"Finalmente ho vinto"

Seduto sulla poltroncina - in (finta?) pelle grigia - che spetta al leader della cronometro dello Skoda Tour Luxembourg, Cattaneo ha visto passare avversari su avversari: gli finivano regolarmente dietro e nemmeno di poco.

Ha pennellato e spinto. Ha tagliato il traguardo ed era primo, ha battuto il danese Skjelmose, vent'anni, una carriera davanti che gli sorriderà dopo un passato che lo ha visto fare tempi à la Remco e poi l'ombra di una squalifica per doping.

Ma Cattaneo, dicevamo. Si è seduto su quella specie di trono di plastica. Ha visto scorrere i tempi: nessuno gli si avvicinava nemmeno lontanamente, e quando è stato il turno del compagno di squadra Almeida, quello che fino a ieri pomeriggio ha difeso come fosse una porta da tenere inviolata, ha tremato.

Abbiamo, poco sportivamente, ma ogni tanto capita, sperato che Almeida tirasse con meno precisione una curva, che rilanciasse con meno forza, perché i due erano vicinissimi. Quando ha chiuso la sua prova, il verdetto: due secondi di ritardo per il portoghese. O ribaltando: due secondi di vantaggio per l'italiano. Quanto bastava per vedere Cattaneo incredulo, felice e poi commosso. «Finalmente ho vinto». Le sue prime parole.

Cattaneo corre tra i professionisti ormai da quasi dieci anni. Prima promessa, poi dimenticato. Con Savio si è rilanciato e ora, in maglia Quick Step, vive una seconda parte di carriera che dà il giusto tributo al suo talento.

A Trento lui c'era a farsi in quattro per la Nazionale; quando è con la squadra di club l'atteggiamento non cambia: lo chiami e lui interpreta al meglio il suo compito.
Al Tour ha sfiorato la vittoria che oggi è arrivata. Ieri per Modolo erano tre anni e mezzo di digiuno, oggi per Cattaneo poco più di due. Ha vinto poco (tre volte) e proprio per questo ci pareva giusto omaggiarlo.

Foto: Bettini


Anche se ti chiami Valverde

Il finale di stagione di Alejandro Valverde non era quello che lui si immaginava, quello che i suoi tifosi sognavano, quello che i suoi colleghi pensavano - o temevano - vedendolo (in crescita di condizione) da vicino, alla Vuelta.

Poi una caduta, brutta, anzi, orrenda. In testa al gruppo a fare le linee giuste, ma di conserva, come gli sarà accaduto centinaia di migliaia di volte; la bici prende una buca, le mani perdono il controllo per un attimo, decisivo, del manubrio. Valverde va giù e, come ha raccontato pochi giorni fa sul sito ufficiale di Fizik: «La cosa che più mi ha colpito, dopo aver rivisto le immagini, è stato rendermi conto di quanto poco spazio fosse rimasto tra il punto in cui mi sono fermato e il burrone. L'incidente è stato molto peggio di quello che sembrava». Gli è andata male, sì, gli poteva persino andare peggio.

Il finale di stagione di Valverde era stato prestampato con caratteri diversi: senza quella caduta avrebbe continuato a tirare forte in Spagna, forse una vittoria (l'ultima l'ha conquistata al Delfinato e gli mancava da quasi due anni), l'avrebbe trovata; senza forse lo avremmo visto al via del mondiale nelle Fiandre, quelle Fiandre dove lui ha corso così poche volte che ci rimarrà un po' di amaro in bocca. Il percorso gli piace, ha detto, ma diplomaticamente sostiene come i suoi compagni siano più adatti di lui. La realtà è che cadere a 25 o a 30 anni è un conto, quando ti succede a 41 recuperare diventa più difficile, anche se ti chiami Valverde.

E quel Mondiale, strano dirlo, non vedrà Valverde per la sesta volta in vent'anni di carriera. Quel Mondiale che lo ha visto vincere nel 2018 e altre sei volte sul podio. E a quel Mondiale non ci sarà nemmeno Rojas che in quella caduta alla Vuelta lo ha soccorso. «Ho visto la sua bici - racconta Rojas, amico e compagno di squadra da una vita, dal 2006, di Valverde - e poi ho visto Alejandro che cercava di risalire tenendosi la spalla. “Fa male, molto male” mi ripeteva. La prima sensazione che ho provato è stato dolore per lui: perché prima di essere un grande corridore, Alejandro è un grande amico».

E lui, proprio perché si chiama Valverde, nonostante la caduta e la frattura, pochi giorni dopo era già in sella e lo rivedremo a breve. Niente Mondiale, sarà sulle strade italiane con poco allenamento però con l'obiettivo, difficile, ma mai scommettere contro gente come Valverde, di provare a vincere quella corsa che ancora gli manca: il Giro di Lombardia, che lo ha visto tre volte secondo. A Bergamo chiuderà la sua stagione, ma non la sua infinita carriera.

Foto: © PHOTOGOMEZSPORT2019


Il motore della polivalenza

Tra i vari spunti nati durante l'Europeo appena concluso, il discorso sulla multidisciplinarità che coinvolge i protagonisti di (quasi) tutte le gare ha un'importanza centrale.
Volendo stringere il campo ai medagliati fa impressione come molti di loro abbiano in comune la pratica di altre discipline, o un passato che non si è cibato di sola strada e in alcuni casi nemmeno di solo ciclismo. Su 36 medaglie assegnate nelle prove individuali ben 22 affondano le radici altrove - e da questo dato abbiamo tenuto fuori Evenepoel, ex calciatore.
Si parla di corridori di elevata caratura, senza ombra di dubbio, ma un talento non è tale se non è coltivato e allenato, ed è così che grazie al lavoro al di fuori della strada (ciclocross, mtb, pista) migliora l'esplosività, la capacità di esprimersi fuori soglia, l'abilità nella guida del mezzo, il colpo d'occhio, persino la qualità della pedalata. E la capacità di portare nelle varie specialità ciò che si è assorbito altrove, e in alcuni casi non per forza solo nel ciclismo, è un'importante tema di dibattito.

Il podio della gara juniores maschile è formata da due che in inverno praticano ciclocross: Grégoire e Martinez. Se Grégoire - un predestinato assoluto del ciclismo mondiale - sceglie il fango più per allenarsi in inverno e non perdere il colpo di pedale, Martinez è attualmente vice campione nazionale nel cx tra gli junior. Carente ancora nella capacità di guida, è proprio insistendo nel fuoristrada che riuscirà a limare i propri difetti. Dello stesso avviso è Uijtdebroeks (argento nella crono), da molti considerato il più grande talento tra i 2003: l'anno prossimo salterà direttamente da junior al World Tour, ma prima di farlo ha già detto che gareggerà nel ciclocross per migliorare le sue capacità di guida.

In mezzo ai due francesi è arrivato il norvegese Hagenes, uno che d'inverno fa sci di fondo e lo ha fatto anche a buon livello tanto da dominare una gara di coppa di Norvegia lo scorso anno. Alla domanda se continuerà con entrambe le attività ci ha risposto che l'impegno su strada con la Jumbo-Visma Development Team l'anno prossimo sarà centrale, ma che d'inverno continuerà a infilarsi gli sci ai piedi per mantenere la forma. E aggiungiamo noi: per staccare, rilassarsi e poi tornare a divertirsi in bici, altro punto focale del discorso.
L'ungherese Vas tra tutti è l'esempio più eclatante: il suo motore è impressionante, le sue caratteristiche sono un vero trattato sulla multidisciplinarità. Vas è stata battuta da Zanardi (a proposito: campionessa europea su pista), ma poche settimane fa arrivava quarta a Tokyo nella prova di Cross Country di MTB dietro le dominatrici svizzere, mentre in inverno è una che, seppur giovanissima, un po' alla volta mette con profitto la sua bici in mezzo o davanti alle élite olandesi.

Due terzi del podio della crono maschile under 23 arriva da pista (Price-Pejtersen, Danimarca) e ciclocross (Waerenskjold, Norvegia). Se il danese continua l'attività nei velodromi, il norvegese, dopo aver vinto diversi titoli nazionali, ora nel ciclocross si cimenta più per tenersi allenato che per un fatto puramente agonistico.

Il podio della crono maschile non ha bisogno certo di presentazione: Ganna e Küng su pista hanno giusto qualche risultato importante, mentre tra le donne élite, Reusser (oro nella crono) arriva da Triathlon (come anche Segaert, oro nella crono junior maschile) e Bike Marathon, Muzic (bronzo in linea) la puoi trovare gareggiare, a volte, nel ciclocross.

Una delle vittorie più imprevedibili della rassegna europea, quella di Thibau Nys, nasce proprio dalle brughiere, infangate o polverose a seconda del momento.
Di che leggenda del CX parliamo quando parliamo di suo padre Sven inutile dirlo, ma anche Thibau qualcosa ha fatto prima di sorprendere tutti nello sprint ristretto davanti al Duomo, incuriosendoci non tanto per la vittoria - fosse veloce si sapeva - quanto per essere riuscito a rimanere attaccato ai migliori: i limiti del classe 2002 belga sono ancora inesplorati e su strada potrà fare una carriera ancora superiore di quella accennata nel fuoristrada. Che continuerà comunque a praticare con profitto portando poi sull'asfalto tutto quello che avrà assorbito e imparato.

E ancora: Ivanchenko, oro nella crono junior femminile, ha dominato i recenti mondiali su pista di categoria con tre ori; Niedermaier, seconda, arriva dallo Sci Alpinismo, un mondo che continua a frequentare, mentre Uijen, terza, si difende bene anche su pista, come Le Huitouze, bronzo nella crono junior maschile, e Brennauer, bronzo élite femminile sempre contro il tempo.
Infine van Dijk, un oro e due argenti a Trento e un palmarès da favola a cronometro, ha iniziato la sua carriera sportiva nello speed skating praticato a buon livello - e buon livello per lo speed skating in Olanda significa avere una certa rilevanza.

 

Vuol dire poco o nulla, magari, in taluni casi, soprattutto se parliamo di attività svolte in età precoce, ma è evidente come questi motori abbiano iniziato a svilupparsi non solo lontano dalla strada, ma anche dalle due ruote. E così, all'apparenza, sembra male non faccia.

Anche l'Italia mostra qualcosa in ambito multidisciplinarità, pur rimanendo la pista ciò che dà maggiore impulso al movimento. Zanardi l'abbiamo già nominata, mentre Guazzini, campionessa europea a cronometro tra le Under 23 punta a diventare una big assoluta nei velodromi. E ci siamo fermati alle medaglie altrimenti l'elenco sarebbe sterminato.
Si iniziano anche a intravedere anche alcuni giovanissimi che partendo da esperienze maturate nel ciclocross (tre nomi: Realini, Masciarelli e Olivo, il quale va forte anche su pista) provano a ottenere risultati anche su strada. Qualcosa si muove anche da noi ed è arrivato il momento di investire ulteriormente e di spingere sull'acceleratore della polivalenza (che significa proprio il contrario dell'abbandonare un'attività a discapito dell'altra, soprattutto nel caso del ciclocross) che come abbiamo visto, può dare solo buoni frutti.

Foto: Bettini


Sopra Trento e poi brindare - TRENTINO 2021 - DAY 6

Sopra Trento c'è questo paesino, Povo, che ci arrivi a piedi uscendo dal centro storico. Si sale ed è facile all'apparenza anche a farlo in bici, eppure, giro dopo giro, mette a nudo forma e difetti dei corridori in gara. I margini, poi, sono accecanti: tifosi ovunque come una di quelle feste che ti aspetti in Belgio e che invece ritrovi in un paesino sopra Trento.
In cima, una decina di minuti prima del passaggio della corsa, arriva un bimbo vestito da piccolo ciclista. Spinge un rapportino, mulina le gambe e tutta quelle gente in festa lo acclama come una gradinata esultante: siamo sul punto più alto e «dopo la curva spiana». Mai modo di dire fu appropriato.

È il tratto più duro, dove Evenepoel cercherà in tutti i modi senza riuscirci di staccare Colbrelli, e lì è parcheggiato da un po' di giorni un camper con una bandiera rossocrociata.
Appartiene ad amici e parenti di Gino Mäder, ma quando passa il gruppo è un colpo al cuore per mamma e sorella: lui è già staccato. Fa nulla, la corsa è esplosa, la corsa è folle, la corsa è corsa. Mäder fa segno "tutto ok" con la mano ai suoi tifosi. Pochi chilometri dopo si ritirerà.

La gente acclama chiunque e comunque. Fan club si sprecano: Sagan, Aleotti, un gettonatissimo Moscon, Colbrelli. Ci sono anche i tifosi di Covi con parrucche tricolori che mi raccontano di seguire tutte le edizioni del Mondiale di ciclismo dagli anni '80. «Tranne quelle che disputano oltre oceano» specificano. E in una di queste gare è nato pure un gemellaggio con un fan club norvegese.

Oggi Covi non è presente, è riserva, ma sperano di vederlo al Mondiale, la forma c'è mi dicono: nei giorni scorsi ha battuto il suo record personale su una salita test vicino casa. Loro comunque in Belgio, Covi o non Covi, ci saranno, ci tengono a precisare sorseggiando una birra in lattina: «Perché Taino è sempre presente».

Un signore con la maglia della nazionale di rugby australiana mi racconta di aver preso le ferie per venire a godersi lo spettacolo di oggi. Sua moglie lo raggiungerà domani e si fermeranno una settimana da queste parti. È belga, figlio di immigrati, dice di essere di origini della Val di Cembra, e secondo lui l'atmosfera che si respira qui oggi è come quella della Freccia o della Liegi.
Pogačar, quando passa, fa una boccaccia verso telefoni che lo filmano come fossero occhi usciti da un racconto di fantascienza; il giro successivo proverà un allungo portando via una fuga che si rivelerà quasi decisiva. Gli islandesi chiudono la corsa, ma non solo. Dopo qualche passaggio seguiranno il camion scopa salendo insieme ad alcune ragazze della loro squadra. Sorrisi, borracce distribuite, foto con i tifosi: il ciclismo è pure questo.

Il ciclismo è tavolini imbanditi di ogni sorta di cibo: ci sono insalate di riso, panini, salsiccia, patatine, ma soprattutto birra e vino. Tendoni con impianti stereo: alcuni mettono musica, altri sparano la Rai a tutto volume e si sente la voce di Ballan che racconta quello che sta succedendo in gara.

In mattinata invece c'è silenzio in zona pullman, un po' di tensione nell'aria. Sonny appare nervoso, me lo rivela un membro del suo fan club. È suo papà, che quando lo vede passare spiega: «lo vedo tirato, forse un po' troppo teso». Poche ore dopo, quando la corsa prenderà la piega giusta per lui, scaricherà quell'impressione di tensione dominando la volata a due con Remco. Diventa campione europeo accompagnato dal boato di tutta Piazza del Duomo.

Alla partenza, invece, un tifoso ferma Trentin e gli dice: «oggi si brinda», in barba alla scaramanzia. Trentin risponde, sorridendo: «brindiamo due volte, stamattina, ok. Ma l'importante sarà farlo stasera».

Foto: Bettini


In cerca di sguardi - TRENTINO 2021 - DAY 5

Lungo la salita di Povo, Ellen van Dijk cerca lo sguardo di Soraya Paladin. La osserva soffrire ma diffida: «è il tipico teatro all' italiana» - dirà sdrammatizzando a fine corsa. Ma in realtà Soraya, a tutta davvero, si stacca.

E mentre van Dijk se ne va un signore mi passa di fianco, andatura leggermente claudicante, mi intima di continuare a godere della corsa, dei corridori, di tutti quei colori, di tutta quella gente: «Tu resta qui, comodo, che io vado a prendere un po' di burro: stasera speck e finferle con la polenta».

Digiuno, riacquisto forza e spirito di osservazione cercando di leggere bene le mosse delle inseguitrici di van Dijk, che tra energie residue e tattiche di gara perdono all'improvviso tutto il margine guadagnato dopo essere arrivate a tanto così dalla sua coda.

In mattinata, durante la prova degli Under 23, accendo Eurosport sul mio telefono; incontro lungo il percorso una ex ciclista della Repubblica Ceca, mi racconta di quando in pista ha sfidato Vos e insiste perché le faccia vedere a che punto sono i suoi compatrioti.

Cerca Toupalik con lo sguardo quando sente i telecronisti dire: «passa davanti un corridore della Repubblica Ceca»; cerca Toupalik con lo sguardo quando il gruppo ci passa davanti pochi minuti dopo a una velocità che sarebbe difficile quantificare a occhio nudo. Dice che per domani tiferà per Štybar (Repubblica Ceca), Sagan (Slovacchia) e «per Italia».

Prima del via cerco gli sguardi dei corridori tra i pullman, provo a capirne atteggiamenti e concentrazione. È ancora presto e un ragazzo polacco sbadiglia e si stropiccia gli occhi, mentre Van Tricht, Belgio, è un perfettino: prima di salire sui rulli e riscaldarsi si guarda intorno, si aggiusta il ciuffo, osserva attentamente la bici, se la fa sistemare; poi non è soddisfatto, se la fa sistemare di nuovo, la prende e ci fa un giro, la molla, entra nel camper e sparisce dagli sguardi dei curiosi - me compreso - attorno.

Ognuno gestisce a modo suo: Garofoli, fuori dal pullman dell'Italia, appare concentrato come stesse facendo una partita a scacchi, mentre Colnaghi alleggerisce la difesa esclamando: «ma guarda che bel popolo quello danese: portano il caffè ai loro corridori».

Il carico sale sulle spalle degli azzurri, corridori di casa, che da lì a poco metteranno in strada una gara (quasi) perfetta. Quel quasi sta per "argento a Baroncini", mica male eh, però, parole sue: «Forse abbiamo sottovalutato la volata di Nys».

Thibaut Nys, che sono fiori nuovi che sbocciano mentre noi invecchiamo: conosciamo ogni giorno figli di leggende che abbiamo visto correre, ma nel caso del figlio di Nys significa aver già battuto (almeno su strada) il padre.

E su quel podio ci sale anche Ayuso, bronzo, che ha fatto fare gara selettiva: lo sguardo è teso a fine gara, è quello del campione che non vorrebbe perdere mai: «Almeno ho dimostrato di essere forte anche allo sprint».

La sua Spagna ha messo giù corsa dura dal primo metro, forse già dal foglio firma: il numero 33, Azparren, ha tirato a lungo. Poche ore dopo lo vedo vicino alle transenne con il sacchetto del rifornimento per le ragazze della nazionale spagnola. Incrociamo lo sguardo, poi lui guarda il gruppo passare, ma le connazionali si sono staccate. Dice qualcosa alla radio, si allontana. La gara per loro è finita da un po', mentre Ellen van Dijk tutta solo arriva al traguardo.


Figli e famiglie - TRENTINO 2021 - DAY 4

"Per i figli questo e altro". La citazione arriva direttamente dalla mamma di un corridore norvegese, Sebastian Larsen, anche se in realtà lei me lo pronuncia in tutt'altro modo, tanto che devo controllore la lista di partenza per capire di chi sta parlando.

«Per i figli viaggiamo in lungo e largo». È sempre lei a dirlo e aggiunge, con un largo sorriso «Venire in Italia è sempre bello e sai perché? Per il cibo!» Ovviamente.
Settimana scorsa lei e il marito erano a La Spezia per il Giro della Lunigiana, ma hanno girato tutta l'Europa per sostenerlo. Sebastian qui rappresenta una delle squadre faro dell'intero movimento giovanile. «Ma la Norvegia oggi sarà tutta per Hagenes» mi confida. Così sarà.

Per i figli ci si concia in ogni modo. Ci sono quelli di Pinarello, con un cartello tricolore con su scritto: "Forza Pinna"; ci sono finlandesi con delle piume di struzzo biancocelesti in testa; ci sono quelli di Francesca Barale che quando lo speaker fa il suo nome tra quelle nel gruppo di testa urlano e battono sui cartelloni come fossero allo stadio.

Quelli di Marta Ciabocco, argento nella prova junior femminile, «Un po' sono a Trento, ma altri mi stanno spingendo da casa». Mentre Hagenes, argento nella prova maschile, qui ha padre e sorella, mi dice.

Alcuni tifosi austriaci hanno la faccia dipinta, mentre quelli di Pija Galof, da Kranj, dicono che per loro essere al seguito della figlia è adrenalina, e la definiscono come una sensazione magica. Ci sono i tifosi di Alec Segaert, pochi giorni fa vincitore della prova a cronometro junior, con uno stiloso cappellino da ciclista nero e la scritta oro. Chiedo se ne hanno uno da darmi, mi ridono in faccia.

Ci sono quelli di Romele che a ogni passaggio urlano «Forza Ale!». Che "Ale" sia davanti o dietro in quel momento non importa, l'importante comunque vada è arrivare: «Perché quando tagliano il traguardo - mi racconta la mamma di Vittoria Guazzini - è un sollievo. C'è sempre un po' di ansia nel seguire le gare; per questo quando possiamo le stiamo vicino. Quando ci sono cadute si passano attimi che non augurerei a nessuno». E papà Guazzini lì vicino, aggiunge, scherzoso, con deciso accento toscano: «Forse l'era meglio la pallavolo».

Per i figli ciclisti c'è apprensione. «Abbiamo sempre un sacco di bende a casa» è la battuta con cui apre la mamma di Brennsaeter, altro ragazzo del nord. È pieno di genitori-tifosi norvegesi che riempiono tutte le vie lungo il circuito. «Ma noi seguiamo i nostri figli perché succede una sola volta nella vita di vederli difendere la maglia della nazionale. La sola idea mi mette i brividi». Più che paura di quello che potrà succedere domina il nervosismo nel seguire la gara: «D'altra parte non puoi avere paura: loro assorbono tutto».

I figli sono anche nipoti e difatti incontriamo il nonno di Barbara Malcotti. Barbara corre la prova Under 23 e la segue un club niente male che comprende intere generazioni: genitori, nonno, fratelli, zii e con loro un gruppetto numeroso di piccole cicliste con campanacci e trombette. Di fianco, "gli adulti" vestono tutti una maglia con scritto "Forza Barbara". «Siamo venuti giù da Storo - mi dice, orgoglioso, spiegandomi dove si trova geograficamente - per far sentire la nostra vicinanza e far sentire un po' di clima gara a questi ragazzi qua» indicando i piccoli ultras di Barbara.

E c'è un signore con una camicia a righe che negli ultimi chilometri della gara under 23 non riesce a stare fermo, si mette le mani tra i capelli, si guarda in giro nervoso. Quando Silvia Zanardi vince superando Blanka Vas sul traguardo, la piazza esplode, lui reagisce come si reagisce a un gol. Prende il telefono e piangendo riesce a dire solo: «Ha vinto! Ha vinto!». È lo zio della campionessa europea, mentre dall'altra parte del telefono, «la nonna che segue tutte le mie gare», mi rivela proprio Silvia Zanardi, tra il raggiante e il commosso.

Ci sono ragazzi, poi, che sono pura eredità ciclistica, come Lenny Martinez, bronzo tra gli junior e figlio della leggenda della mountain bike Miguel. Scherziamo, entrambi in un inglese più stentato che scolastico, sul fatto che lui e il papà sono due gocce d'acqua, ci fissiamo sul fatto che suo padre oggi non fosse presente, ma che lo consiglia sempre, soprattutto per migliorare tecnicamente nella guida del mezzo. «La corsa che vorrei vincere? Il Tour de France». Per inciso, suo nonno Mariano al Tour conquistò due tappe e la maglia a pois.

E questi figli ciclisti, poi, a fine gara vanno rincuorati come succede con Boris Reinderik. Piange a dirotto dopo il traguardo, viene consolato dai genitori e dalla sorella, si fanno fare una foto da un passante mostrando la bandiera dell'Acterhoek, la regione da dove arrivano. Vittoria o sconfitta, a fine gara, dopo un abbraccio e qualche parola torna il sorriso.

Foto: Bettini


Vittoria e cambiamenti - TRENTINO 2021 - DAY 3

Si potrebbe partire da qualsiasi momento per raccontare questa giornata, così intensa che se la agitassi ti verrebbe fuori tanta di quell'acqua da rinfrescare un pomeriggio caldo, che più caldo non si potrebbe.

«Qui va così: è il tipico settembre trentino», mi racconta Enzo. Fa il volontario e cerca di smistare le persone: tra quelle che vogliono entrare al museo, i corridori che attraversano la passerella per dirigersi al via della crono, semplici curiosi, o giovani tifosi con in mano un foglio stropicciato e sopra indicata la lista di partenza. «Adesso arriva Remco, ora passa Ganna, ora Pogačar» e così via. Affidandosi ad orario e numeri di pettorale. Già scafati.

Si potrebbe continuare raccontando dell'urlo del pubblico strozzato sull'arrivo, in quella sorta di Maracanazo in salsa (infinitamente minore, si capisce) ciclistica, quando Stefan Küng, vincitore potente, elegante, a pieno diritto nell'élite mondiale della crono, si mette dietro per sette secondi Filippo Ganna, il più atteso, il più tifato.

Il livello è così alto che te ne accorgi vedendo gente come Bissegger quarto o Affini sesto, terminare la prova completamente stremati; o Pogačar ancora più indietro, uno che non lo troveresti mai al dodicesimo posto se non, forse, in uno sprint di gruppo.

Te ne accorgi quando Evenepoel, uno che terrebbe il broncio pure se finisse secondo nella volata al cassonetto, afferma: «È un giorno speciale, se guardo a dove ero pochi mesi fa dopo l'incidente al Lombardia, per me è un miracolo già essere in bici, figurarsi stare sul podio di fianco a due così».

Si potrebbe continuare parlando delle crono del mattino quando Marlen Reusser vince quella femminile élite e in un perfetto italiano mi racconta di venire da un paesino conosciuto solo per la sua prigione e che fino a nemmeno troppo tempo fa, in gruppo, non la facevano nemmeno passare per andare davanti. Ora batte tutte, olandesi comprese.

Si potrebbe parlare di Vittoria e Viktoria. Vittoria è Guazzini, gambe muscolose di chi a crono vola, vince l'oro tra le Under 23, la sua gioia è mista alla consapevolezza di avere grandi mezzi.
Viktorija è Senkute che arriva dalla Lituania e oggi correva la sua prima gara di livello internazionale. Quando mi avvicino alla sua ammiraglia per chiedere di scambiare due parole con lei, un membro dello staff lituano sgrana gli occhi: «La nostra Viktorija o l'italiana Vittoria?».

MI racconta, Senkute, di aver scelto il ciclismo al posto del canottaggio praticato ad altissimo livello, lo scorso anno, dopo un grave incidente. Da quel momento il ciclismo non lo ha mai più abbandonato, o anzi, precisa, è il ciclismo che non ha mai voluto abbandonare lei. L'obiettivo agonistico è migliorarsi: «soprattutto a stare in gruppo, è la cosa più difficile di tutte», ma con la bici, afferma, posso trasformare una giornata buia in una giornata luminosa.

Mentre mi spiega qualche altro dettaglio della sua vita, vicino a noi è parcheggiato il motorhome dell'UAE. Tadej Pogačar scende gli scalini, occhialini dorati, cuffiette, inizia a prepararsi sui rulli. Di fianco è parcheggiata una vecchia station wagon con targa lettone; una ragazza scende dall'auto, si prepara e sale in bici per provare il tracciato della gara in linea. Ha la maglia della BORA-hansgrohe, i calzoncini di un'altra squadra e una banana ammaccata nel taschino posteriore.

E si potrebbe chiudere, e così chiudiamo, raccontando di quel ragazzo macedone, Andrej Petrovski, che corre la crono maschile e arriva 33° a 2'30'' dal podio di Remco. Si avvicina al belga e chiede foto e autografo. Trasformeranno tutti, questa calda e intensa giornata, in qualcosa da raccontare al prossimo. Potere del ciclismo.

Foto: Bettini


Come un puzzle - TRENTINO 2021 - DAY 2

Anno dopo anno il serbatoio da cui si attinge nel settore a cronometro italiano è sempre più ricco di talento: Bonetto, Romele, Barale, Cipressa, tanto per citare ragazzi e ragazze che ieri mattina la medaglia nelle due prove junior non la conquistano, ma mostrano come il futuro abbia trovato le prossime locomotive.

Non importa che le medaglie non siano arrivate, anzi, non è un male. Il livello internazionale è estremamente alto, alcuni avversari sembrano già professionisti (e tra questi alcuni passeranno professionisti fra pochi mesi). C'è fermento, c'è voglia, c'è talento, passione, che ritrovi non solo in chi corre, ma anche in tutti quelli che aspettano un autografo dietro le transenne o nell'alpino che insiste per farsi fare una foto con il fan club di un corridore.

Tra questi talenti c'è Samuele Bonetto. 5° nella prova junior del mattino, lui dice di sentirsi un diesel e di lui dicono che ha margini importanti, e che quei margini li vedi dai piccoli errori che ancora compie (e per fortuna).

Corre senza computerino: «Vado a tutta da subito, corro a sensazione. Perché sono andato più forte nella seconda parte? Perché questo dice il mio motore». È un ragazzo, ma come tutti i ragazzi della sua età che fanno ciclismo pare ormai fatto e pronto.

Lo capisci dal potenziale, lo cogli subito da come parla. «A soli 3 secondi dal podio ci avrei messo la firma. Tra Europeo e Mondiale su pista, fino a Trento, sono stato sballottato qua e là» Sì, però, aggiunge, è stato un bel girare: campione europeo e mondiale dell'inseguimento in meno di un mese. Correndo, aggiunge, equipaggiato con una bici, casco compreso, con pezzi appartenenti a Ganna, Consonni, Milan, Lamon e Scartezzini. Praticamente un puzzle. «Non è che già a ottobre al Mondiale vuoi rubare il posto a questi campioni?» scherzo. «Ma va! Ne deve passare di acqua sotto i ponti», mi risponde. Schietto e divertito. Mica male 'sto Bonetto.

Foto: Bettini


A che ora passa il treno? - TRENTINO 2021 - DAY 2

«Va forte come un treno!» esclama un ragazzino avvolto in una bandiera tricolore, con una maglia nera e sopra raffigurati Rick & Morty: dalla mattina fino al tardo pomeriggio lo trovi in zona Muse a Trento a fare il tifo per chiunque gli passi a tiro, e quando tra quelli che gli passano a tiro c'è Ganna, si scalda, è incredulo, urla come posseduto.
Filippo Ganna fa proseliti: potrebbe essere diversamente con tutto quello che sta facendo per il ciclismo e per se stesso? Un boato segue il suo annuncio sulla pedana, gente a caccia di autografi lo aspetta fuori dal pullman della nazionale a costo anche di farsi cacciare dallo staff.

C'è un altro ragazzino, questo con una maglietta con su scritto "WolfPack", merchandising Quick Step suppongo, altrimenti sarebbero sin troppe le coincidenze, che probabilmente sogna un giorno di essere proprio come Ganna, come De Marchi, come Sobrero.

Quando Ganna e Sobrero chiudono la loro prova della staffetta mista con un vantaggio consistente su Olanda e Germania - De Marchi ha fatto il suo, ma si è staccato qualche km prima - è tutto sulle spalle delle ragazze: Elisa Longo Borghini, Marta Cavalli, Elena Cecchini. Spalle possenti, un bel motore, unità di squadra («fare parte di questo gruppo è uno stimolo in più», il leitmotiv a fine gara), tanto da chiudere compatte e al primo posto: medaglia d'oro, Campioni d'Europa della staffetta mista, una prova a oggi ancora un po' snobbata, ma che ha il suo fascino in quella sorta di cambio a metà gara tra frazione maschile e frazione femminile, tipologia di gara che esprime bene il valore di un movimento che anno dopo anno cresce quando si tratta di sconfiggere il cronometro.

Oggi il treno italiano è arrivato puntuale, è andato forte, da domani ci saranno tanti vagoncini, e con Ganna e Affini e gli altri ci sarà di nuovo da trepidare. O parafrasando Affini: «Con me e Pippo ci sarà da divertirsi». Immaginiamo già dove sarà e per chi tiferà il ragazzino con la maglietta di Rick & Morty.

Foto: Bettini


Ciò che colpisce l'occhio -TRENTINO 2021 - DAY 1

C'è una cornice, arrivando a Trento, che sono le montagne tutto intorno. Così a picco che quasi vengono le vertigini, e puoi scegliere se restare a bocca aperta, oppure lasciarti andare a qualche esclamazione.

Le numerose scritte "Trentino 2021 UEC ROAD EUROPEAN CHAMPIONSHIPS", appena usciti dalla tangenziale, attivano l'occhiometro: bianco, verde e blu che campeggia in tutta la città. È il caso di spegnere il navigatore perché sai di essere entrato nel cuore dell'evento.
Giro lo sguardo e la terza cosa che mi colpisce è la quantità di biciclette. Gente normale su due ruote: studenti, lavoratori, cittadini, persino turisti e cicloviaggiatori, insomma ciclisti di ogni genere. Poi mi giro di nuovo ed ecco i primi corridori. Procedo a passo d'uomo cercando di ambientarmi quando un ragazzo della Norvegia, bello per quanto statuario in tutta la sua imponenza, con una bici da corsa nera che pare un cavallo uscito da un racconto fantasy, però di quelli che fanno paura, prova a tagliarmi la strada: in realtà sono io che in un primo momento non mi ero accorto delle strisce. Passa una frazione di centesimo tra l'imprecazione solo pensata e poi esclamata, rallento, freno e lo lascio passare. Si gira, non mi ringrazia, forse ho sciolto il suo cuore nordico e magari ha pensato pure di mandarmi a quel paese.

Arrivati al quartier generale, c'è un po' di tensione nell'aria: test Covid, Green Pass, passaporti, coda, ma ciò che non colpisce è Remco Evenepoel. In ciabatte e con la divisa d'ordinanza della sua nazionale, Remco pare (lo è) un bambino in mezzo a irlandesi, estoni, spagnoli (ma quanti spagnoli ci sono tra gli iscritti? Sembrano migliaia), altri belgi; ha la faccia imbronciata, Remco, e nei prossimi giorni potremo dire se è la faccia imbronciata dei giorni migliori. Di recente si è ritirato dal Benelux Tour per un malanno, è qui per spaccare il mondo (l'Europa) perché sa che è la cosa che gli riesce meglio.

C'è una ragazza islandese che piange a non finire dopo il tampone, vorrei capire cosa sta dicendo alla sua compagna di squadra, ma purtroppo non ho mai avuto tempo per imparare la sua lingua; vicino a me Elisa Longo Borghini, anche lei in attesa dei risultati del test, mi dice di essere gasata all'idea della cronometro a squadre mista che chiuderà il programma di domani.
I ragazzi ciprioti se ne stanno tranquilli in disparte, sorridenti, una divisa tra il rosa salmone e l'arancione, quasi sospesi come se la tensione dell'evento non li toccasse, mentre i norvegesi sono bimbi irrequieti che scalciano e ridono: le loro gambe paiono sentire il peso delle responsabilità in attesa delle gare.
L'ultima squadra ad arrivare in coda per i tamponi, e sembra strano dirlo, è la Svizzera, mentre di fianco passa un corridore con la divisa della nazionale francese: è Thomas Voeckler, oggi Commisario Tecnico, uno che quando correva rubava sempre l'occhio e che in un percorso come questo avrebbe fatto un figurone. E mentre cala il tramonto, la funivia di Sardagna, lassù in alto, noncurante del brusio nella vallata, continua a fare avanti e indietro.


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