono, ma sono azioni che non dovrebbero sfociare nel campo del dubbio, altrimenti significherebbe prendere con le pinze qualsiasi risultato, di qualsiasi corridore, e non ci pare questo lo scopo della nostra narrazione, che fai dei gesti, della leggerezza nel raccontare storie e spunti, i nodi principali nei quali stringere il romanzo ciclistico.

Chi scrive prova a comprendere tecnicamente: l'attacco mirato degli olandesi - in verità in formato franco-belga-sloveno, ha avuto il primo affondo decisivo con una volata vera e propria di Nathan Van Hooydonck che fa esplodere il branco sull'ultima salitella di giornata, costringendo tutti gli avversari a mollare creando buchi e gruppetti lungo la Côte de Breuil-Bois-Robert risultando decisivo per dare l'abbrivio ai tre compagni di squadra e mandandoli verso il traguardo. Non c'è nulla di disturbante o fuori luogo in quello che si è visto, da un punto di vista tecnico, semmai può essere terrificante per gli avversari sul campo.

È una prova di forza schiacciante, ma di semplice lettura. Dopo la tirata di Van Hooydonck restano in tre a certificare lo stato di strapotere: due dei tre corridori attualmente più forti al mondo - manca il terzo che vinceva qualche ora prima, o meglio, dominava qualche ora prima sulle strade bianche della toscana senese- , e con loro Laporte, corridore che non è atterrato ieri su questo pianeta.

Solido, finora poco vincente, ma molto appariscente, corridore che su su una salitella non impossibile di poco più di un chilometro e mezzo come quella di ieri, terreno da classiche, va a nozze; nel 2021, sulle strade della Parigi-Nizza, ha conquistato due secondi posti di tappa, uno alle spalle di Roglič su uno strappetto, l'altro l'ultimo giorno dietro a Cort Nielsen, al termine di una tappa nervosa, fatta a tutta e con arrivo che sgranò il gruppo e mise in croce diversi uomini di classifica. Senza elencare altri buoni risultati ottenuti in un 2021 che ne affermarono il salto di qualità.

Anno dopo anno è cresciuto al punto di diventare uno degli elementi più interessanti fra quelli che hanno cambiato squadra durante l'inverno. In altre sedi lo hanno definito un van Aert in miniatura, per motore e risultati, le caratteristiche sono pressoché quelle, in tono minore.
Quella di ieri non deve far storcere il naso lasciando il campo a chissà quali dietrologie e anzi ci preme sottolineare ancora di più il bel gesto di van Aert e Roglič, capitani e fuoriclasse, che lasciano la vittoria a Laporte coscienti che quando il bottino si farà più succulento sarà il francese ex Cofidis a ricambiare quel segno di gratitudine fatto dai due capitani designati, mettendosi a lavoro per loro, o fungendo come pedina fondamentale quasi su ogni percorso. In vista di Sanremo e classiche del Nord il resto della compagnia è avvisato, la Jumbo-Visma fa ancora più sul serio di quello che avremmo immaginato.


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