Le bici da crono appartengono al ciclismo?
Su una bici da crono, Chris Froome ha consolidato gran parte dei suoi successi al Tour, ma non solo: ha conquistato tre medaglie di bronzo, due ai Giochi Olimpici e una al Mondiale.
Su una bici da crono Chris Froome, probabilmente, salvo smentite in questo 2022, ha messo fine a una carriera ad altissimi livelli, forse anche a medio-alti.
Chi se lo dimentica: era il 12 giugno del 2019 e Froome era in ricognizione della tappa a cronometro al Critérium du Dauphiné, che si sarebbe disputata nel pomeriggio. «Mi stavo soffiando il naso - raccontò qualche tempo dopo - quando all’improvviso una folata di vento ha travolto in pieno la ruota anteriore, mi ha fatto sbandare e sono finito contro un muretto». Storia nota il seguito, i brandelli in cui si era ridotto, il bollettino medico.
Di bici da crono e dell'uso che se ne fa, parla Froome nel suo canale YouTube dove ogni tanto fa capolino raccontando senza troppi peli sulla lingua alcune dinamiche legate al suo mestiere - seguitelo (https://www.youtube.com/channel/UC-Kpp0NLi-Y3d7rKWscjZ3A) perché ha sempre cose interessanti da raccontare, mostrandosi mai banale e perfettamente in linea con il personaggio che è.
Le bici da crono appartengono davvero al ciclismo su strada, si chiede Froome? «Non fraintendetemi: amo le crono - racconta nel video, dopo aver mostrato cosa gli piace fare per rilassarsi nel tempo libero.
In garage, in mezzo a, indovinate un po'? Un sacco di bici. Appese al muro la collezione di quelle a cui è più legato, le Pinarello con le quali ha vinto i Grandi Giri (e difatti se ne vedono con livrea rosa, gialla e rossa); in garage mentre fa un po' di manutenzione dopo un allenamento: «Quando ero ragazzo lavoravo in un negozio di biciclette e questo è quello che mi piace fare, questo è il mio piccolo spazio» racconta fiero. Così come si dice interessato all'evoluzione tecnica delle bici.
È appena rientrato da un giro, Froome, un allenamento su bici da crono. «Stavo riflettendo, stamattina, proprio sulle bici da crono. Premessa: amo le prove contro il tempo, sono arte, abilità, sono qualcosa che devi conoscere bene per essere un ciclista professionista. Una delle cose magiche dei Grandi Giri è proprio l'equilibrio tra scalatori e corridori che vanno forte a cronometro. Questo è uno degli elementi più interessanti delle corse a tappe. Solo che le bici da cronometro non sono pensate per essere utilizzate su strada. Se nel Tour è inclusa una cronometro, spesso si tratta di uno sforzo di un'ora. Sta diventando sempre meno comune, è vero, ma per essere pronto per un esercizio così, dovrai uscire con la tua bici da cronometro per simularla. Su quante strade è possibile guidare per un'ora senza traffico, segnali di stop, semafori, persone che ti attraversano la strada? Nel mondo reale da nessuna parte. E poi - prosegue il 4 volte vincitore del Tour, che arriva a questa riflessione probabilmente anche dopo quello che è successo a Bernal - quando sei su una bici del genere sei chino sulle appendici e non hai le mani sui freni: non è una cosa sicura! Un conto è farlo in gara, un altro è su strade normali aperte a tutti».
E quindi Froome pone la questione: «Sono davvero necessarie le bici da crono nel ciclismo su strada? Eliminarle significherebbe, oltre a ridurre i pericoli, anche garantire condizioni di parità fra i contendenti. A fare la differenza potrebbe essere più l'abilità del corridore che il materiale, l'aerodinamica o le ore trascorse nella galleria del vento. Dobbiamo fare qualcosa: l'ironia della faccenda è l'UCI che sta escogitando diversi stratagemmi per ridurre i pericoli in corsa, come la posizione sulla bici in discesa, e questo sarebbe un passaggio facile da introdurre; qualcosa che avrebbe un impatto maggiore sulla sicurezza dei ciclisti. Siamo arrivati a un punto in cui bisogna pensare in modo più logico al nostro sport. Bisogna renderlo più sicuro. Certo, per me potrebbe essere uno svantaggio, ma bisogna pensare a un quadro più ampio e alla sicurezza dei corridori».
Qualcuno obietterà come Froome proprio grazie alle bici da crono ha arricchito il suo palmarès, d'altra parte lo specifica anche lui, ma si tratterebbe di guardare il dito e non la luna. E poi, chi meglio di uno che è sempre andato forte a cronometro potrebbe spiegarci il rischio nell'uso di questo mezzo sulle strade i tutti i giorni? Meriti sportivi o esperienza di Froome a parte, l'UCI ha il compito di ascoltare la voce dei diretti interessati, ponendo all'ordine del giorno la questione. Che poi l'opinione la diffonda un corridore così blasonato, non può che giovare a un'idea di cambiamento.
Foto: ASO/Gautier Demouveaux
Alla ricerca di se stesso: intervista a Mattia Viel
La bicicletta a Mattia Viel procura un misto di sensazioni. Quando era bambino pedalare era qualcosa che lo avvicinava alla libertà, ma non proprio libertà, forse non è la parola esatta. Forse la sensazione che più si avvicina a quello stato dell'anima è catarsi, liberazione. «Pedalavo come un forsennato: sfogavo rabbia e frustrazione. Iniziai a correre a dieci anni e quello stesso anno persi mia madre; pensavo a lei in ogni momento, vincevo le gare e le dedicavo a lei; ogni gara e ogni allenamento per me erano il mezzo più semplice per evadere da un sentimento oppressivo che mi portavo dentro».
La bicicletta al centro della casa di Mattia Viel l'ha messa suo padre. «La domenica, quando andava a correre, lo aspettavo trepidante. Pensavo a quel mazzo di fiori che avrebbe portato a casa come premio. Lui è una figura centrale della mia vita, sempre presente, ma non una figura ingombrante, quanto fondamentale. Gli episodi della vita mi hanno fatto maturare in fretta, sono andato a correre all'estero che ero ancora un ragazzino (Chambéry CF, in Francia, e poi in Inghilterra con la Holdsworth, ndr), ma lui mi è sempre stato vicino».
Ha vinto tanto fino agli juniores, da professionista si è ritagliato uno spazio da uomo squadra - volate altrui - o spesso lo ritrovavi in fuga - vedi l'ultima Sanremo.

Andava forte anche su pista, dove da allievo si prese il lusso di battere un certo Ganna ai campionati nazionali; una promessa del ciclismo, diremmo enfatizzando, qualcosa in più, qualcosa in meno, difficile capire da quale parte mettersi su quella sottile linea, figurarsi a quell'età. «Perché non ho mai sfondato? Chi può dirlo. Sacrifici ne ho fatti e ne faccio, ma forse il mio approccio al ciclismo era differente. Ho sempre dedicato molto tempo agli studi e grazie a questo mestiere ho conosciuto altri valori, mi sono tolto altre soddisfazioni».
Ha iniziato a pedalare a dieci anni, ma non ha intenzione di smettere ora che ne deve compiere ventisette, dopo aver passato un inverno in cui pareva sul procinto di chiudere la sua avventura agonistica: l'Androni, a fine 2021, non gli ha rinnovato il contratto. «Ho avuto delle offerte, ma non mi soddisfacevano». Perché un conto e ripartire con un rimborso spese e una valigia piena di sogni, quando hai vent'anni, un altro è farlo quando l'attenzione si sposta su altre priorità. «E così sono stato in Sudafrica, dove vive la mia ragazza, e ho iniziato a pedalare fuoristrada, lontano da quei posti che abitualmente percorreresti da stradista, e quando sono tornato a casa mia a Torino ho aperto gli occhi: ma davvero è una vita che pedalo in mezzo al traffico, con i camion che mi sfiorano e gli autisti che suonano il clacson continuamente? Ho iniziato a godermi le pedalate, ho iniziato a essere più libero».
Togliendosi di dosso sensazioni soffocanti. «E ho visto che mi piaceva. Noi siamo fatti per pedalare in mezzo alla natura, per goderci un lungofiume, per fare una salita e vedere un animale che corre, non possiamo rischiare la vita per fare qualcosa che ci piace. E poi c'è talmente tanto caos nella nostra vita che almeno quando esco in bici voglio tornare a una sorta di normalità. Può sembrare scontata come cosa, ma per me non lo è, perché i miei gesti nel ciclismo erano sempre: attaccare il numero alla maglietta e correre, mentre ora mi sto accorgendo di tante cose diverse. Il gravel mi sta insegnando a essere più presente con me stesso e con quello che ci circonda: pedalo e mi godo un paesaggio. Pedali, ma in realtà viaggi: cosa vuoi chiedere di più?».
Pedalare aiuta a riflettere, forse è un fatto di chimica, non lo so. Fatto sta che a Viel viene in mente qualcosa. «Ci tengo a precisare: non sono il primo, nessuna idea rivoluzionaria, ma ho iniziato a creare un progetto intorno al gravel. Ho messo giù un piano cercando collaborazioni con sponsor tecnici, ho contattato aziende interessate, offrendo in cambio feedback, piani legati al marketing: una sorta di ambassador del gravel ma rimanendo competitivo disputando diverse gare. Inizierò a livello europeo e prima o poi mi sposterò anche in America».
E rimanere competitivi fa parte di questo percorso. «Ho portato la mia idea a diverse squadre Continental e la D'amico UM Tools ha sposato il mio progetto. Correrò con loro diverse prove del calendario italiano su strada, anche tra i professionisti, con la libertà però di portare avanti in parallelo la mia attività nel gravel». Una sorta di Lachlan Morton italiano. «Magari! Ci metterei la firma per fare quello che fa lui. Con tutte le differenze del caso: uno degli aspetti più interessanti legati a questa disciplina è che ognuno può sviluppare la sua filosofia in maniera totalmente differente da un altro». Perché ciò che conta è il messaggio. «Peculiare è trasmettere l'idea del fascino del pedalare fuoristrada. Coinvolgere i settori giovanili, quei genitori che vogliono far pedalare i figli ma hanno timore di quello che succede in strada. Oppure dare sbocco a un ex pro che non ha più la possibilità di correre. E puoi farlo in maniera competitiva oppure per goderti semplicemente una bella pedalata».
Mattia Viel ricerca se stesso. Una nuova vita, che non sarà troppo diversa da quella che aveva prima: al centro del suo mondo ci sarà, come gli è sempre accaduto, la bicicletta. «Con l'aiuto di altre persone sto organizzando anche un evento gravel nel canavese che dovrebbe tenersi il 9 ottobre. L'idea è sfruttare al meglio una zona dove la bicicletta è molto sentita, i percorsi si prestano, ma anche per valorizzare da un punto di vista culturale il territorio. Questa è poi una delle filosofie principali che ruotano attorno a questa disciplina e sarà uno degli elementi principali che alimenteranno il fuoco delle mie azioni».
Quando Mattia mi racconta che oltre a correre su strada e iniziare a correre nel gravel, durante il lockdown ha aperto insieme alla sua compagna un'attività legata al ciclismo («Che si occupa di riabilitazione post infortunio, esercizi posturali e programmi fitness, stretching e massaggio sportivo»), interrompo bruscamente la nostra chiacchierata definendolo: “Un vulcano di idee”. Mattia tira un sospiro, sorride – almeno credo, ma spesso si scrive così, o comunque è stata questa la sensazione da una parte all'altra del telefono – e afferma: «Ero! un vulcano idee, ora quel vulcano sta dormendo: è arrivato il momento di concretizzare».
È arrivato il momento di cercare se stessi. Sempre in bicicletta, come fa da quando aveva dieci anni e viveva quel misto di sensazioni.
Una questione di gambe
Se la gamba di Battistella la si potrebbe definire interessante, quella di Ganna invece (anche) oggi aveva qualcosa di irreale. Provate a vedere come da solo si mette a caccia di Bodnar negli ultimi chilometri di un'adrenalinica frazione al Tour de la Provence, tra vento e le meraviglie della Camargue, con i ventagli che spezzano il gruppo e rendono affascinante persino una gara a febbraio, in una piccola (nel senso di breve) corsa a tappe francese che dovrebbe servire appena appena a misurare il termometro della condizione. A togliere un po' di polvere, a rodare, a farci conoscere qualche volto nuovo, le maglie in versione 2022, chi è già partito forte e chi più piano, eccetera...
Ed è tutta una questione di gambe, sempre. Per rimanere davanti quando il gruppo si mette a tirare e c'è il Mistral che diventa protagonista; è tutta una questione di gambe: la solita febbrile di Alaphilippe che ci prova pure nel finale, ma il vento è così forte che rimbalza, non Ganna, ma non esaltiamoci troppo, restiamo con i piedi per terra, siamo a febbraio, caspita! e c'è da tenere la condizione per altri due mesi (ci proviamo a tenere i piedi per terra ma quando vedi Ganna staccare il gruppo in quella maniera...).
Tutta una questione di gambe e allora in una volata di ventitré uomini dove c'è il nome di Viviani tra questi, uno scellino ce lo butteresti sul corridore veneto; Viviani, partito già forte come diversi pistard (l'obiettivo quest'anno è a fine stagione, si può fare tanto da subito) che vince già a febbraio cosa che negli ultimi due anni non gli era riuscito. Chissà se quelle parole di Vasseur, suo ex "capo" nella squadra francese, dette poche settimane fa («Elia si presentò al Tour con la pancetta») non abbiano stimolato Viviani.
E se c'è vento, banalmente Elia va forte (non abbiamo resistito), se c'è una volata Viviani è lì davanti a sgomitare e come oggi a vincere. Questione di velocità, non c'è dubbio, di compagni di squadra, assolutamente. Questione di fibre, sì. Comunque sempre una questione di gambe.
Vincere una corsa, per vincere la paura: intervista a Matteo Moschetti
Mancano poche centinaia di metri al traguardo di Torrevieja, quarta tappa della Volta a la Comunitat Valenciana. Gruppo lanciato, solito caos. Treni per i velocisti? Più no, che sì. C'è Evenepoel, in maglia bianca, che mette in fila il gruppo con la sua solita marcia. Lo fa per favorire le fibre veloci di Jakobsen.
A ruota sta a meraviglia, e compatta, la Wanty, pardon, l'Intermarché: si lavora per Kristoff. Poi altri cani sciolti o al massimo qualche coppietta. Un uomo Gazprom si sposta poco prima di entrare nel rettilineo finale, mentre si intravede la sagoma di Trentin - tipica barbetta incolta e bocca aperta - che prova a pilotare fuori dal groviglio il velocista del giorno per la sua squadra, Molano.
Si sbanda, spallate, nessuna novità: parliamo di sprint di gruppo. Parte Pasqualon, non appena Evenepoel finisce il suo lavoro, e da dietro un ragazzo in maglia bianca con una banda rossa e la scritta Trek si lancia. Forse parte un po' lungo, chissà. Invece è tempismo perfetto. Né Viviani, né Peñalver, né nessun altro lo riesce nemmeno ad affiancare. Quel ragazzo taglia il traguardo per primo indicando con decisione il petto, sembra dire "sono io, sono io". Finalmente - lo diciamo anche noi - torna alla vittoria, dopo quasi un anno, Matteo Moschetti.
Sembra banale, ma se le vittorie hanno un peso specifico, quella di qualche giorno fa è un macigno. Emozioni positive, le definisce a mente fredda, Moschetti. Emozioni che servono a scacciare via un lungo periodo difficile. «Avevo bisogno di dimostrare il mio valore». Di dimostrarlo soprattutto a sé stesso.
Se qualcuno volesse conoscere la sua storia, la facciamo breve. Velocista di talento tra gli Under 23, Matteo Moschetti passa professionista con carte importanti da giocare dopo aver conquistato nel 2018, tra i grandi, due gare, nonostante corresse con una squadra Continental, assicurandosi un contratto con la Trek per le stagioni successive. Un 2019 di rodaggio, fatto di esperienza, sgomitate, chilometri e ritmo da professionista acquisito, poi nel 2020 colpisce subito.
Prime due gare dell'anno, due vittorie davanti ad Ackermann: il tedesco aveva chiuso la stagione precedente con tredici successi tra cui due tappe al Giro d'Italia. Niente male Moschetti, se non fosse che pochi giorni dopo quel successo, un terribile incidente in corsa rischia di comprometterne una brillante carriera. Sembrava l'alba, in pochissimo divenne il crepuscolo.
Quando riparte, fa fatica; altri problemi, altri incidenti di quelli che dici: "ma capita sempre a lui?", risultati a singhiozzo, un successo lo scorso anno alla Per Sempre "Alfredo" che pareva un episodio isolato. Poi il traguardo di Torrevieja, mettendosi alle spalle alcuni fra i migliori velocisti del gruppo. «La cosa più difficile che ho dovuto affrontare in tutti questi mesi - ci racconta - è stato convivere con la paura. Paura di non poter tornare a un buon livello, paura di non poter più vincere, paura di non poter essere più un discreto professionista». Parla letteralmente di mostri con cui convivere, Moschetti, soprattutto nell'ultima fase di recupero della sua condizione. Quella fase in cui «anche ritrovare quel 5% in più ti serve per essere competitivo al vertice». Il mondo del professionismo che, ahiloro, non ammette un minimo cedimento, non concede una piccola sbavatura.
Ringrazia i compagni della Trek, non potrebbe essere altrimenti, per il supporto in corsa e fuori corsa, e ci tiene a fare il nome di Luca Guercilena, figura fondamentale per il suo recupero, affermando poi come sia importante lavorare da quest'inverno con una psicologa che segue la squadra.
Non si pone obiettivi specifici, Moschetti, 25 anni e mezzo, un fisico che definiremmo tutto sommato normale, ma tanta potenza da sprigionare nelle volate. Non si pone limiti, crediamo, ma ribadisce quanto sarà importante migliorare nella resistenza in salita e su percorsi più duri. E soprattutto «continuare a vincere» tutte le volte che ne avrà la possibilità.
Si dice come vincere aiuti a vincere, ma in questo caso aiuta anche a tenere lontana la paura.
Per un fatto di vocazione
Quando vedi correre in bicicletta Victor Campenaerts tutto sembra una provocazione. Quando attacca pare quasi goffo sulla bicicletta, eppure dicono di lui che la differenza più che nel motore la fa per una capacità unica nel riuscire a stare in posizione aerodinamica.
Lo ami o lo odi: forse ti chiederai come sia possibile, e infatti il pubblico, la critica, spesso si divide su questo ragazzo che si fece notare diversi anni fa quando al Giro d'Italia chiuse una cronometro con una scritta sui pettorali messi in bella mostra: "Carlien Daten?”. Chiedeva un appuntamento a una ragazza che gli piaceva, storia nota, uscirono assieme ma poi lei disse: “possiamo restare solo amici”.
Per anni Campenaerts si è distinto come cronoman di ottima fattura se non qualcosa in più: titolo europeo, titolo belga e bronzo mondiale nel 2018 che gli valsero persino il “Kristallen Fiets”, premio che ogni anno assegna un noto giornale belga. Campenaerts non se l'aspettava, tanto da presentarsi, parole sue, vestito in maniera del tutto casuale a quella serata, e salì sul palco indossando una giacca di un paio di anni prima. Quasi incredulo di ricevere il premio dal suo idolo Bradley Wiggins, disse «Non mi resta che provare a battere il tuo record dell'ora anche per rendere onore a corridori più forti di me come Lampaert, Van Avermaet e van Aert». Che gli finirono alle spalle.
E quel record dell'ora Campenaerts lo fa suo ed è tutt'ora il record dell'ora nonostante qualche tentativo di batterlo, andato a vuoto. Lo conquista ad Aguascalientes nell'aprile del 2019 e quella volta per abituarsi all'altura, Campenaerts, ciclista e dunque fachiro, passò un mese in Namibia dove la «temperatura si aggira costantemente sui trentacinque gradi e mi permette poi di prendere confidenza col caldo e di controllare al meglio la reazione del mio corpo. Allenarsi con queste temperature fa aumentare il volume di sangue e plasma; di conseguenza a beneficiarne sarà l’ossigenazione dei muscoli e la mia prestazione».
In quel periodo, per guadagnare ogni margine, Campenaerts pratica yoga e si lancia in esercizi fondamentali per il rafforzamento di schiena e spalle. Lancia anche un campanello d'allarme: «Da quando mi trovo in Namibia non sono mai stato controllato. Essendo un atleta pulito e credendo in un ciclismo pulito trovo tutto questo inaccettabile. Che il mio tentativo vada bene oppure male, non voglio assolutamente che le dure sessioni di allenamento che sto sostenendo lontano dall’Europa vengano prese come un diversivo per sfuggire ai controlli. Ho già comunicato questa mancanza e questo mio malessere a chi di dovere: situazioni simili non dovrebbero verificarsi mai più». Senza troppi filtri.
Dopo quel record l'idea di Campenaerts sarebbe stata la crono olimpica ma nel giro di un paio di anni il ciclismo si trasforma alla velocità delle primavere che passano una volta raggiunta la soglia dei trent'anni. E così cambia la sua vocazione. Basta con il puntare alle cronometro - «perché mi è impossibile pensare di competere con questa nuova generazione» - e allora Campenaerts diventa corridore d'attacco. Vince una tappa al Giro 2021, la seconda volta in carriera in una prova in linea: su 8 vittorie, ben 6 sono arrivate contro il tempo, l'ultima però nell'ormai lontano 2018.
Messo in bici dal padre, dopo aver praticato nuoto - infatti il suo idolo, oltre a Wiggins, è il ranista belga Frederik Deburghgraeve, vincitore dell'oro ad Atlanta - per la prima volta nel 2021 partecipa al Tour de France e proprio a suo padre dà appuntamento sul Mont Ventoux. «È un posto speciale per me: è stata la prima salita che ho fatto in bicicletta, era il 2006, andai su con mio padre e all'epoca non ero nemmeno un corridore. Ho avuto difficoltà all'inizio della tappa, ma volevo continuare per fare almeno questa mitica salita e poter salutare il mio vecchio».
Campenaerts arranca quel giorno, e una volta incrociato suo padre: «Mi sono fermato e abbiamo passato un po' di tempo assieme».
A fine stagione Campenaerts cambia squadra, la Qhubeka ha chiuso e lui ritorna a vestire la maglia della Lotto. La Qhubeka ha chiuso, ma Campenaerts continua a sostenerne il messaggio. A inizio dicembre ha organizzato un'asta benefica per i bambini africani, mentre a gennaio, insieme a Van Moer e Vermeersch sarebbe dovuto andare in ritiro in Rwanda. Anche se qui più che per passione pare per scelta obbligata.
Nel momento di prenotare l'hotel per il ritiro in Spagna, infatti, i posti disponibili per i corridori della Lotto si sono esauriti subito e i tre corridori sarebbero dovuti essere dirottati nella regione del Musanze, ai confini tra Rwanda, Congo e Uganda. Poi le nuove restrizioni gli hanno impedito di partire, ma nulla è cambiato: la sua stagione ripartirà a breve con il chiodo fisso della fuga, la nuova vocazione di Campenaerts.
Maxi Richeze: fino alla fine del Giro
Scorgendo la sagoma di Maxi Richeze all'orizzonte, puoi immaginarti alla sua ruota nomi come quelli di Modolo, Kittel, Viviani o Gaviria. Ultimamente potrebbe figurare pure quella di Molano, sempre circoscritto da una sorta di ingenua malinconia, ma tuttavia talentuoso. Succede poi, come, con il solito numero da pesce-pilota, Maxi Richeze permette al colombiano di recuperare e battere sulla linea d'arrivo Albanese: accade all'ultimo Giro di Sicilia ed è uno dei tanti episodi che hanno elevato le capacità di Richeze all'ennesima potenza.
Gaviria, raccontava tempo fa Richeze, è il più forte tra quelli che ha portato fuori a velocità impensabili in mezzo a tutta quella confusione che sono le volate. Facile a dirsi in quanto c'è stato un momento in cui Gaviria pareva un missile - anche se non ha mai sopportato quel soprannome.
Modolo, fu il suo primo capitano nel World Tour e proprio per questo gli deve tanto. Pensiamo che la cosa sia reciproca. Mentre definiva Kittel irresistibile in pianura, fino a che la strada non saliva, e di Viviani, disse una volta: «È quello che mi ha dato di più, professionalmente e umanamente».
Quando scorgi la sagoma di Maxi Richeze ti vengono in mente volate, velocisti e Argentina. Una famiglia di ciclisti, lui secondo di quattro fratelli, tutti aggrappati a una bicicletta. Quando era piccolo scappava da scuola e correva a casa per vedere gli sprint di Cipollini. «Ha cambiato la percezione del pubblico riguardo agli sprinter».
Sbarcò in Italia da Under 23, precisamente in Veneto con la maglia del Team Parolin, grazie ai contatti avuti con Mirko Rossato, e quando sembrava sul procinto di diventare velocista di livello fu fermato per un problema di positività: ancora oggi non si capisce molto bene cosa sia successo. «Potevo prendere e mollare tutto, ma in realtà mi ha dato ancora più motivazione».
Nel tempo ha vinto, sì, ma soprattutto ha legato rapporti e fatto vincere. Ci si poteva fidare di lui ciecamente e quando in una formazione leggevi il suo nome avresti detto: c'è Richeze, vince il "suo" velocista.
E oggi, quando leggi Maxi Richeze da qualche parte, sai che di tempo ne è passato: da quelle scorribande nei dintorni di casa sua con la bici, alle gare su pista, alla prima maglia arrivato in Europa, fino alle volate che i suoi compagni hanno vinto grazie a lui.
Quando leggi Maxi Richeze sai che stava per smettere, praticamente pochi giorni fa, mentre invece lo vedremo tirare ancora qualche volata; vedremo ancora velocisti fidarsi ciecamente di lui standogli a ruota.
Almeno fino alla fine del Giro e poi si vedrà.
Forse è vero che Remco Evenepoel...
Forse allora è proprio vero quello che raccontano i corridori: a un inverno senza intoppi - dolori, interruzioni, ferite - corrisponde la stagione ideale, almeno se prendessimo per buona la prima.
Forse allora è vero che proprio ieri, 2 febbraio 2022, Remco Evenepoel, 22 anni, conquistava la vittoria numero 23 tra i professionisti alla sua prima uscita: una precisione che si aggira intorno al 100%.
Lo ha fatto dopo aver passato un buon inverno, perché forse è proprio vero quello che si dice, che se le cose non hanno funzionato al massimo nel 2021, almeno non secondo i limiti che si pone Evenepoel, è stato perché quelli prima furono un autunno e un inverno da incubo.
Forse è vero che Remco quando si lamenta alla vigilia lo fa perché sente la gamba o altrimenti, rimanendo nel linguaggio gergale, perché non sente la catena: è di quel genere lì. Ha un impulso elettrico che lo scuote, una voglia irrefrenabile di attaccarsi il numero alla maglia e dare spettacolo. Brontolava, a poche ore dal via: chi aveva già corso in Spagna la settimana prima è avvantaggiato, bisogna prendere le cose come arrivano, bisogna rompere il ghiaccio prima e, in vista della tappa decisiva di venerdì - salita con un tratto di sterrato - pareva giudicare male tutto quello che gli stava attorno: «Mah, è pieno di rocce, forse è più adatta alle mountain bike». A inizio gennaio era stato a scalare da quelle parti, ma ora, hanno risposto gli organizzatori un po' scocciati, che taccia un po' quel Remco lì, la strada è battuta e senza ostacoli.
Forse è proprio vero che: ma chisse frega della dialettica o presunta tale di Remco Evenepoel, perché in bicicletta è uno spettacolo. Ha dato un filo di gas per rintuzzare l'attacco di Tolhoek, poi è andato in progressione e non lo hanno più rivisto. Vlasov ha cercato di limitare i danni, ma di quel belga, ex promessa del calcio, non ha potuto che guardare la schiena farsi sempre più lontana davanti ai suoi occhi. Non poteva nemmeno scendere di bici e lanciargli un pallone per distrarlo: non sarebbe servito a nulla.
Forse è vero che di quelli come Remco Evenepoel si ha bisogno per accendere la stagione. Un ragazzo che abbiamo imparato a conoscere come un bambino, ma che si fa adulto a suon di vittorie mai scontate, e riesce sempre a farci appassionare a ogni gara. È di quel genere lì.
Ben ritrovato Remco Evenepoel! (ah: non è che magari ti viene voglia di fare un salto al Giro?)
Viva van der Poel
Oggi van der Poel compie 27 anni (sembra ieri che...): viva van der Poel, auguri van der Poel. 27 anni e sulle spalle il macigno delle aspettative, il peso di essere già una leggenda di questo sport a prescindere dai risultati. Van der Poel cresciuto spalmando gare di bicicletta sul pane a colazione, pucciando nel latte biscotti al ciclocross; con il compito di spostare l'interesse di chi segue il ciclismo su strada e di chi si avvicina al fuoristrada.
Il compito meraviglioso di rallegrarci nei fine settimana, noi che, magari dopo una bella pedalata al sabato mattina, ci piazziamo davanti alla televisione per vedere van der Poel, sì, decisamente: viva van der Poel.
Ci sono ragazzini oggi che lo imitano, usano il suo stesso modello di occhiali, comprano la sua maglietta come fosse quella di un idolo calcistico e, quando corrono, nella testa si immaginano mentre ripetono i suoi gesti in gara, le sue scorribande, le sue fughe a volte scriteriate, le sue acrobazie, le sue smorfie, i suoi scatti vincenti che si concludono con esultanze da ricordare. Ci sono immagini di bambini che danno fuori di matto per un cinque battuto al volo, un autografo, una borraccia. Questo è van der Poel. Spauracchio per gli avversari in gara, che fa parlare quando in corsa non c'è, che piace perché a volte la sua dimensione eroica si rivela così teneramente umana. È persino battibile, fallibile.
Ci sono suiveur che sanno quanto fascino in più ci sia in una corsa quando c'è van der Poel. Quanta importanza ha van der Poel per il ciclismo e quanto sia importante il ciclismo per van der Poel.
Oggi potremmo parlare di quanto cambiare da una disciplina all'altra possa avergli fatto male alla schiena, quegli "attacchi che ha inflitto al suo corpo", come li ha definiti il suo fisioterapista. Ma no, oggi sarebbe la sede sbagliata. Potremmo parlare del suo problema al ginocchio, l'operazione, il mancato duello con van Aert, ma non è la giornata giusta.
Certo, però, è che la primavera (ciclistica) si avvicina, quelle delle classiche, e, abituati così bene, non sarebbe una primavera ciclistica senza van der Poel.
Incrociamo le dita se non possiamo fare altro, e oggi diciamo viva van der Poel, auguri van der Poel - di pronta guarigione, anche, ovviamente: riposati e fai il bravo che ti aspettiamo, il ciclismo ti aspetta.
C'era una volta "Ice Man"
A volte succedono che ti affibbiano un nomignolo e non te lo levi più. "Ice man" al secolo (si dice così, no?) Tom Meeusen, ma ormai sono passati più di undici anni quando si inventò quella che resterà un po' la gara della sua vita. Si correva a Kalmthout, Fiandre, dove ha sede da oltre 160 anni uno dei più celebri giardini botanici del nord Europa (magari a qualcuno può interessare).
Gara della vita dicevamo, più o meno, e andate a vedervi il video e andate a vedervi chi sconfisse in una volata a due, un certo Sven Nys. Fioccava di brutto quel giorno, nulla a che vedere con la bella pista battuta della Val di Sole di qualche settimana fa, ma neve che si mischiava alla mota e diventava una poltiglia che rendeva tutto ancora più complesso. Ci sono alcuni passaggi tecnici fatti da Nys che puoi solo dire: è ciclocross. Anche le sbandate di Mourey hanno il loro fascino.
Tornando a noi, anzi a lui: prometteva bene Tom Meeusen che forse di quel talento ne ha fatto vedere solo a sprazzi.
Gli è rimasto quel nomignolo tanto che alla viglia della prova di Vermiglio in Val di Sole, che ormai ha fatto storia e che prova persino a cambiare le sorti del ciclocross (Giochi Olimpici? Chissà), un suo ex compagno di squadra, ora commentatore televisivo gli scriveva un messaggio: "domenica vinci tu".
Tom Meeusen si è portato dietro quel suo essere Ice Man, ma, realista, sfuggiva ai favori del pronostico.
«È un soprannome un po' vecchiotto in realtà, non credo di poter vincere in Val di Sole, ma di una cosa sono sicuro: amo la neve e mi rende felice: sono un grande fan di biathlon e sci di fondo!»
Spiegava sempre Meuseen: «Il mio vantaggio su certe superfici è svanito col tempo e con l'avvento dei freni a disco. Le bici di una volta ampliavano i margini da corridore a corridore quelle di ora sono più semplici da guidare».
Qualcuno dice che se Meeusen un po' alla volta è finito per scivolare a metà classifica è perché ha avuto "la sfortuna di nascere negli anni sbagliati" - d'altra parte non vi è scelta in questo.
Lui stesso racconta di come, con l'avvento dei due "van", abbia provato ad alzare l'asticella, si sia allenato ancora più duramente e alla fine ne è aumentata solo la frustrazione.
Però Ice Man resterà per sempre Ice Man, quello non glielo toglierà nessuno. Così come nessuno cancellerà la foto che lo immortala mentre batte, sotto la neve, uno dei corridori più grandi di sempre in questa disciplina.
Consolazioni
La consolazione Filippo Fontana la trova in quella curva da stadio che ribattezzeremo, tanto per stare più comodi, "Curva Fontana", e che ne accompagna ogni suo passaggio con urla, trombe, sirene, motoseghe, generatori, e i vari "Vai Pippo!" che riempiono, insieme all'odore di freni e di miscela, l'ultimo pomeriggio di gare al campionato italiano di ciclocross.
È grigio il tetto sul microcosmo di Variano di Basiliano, sin dal mattino. Ed è grigio sul destino di quasi tutti i corridori. Fontana era in testa, o meglio, se la giocava quasi testa a testa con Dorigoni, davanti uno, davanti l'altro; poi la catena rotta, il cambio di bici, una foratura subito dopo, insomma un compendio di sf... ortune varie e l'avversario si faceva piccolo piccolo ai suoi occhi sullo sfondo, mentre andava a conquistare il tricolore della gara élite.
Non c'è consolazione di nessun genere, invece, per Carlotta Borello: in lotta con Gaia Realini per il titolo Under 23, anche lei, causa incidente meccanico, abbandonava i sogni della maglia verde-bianco-rossa affrontando gli ultimi due giri e mezzo tra le lacrime ma concludendo ugualmente la gara. Ha 20 anni compiuti un paio di giorni fa, Carlotta, e migliaia di altre chance davanti. Si consoli.
La consolazione, invece, Nicolas Samparisi la cerca chiamando sua mamma dopo il traguardo. Ha freddo, Nicolas, caviglie sottilissime da scalatore di altri tempi, fisico da fenicottero, «ho le mani gelate», sostiene a voce e con ampi gesti. Non trova pace subito dopo la gara, uscito a sinistra delle transenne appoggia la bicicletta sulla rete di una casa. Impreca, ha bisogno dei guanti e di indumenti di ricambio che sua mamma ha nello zaino. Anche per lui, nonostante il terzo posto finale tra gli élite, l'amaro in bocca per aver rotto la catena e per aver forato: che mestiere infame quello del ciclocrossista, a schivare sassi, ad assecondare cunette e a vedere crollare le speranze per una forza esterna che ci viene facile chiamarla sorte avversa.
Dorigoni consola il suo team manager Alessandro Guerciotti al telefono. È assente Guerciotti, probabilmente gli avrà detto che avrebbe voluto essere lì a vederlo in maglia tricolore, ma Dorigoni lo spiazza: «Mettila così: almeno dalla televisione hai visto la gara meglio di tutti».
Per Silvia Persico più che consolazione c'è la calma come segreto del successo nella prova élite femminile: «Ho fatto un paio di errori, poi mi sono detta che l'unico modo per non sbagliare era gestire tutto con tranquillità». Quella che oggi l'ha distinta da tutte le altre.
La frenesia invece colpisce Zoccarato, professionista su strada in maglia Bardiani che da un po' di settimane si misura nel ciclocross. In uno dei punti più tecnici del percorso, sbaglia una curva e se la prende con un albero che all'improvviso gli si figura davanti.
Toneatti, invece, ragazzo praticamente di casa e cresciuto a pane e ciclocross mangiato proprio nel parco del Castelliere, stacca nel finale Leone, scivolato, e vince la gara degli Under 23. Trova conforto, Toneatti, se ce ne fosse bisogno, prima ancora che nel tricolore da indossare sul palco, in un caldo abbraccio appena superato il traguardo.
È ormai sera a Variano, mentre scriviamo queste parole. Il campionato italiano è finito e operai a lavoro smontano il palco delle premiazioni e spostano le transenne. Come una beffa il cielo si è aperto, ma non serve a nulla: il sole non si è visto per tutto il giorno, il conforto lo abbiamo trovato in una splendida giornata piena di storie, fango e biciclette.
Foto: Chiara Redaschi














