Il record dell'ora per Alex Dowsett
Alex Dowsett dice: «Sì, sono pronto per la sfida». Prendete nota: domani sera, quando da noi saranno circa le 23, proverà ad agguantare quel record dell'ora che fu suo per un regno più breve di quello di Pipino IV: era il 2 maggio del 2015, quando Dowsett firmò, nel velodromo di Manchester, 52,937 km.
Migliorò di quasi mezzo chilometro la prestazione che Rohan Dennis stabilì nel febbraio di quell'anno - che fermento il 2015 per il record dell'ora! Ma il primato di Alex Dowsett durò il tempo di qualche intervista, servizio speciale, un po' di fama, un battito di ciglia; durò un mese e qualche giorno, per la precisione un mese e un po'.
A Londra, infatti, il 7 giugno del 2015, (Sir) Bradley Wiggins migliorò quel risultato. Nettamente: 54,526 km. «Quando ho fatto il record nel 2015 sono andato abbastanza forte, ma sapevo di averne ancora alla fine» raccontò Dowsett qualche tempo dopo in risposta alla prestazione di Wiggins; un po' amareggiato, più o meno avrà detto così: “I am a little bit disappointed”. «La cosa è stata frustrante perché tutti abbiamo lavorato per fare il meglio possibile» riportano più precisamente i giornali.
Disse però che ci avrebbe riprovato, così come dirà spesso di sentirsi un privilegiato per avere la possibilità di farlo, e domani ci proverà con a fianco sua moglie Chanel che lo sta aiutando in tutto per tutto nella preparazione dell'impresa, e con il suo coach Michael Hutchinson: calzoni corti, capello biondo lungo che corre appiccicato alla faccia, sguardo nascosto dietro gli occhiali da sole e che a ogni giro gli darà un feedback sulla prestazione: «Lui starà lì a darmi indicazioni: finché mi atterrò alla tabella di marcia potrò stabilire il nuovo record».
Come voleva riprendersi quel record il 12 dicembre del 2020, pungolato, poiché Campenaerts si era permesso di spostare ulteriormente l'asticella verso l'alto. Ma il Covid lo fermò: «È un tipo di gara che amo e ci riproverò ancora» dirà all'indomani di quella rinuncia.
33 anni - compiuti da poco - Dowsett, attualmente corridore della Israel StartUp Nation, combatte con l'usura di una lunga carriera su strada che gli ha visto anche vincere due tappe al Giro e spesso lottare per trovare un contratto da una stagione all'altra. «Decisiva la vittoria di tappa nella Corsa Rosa del 2020: è stata dura perché nostra figlia stava per nascere e pensavo che la mia carriera ciclistica stesse finendo. Il problema è che dal ciclismo arriva l'unico reddito che abbiamo mia moglie e io» ha raccontato nelle scorse ore al The Guardian.
La sfida domani per Alex Dowsett sarà riprendersi quel record che, dopo Wiggins nel 2015, passò, come detto e come noto, sulle spalle larghe e l'andamento un po' bizzarro di Campenaerts nel 2019. Il belga lo stabilì ad Aguascalientes, Messico, proprio dove Alex si sta preparando in questi giorni; si sta adattando all'altura ed è pronto a scrivere per la seconda volta il suo nome in quel lungo elenco di “detentori del record dell'ora”. Campenaerts, per dovere di informazione, prese a picconate il muro dei 55 km firmando un incredibile 55,089 km.
La sfida per Alex Dowsett parte da lontanissimo prima di arrivare “laggiù”, il termine che userebbe Truman Capote, come fece in uno degli incipit più belli della storia della letteratura moderna.
Alex quando aveva un anno e mezzo di vita cadde, si ruppe un labbro, iniziò a sanguinare. Il problema è che quell'emorragia sembrava non arrestarsi mai. «Ha una grave forma di emofilia» dissero i medici ai suoi genitori e Alex crebbe così velocemente che all'età di nove anni imparò a farsi la così detta auto-infusione, da solo. «A volte quando sanguinava, perlopiù accadeva dal gomito sinistro o dalle caviglie, faceva di tutto per nasconderlo» raccontano mamma e papà Dowsett.
Lo sport lo ha aiutato in ogni modo, ed è incredibile pensare a dove è riuscito ad arrivare con questo tipo di malattia. Papà Phil, grande appassionato di motori ed ex pilota di British Touring Car lo ha spinto a essere competitivo, trasmettendogli la passione per velocità, competizione, numeri. Ha praticato nuoto, tennis, ma è stato nel ciclismo che Dowsett ha trovato il suo progresso: «Non ho mai conosciuto la vita senza emofilia, quindi non posso confrontare la mia esistenza con le esperienze di qualcun altro. Quello che posso dire è che una vita in cui ti viene detto cosa non puoi fare ti fa venir voglia di andare là fuori e mostrare al mondo cosa invece puoi fare, e il ciclismo è diventato un'ancora di salvezza, un modo per dimostrare che si può. Tutto».
E attraverso il ciclismo che ha portato in giro il suo messaggio: «Grazie ai miei risultati spero di ispirare le altre persone affette da emofilia» resta uno dei suoi refrain e uno degli obiettivi dietro l'organizzazione di questo evento, non solo sportivo. Perché grazie a quello che ottiene in bicicletta riesce a far conoscere in giro il suo progetto di beneficenza (https://www.littlebleeders.com/) e il lavoro fatto per The Haemophilia Society.
E tutto passerà da domani sera in Messico: con il suo nuovo tentativo di battere il record dell'ora, un hashtag, #hourofbloodswettandtears, da far girare; una prova che spinge in là il limite del ciclista, affascinante quanto basta, a tratti drammatica nella sua durezza incomprensibile.
È arrivato il momento di riprendere quel lavoro interrotto sei anni fa: e se ci fosse di nuovo il suo nome di fianco a quello di detentore del record, a noi non dispiacerebbe affatto, anzi.
Forza Alex, c'mon Alex: harder, better, faster, stronger.
Se volete seguire in diretta il tentativo di Alex Dowsett potete farlo dalle 22.35 di domani sera sul suo canale YouTube https://www.youtube.com/alexdowsettofficial
La gerarchia prima di tutto: intervista a Fausto Masnada
Il senso di rispetto di Fausto Masnada per i ruoli appare evidente, lapalissiano, quasi eclatante: «Siamo pagati per rispettare i compiti assegnati: uomo squadra, seconda linea, gregario, definitemi come preferite. È vero: è importante avere ambizioni personali, però bisogna essere realisti, sono in un grande team con grandi capitani ed è giusto rispettare ciò che ci viene chiesto».
Corridore sempre a disposizione per la sua squadra «e miei compagni lo sanno. Al termine del Lombardia sono uscite fuori polemiche inesistenti: Alaphilippe e gli altri ragazzi della Quick Step erano felicissimi del mio risultato e per come era maturato. A me non piace fare il furbo e prima di provare in prima persona avevo lavorato come mi era stato richiesto. Poi quel giorno stavo particolarmente bene anche se in partenza le gerarchie erano altre».
Inevitabile partire proprio da quel risultato maturato sul traguardo di Bergamo: 2° posto dietro Pogačar, una delle prove più convincenti della carriera del 28enne che proprio su quelle strade ha vissuto la maggior parte della sua vita, agonistica e non. «Mentirei se dicessi di non essere rimasto un po' deluso. Ma cosa ci vuoi fare: ha vinto uno dei corridori più forti del gruppo, uno che oltre ad avere la gamba ha una testa incredibile». Per Masnada, infatti, quello che caratterizza il 23enne sloveno è l'intelligenza: «Non vinci due volte un Tour se non hai anche la testa per farlo. E nel finale contro di me ha mostrato furbizia e freschezza».
Racconta, Masnada, puntuale e preciso, la preparazione e lo svolgimento dell'ultima Monumento della stagione: «Come ho detto la gerarchia in squadra era stabilita. Tre punte: Remco, Almeida e Alaphilippe e io in seconda battuta. Stavo bene ("benissimo!" gli diciamo noi); il mio compito era stare con le antenne dritte e muovermi dalla media distanza da Dossena in poi. Quando è partito Tadej sulla salita di Orezzo ho avuto il via libera da Bramati per fare la mia corsa».
D'altra parte, aggiunge Masnada, in corsa a volte le strategie prestabilite possono essere rimescolate. «Non tutti possiamo partire con il ruolo del leader, ma capita che uno dei capitani designati non si senta bene, oppure che la corsa prende una certa piega: la nostra forza in squadra è quella di essere un gruppo compatto, affiatato, ci parliamo spesso e se hai la tua opportunità come è successo con me al Lombardia allora devi essere pronto a coglierla». La pazienza come canone, la disciplina per alimentare la forza interiore.
E giù dal Passo Ganda, nella discesa del Selvino, Masnada, bergamasco doc, le sue carte se le è giocate come un abile prestigiatore, tracciando linee, prendendo rischi calcolati e riuscendo a piombare a fine discesa su Pogačar. «Quelle strade le conosco a memoria: capitava, quando mi allenavo da questa parti, di fare anche una cinquantina di volte all'anno il Selvino. Sono sceso con intelligenza, ma fondamentale doveva essere rientrare prima del tratto in pianura, altrimenti avremmo dovuto cambiare spartito».
Ma nel finale non c'è stato nulla da fare, Pogačar si è gestito in pianura, ci racconta ancora Masnada, tirando sempre con un certo margine: «E sulla Boccola ha fatto un'andatura pazzesca: ho raggiunto un wattaggio che non avrei mai creduto dopo sei ore di corsa», ma il segreto dietro quei numeri è stata anche la spinta del pubblico. Bandiere, urla, cappellini, tifosi ovunque. Davanti Pogačar seduto, potente, a scandire il ritmo, con una accenno di bocca aperta, dietro Masnada in piedi sui pedali, i denti di fuori. Si direbbe: a tutta. Forse di più. «Quanta gente che c'era a spingermi per tutto il percorso! Emozioni immense, indescrivibili. I bergamaschi sono tutti grandi appassionati di ciclismo, ma quello che ho visto in gara ha dell'incredibile. Sulla Boccola sono salito grazie al tifo del pubblico che mi ha fatto passare il mal di gambe e mi ha spinto fino in cima».
Una stagione chiusa bene, in crescendo (prima del Lombardia, Masnada volava, letteralmente, anche alla Milano-Torino), ma che lo vede soddisfatto a metà per via dei problemi fisici avuti al Giro, chiuso in anticipo per una tendinite dopo essere partito da Torino con l'influenza, e per una frattura rimediata alla Settimana Ciclistica Italiana in Sardegna che gli ha fatto saltare la Vuelta.
Ma nel 2021 ha potuto approfondire le conoscenze su due compagni di squadra per i quali ha lavorato in più fasi, in modo egregio. «Differenze fra Almeida e Evenepoel? Intanto le similitudini: hanno un talento incredibile e sono così giovani che ancora devono imparare a correre da capitani. Almeida è tranquillo, quasi pacato. Trasmette serenità in corsa. Evenepoel ha una forza devastante in tutti sensi: nervoso, istintivo, a volte non si riesce a farlo ragionare. Testardo, emana cattiveria agonistica e quando corri per lui ti senti ancora più motivato e concentrato perché trasmette professionalità e ti motiva con la sua stessa grinta».
Chiediamo a Masnada quale futuro, quali margini, quali obiettivi per lui. Al solito è laconico, essenziale; vola basso, ma più che dimesso appare concreto e ambizioso: «Anno dopo anno sto crescendo: mi pongo obiettivi nuovi che servono per stimolarmi, diventare ancora più forte e tirare fuori il meglio da me stesso. E questi miglioramenti sono la benzina che mi motiva ad andare avanti. È vero: ho fatto 2° al Lombardia e voglio continuare a migliorare, ma niente voli pindarici, preferisco commentare dopo una corsa che fare dei pronostici prima».
Gli piacerebbe fare il Giro nel 2022, anche se i programmi non sono stati stabiliti, la corsa alla quale si sente più legato e che sente più adatta. «Però, se mi dovesse essere chiesto di fare il capitano al Giro, mi farò trovare pronto».
Tour, infortuni e sofferenza: lo stallo alla messicana di Chris Froome
Soffrire, soffrire, soffrire. Scritto tre volte ma forse non basta. Quanta banalità all'apparenza - sembra sempre la solita solfa – dietro questa parola ripetuta come una nenia, ma è da qui, all'occorrenza, che parte ogni corridore.
D'altra parte cos'è il ciclismo se non atletismo, fantasia e sofferenza? Se vi siete mai allenati in bicicletta sapete di cosa parliamo, se avete mai provato a mettere vicino qualche chilometro magari condendolo con qualche salita, magari avete beccato la pioggia, magari vi siete districati su un tratto di lastricato, non potete che immedesimarvi in questo stereotipo.
Il soffrire per un corridore professionista con un passato importante è spesso finalizzato al tornare (o a provare) a essere quello che è stato, riassaporare la vittoria o arrivarci vicino. Soffrire per superare quella soglia, arrivare in cima e dire: ce l'ho fatta. Maledire – a tratti - quei momenti in cui si sale in bici, o si sceglie quel mestiere; ripensare al passato, gettare le basi nel presente per ricostruire il futuro, anche quando ti analizzi e pensi: ho quasi trentasette primavere, dove posso andare in un ciclismo dove si vincono i grandi giri appena superati i vent'anni?
Chris Froome riparte proprio da questi pensieri, si riempie d'orgoglio raccontando la propria sofferenza. Parole sue, testuali. La sofferenza l'ha messa al centro del discorso in una lunga intervista rilasciata a Cyclingnews nei giorni scorsi.
«La sofferenza - racconta Froome che tra 2011 e 2018 ha vinto 4 Tour, 2 Vuelta, 1 Giro - ha dato una nuova prospettiva alla mia carriera e alla mia vita». Dice che soffrire gli ha fatto capire quanto debba essere grato per i privilegi che ha vissuto e vive; che vuole sfruttare questa seconda occasione che ha avuto come ciclista professionista. «So che molti non lo capiscono – aggiunge - e questo mi dà ancora più forza per tornare al mio vecchio livello»
E riparte da una sorta di stallo alla messicana, cliché cinematografico che dagli anni '90 è stato riproposto in maniera assidua da Quentin Tarantino: Froome, infortuni, sofferenza e Tour de France come quattro temerari dal linguaggio un po' sboccato e magari dalla battuta piccante e fuori luogo e che si puntano la pistola addosso, l'uno verso l'altro, e sembra non ci sia modo di uscirne.
Ma ci crede Froome. Ha intenzione di uscirne. Che ce la faccia o no, ha intenzione di fuggire come Mr Pink o Mr Blonde, col bottino in mano o come voleva una certa parte di narrativa messicana: con i soldi o con la vita. «Non c'è alcuna garanzia di poter vincere un altro Tour, dopo quello che è successo e quello che ho passato. Lo so, ma rimane il mio obiettivo. Questo è ciò che mi spinge a dare il 100%» riflette il corridore della Israel.
Da giugno 2019 a giugno 2021, dall'infortunio al Delfinato alla preparazione verso il ritorno al Tour, racconta di aver sentito finalmente la gamba ferita mettersi alla pari con tutto il resto del corpo. «L'incidente nella prima tappa di quest'anno però ha nuovamente ribaltato i miei piani. Non fossimo stati al Tour mi sarei ritirato. Ero ferito dall'anca fino al gluteo, sentivo tanto dolore fino alle costole». E invece ha stretto i denti, fino all'ultimo giorno: «Arrivare a Parigi è stata una vittoria personale fondamentale».
E quei giorni di gara a fine stagione sono diventati 68, mica pochi. Da questi numeri riparte come base per essere al meglio in vista del futuro.
Froome insiste e insisterà per provare a vincere di nuovo il Tour (sic): «Nel 2022, l'anno dopo, o l'anno dopo non importa. Ciò che conta è che continuerò a lavorare fino a quando non mi renderò conto che non sarà più possibile. Questo è ciò che mi fa salire sulla mia bici ogni giorno».
Questo è ciò che intende Froome per uscire dallo stallo in cui si trova. Questo è ciò che lo spinge ogni giorno a superare i limiti imposti dalla sofferenza. Ce la farà?
Foto: A.S.O./Bruno Bade
Mai voltarsi indietro: intervista a Thomas Gloag
Thomas “Tom” Gloag è così giovane che voglia di guardare indietro quasi non ne ha. Non ammette rimpianti e anzi, quando gli chiediamo se il 4° posto all'ultimo Giro Under 23 (a soli 12" dal podio) gli ha lasciato l'amaro in bocca, si scuote: «Ho fatto la miglior gara possibile, più di così non potevo».
È uno dei maggiori talenti del ciclismo britannico: fisico e caratteristiche da scalatore («anche se vorrei avere spalle più strette per essere maggiormente aerodinamico»), di quelli che quando scatta sa fare male e con limiti tutti da scoprire.
Ha 20 anni compiuti da poco, è nato a Londra ed è cresciuto nel velodromo locale di Herne Hill: «Ho iniziato a pedalarci a 8 anni e non ho più smesso! Le ore passate lì dentro e il supporto dei volontari che ci davano una mano sono state fondamentali per farmi diventare un corridore».
Corre tra i dilettanti con la Trinity Racing, «almeno fino al Giro Under 23 del 2022, poi si vedrà» e negli anni ha avuto modo di stare a fianco di un certo Pidcock. Viene da chiederci se l'anno prossimo le loro strade a un certo punto si incroceranno di nuovo, magari proprio in maglia Ineos. Lui non ne fa accenno.
Di Pidcock ciò che lo colpisce di più è la competitività: «Quando si mette in testa una cosa farà di tutto per ottenerla e poi con lui, sceso dalla bici non ti annoi mai»; mentre nella stagione appena passata ha diviso i galloni di capitano con l'irlandese Ben Healy, corridore che esalta il pubblico per le doti da attaccante e che dal 2022 lo vedremo in maglia EF. «Quando lo trovi nella starting list stai per certo che non sarà mai una gara normale». I due divideranno la stanza a Girona da quest'inverno.
E la normalità Gloag prova ad aggirarla: nel periodo della pandemia si è trasferito in Colombia, vivendo a casa della famiglia Chaves. «Ho corso in Spagna per un breve periodo e sono diventato grande amico di Brayan (il fratello di Esteban, NdA). Quando è scoppiato il Covid tra stare fermo a casa e allenarmi ho scelto la seconda possibilità e sono andato a vivere in Colombia da loro, allenandomi con loro, perdendo la testa per l'incredibile disponibilità, gentilezza e dolcezza del popolo colombiano: hanno fatto di tutto per farmi sentire a casa».
E che posti meravigliosi in mezzo alle Ande! «Per allenarsi, poi, è favoloso: altura, montagne di 50 km e poi magari 200 km senza una salita. E il cibo? Mai mangiata frutta o verdura così buona e fresca». E resta così legato ai due corridori colombiani tanto da voler contribuire in qualche modo alla "Fundación Esteban Chaves", ente benefico creato per aiutare bambini in difficoltà.
Se deve pensare a un riferimento gli viene in mente Bradley Wiggins: «Anche lui è cresciuto nel velodromo di Herne e i suoi successi sono stati il catalizzatore per l'esplosione del ciclismo britannico», mentre la Corsa per lui è: «Il Tour de France ovviamente: l'apice della carriera per ogni corridore».
Tifa Arsenal («ma sono anni difficili per noi tifosi gunners») e Phoenix Suns, e uno sgarro che farebbe volentieri è il waffle caldo belga con gelato alla menta e topping al cioccolato. «Ma la vita di un corridore è fatta di sacrifici: a volte non riuscire a fare tutto quello che si vorrebbe per un ragazzo della mia età è complicato».
Dice che non c'è un vero e proprio segreto se oggi il ciclismo britannico si trova all'apice della sua ascesa: «ma il supporto da parte della federazione a livello locale e i loro investimenti danno la possibilità di scovare talenti e quei talenti hanno la possibilità di allenarsi e poi emergere».
4° al Giro Under, ritirato all'Avenir quando era in piena corsa per il podio, 3° alla Ronde de l'Isard con una vittoria di tappa in salita a Plateau de Beille, se guarda alla stagione appena trascorsa si vede cresciuto, mentalmente e fisicamente, ma convinto di avere ancora ampi margini: «Non eccello ancora in nulla e questo mi dà la motivazione per spingere a tutta e continuare a migliorarmi. Anche perché in fondo a guardare indietro non si guadagna proprio nulla».
Bardet alla Roc d'Azur
"È arrivato il momento di staccare", il pensiero di molti vedendo il volto affaticato di Romain Bardet, ottavo sul traguardo di Bergamo al Giro di Lombardia. Una gara selettiva, lui protagonista, sì, ma più di contorno, meno di come si aspettava; sentiva le sue gambe che pulsavano al punto giusto, sì, ma allo stesso tempo non rispondevano fino in fondo ai segnali mandati dal suo cervello, scontrandosi tra realtà, desiderio e ambizione. «Nel momento cruciale della corsa ho sentito le gambe di legno».
Ed è stata la fine della stagione - almeno su strada - perché poi, terminata la corsa è salito in macchina in direzione ovest; verso la Provenza, verso il dipartimento del Var, a Fréjus, dalle parti della meravigliosa Roquebrune-sur-Argens. Eh, ma mica per anticipare le vacanze o che - anche se il posto merita.
In testa e nelle gambe, o in quello che rimaneva nel suo serbatoio di energie psicofisiche, Bardet aveva ancora un'idea che si tramutava nell'ultima corsa da disputare: la Roc d'Azur.
Roc d'Azur, ovvero la mitica gara di mountain bike che si corre dal 1984: quella volta al via ci furono 7 partecipanti, mentre il 10 ottobre 2021 nella sfida clou del week end oltre tremila tra uomini e donne a percorrere un tracciato selettivo di quasi 50 km.
Altamente spettacolare la Roc d'Azur, affascinante, con passaggi suggestivi dal mare alla montagna e i suoi punti focali tra il Col Du Bugnon preso d'assalto dai tifosi, Le Fournel con la sua celebre discesa (su internet esiste persino una guida - scritta tra il serio e il faceto - per affrontarla al meglio), estremamente tecnica, e lo spettacolare Sentier des Douaniers che arriva fino in riva al mare.
Ha vinto, per dovere di cronaca va detto, il giovane svizzero Filippo Colombo, in 2h 03'43'', tra i più forti interpreti della mountain bike (12° a Tokyo, 3°al campionato europeo e 9° al mondiale, nonostante la frattura del bacino a maggio, tanto per dire) davanti a un certo Julien Absalon (non ha bisogno di presentazioni, vero?) che la Roc d'Azur l'ha conquistata tre volte.
Spinto dal tantissimo pubblico (ma davvero tanto) lungo la strada, ecco anche la sagoma dai tratti sinuosi e spigolosi, il naso leggermente aquilino, la divisa della DSM, ecco Romain Bardet che nel 2018 alla Roc d'Azur arrivò 102°, anche quella volta si divertì da matti.
«Sono venuto qui perché amo la mountain bike - ha raccontato sorridente e impolverato a fine corsa, vittima anche di un incidente meccanico e con anche qualche graffio sul corpo che non guasta mai quando corri in bicicletta - sono venuto qui perché volevo divertirmi e senza prendere rischi soprattutto in partenza: mica avevo intenzione di passare l'inverno in barella?!»
Il tempo del corridore francese, che legge libri di politica e filosofia, che ama informarsi su temi come immigrazione ed economia, adora il buon vino e che se non fosse diventato un ciclista professionista sarebbe voluto essere un dj oppure uno scrittore, è stato di circa 6 minuti superiore a quello di Colombo e gli è valso l'11° posto. Ma non era l'unica star dello sport transalpino al via: al 439° posto è infatti arrivato Renaud Lavillenie, medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Londra nel 2012. Nel salto con l'asta.
Ora la stagione per Bardet è davvero chiusa, dopo aver rotto il ghiaccio vincendo per la prima volta in carriera fuori dal patrio suolo: prima con una tappa alla Vuelta a Burgos, poi con un'altra alla Vuelta España.
Nel 2022 lo aspettiamo, magari di nuovo al Giro d'Italia, per provare a rompere il ghiaccio pure da noi; non mancheremo di spingerlo certamente, probabilmente non vestiti da uomo di Cro-Magnon come i ragazzi in foto.
E a chiudere (o quasi)... Il Lombardia
Se c'è una (grande) corsa di un giorno che si addice in maniera perfetta ai corridori da Grandi Giri quella è “Il Lombardia”, Giro di Lombardia come si chiamava un tempo. "Classica delle foglie morte" per via della stagione, banalmente, del foliage che caratterizza la sede stradale, persino - un tempo - "Mondiale d'autunno'' fino a quando proprio la rassegna iridata non ha iniziato a spostarsi più avanti, più in là, nel calendario.
Se c'è una corsa che per certi versi ha assunto meno prestigio rispetto alle altre “Monumento”, questa è, ahinoi, il Giro di Lombardia: nonostante si riveli poi sempre corsa dura, selettiva, spettacolare, temuta, amata, cerchiata in rosso, nel tempo è stata un po' snobbata (non è il caso di quest'anno); arriva a fine stagione (oggi per la prima volta pure una settimana dopo la Parigi-Roubaix) quando il gruppo ha fiato corto, gambe dimezzate, e poi quei cambi di percorso, che per qualcuno sono il tratto caratteristico, in verità fanno un po' perdere la bussola.
Se c'è una corsa che quest'anno avrà il tremendo compito di svegliarci dal sogno di una stagione ciclistica meravigliosa, segnando la fine (o quasi, perché per fortuna non è proprio finita finita, ancora qualcosina da gustarci ci sarà) del 2021, sarà il Giro di Lombardia.
Da Como a Bergamo in un un percorso diverso rispetto alle ultime stagioni quando l'arrivo sfiorava il Lago e dove Ghisallo, Sormano, Civiglio, San Fermo della Battaglia intorpidivano le gambe, smembravano il gruppo e poi lanciavano, solitari o sgranati, i corridori verso la vittoria.
Sarà meno selettivo il percorso di quest'anno? Può darsi, ma mai come nelle ultime settimane il gruppo ha mostrato la verità del più banale degli principi: sono loro a fare (dura) la corsa. E oggi ci aspettiamo una grande battaglia, visti i nomi al via.
Giro di Lombardia: da Gerbi (primo vincitore e ancora oggi il suo vantaggio di 40' resta il più grande distacco tra 1° e 2° nella corsa italiana) a Fuglsang, oltre un secolo di storia e così tanti episodi.
Scegliamo, per questioni di memoria e tempo, quella dell'anno scorso, un Ferragosto con Lomabrdia segnato da una selezione e da distacchi – per l'appunto - d'altri tempi (non come quelli dei pionieri) e da quell'immagine tremenda di una bici ferma sul muretto di un ponte lungo la discesa della Colma di Sormano. Evenepoel rischiava, e poi andava giù nel tentativo di seguire la ruota di altri scatenati. Abbiamo temuto il peggio.
Da lì ripartiamo: con il giovane belga che prova ad assorbire quell'esperienza anche se si proclama un po' stanco dopo l'impresa alla Coppa Bernocchi (sulla falsariga di van der Poel che dopo l'impresa alla Tirreno sotto la pioggia accusò la fatica alla Sanremo, oppure pretattica?); con la coppia slovena che parte in prima fila, Roglič decisamente più avanti di Pogačar, ma per ripeterci: scommettereste mai contro uno così? Noi no.
Con Alaphilippe che comunque vada la maglia iridata la porterà davanti in qualsiasi fase della corsa: afferma pure lui di non avere chissà che gambe, e magari in Quick Step hanno pronto Almeida all'ultima recita travestito da lupo prima di andare a infoltire il pacchetto corse a tappe della UAE dal 2022.
Da metà settembre in poi ha collezionato 3 vittorie, 4 secondi posti (tra cui l'Emilia) e un 3° pochi giorni fa alla Milano-Torino. In generale la costanza mostrata nel 2021 è degna di rilievo. Che sia lui il più in forma tra gli uomini di Lefevere? Unico dubbio la tenuta sulla distanza se proprio vogliamo trovare un “ma”. E poi gli Yates, più Adam che Simon che che per la verità si è visto poco di recente, Woods sempre temibile su questi percorsi, l'ultima corsa di Dan Martin, poi Gaudu che ci piace sempre, come Cosnefroy. E poi Valverde che non ha mai vinto una corsa per lui, il pacchetto di mischia Bahrain (Teuns, Mohorič), e tanti altri outsider.
L'Italia si affida a diverse generazioni di corridori: c'è il vecchio, Nibali, l'esperto, Ulissi, ci sono i medi, per età ed esperienza: Moscon, Masnada, Rota e Formolo, e infine i giovani Aleotti e Bagioli, ma quest'ultimo sarà chiamato al lavoro sporco visto tutti i capitani che si porta appresso, ma chissà.
IL PERCORSO
Da Como a Bergamo quest'anno. Come detto almeno sulla carta è meno duro del pacchetto che porta il gruppo verso il Lago con le ascese in serie di Ghisallo, Sormano, Civiglio, San Fermo. 239 km con un inizio soft, Ghisallo solo simbolico (versante abbordabile) poi è vero: quando si sale si sale (Roncola, Berbenno, Dossena e Zambla Alta in successione), ma il punto clou è atteso sull'ultima salita: Passo di Ganda, il lato oscuro del Selvino con quei 4 km finali duri duri e lo scollinamento a 32 dall'arrivo: trampolino ideale.
Prima del finale lo strappo verso Bergamo Alta, suggestivo e impegnativo per lanciare chi ne avrà verso il traguardo che sarà da lì a poco. I favoriti li abbiano nominati e li mettiamo in fila come d'abitudine qui in seguito, ma occhio che come a volte accade (al Lombardia l'ultima volta fu il 2011 con la clamorosa vittoria di Zaugg) può spuntarla una sorpresa, oppure, in caso di marcamento fra i (diversi) big al via, anche un bel gruppo di seconde linee.
A noi in tal caso, così su due piedi, ci piacerebbe, partigianamente, vedere trionfare Masnada o Rota. Ragazzi di casa - in tutti i sensi - che vanno forte in questo periodo.
I FAVORITI DI ALVENTO
⭐⭐⭐⭐⭐ Roglič
⭐⭐⭐⭐ Pogačar, Evenepoel, A.Yates
⭐⭐⭐ Alaphilippe, Almeida, Woods, Gaudu
⭐⭐ Mollema, Champoussin, G.Martin, Higuita, Valverde, S.Yates, Rota, Masnada, Teuns, Powless
⭐ Moscon, Aleotti, Grossschartner, D.Martin, Pinot, Nibali, Bagioli, Tulett, Mohorič, Sivakov, Formolo, Hirschi, Bardet, Storer, Kron, Vingegaard, N.Quintana
Dirompente come Jonathan Milan
Vista l'età anche Jonathan Milan ha pieno diritto di entrare nel club dei giovani, forti, vincenti. Mica ce li avranno solo gli altri i talenti dai tratti poliedrici?
Classe 2000 e infatti non ha solo la faccia da ragazzino: lo è. Potente che sembra fare scintille quando punta l'uomo in pista, alto e così performante su strada che la Bahrain domenica scorsa se lo portava alla Roubaix con il compito di aiutare i compagni a stare davanti e non prendere aria nella prima parte di corsa, ieri Jonathan Milan con una prestazione (esageriamo?) esagerata è diventato Campione Europeo dell'inseguimento individuale durante la rassegna continentale in corso a Grenchen, Svizzera. Ha preso e doppiato il suo avversario, il russo Gonov, dopo 3,5 chilometri di gara.
In semifinale stampava un 4'05'' tempo che ha una certa dignità: tre secondi meglio di quello fatto a Berlino (Mondiale 2020) quando a soli 19 anni andò a giocarsi la finale per il bronzo (che poi perse correndo in 4'13'' contro il francese Ermenault). Ipoteticamente quel 4'05'' gli sarebbe persino valso l'argento in una sfida immaginaria con Filippo Ganna. Che prima del via ieri lo ha sostenuto e incitato.
Milan: un titolo europeo e uno olimpico e anche qualche altra medaglia "meno preziosa" al collo tra cui un bronzo mondiale nell'inseguimento a squadre (nel 2020) e un futuro da seguire; friulano di Buja (sì, proprio come De Marchi) ha compiuto 21 anni una settimana fa, e quest'estate, in quel quartetto dove Ganna ha trascinato, ha fatto la sua porca figura.
E la sua figura è alta, da macinatore di chilometri, ha un motore che potrebbe tenere acceso un velodromo per giorni interi, e oggi come oggi potrebbe ricordare più un passista veloce che un cronoman, ma con questo tipo di corridori mai porre limiti.
Sogna la Roubaix, quella che ha già assaggiato, quella che ha vinto Colbrelli e che pare la corsa - su strada - più adatta alle sue caratteristiche; tra qualche settimana sempre a Roubaix, Mondiale su pista, via le pietre terreno molto più morbido, Milan darà fastidio sia a Ganna che a Lambie.
Stavolta nessuna sfida immaginaria o ipotetica, anzi: chissà che non li spazzi via con tutto quel talento, con quella forza dirompente, con quella faccia da ragazzino sempre sorridente e la genuinità dei suoi splendidi 20 anni o poco più. «Ora con Ganna puntiamo assieme ai Mondiali - racconterà a fine gara Milan - vogliamo far bene sia nell’inseguimento a squadre che individuale e abbassare i nostri tempi». Beh, non resta che goderceli entrambi.
MiTo Roglič
Quando Primož Roglič vede lo striscione d'arrivo e magari la strada è in salita, è un po' di tempo che non ce n'è proprio per nessuno: istinto killer. 60 vittorie in carriera, 13 in stagione: oggi alla Milano Torino, verso la Basilica di Superga, c'ha provato Adam Yates a sorprenderlo e a un certo punto sembrava pure farcela.
Poi da dietro è piombato Roglič con quel suo fare che appare quasi freddo, ma che invece è semplicemente ordine, rigore, stile. Lo salta, Roglič, e lo stacca come se lui fosse un velocista in salita, e gli altri al suo cospetto paiono frenati, come oltre ogni limite.
Sabato scorso al Giro dell'Emilia aveva sprintato su Almeida, a un certo punto, preso dalla morsa Quick Step, Roglič se ne infischiava; li batteva dopo aver superato con affascinante eleganza le rampe micidiali del San Luca.
Oggi alla MiTo è stato il turno di Yates, dopo l'ennesima gara ricca di scintille, combattuta, ventagli, attacchi, tattiche. Malcapitato del giorno? L'inglese della Ineos! Sconfitto come succede un po' a tutti in questo momento quando ti giri e di fianco c'è lo sloveno della Jumbo con quella sua azione a tratti ipnotica.
Fra qualche giorno Il Lombardia per uno dei capitoli conclusivi di questa incredibile stagione che non vorremmo mai finisse. Ci sarà la possibilità di sbrogliare la matassa da lontano, perché nessuno vorrà arrivare a tu per tu con Roglič, ma almeno l'arrivo non sarà in salita - sembrano sospirare i suoi avversari.
Il divertimento per De Marchi
Che a De Marchi venga bene vincere con la pioggia è un dato di fatto. Pioveva (anche) qualche anno fa al Giro dell'Emilia. Pioveva a dirotto ieri sul traguardo - e per la verità su tutto il tracciato - della Tre Valli Varesine quando nella volata a due con Formolo («Beh volata è un parolone. Più che altro una moviola degli ultimi 200m» ci dirà scherzosamente) l'ha spuntata lui, il "Rosso di Buja", il "Capitano" come lo chiamano orgogliosi i ragazzi del Cycling Team Friuli, la squadra che lo ha lanciato, la squadra dove De Marchi resta simbolo e punto di riferimento, per carisma e dedizione, trasparenza e sensibilità, per il suo spirito di appartenenza.
Ha vinto poco in carriera (6 successi da professionista), ma benissimo: tappa al Delfinato, 3 tappe alla Vuelta e poi, per l'appunto, Giro dell'Emilia (era il 2018) e Tre Valli Varesine, ieri. Sta vivendo un finale di stagione dove, nonostante il brutto incidente al Giro d'Italia, sta correndo come meglio sa fare: da protagonista. Con la sua squadra di club e con la nazionale. Serio e affidabile, come direbbe lui: un agonista.
Su #Alvento16 lo avevamo intervistato. Un'intervista densa e ricca di spunti che ci ha dato la possibilità di far conoscere l'umanità di questo ragazzo classe '86 che raccoglie risultati importanti quando corre, ma che una volta sceso dalla bici ha tante, tantissime cose da raccontare, arguto e mai banale. E questa che riportiamo è davvero soltanto una minima parte:
«Ci si diverte di meno nel ciclismo? Dipende. Uno può continuare a divertirsi anche se le regole cambiano. Forse abbiamo perso la capacità di essere liberi nel modo di interpretare una corsa. Quando le tappe sono noiose, la responsabilità è nostra: siamo noi corridori a renderle così. I tempi sono cambiati, mi sta bene, ma dovremmo arrivare al punto in cui siamo noi a dirci chi se ne frega oggi corro anche per fare terzo. Quest'anno al Tour of the Alps mi sono trovato in fuga con Nicolas Roche: mancava talmente poco che avremmo potuto tranquillamente mollare, alla fine un secondo o un terzo posto a me e a lui cambia assolutamente niente, però abbiamo deciso di farci inseguire dal gruppo e divertirci, e credo che abbiamo anche fatto divertire. Siamo arrivati che eravamo emozionati come se avessimo vinto».
Ma quale inferno
Sono passati due giorni dalla fine della Paris-Roubaix e ancora quando ci svegliamo, ci pensiamo. Andiamo su internet e leggiamo testimonianze, vediamo foto di facce che sono croste di melma, oppure quella del manubrio di Lizzie Deignan imbrattato dal sangue delle sue mani: la prima vincitrice della Roubaix infatti, non indossava guantini, come fanno alcuni tra i più quotati colleghi, vedi Haussler o Gaviria.
Questo fine settimana, nel nord della Francia non si riusciva nemmeno a guidare la bici: basta vedere la difficoltà di Politt, che due anni fa arrivò secondo e che domenica sembrava uno messo la prima volta su un paio di pattini. L'hanno conclusa in 105, 11 di loro fuori tempo massimo, pur di onorarla, ma ci ritorneremo a breve. Non cadevano solo i ciclisti, ma anche le moto, mentre le ammiraglie finivano lunghe nei fossi.
Ma qual è il fascino di una corsa del genere? Beh, per chi la guarda da casa è facile: corridori infangati, la sfida tra i grandi nomi, l'epica delle facce da Roubaix, la fatica disumana, il corpo a corpo, la selezione, gli attacchi partiti dal km 0 quando ancora i settori di pavé distavano due ore. Oppure i tifosi «eccitati in maniera febbrile al nostro passaggio» come mi racconta Luca Mozzato, all'esordio in questa corsa e tra i protagonisti assoluti. In fuga prima, 20° al traguardo nel velodromo di Roubaix «dove ho cercato di stare più tempo possibile per godermi ogni attimo, guardarmi intorno e portare il ricordo con me».
La pioggia ha trasformato tutto in un affare brutale, ma terribilmente affascinante; il fango ha reso i corridori maschere e noi godevamo di quello spettacolo, con messaggi che arrivavano da spettatori ancora meno che improbabili e che si sono avvicinati al ciclismo grazie a una giornata del genere.
Perché il ciclismo ha bisogno di queste prove per uscire dalla sua nicchia; chiede fango e sterrati, pietre, sentieri, sfide differenti, testa a testa, come tutte quelle corse che ogni anno prendono piede e diventano sempre più conosciute: dal Tro-bro Léon in Bretagna, fino a diverse corse in Belgio, o persino quella disputata sempre domenica in Norvegia, la Gylne Gutuer: la Strade Bianche dei fiordi. L'hanno conclusa in dieci: andate a vedere i video per capire di cosa stiamo parlando. Pioggia, sterrato, salitelle, brutale selezione.
E i corridori, che sono poi gli attori principali dello spettacolo, anzi gli unici protagonisti, raccontano le diverse sensazioni: sempre Luca Mozzato afferma di aver vissuto due chilometri d'inferno dentro Arenberg dove ha forato, poi è caduto, ma dice di essersi sentito gasato ed emozionato ad averla corsa e conclusa. Gasato: «perché passavano i chilometri e ti giravi e vedevi intorno a te van Aert, Van Avermaet, Kristoff, Laporte. Perché passavano i chilometri e prendevi dimestichezza. Sul primo tratto ero in coda, irrigidito, su quel tipo di pavé non sapevi fin dove potevi spingere: la bici andava dove voleva lei, sbandava, dovevi assecondarla. Poi man mano che andavo avanti la confidenza aumentava, sapevi come muoverti e chilometro dopo chilometro gli altri saltavano e tu eri sempre davanti». Emozionato da tutta quella gente: «E pensare che nemmeno avevo capito di avere così pochi corridori che mi precedevano. E gli ultimi 30 chilometri sono stati, seppur nella fatica, una goduria».
Mozzato mi spiega poi come, alla vigilia, quasi per gioco, insieme ai suoi compagni di squadra si era messo a guardare i video dell'ultima Roubaix bagnata: «All'inizio, guardando i filmati scherzavamo, poi è salita un po' di ansia che diventava palpabile al via della corsa: tutti i migliori stavano davanti dal primo metro di gara. Si era capito che sarebbe stata una giornata diversa dalle altre».
Poi c'è chi come Niki Terpstra ha impiegato un'ora e mezza in più del vincitore, ma ha voluto onorare la corsa portandola a termine ugualmente - fuori tempo massimo. Niki Terpstra che nel 2014 vinse la Roubaix.
Per Fred Wright, anche lui nella fuga che ha visto dentro Mozzato, Moscon, Vermeersch e altri, è stata: «La corsa più bella, migliore, peggiore, più dura e brutale che abbia mai fatto: tutto in uno». Ed è da leggere quello che scrive Davide Martinelli, arrivato anche lui fuori tempo massimo. Un messaggio che si conclude con un attestato d'amore:
"Comunque sia volevo arrivare a Roubaix a tutti i costi e ce l’ho fatta, il boato della gente all’entrata del velodromo ha ripagato tutti gli sforzi! Se penso che tra qualche mese saremo di nuovo su quelle pietre mi viene un po’ il ribrezzo, ma per ora non ci voglio pensare, ora come ora odio il pavé, ma sicuramente tra qualche giorno tornerò alla mia idea iniziale: cioè che la Parigi-Roubaix è un amore puro, la follia incarnata in una corsa su due ruote".
Verrebbe da dire: meraviglioso inferno.
Foto: ASO/Pauline Ballet









