Tutte le avventure che possiamo immaginare

C’è stato un giorno in cui Manuel Vecchiato ha cambiato il proprio modo di vedere e di vivere la bicicletta, dopo anni in cui era stato in gruppo con tutta l’intenzione di diventare professionista. «Ricordo che, alle feste di fine anno scolastico, mentre gli altri bambini giocavano a calcio, io osservavo le persone in bicicletta che passavano fuori dal cortile della scuola. Mi chiedevo dove stessero andando e immaginavo i loro viaggi. E poi? Poi ho smesso di chiedermelo».

Manuel in quel momento smette di fare il corridore, ma non smette di andare in bicicletta. «Spesso si pensa che per vivere un’avventura sia necessario prendere un aereo, affrontare voli di molte ore e arrivare chissà dove. In realtà, se sai dove guardare, c’è una parte di avventura anche dietro casa tua». È da questa considerazione che inizia un altro tratto di storia per tre ragazzi: Manuel, Mirko ed Enrico.

«Abbiamo viaggiato molto e spesso abbiamo ideato da noi i nostri itinerari, disegnandoli. Così abbiamo pensato: perché non condividere con altri appassionati il nostro viaggio, la nostra avventura? La passione per la bicicletta è un qualcosa che accomuna molti e sono certo che tantissime persone si sorprendono a pensare a quanto sarebbe bello scalare quella montagna o affrontare quel viaggio. Non lo fanno per un semplice motivo: credono di non esserne all’altezza, di non avere le qualità fisiche per farlo. Hanno paura».

Wamii, questo è il nome della piattaforma, è una sorta di antidoto a questo timore, a questi dubbi. «Se ci siamo riusciti noi, vuol dire che chiunque può riuscirci. Sapere che qualcuno prima di te ha passato ciò che tu stai passando ora è sempre una forma di sicurezza. Il nostro, in fondo, è un modo per raccontare i tragitti dei nostri viaggi». È fine giugno 2020 quando circa venti tracciati, interamente situati in Veneto, vengono messi a disposizione del pubblico di appassionati. «Le persone sono spaventate dall’imprevedibilità. Dall’idea di arrivare ad un sentiero e di trovarlo bloccato, di non sapere dove passare. Magari di non avere un luogo dove trascorrere la notte, se il viaggio è di più giorni. Se racconti tutto questo, se dai indicazioni precise, le persone si buttano e scoprono che è bello. Poi magari le incontri, ti scrivono, e ti dicono che si sono sorprese perché pedalando su quel tragitto hanno visto uno squarcio che c’era sempre stato, ma che con la velocità quotidiana non avevano mai ammirato».

Così ad ogni viaggio è abbinata una struttura dove sostare per riposarsi e ad ogni struttura è abbinato un viaggio. «Quante volte capita di essere in hotel e di sentire qualcuno che chiede informazioni su luoghi vicini da visitare? Quando siamo spensierati, magari in vacanza, è il momento in cui osiamo maggiormente, noleggiamo una bicicletta e via». Perché alla fine un’avventura può partire anche dal caso, da un giorno in cui eri annoiato e non sapevi cosa fare. Nell’avventura, spiega Vecchiato, ci sono i valori della solitudine e anche della noia, cose indispensabili che rifuggiamo. «Alcune volte non servono guide, ci si può accompagnare da soli dove si vuole andare. Arrivare lì e dire: “Ce l’ho fatta! E ho fatto tutto da me”.»

Fra qualche tempo si aggiungerà una nuova sezione di itinerari e tra i punti di appoggio si inseriranno anche le cantine enogastronomiche. Ma Manuel, Mirko ed Enrico hanno in mente un progetto ben più grande. «Andiamo a parlare con i comuni, raccontiamo ciò che stiamo facendo e facciamo proposte. Tutti ascoltano interessati ma poi, complice la burocrazia e tutta una serie di situazioni di cui è inutile parlare qui, si fa sempre più fatica ad essere appoggiati in queste iniziative che favoriscono la ciclabilità. Forse perché non se ne comprende in pieno il valore. Forse perché non si è abituati a questa lettura della realtà. Oppure più probabilmente è la stessa burocrazia a rallentare tutto. La bicicletta non è solo un mezzo per spostarsi, è anche uno straordinario punto di vista per guardare il mondo, per conoscerlo, per scoprire territori e luoghi in cui si sta bene. Perché non pensare di passare sempre più tempo in sella? Perché non gustarsi sempre di più quel tempo? Basta immaginare e poi avere il coraggio di allacciare i pedali e partire».

 

Foto: Wamii


L'Eroica di Lorenzo

Quando, a fine luglio, Lorenzo Mariotti ha ricevuto la conferma dell’annullamento dell’edizione 2020 dell’Eroica si è sentito come abbandonato, come se la fidanzata lo avesse lasciato senza una spiegazione, come se quella stagione fosse destinata a non finire. «L’Eroica per me è un ultimo giorno di scuola, un’ultima volta, di quelle belle, prima dello stacco. Ad aprile speravo che la situazione legata alla pandemia si sarebbe risolta, a fine luglio sapevo che non sarebbe stato possibile ma in un certo senso mi rifiutavo di crederci. Non volevo accettare che l’Eroica ci avrebbe abbandonato per quest’anno».

Lorenzo racconta che non trascorre molto tempo a pensarci: ci sono Andrea e Roberto, suoi amici d’infanzia, a cui telefonare per raccontare un’idea. «A me mancava come l’aria la condivisione della fatica, della strada, del pane, in questa gara dal gusto antico. Ma per tornare a condividere non avevo bisogno di molto, a chi potevo chiedere se non ai miei amici?». Andrea ogni tanto esce in bicicletta, Roberto no ed in più sua moglie non sembra essere molto contenta: «Il suo timore era di “rubare” un’esperienza alla compagna. Io glielo ho detto: “A Gaiole in Chianti non ci vai, se non per un motivo come questo. Non togli nulla a nessuno. Forse ti regali qualcosa”».

Già, Lorenzo li vuole proprio portare a Gaiole, ad un’Eroica speciale, la sua. «L’idea di guardarmi indietro fra qualche anno e pensare di aver perso un’occasione mi faceva paura. L’Eroica me la sono inventata io. Stesso percorso, stesso orario di partenza dalla piazza di Gaiole, addirittura stessi sacchetti con il rifornimento. Ho costruito i pettorali con borse di Juta e mi sono inventato delle targhette di legno compensato per il numero. Quattro cifre, come l’Eroica vera, ma i numeri li abbiamo inventati noi». La bicicletta d’epoca gliel’ha data papà, che è geloso di tutto ciò che è suo ma questa volta non ha potuto evitare di lasciarsi andare, di lasciarla andare. Lorenzo racconta ad Andrea e Roberto di Fiorenzo Magni a Bologna mentre stringe con i denti la camera d’aria per attutire il dolore del braccio rotto, racconta di Alfredo Binda e di quel giorno di Marco Pantani ad Oropa. Racconta per dare un senso a ciò che fra poco faranno.

Nella piazza di Gaiole, i tre ragazzi, si incontrano all’alba. c’è solo un fotografo ad attenderli. «Era deluso, aspettava tanti altri corridori. Probabilmente provava ciò che avevo provato io ed era lì per inventarsi anche lui una sua gara. Ci ha fatto qualche scatto e siamo partiti. Erano le 05:03». Mentre salgono verso il Castello di Brolio, Lorenzo spiega che gli anni scorsi, lì, c’erano delle fiaccole a illuminare. Ora è buio e ad indicare la strada ci sono solo le luci delle loro biciclette disposte in fila indiana. «Erano notti di luna piena e quella sfera bianca illuminava il sentiero. Verso le sette è arrivata la luce e, sullo sfondo, abbiamo iniziato a vedere le colline toscane ed i cipressi».

Le salite sono aspre, dure, rigide e serve un meccanismo per ingannare la mente e percorrerle. «Ci siamo inventati una sorta di “maglia a pois dell’Eroica” e ad ogni salita scattavamo per aggiudicarci dei punti immaginari. Ne ho vinte undici, avevo i polpacci di ghiaccio. Mi facevano male. In alcuni tratti è davvero disumano». Ci si aspetta, si condivide e si ripensa a tante cose. Per esempio al primo ricordo dell’Eroica che, per Lorenzo, è un vecchio filmato di Luciano Berruti su una bici anni ’30 della Peugeot.

Si pranza a Montalcino, non il solito pranzo fra i banchetti dell’Eroica, abbuffandosi di tutto ciò che capita a portata di mano, ma oggi bisogna fare così. Quando i tre ragazzi arrivano ad Asciano è già tardi e Lorenzo pensando all’anno prima, dice ai suoi amici che è contento, che per lui ci si può anche fermare, che si può tornare indietro. «Non hanno voluto. Io li ho portati sino a lì, loro mi hanno portato fino all’arrivo. Sono stati loro a voler concludere, a voler arrivare».

A Radda in Chianti inizia a diluviare, è la pioggia di ottobre, quella fredda, umida, quella da raffreddore. Si va avanti. Ad ogni stazione una firma, un timbro sul libro gara, per dire che si è passati anche da lì, nonostante tutto.
A Gaiole si arriva alle undici di sera, dalle cinque del mattino. «Abbiamo pedalato per più di quattro ore al buio e con la pioggia. Non sai quanti cinghiali, da soli o con i cuccioli, ci hanno attraversato la strada. In alcuni momenti abbiamo avuto paura. Dopo il pranzo, avevamo mangiato solo cioccolato e caramelle. Quando abbiamo trovato un locale aperto, ci siamo seduti al tavolo e abbiamo ordinato hamburger di chianina, eravamo i più felici al mondo». A quel tavolo, non c’è solo la soddisfazione per una bella giornata, a quel tavolo c’è soprattutto Roberto che lo dice ad alta voce: «A Gaiole porterò la mia famiglia in vacanza, giurateci».

Perché l’Eroica è tutto ciò che vi abbiamo detto e in particolare ciò che ci dice Lorenzo quando il racconto sembra finito ma è appena iniziato: «L’Eroica è un modo per sentirmi vicino a un tempo che non c’è più ma batte ancora. L’Eroica sono mio papà e mio nonno, i loro insegnamenti, le loro abitudini, ciò che mi hanno sempre raccontato e che me li fa ricordare. L’Eroica è l’approvazione della gente quando arrivi a Radda in Chianti e, vedendo tutti i timbri, quasi ti spingono all’arrivo dopo averti sorriso. Ma è anche un paesino incantevole come Lucignano d’Asso, a cui non fa caso quasi nessuno nonostante sia bellissimo. Magari ti fermi giusto per prendere l’acqua. L’Eroica è l’attenzione per la mia bici, perché è lì che impari a trattare gli oggetti con cura perché se la meritano, la cura. Come le persone».

Foto: Lorenzo Mariotti


Il mondo dall'alto di Federica Zavischi

La storia di Federica Zavischi è una storia di sguardi dall'alto. Dalle parole di mamma che nei momenti no le diceva «stai investendo su di te, sul tuo futuro, ed il futuro è troppo bello per lasciarlo alla casualità», alle notti in maneggio, quando era la prima ad arrivare e l'ultima ad andarsene. La storia di Federica è la storia di chi ha voluto cambiare prospettiva e ha deciso che «dall'alto si vede tutto diversamente, non so se è meglio, ma di sicuro mi piace di più perché puoi guardare gli altri ed imparare». Federica è cresciuta fra quei cavalli anche quando passava ore sui libri o faceva l'assistente di volo, anche quando l'agonismo era diventato troppo invadente per essere sopportato, provava qualcosa di troppo forte per lasciar perdere. Il momento di lasciar perdere arriva solo quando ti accorgi che le cose non sono più come prima e che non c'è più possibilità di ritorno, non è la fatica a causarlo, è la delusione.

Federica Zavischi lo ammette: l'idea di tornare a casa e non avere più una passione di quelle vere, di quelle non sai manco tu come sono arrivate a te, ma sono lì e le senti forte, la spaventava. «L'ultima volta che ho cavalcato, sulla strada parallela alla nostra c'era una gara ciclistica. Ho pensato che forse avrei potuto ripartire dalla bicicletta». C'è voglia di intensità, quella voglia sparita da tempo: Federica compra una bici, è agosto. In due mesi la usa talmente tanto da distruggerla. «L'ho torturata quella bicicletta, ma dovevo conoscerla. Dovevo fare ciò che mi veniva in mente. Anche se sembrava impossibile, anche se non ero capace e finivo col farmi male».

Quando le viene l'idea di partecipare alla Tre Valli Varesine, si rende conto di dover cambiare bicicletta. Manca poco più di una settimana ma lei vuole esserci. «Ero folle. Non ero per nulla preparata, me lo hanno sconsigliato in molti, non li ho ascoltati. Ho fatto una fatica assurda ma al traguardo sono arrivata. Non ho mai messo il piede a terra». E questo concetto di fatica, Federica lo conosce molto bene: «Mia madre non mi ha mai obbligato a fare nulla. Avevo iniziato a sciare grazie a lei ma non mi piaceva. Ho smesso ed era contenta quanto me. Lei ha amato l'equitazione alla follia ed era orgogliosa di ciò che stavo facendo, quando ho smesso e ho lasciato la mia cavalla ad un'amica ne ha capito le ragioni e sapevo che era dalla mia parte. Mamma mi ha sempre fatto capire che abbiamo tutta la libertà di scegliere e dobbiamo usufruirne a piene mani perché è nostra. Poi, però, dobbiamo essere coraggiosi e andare avanti. Non esiste libertà di scegliere senza coraggio di decidere». Le prime pedalate di Federica sono un inno all'avventura e l'avventura è anche correre il rischio di essere impreparati.

Quando si corre la Bourgogne Cyclo diluvia, lei non é preparata, non ha l'abbigliamento ideale e non sa nemmeno cosa la aspetti. Il suo allenatore la invita a non partire. Lei non vuole sentire ragioni: «Quando cavalcavo avevo l'assillo del risultato, adesso no. Adesso pedalo perché voglio riprovare la sensazione di un gruppo che si muove, che viaggia, che condivide. Se avessi dovuto pensare al risultato, non sarei partita. In quel momento pensavo a me».

Da quel giorno Federica inizia a viaggiare. «Quando cavalchi ci sono mille possibilità, puoi essere preparatissimo e sbagliare tutto. Si tratta di una sintonia. In bicicletta la responsabilità è tua, dove arrivi o dove ti fermi sei tu a deciderlo». In bicicletta, torna la condivisione di un punto di vista diverso: «Ho scalato lo Stelvio con una compagnia variegata: da Como, alla Svezia, al Sudamerica. Vuoi la verità? Non conoscevo quasi nessuno. Molti dicono “ho fatto lo Stelvio”, per me puoi dire di aver fatto lo Stelvio solo se lo hai fatto in bici. Solo se, verso gli ultimi tornanti, ti sei affacciato e vedendo quanta strada mancava hai pensato fosse meglio non guardare. Se poi ci hai ripensato e hai sorriso. Perché hai capito quanto è valsa quella fatica, cosa ti sei costruito anche mentre non ce la facevi più. In bicicletta si parte quasi sempre da sconosciuti e si arriva che, pur non conoscendosi, ci si sente legati. Così fai la foto di gruppo davanti al cartello che indica la località, perché devi raccontare che ce l'hai fatta. Che ti sei portata lì».

La bicicletta per Federica non è solo questo, è soprattutto un luogo ed un cambio di vita. «Sono stata in vacanza all'Hotel del bosco'' sulle Dolomiti. Cosa vuoi che sia una vacanza? Vai in un luogo, lo vedi, ti piace, ti diverti poi torni a casa. Io da lì non sono stata più capace di tornare davvero a casa. Ci sono tornata solo apparentemente». Così Federica cambia ancora prospettiva e decide di trasferirsi a vivere in Trentino Alto Adige, dalla Lombardia. La prima cosa che chiede quando arriva e se ci sia una squadra di ciclismo. Sono in tre, ma non conta. «Quando ho detto che mi sarei trasferita in molti mi hanno detto che ero pazza. No, non sono pazza. Sono solo giovane e voglio provare. Sbaglio? Si può tornare indietro, non è un destino scritto, non è irreparabile. Succede come quando cadi dalla bicicletta e torni subito in sella. Se non avessi provato non saresti caduto, certo. Ma se non avessi provato non saresti neppure in sella». E da lì, dal Trentino, Federica Zavischi vuole poche cose: «Voglio godermela questa bicicletta e riprendermi tutto quello che la velocità e l'agonismo mi avevano tolto. Per guardare bene devi rallentare. Se vai troppo veloce non puoi. Io voglio prendermi la libertà di pedalare al mio passo, di andare dove voglio e magari di provare quella nostalgia di quando sei arrivato e puoi rilassarti ma in realtà vorresti tornare indietro per ripartire. Voglio godermi il viaggio, come una buona cena, un buon vino e tutta la compagnia che desideri».


La scalata di Omar Di Felice all'Everest

Quando squilla il telefono, Omar Di Felice sta sistemando i bagagli per la partenza ed è proprio di questa idea legata al viaggio che inizia a parlarci quasi confidenzialmente. «Ogni volta che si parte o si riparte si rivive la stessa storia. C’è entusiasmo per la carica di avventura che ti aspetta ma hai paura perché, alla fine, cosa realmente ti aspetta lo sai quando lo vivi». Del resto Di Felice non sta partendo per un viaggio qualunque: in circa tre settimane, senza supporto, raggiungerà il Campo Base dell’Everest a quota 5364 metri. Il 6 febbraio, dopo essersi sottoposto a un tampone molecolare per il Covid, Omar volerà verso il Nepal, verso Kathmandu. Da lì, il 15 febbraio, dopo un periodo di quarantena e un altro tampone, aggancerà i pedali e ripartirà, questa volta in sella. «Devo dire la verità, con il periodo che stiamo vivendo mi riesce sempre più difficile essere certo di ciò che farò. Anche in questo caso, credo che la certezza vera e propria non l’avrò fino alla prima pedalata».

L’idea viene da lontano, dall’autunno. «L’ultracycling è qualcosa di solo apparentemente individuale, in realtà dietro devi avere delle persone competenti, che credano in te, che credano alla tua idea e che ti aiutino a realizzarla. Certe cose sono possibili solo grazie a loro, anche se poi a pedalare sono io. Alcune idee mi vengono durante le sgambate invernali, poi c’è la realizzazione. Sono queste persone che ti aiutano ad attrezzare tutte le vie di fuga possibili, le uscite di sicurezza, tutto ciò che ti rende più sicuro e rende più tranquille anche loro che magari ti vogliono bene e ti sanno su qualche passo himalayano nel mezzo della notte. Non è facile».

Da Kathmandu, Omar pedalerà verso nord-ovest sino alla suggestiva regione del Mustang. Di Felice spiega che i primi trecento, quattrocento chilometri per quanto difficili saranno su strade percorribili. Il problema arriverà quando si inizierà a salire verso Kora La Pass, 4660 metri, Annapurna e Thorung La, 5416 metri. Da qui, infatti, si giungerà al Campo Base del Tilicho Lake, 4919 metri, e successivamente al Campo Base dell’Everest.

«In molti tratti dovrò per forza procedere a piedi, con la bicicletta in spalla. Per esempio sull’Annapurna, un passo che in inverno non percorre nessuno. Io mi aiuterò con ramponi e scarponi per oltrepassarlo. Sarò l’unico lì in quei giorni. Nello zaino avrò l’essenziale, gomme chiodate, attrezzatura da bikepacking e vestiti adatti, il più compattabili possibile. Non potrò portare molte riserve di cibo o di acqua. Mi affiderò all’ospitalità dei villaggi locali. Le popolazioni asiatiche sono molto accoglienti, lo sappiamo. Chiederò aiuto a loro». Il problema sarà il freddo. «La possibilità di congelamenti non è data tanto dalle temperature di meno venti, meno trenta gradi, è la quota a fare la differenza. Sarò per molti giorni a 4000, 5000 metri, col rischio di rimanere bloccato e di passare lì la notte, magari in mezzo a una bufera di neve».

In questi casi Omar monterà la sua tenda ed utilizzerà il sacco a pelo, il resto delle notti, invece, lo passerà nei villaggi. «In Mongolia mi trovavo in un deserto, qui no. Credo che gli abitanti del Nepal non siano abituati a vedere ciclisti, però si relazionano con alpinisti ed escursionisti. Chissà. Di sicuro stare con loro mi aiuterà a recuperare. Dovrò avere molta pazienza per l’acclimatamento ed in alcuni casi dovrò anche tornare indietro per aiutare il mio fisico». Di Felice si è confrontato con un medico che gli ha sottoposto un protocollo per il freddo. «L’altitudine è imprevedibile. Noi europei non siamo abituati a confrontarci con queste altitudini. Si può andare incontro a edemi polmonari, a edemi cerebrali. Ho dei medicinali che potranno aiutarmi. Spero di non averne bisogno».

Se Di Felice dovesse trovare una chiave di lettura per questo percorso di circa 1300 chilometri e 40000 metri di dislivello, parlerebbe di visione: «Se chiedi a cento persone se sia il caso di affrontare un viaggio come questo, almeno novanta ti daranno del pazzo. Io mi fido dell’appoggio di chi ho accanto e mi scordo il consenso delle persone. Questo ha voluto essere sin dall’inizio un viaggio “verticale”, un’ascesa al tetto del mondo. Quante possibilità c’erano di realizzarlo? Poche, abbiamo visto tutti cosa è successo con questa pandemia. Credo, però, che le possibilità dobbiamo anche essere bravi a crearcele da soli. Essere visionari, in questo senso. Ed io sono visionario».

Omar chiude la cerniera di uno zaino e torna a parlare. «L’istinto è solo la prima fase. Ti immagini un qualcosa e decidi che vuoi provare. In realtà, quando inizi a camminare dentro ciò che hai immaginato, capisci che l’istinto non basta più. Servono persone che non frustrino le tue idee e che ti aiutino a ritrovare i migliori pensieri anche quando non ne hai più. Soprattutto serve la paura. Non sono un uomo invincibile, non sono un supereroe. Posso sbagliare, posso farmi male. Può accadere di tutto anche a me. Per questo una buona dose di paura la avverto sempre. Non è qualcosa di cui vergognarsi. La paura mi ha sempre salvato, la paura mi ha fatto capire quando dire basta, quando fermarmi, quando tornare indietro. Alla paura devo un grazie».

Foto: @6Stili/Luigi Sestili


Patagonia Alvento: in viaggio con Willy Mulonía

Alvento vi porta dove nasce il vento, in Patagonia.

Ora lo possiamo dire: il viaggio è confermato. Sono bastati poco più di cinque giorni perché il vostro entusiasmo per questa avventura ci invadesse. La conferma del viaggio è delle ultime ore: diverse persone hanno ufficializzato la propria partecipazione al viaggio #alvento con Willy Mulonía e sono rimasti davvero pochi posti disponibili, quindi se siete interessati a partecipare fatevi avanti!

Ma non si tratta di viaggio come altri, che avete affrontato nella vostra vita; ce lo spiega Willy con la sua solita contagiosa energia: «Dodici tappe, ventiquattro ore su ventiquattro. Non si tratta solo di pedalare, anzi, a tratti quella potrebbe anche essere la parte più semplice del percorso. Sei allenato e sai dove stai andando, in fondo devi solo pedalare. Qui si tratta di accamparsi, di prepararsi il proprio giaciglio, di prendersi cura di se stessi, di badare al cibo e all’acqua, di volersi bene. Forse è questa la parte più difficile, quella a cui non siamo abituati».

E la parola chiave per Willy non è impresa, ma consapevolezza. «Non lo nascondo, quando ho iniziato a fare questo tipo di viaggi anche io parlavo di epicità, di condizioni estreme e di imprese. Avevo addirittura il mio sito web che faceva riferimento al concetto di extreme. Non c’è voluto molto perché mi rendessi conto dell’errore colossale che stavo commettendo e lo cancellassi. Sai la verità? Ero talmente preso dall’agonismo che non riuscivo a custodire nemmeno un ricordo. Quando ho fatto il viaggio nelle Americhe sono arrivato a Santiago del Cile senza quasi rendermi conto di ciò che avevo visto in quei primi tremila chilometri. Dentro mi era rimasto davvero ben poco».

Ed è in quel momento che è arrivata la consapevolezza. «Sarà un viaggio di gruppo, sì, ma ognuno potrà permettersi il lusso di compiere un viaggio dentro se stesso, nel proprio io. Consapevolezza significa sapere perché sei lì in quel momento. Significa rendere lo straordinario ordinario. In fondo è straordinario solo perché non lo hai mai fatto prima. Quando lo fai per due, tre giorni, inizia a trasformarsi in un rituale, cominci ad abituarti e a capire che la routine non è poi così negativa, quando sei stato tu a sceglierla per davvero. Io vorrei portare questo fra le quattordici persone che verranno con me».


Solo ad una domanda Willy Mulonía non vi risponderà: «Non chiedetemi che tappa ci sarà il giorno seguente. Non deve interessarvi: ora state facendo la tappa di oggi e vi interessa questa. A sera, a cena, vi dirò del giorno dopo. Prima non saprete nulla. Perché? Perché dovete gustarvi quello che state facendo adesso e se iniziate a pensare al domani, una volta a casa non vi ricorderete più quel che stavate facendo ieri, ovvero oggi. Quando tornate a casa, dovete portarvi un ricordo che vi segni, che vi faccia venire voglia di tornare, qualcosa di dolce, di piacevole».

In quei giorni, Willy racconta che ciascuno potrà scoprire qualcosa di se stesso. «Si proveranno emozioni forti, diverse per ognuno. Ogni persona si porta qualcosa dentro, ciò che è, che sente o che prova. Una sorta di inquilino che le abita il corpo. Per alcuni un coinquilino, per altri un estraneo. Si dice “in vino veritas”, in realtà anche “in fatica veritas”. Quando soffri, scopri qualcosa di te. Da un viaggio del genere si torna cambiati, chi più e chi meno. Ma tutti cambiano. Alcuni cercheranno una sorta di serialità in questo tipo di avventure, altri si soffermeranno su ciò che hanno capito. Spesso non è così importante sapere cosa si vuole ma può essere oro colato capire quel che non si vuole più».

Per Willy il cambiamento è, in realtà, una delle poche costanti della vita. E qui non c’è filosofia, c’è la quotidianità di ognuno di noi. «Accettare il cambiamento è difficile. Spesso si tende a lottare contro il cambiamento o a rinnegarlo, perché cambiare fa sempre paura. Può ribaltarti la vita per come la conosci. Non tutti hanno il coraggio o la voglia di cambiare. Ma il cambiamento resta una costante ed, in un modo o nell’altro, influisce sulle nostre giornate».

Ma il viaggio più bello rimane quello che possiamo fare all’interno delle persone. «Non è un viaggio di due anni, ma anche con dodici giorni una persona può ritrovarsi con la corazza spezzata. Dodici tappe che tirano fuori tutte le tue fragilità, le tue debolezze, anche i tuoi difetti. Vale per chi fa ventimila chilometri all’anno, come per chi ne fa cinquecento. Non ci sono differenze. Una persona conosciuta anni fa in un viaggio, con famiglia e figli, uno di quelli tosti, all’undicesima tappa scoppiò a piangere pedalando accanto a me. C’ero solo io. Qualcosa si era rotto e lui volle rendermi partecipe di questo suo momento così intimo. Mi fece questo regalo. Quando ci scrivevamo prima della partenza, avevo avvertito delle tensioni. Se vuoi, una persona puoi capirla anche da come scrive, da come parla, perché c’è qualità anche nell’ascolto oltre che nel comunicare. Quel regalo, quella confidenza, mi è restata addosso talmente tanto che abbiamo continuato a scriverci e, qualche giorno fa, di fronte ad un periodo complesso lui mi ha detto: “Sono fatto proprio male, Willy”. No, non sei fatto male. Non siamo fatti male. Siamo semplicemente fatti così. Dobbiamo imparare a conoscerci, ad accettarci e a chiedere aiuto. In questi viaggi, io ho imparato anche questo: a chiedere aiuto alla gente senza timore o vergogna».

Julio Cortázar scriveva: “Nulla è perso se si ha il coraggio di dichiarare che tutto è perso ed iniziare nuovamente daccapo”. Questa è la consapevolezza di cui ci parla Willy.

Scheda tecnica del viaggio in Patagonia

Sito ufficiale

Foto: Paolo Penni Martelli


Badlands, come un film

Alla partenza di Badlands, Bruno Ferraro nota Lachlan Morton. L’organizzatore, la sera prima, gli ha detto che Morton pensa di concludere la gara in due giorni, a Bruno pare impossibile così gli si avvicina e gli domanda quanto tempo crede di impiegarci, con una semplicità disarmante Morton risponde: «Non so, ci metterò il tempo che ci vorrà». La scena si svolge a Granada, in Spagna. Sono le otto di mattina: «Granada è una città accogliente, ci sono tanti negozi di biciclette e questo è importante. Ho avuto modo di fare un controllo della mia bici prima della partenza: sempre meglio in occasione di gare con questi chilometraggi. La partenza a quell’ora di mattina è ideale, molte volte si parte in piena notte. C’erano persone da tutti i Paesi del mondo, molte che avevo già conosciuto e davvero un bel clima».

In realtà questa atmosfera si disperderà nel giro di breve tempo. «Come si parte, tutto sembra così lontano. Soli quindici chilometri e inizi a pedalare in mezzo alle colline sperdute della Spagna. Siamo a Nord della città di Granada, in luoghi turistici. La particolarità di questa parte del tracciato sta nella luce: una luce bassa che cade sulla polvere e irradia riflessi dorati. Era il tipico paesaggio da Strade Bianche ed eravamo ancora in tanti e abbastanza raggruppati». Al chilometro settanta si transita da Guadix e si inizia a percepire l’aria del Deserto di Gorafe. Ferraro si ferma in un bar per fare scorta di acqua e cibo. «In questo locale c’è Rosalia, un’anziana signora molto attenta ai bisogni di tutti i suoi clienti. Mi ha fatto tenerezza perché, nonostante l’età, era indaffaratissima a fare su e giù dal magazzino per recuperare tutte le nostre vivande. Ad un certo punto, ho detto ad un ragazzo spagnolo: “Secondo me ti conviene dirle che fra poco arriveranno altre cento, centocinquanta persone, almeno è pronta e non deve fare tutto così di corsa”».

Al deserto di Gorafe si arriva nel tardo pomeriggio. «Mi ero documentato sulla zona e sapevo che da pochi anni è un luogo rinomato per il trekking. In sostanza si tratta di un deserto composto da formazioni geologiche scavate da vecchi corsi d’acqua, una specie di altopiano con diverse gole. Si pedala in mezzo al canyon, accanto alla gola del fiume: il percorso è ad anello e il luogo di partenza è lo stesso dell’arrivo. Quando ho terminato questa parte del percorso, il sole stava calando, era appena sotto l’orizzonte».

Da quella luce flebile, tra l’ocra e l’arancione puntinata di sassi dalle sfumature calde, si esce su una strada principale. «Ovviamente al termine del deserto avevamo bisogno di rifocillarci. La scena è stata simpatica perché l’unico bar della zona, dopo tanti chilometri nel nulla, era frequentato da molti vecchietti, intenti a fumare pipe, sigari e sigarette. Noi arrivavamo sfatti, pieni di polvere e sudore, con l’unico pensiero di portare via un sacchetto con del cibo. Ci guardavano tutti molto incuriositi».

Adesso non c’è più luce, il buio invade le strade e Bruno, per recuperare energie ed evitare crisi lungo il tragitto, cerca di dormire qualche ora. «Erano le dieci, massimo dieci e mezza. Mi sono sdraiato su una panchina, accanto a una fermata dell’autobus, fuori dalla città e ho provato a dormire. Non ci riuscivo, probabilmente non ero neppure stanco. Dopo un’ora mi sono alzato e sono ripartito. Era da poco passata la mezzanotte». La strada è in salita, si scala il Calar Alto, 2.168 metri di dislivello. «Ho retto abbastanza bene la prima notte, nonostante il freddo. Il momento più difficile è sempre intorno alle quattro, le cinque, del mattino».

Il giorno successivo è quello del secondo deserto, quello di Tabernas. Tutto cambia rispetto a Gorafe: il paesaggio vira su colori scuri, le pietre tendono al grigio, talvolta appaiono nere come la pece. Si intravedono le classiche sterpaglie di paglia giallognola dei luoghi aridi. «Questa è la zona dove sono stati girati i film western più famosi, anche quelli di Sergio Leone. Ci sono dei saloon allestiti con arredi dell’epoca e vecchie rovine di case. C’è una ferrovia abbandonata: non appena la vedi, pensi a dei banditi che assaltano una diligenza». L’unica ombra che si può trovare è quella che le rocce riflettono a terra: è l’una del pomeriggio e Ferraro si siede per qualche istante accanto a quelle rocce. Riprende fiato. La bicicletta è davvero difficile da spingere. In un locale, poco più in là, foto e ricordi di Terence Hill e di tutti gli attori di quei film: «Pensa, quel bar esisterà da quarant’anni. Chissà quante storie potrebbe raccontare il gestore».

Si entra a Cabo de Gata Natural Park: qui è la natura a trionfare con piante e coltivazioni. C’è anche una vecchia miniera abbandonata, un paesaggio molto suggestivo. «Poi il mare, proprio al tramonto. Difficile anche da descrivere quel momento. Vivi delle situazioni davvero difficili, per esempio quando la bicicletta non scorre nella sabbia e ti chiedi chi te lo abbia fatto fare. Ma quando vedi il mare, la spiaggia con i ragazzi, che scherzano fra loro con una bottiglietta di birra in mano, capisci che hai fatto bene a partire. Hai già nelle gambe quattrocentro chilometri, e ne mancano più di trecento, ma sei contento».

Si prosegue fino ad Almeria, pedalando su una strada che costeggia un parco naturale: lì lo attende un hotel con reception sempre aperta. Ferraro lo ha prenotato tempo prima e ha fatto bene: arriverà alle due e mezza di notte. «Sono entrato in camera, ho pulito i pantaloncini, sistemato le mie cose, cenato con due empanadas di pollo e mi sono fatto una doccia. Mi sono coricato dopo le tre, puntando la sveglia per le sette. L’alba arriva abbastanza tardi ed iniziare a pedalare con le prime luci è l’ideale. Quella notte ho dormito, talmente bene da non sentire la sveglia. Oggi posso dirlo: quella mezz’ora in più di sonno mi ha fatto davvero bene».

Quando riparte, Bruno sa, o ameno spera, che quello sia l’ultimo giorno di gara. Forse il giorno più duro: c’è da scalare il Passo Veleta, nel parco nazionale della Sierra Nevada. La cima si trova a 3.212 metri di altezza. L’aria, sopra i 2.500 metri inizia a rarefarsi e Bruno ha dei piccoli svenimenti. Deve scendere di sella e proseguire a piedi, ma c’è un ostacolo in più: è scesa la notte.

«Ho corso tutto il giorno con l’idea di arrivare al passo prima di sera, non ci sono riuscito. Allora ho cercato di raggiungere un ragazzo che conoscevo e che era davanti a me di poco: salire insieme mi avrebbe aiutato molto, almeno a livello morale. L’avevo praticamente raggiunto, ero lì. Lui invece ha scelto di fermarsi a dormire in hotel prima della scalata: un brutto colpo per me. Dovevo scegliere: proseguire da solo o ripartire il mattino successivo. Ho deciso di proseguire ed ho fatto bene. Proprio in quel frangente ho recuperato posizioni e sono riuscito a concludere quinto».

La scalata inizia alle nove di sera, in cima si arriva alle tre di mattina. La discesa tutto d’un fiato, ancora una salita e la successiva discesa e poi l’arrivo a Granada. Il sorgere del sole sorprende gli atleti con una vista da cartolina sulla città. È finita. «Ti senti strano quando torni in una grande città dopo un’avventura del genere. La bicicletta ricomincia a scorrere su strade di asfalto, vedi negozi di alimentari, di abiti, mezzi di trasporto e ricominci a sentire i rumori della città. Ci metti del tempo a capire. Questo accade anche quando torni a casa. Hai conosciuto un mondo, visto squarci sempre differenti, che sono ti entrati in testa e ora ti mancano. Devi ritrovare gli stimoli per salire in sella e fare ‘il solito giro’, devi inventarteli se necessario. Il ricordo però resta. Sembra un film».

Foto: Bruno Ferraro


Terra! Un giro gravel nelle Langhe

Chi cerca davvero, non sa che cosa cerca. Non so proprio che cosa aspettarmi, mentre accompagno fuori la SuperX. In autunno ci sono scorci di malinconia che, di solito, mi piace stare semplicemente ad osservare. È la mia stagione preferita. In questo ottobre 2020, però, c’è qualcosa di diverso: con due bambini piccoli, la paura di un contagio e l’esperienza alienante dello smart working ad oltranza, il nostro lockdown non è mai finito e l’autunno ci ha sorpresi già stanchi, storditi. Refrattari. Ci chiediamo spesso se siamo realmente noi questi qua.

In autunno ci sono scorci di malinconia che, di solito, mi piace stare semplicemente ad osservare.

Fuori di casa fiuto l’aria: freddo, ricordi di gioventù, di nebbia e pallone, odore di campagna umida e corse campestri, di sudore e terra sembrano scendere verso di me direttamente dalle colline intorno, immerse nella foschia. Sudore e terra. Ci sono idee che, se provi a spiegartele, perdono tutto il loro senso. Bisogna accoglierle e crederci. È una fede. Parto così, senza sapere ma con in cuore la speranza che funzioni anche stavolta: la bicicletta è per me da sempre una risposta, anche quando la domanda non è chiara.

La ciclabile che corre lungo il Tanaro è perfetta per cominciare: regolare, quasi piatta, un fondo ben compatto. Pedalo agile e ascolto il fiume alla mia destra, ne sento l’energia. Ho imparato dagli albesi a convivere con questa forza misteriosa, a rispettarla, a non dimenticarmi mai che c’è.

Dopo un breve strappo su asfalto, a Roddi prendo il sentiero che cavalca la collina e in un istante realizzo che sto facendo la cosa giusta. Ancora non so che cos’è: so solo che ho voglia di sentire quegli odori, affondare le mani – o le ruote? – in qualcosa di concreto, uscirne più simile alla natura che attraverso.
Con vari saliscendi supero il nuovo, grande ospedale. A La Morra risalgo la stretta via che porta al belvedere; la luce d’ottobre mi investe sulla piazza ed esalta i colori delle colline: verde, giallo, rosso, marrone, colori caldi in un mattino che sa già d’inverno.

Per scendere le alternative si sprecano, sia su asfalto che su sterrati di vario tipo. Ma stavolta non voglio sforzarmi di capire ciò che ho in mente. Non scelgo la destinazione, è la destinazione che mi sceglie e io ne vengo inevitabilmente attratto, come risucchiato. Metafisica della bicicletta o assoluta libertà?
Mentre penso a quanto sarebbe bello applicare questo metodo di non-scelta nella vita, giungo nei pressi della cappella delle Brunate: è una piccola chiesetta – mai consacrata – con le pareti esterne dipinte di tanti colori diversi; opera di Sol LeWitt e David Tremlett, gode di una certa notorietà sui social come sfondo per le foto.  Ma non è un giro da selfie questo, per me.

Michael. Meccanico di formazione, si può dire che Michael abbia scelto questa vita per amore. Appena possono, lui e Francesca si dedicano all’enduro (motorizzato e non) e al downhill.

A Barolo, mentre finalmente l’aria si fa tiepida, inizio a capire. Sfilo tra i vigneti in fermento, brulicanti di uomini e donne come formiche operose. Qualcuno canta una canzone che non conosco; è una canzone allegra in una lingua che non capisco, eppure mi sembra di cogliere il sentimento che le fa da sfondo: ho voglia anch’io di cantare. La vendemmia è al suo apice, l’atmosfera è quella di un Natale, gioia e mistero si uniscono mentre abbandono l’asfalto, scendo e spingo la bici su per una capezzagna.

Mio fratello Michael e la sua compagna Francesca, quando li raggiungo, mi confermano coi loro sorrisi che sono nel posto giusto. L’espressione stanchi ma felici me la porto dietro dai temi delle elementari, ma è così che descriverei i loro volti. Invidio la loro abbronzatura e quei segni che hanno addosso – qualche graffio sulle braccia, le mani screpolate. Penso agli ultimi mesi: chiuso in casa davanti ad un computer, a lavorare molto e sentirmi, comunque, sempre incompleto.

Non che qui sia tutto rose e fiori – e viti. Mi informano che stamattina c’erano sette gradi, quando io ero ancora nel mio letto e che si andrà avanti finché si vedrà qualcosa. Mi fermo un po’ con loro, così, per dire che c’ero anch’io quando nasceva questo Barolo. Già, qui nasce il più nobile tra i vini nobili: eppure, in giro vedo ciò che si vede in qualsiasi vigna, ovvero erba e borse con il pranzo, giacche appese qua e là e facce stanche che spuntano tra i filari.
Può sembrare strano, ma molta della fortuna di questo territorio nasce proprio da qui.

Mi raccontano che negli anni ’60, quando il nonno di Francesca ha iniziato l’attività, in pochi avrebbero scommesso una lira su di lui e sulla sua idea. Quella terra valeva poco, allora. Fortuna, sì, ma soprattutto impegno e coraggio. Una fuga dal solito gruppetto che non ci crede e tu, che in un momento di grazia hai detto il tuo sì migliore e te ne sei andato per la tua strada. Oggi, Cascina Rocca è una bella realtà che propone ottimi vini (non solo Barolo), un posto comodo dove fermarsi per qualche giorno di escursioni nelle Langhe e un’atmosfera che è davvero famigliare, perché anche la Terra del Barolo, vista da vicino, è pur sempre terra.

Vitigno. “Il piemontese dice “O basta là”, che è anche un modo di stupirsi educatamente per qualcosa di sproporzionato che ci viene messo di colpo di fronte.” Umberto Eco.

Mi congedo con mezzo grappolo d’uva in mano e con qualche indicazione per non dover tornare sui miei passi. Piccolo avvertimento: da queste parti nessuno ha mai inseguito o perseguito i ciclisti che si avventurano tra i filari, come ho fatto io stesso; valgono ovviamente le regole del buon senso e del rispetto. Quindi, avuto il permesso, mi butto in picchiata sul versante opposto a quello di salita, giù per una capezzagna, con i filari che sfilano a destra e a sinistra, come un pubblico silenzioso e ordinato, con mani verdi che salutano, mosse dal vento.

La statale scorre veloce e insipida sotto gli pneumatici da trentacinque millimetri; tra poco potrei essere a casa, arrivato, ma questo giro non ha ancora finito con me. Al bivio prendo a destra e salgo al castello di Grinzane Cavour. Breve sosta panoramica e si riparte, in salita, verso Diano d’Alba. D’altronde, secondo me, il profilo migliore del castello è quest’altro, quello che si vede dalla strada di Diano, quando è incorniciato tra le montagne e il cimitero, tra la terra verde e marrone e la strada grigia e il cielo e le nuvole. A girare da queste parti capita anche questo, che un normale giro di “allenamento” somigli ad un giro turistico e che, per forza di cose, si debbano ignorare luoghi affascinanti, soffermarsi poco o nulla di fronte a scenari che meriterebbero più d’un pomeriggio. Forse è banale, ma anche così la bicicletta è metafora della vita.

E proprio come nella vita, capisco questa cosa eppure continuo, corro, testa e pancia giù, su per la salita di Diano. Alle mie spalle so che fanno capolino il Monte Rosa ed il Cervino, ma non mi volto, non addolcisco questa fatica che voglio proprio così, dura, brutta, arrogante come pensare di stabilire un nuovo KOM sulla salita di Diano con una bici da ciclocross che pesa dieci chili.

In discesa l’aria rimane tiepida, ogni curva a sinistra permette di scorgere Alba, là sotto, a destra, adagiata nella sua conca. Arrivarci dopo le Langhe mi fa sempre pensare ad una nave persa nel mare in burrasca, che finalmente avvista terra. Anche la città, che ho sempre un po’ snobbato, dopo il lockdown la guardo con occhi diversi, come una compagna che ha visto le mie stesse cose, che nel silenzio ha accolto le mie paure, che mi conosce da sempre ma ora un po’ di più.

Pedalando verso il centro mi fermo in coda nei pressi di una rotonda, un vigile regola il traffico e io devo aspettare il mio turno. Penso alla prima coda fuori dal supermercato, alla guardia che chiamava i numeri per entrare, alla pioggia leggera che mi bagnava e io che apposta non aprivo l’ombrello. “So di chiuso”, dicevo sempre a mia moglie, in quel periodo. Mi annuso. Ho deciso che sudore e terra saranno la mia cura e ho bisogno di continuare. Mi viene in mente che non sono mai stato al Bricco delle Capre, così torno sullo sterrato della collina albese e in poco tempo scendo a San Rocco Seno d’Elvio, quindi risalgo verso Treiso sfilando accanto alle Rocche dei Sette Fratelli, suggestive formazioni marnose che paiono creste di montagne in miniatura. Una voragine paurosa ed affascinante.

La terra è bassa È uno dei modi di dire tipici di questa zona. Vuol dire: bisogna chinarsi, faticare. Ma fa più effetto se non si spiega.

Alternando una dorsale di Langa a tratturi polverosi arrivo a casa di Roberto. “In montagna ci si lega per la vita e per la morte”, diceva Walter Bonatti. Io e Roberto ci siamo legati molte volte per la vita e vorrei che fosse così anche questa volta, sebbene con una corda invisibile.

Il Monviso ci osserva col suo solito cappello di nuvole, mentre sediamo sul terrazzo, io con un panino in una mano e una Coca Cola nell’altra.
Il vino preferito da Roberto è il Barbaresco, ma non si apre un Barbaresco con un panino in mano a metà di un giro in bici, alle due di pomeriggio.
Roberto mi parla del suo motto: “vino autentico”. Niente di speciale, no? «Eh, no» mi dice. «È importante. In un mondo sempre più dominato da assemblaggi, che tentano di soddisfare il cliente in ogni modo, io credo che il vino debba restare vero con sé stesso, parlarti del proprio vitigno, della propria indole. Come dire: questo sono io: se ti piaccio, bene. Il vino è esperienza».  Un giorno Roberto avrà una sua cantina e questa sarà la sua filosofia.

Mi accompagna per un po’ lungo la strada con la sua Columbus azzurra in acciaio, presa da poco; ci salutiamo ad un bivio, al termine della discesa, con la promessa di un giro insieme. So che non succederà. Oggi è come un sogno, un giro che non esiste, un momento vero ma sospeso, rimasto appeso da qualche parte nel tempo.

La strada per Neive è un balcone su una Langa elegante e raffinata; anche qui è chiaro che, senza lavoro, non ci sarebbe nulla. Lo vedo nei trattori che incrocio, nelle loro tracce di terra che entrano ed escono dalla striscia d’asfalto, da e verso pendii scoscesi e pericolosi. Auto lussuose con targhe di ogni provenienza mi sorpassano e, quando sono abbastanza lontane, torno a sentire il mormorio frenetico, tormentato della vendemmia: motori che sbuffano, voci, a volte canti, altre volte bestemmie.

Giorgio, sulla terrazza della Cantina Negro Giuseppe.

Ne parlo con Giorgio Negro, sulla terrazza panoramica della sua Cantina Negro Giuseppe. Qui è un po’ come essere a teatro, solo che gli spettatori stanno sul palco ed ammirano la platea: una platea verde con corridoi precisi e ordinati, silenziosa eppure calorosa, di una bellezza sofisticata e rustica al tempo stesso.
Siamo al centro di questo anfiteatro verde con un rosé in mano, Giorgio mi spiega come suo papà, Negro Giuseppe appunto, avesse giusto questo pezzo di terra, comprato con il lavoro in fabbrica. Mi chiedo se dopo anni in fabbrica avrei voglia di comprare della terra da lavorare, e non piuttosto una casa con piscina. Intuisco quest’idea che la fatica alla fine ripaghi sempre, che non va mai persa o sprecata; la volontà di lottare momento per momento, con fiducia. Dopo tutta la giornata spesa in giro, con i polpacci sporchi di terra e polvere e il sudore che opacizza la barra in carbonio nero della mia bici, finalmente mi sento al mio posto. Dopo tutto il fermento respirato su e giù per le colline, la calma di Giorgio e di questo angolo di Langa, insieme alla luce che cambia nel pomeriggio di ottobre, fanno bene all’anima.

Rimonto in sella, la SuperX è bellissima nella sua veste nera con schizzi di fango e con il suo cerone di Langa.
Rimane Barbaresco, con la sua torre e i suoi turisti, che osservo solo da lontano: ci vorrà un po’, per me, per accettare di nuovo la folla, la calca. Ma dopo oggi, grazie alla bici (e agli amici) so che questo non significa essere solo.

Torno a casa cercando le tracce dell’Ecomaratona, sul sentiero dei partigiani lungo il Tanaro e poi su per la collina di Altavilla. Scollino, riecco Alba, resto per un attimo ad osservarla: mi sembra più vera, onesta, come un vino autentico.

La sera, la terra è stata lavata via dal carbonio della mia bici e dai miei muscoli stanchi. Ma sull’asfalto delle vie rimarrà fino alla prossima pioggia.

Foto: Alessandro Foglia


Asja Paladin: «Hakuna Matata»

«Se ripenso a quei giorni in Kenya, non molti anni fa, penso a quanto sia facile essere felici. A quanto poco basti per essere felici. Forse il fatto è proprio questo: la felicità è un concetto molto semplice, ma noi tendiamo a complicarlo. Di fatto si complicano le cose quando non si capiscono. Quando qualcosa ci è chiaro riusciamo a semplificarlo. Ad arrivarne all'osso. La felicità noi non l’abbiamo capita. L'hanno capita quei bambini lì, che sono felici con in mano un tocco di cibo o una manciata d'acqua. Loro, non noi». Asja Paladin sta parlando di noi, di tutti noi, ma anche di sé stessa: «Vale anche per me. Non a caso mi sono tatuata quella frase sulla pelle. Ho una mente abbastanza iperattiva, continuo a riflettere, a ragionare, magari a preoccuparmi. Allora me lo dico: “Asja, hakuna matata!”. Che è come dire: non ci sono problemi, non complichiamo le cose, vediamole e viviamole per quello che sono. Lo so, dirlo è facile, farlo è molto più difficile. Però si può fare, si deve fare. Ci sono cose prioritarie, cose importanti e cose che, in fondo, non sono per nulla importanti. Riusciamo a distinguerle? Riusciamo a capire per cosa vale la pena di non essere felici e per cosa no? Forse è questo il problema. Forse per questo non riusciamo ad avere lo stesso sorriso di quei bambini. Forse per questo non capiamo molto la felicità».

Quella di quei giorni è una scoperta e Asja con le scoperte ha un rapporto particolare. Asja se ne intende di scoperte. Sa, per esempio, che se una parte delle scoperte è nell'inesplorato, nell'epico, nell'estremo, l'altra parte è nella normalità. Di quella parte, delle scoperte che risiedono nella normalità, si parla meno, quasi per nulla per lo stesso motivo per cui si fatica a parlare in maniera semplice di felicità. Perché? Perché non le abbiamo capite. «Ho ventisei anni. Ho corso per vent'anni in bicicletta. Quanti posti avrò incrociato? Quasi tutti i giorni mi sposto in macchina: dai finestrini quanti luoghi vedrò? Abito a Cimadolmo. A Verona sono stata diverse volte, conosco la città. I centosessanta chilometri da Cimadolmo a Verona li avrò percorsi decine di volte. Posso dirti la verità? Quei centosessanta chilometri io non li conoscevo per nulla». Poi c'è un'idea, quasi improvvisata, e la voglia di rispondere e di rispondersi sì: «Sai che quella notte non ho dormito? Mi giravo e mi rigiravo nel letto e mi rimproveravo da sola: “Ma insomma, Asja. Sembra che devi andare a gareggiare. In realtà si tratta di un giro con amici. Perché devi fare così?”. Il motivo preciso non te lo so dire ancora, sarà il mio carattere. Però so che è stato un misto di entusiasmo, di voglia di partire, di soddisfazione ma anche di paura. In allenamento non sono mai partita con quei chilometraggi, si cresce gradualmente, e all'inizio l'idea di tutti quei chilometri, seppur inconsciamente, ti spaventa. Tutto torna la sera, come arrivi a casa e sei stanca morta ma soddisfatta. Guardi una cartina e ti dici: “Vedi tutti quei chilometri? Li ho percorsi io, con le mie gambe e la mia bicicletta”».

Ma la sorpresa più grande non è nemmeno questa. La sorpresa più grande Asja l'ha avuta quando si è fermata a bordo strada a guardare. «Sembra impossibile ma mi sembrava di essere in posti nuovi, in posti che non conoscevo per nulla. Solo il fatto di esserci arrivata in bicicletta, di averlo fatto con amici, di essermi presa il mio tempo, ha fatto tutto questo. Ho visto cose che non avevo mai visto e le ho viste in modi che non avrei mai immaginato. Alla fine bastava una bicicletta, poco equipaggio e voglia di far fatica. Non è poi molto, ma bastava». Quella sera, guardando la cartina, Asja ha ripensato a tante cose: «Sono orgogliosa della mia carriera in bicicletta. Mi spiace non correre più, ti direi una bugia non ammettendolo. Ma non c'è rimpianto: ho imparato tanto e nulla sarà sprecato. Mi sento più forte, so che posso fare ciò che voglio nella vita. So di esserne capace. Mi hanno sempre insegnato che nella vita è essenziale dare tutto, anche più di quello che hai se tieni veramente a qualcosa. Molte cose, poi, non dipendono da noi e non possiamo farci nulla. Sono giovane e ho molta voglia di progettare e organizzare. In un certo senso, progettare e organizzare mi tranquillizza. Il bikepacking è questo. Il momento dell'organizzazione è uno dei più belli: pensi a cosa portare con te, alleggerisci o appesantisci i bagagli, chiedi consigli, nel mio caso a mia sorella Soraya, e ascolti proiettandoti in avanti con l'immaginazione. A proposito di progetti, ho già guardato le cartine: da qui alla casa di una mia amica in Germania ci sono 800 chilometri. Quando farà meno freddo, ci penserò. Poi vorrei andare a Napoli, una città che amo».

Sulla sua schiena, nella tasca posteriore della divisa, Asja tiene un piccolo panda di peluche: «Si chiama Yugen ed ho deciso che lo porterò con me ad ogni avventura. Yugen è una parola giapponese, intraducibile letteralmente. Per me è una sorta di consapevolezza della bellezza nascosta nell'universo: qualcosa che non si può descrivere a parole ma che fa emozionare. Un fascino profondo insito nelle cose che non riusciamo a capire fino in fondo ma che ci sono, che sentiamo».

Guardando la bicicletta, l'ha vista diversa e non ha avuto dubbi: «La bicicletta non è cambiata. Sono io che ho depurato la bicicletta da molte cose che erano essenziali per la mia carriera e che oggi posso permettermi di non considerare. Ho visto quanto è bello vivere il ciclismo così, senza ansie, senza preoccupazioni. Senza fretta. Solo per il gusto di stare su quel sellino e pedalare su una strada».

Foto: Asja Paladin


Lachlan, ora ti aspettiamo al Giro

Lontano da gialli riflettori, Lachlan Morton sceglie sfide alternative al Tour de France, proprio come fece lo scorso anno. Nel 2019 era GBDuro, pochi giorni fa Badlands, a Girona, nel sud della Spagna: 700 chilometri percorsi, 15 mila metri di dislivello. 1 giorno, 19 ore e 30 minuti il suo tempo di percorrenza.
«È stato fantastico. Non avevo alcun piano da seguire, solo voglia di mettermi alla prova» racconta l'estroverso corridore australiano sulle pagine del sito ufficiale della sua squadra, la EF Pro Cycling di Jonathan Vaughters.

Il suo mentore, Vaughters, lo ha rivoluto lo scorso anno in squadra. Anni fa scommise su di lui dopo averlo visto stracciare tutti in salita negli Stati Uniti, lo portò a correre in Europa e, dopo essersi fatto sedurre da quel corridore che “aveva valori atletici da vincitore di un Grande Giro”, successivamente lo abbandonò.

«Il mio obiettivo era mettermi alla prova, testarmi, conoscere. E questo lo capisci solo vedendo per quanto tempo sei capace di stare in bicicletta. È stato un percorso impegnativo perché ti ritrovi nel deserto con quaranta gradi e poi in mezzo a valichi alpini con il freddo. Io mi sono semplicemente goduto il viaggio. È stato difficile, ma mi sentivo mentalmente pronto per affrontare una prova di questo tipo ed è proprio la forza mentale ad aver reso il tutto un'esperienza piacevole. Mi sentivo in equilibrio, nonostante abbia vissuto tutto lo spettro delle emozioni: è stato diverso questa volta rispetto al passato. Dopo dodici ore anche il telefono aveva smesso di funzionare: non avevo più musica né alcuna connessione. Ero solo io insieme ai miei pensieri. Cerco la parola giusta per descriverlo: bello suona banale, ma è stato così. Il piacere di avere tutto quel tempo solo per me e per i miei pensieri.
Ho pensato alla mia vita in generale, a quanto sono fortunato a fare quello che mi piace. Forse perché mi sono ritrovato in situazioni estreme e complicate, che ti mettono alla prova e ti costringono a riflettere. Ho pensato solo a quello che ho. Ho pensato a casa mia e all'importanza di godermi ogni momento e ogni piccolo particolare. E proprio per questo non vedevo l'ora di tornare a casa.
Queste sono prove in cui ti misuri con te stesso e con il tempo. Il tempo che ti ci impieghi rispetto a qualcun altro, ma la realtà è che la tua corsa e quella degli altri non si influenzano in alcun modo. Perché alla fine contano solo i tuoi limiti. È stato bello perché non potevo vedere dove si trovavano gli altri; per tutto il tempo ho pensato di non avere un grande margine. E poi dopo un po' ho finito per non pensarci più: andare avanti e concludere la gara è stato l'unico motivo che mi ha ispirato. Ho pensato “sarebbe ancora più speciale se tutto questo lo facessi solo per me stesso”.
Ho avuto un momento di difficoltà durante l'ultima salita, la seconda notte. Non avevo ancora dormito e il mio cervello ha iniziato a giocarmi strani scherzi. Il tempo sembrava scorrere lentamente. È stata la cosa più bizzarra che mi sia mai accaduta, era come se fossi bloccato. Mi ripetevo: “Ok, sei solo, sei lontano da qualsiasi cosa, sei su un sentiero escursionistico lontano da ogni luogo. Sei a tremila metri e non hai altra scelta. Devi affrontarlo”. È una lezione importante che mi porterò appresso.
Il primo pomeriggio di corsa ho avuto un incidente, ma l'ho gestito bene. Problemi meccanici non ne ho avuti il che è un po' una sorpresa visto il tipo di percorso che abbiamo affrontato. Poi all'improvviso mi sono ritrovato davanti agli occhi picchi montani che sembravano spuntati dietro le vette la notte prima. Il tutto mentre stavo pensando solo a come scollinare per arrivare a Granada, un puntino che vedi laggiù. Per chi non ha vissuto questo tipo di esperienze può sembrare strano, ma in quel preciso momento ho capito che ce l'avrei fatta, che sarei arrivato fino alla fine. Sono momenti che ti regalano delle sensazioni uniche.
Lungo tutto il percorso non sono riuscito a dormire. Sono solo andato avanti. Mi sono fermato tre volte in cerca di cibo, mentre riempivo acqua ogni volta che potevo. Ho usato un po' di gel, che mi sono stati davvero preziosi.
Mi sono allenato su strada prima di questa corsa perché avevo bisogno di ritrovare l'entusiasmo per gettarmi nei sentieri. Stamattina quando mi sono svegliato avevo talmente tanto dolore che mi sono detto: “Io andrò al Giro? Non se ne parla proprio!”. Poi sono uscito in bici e dopo dieci minuti ho ritrovato entusiasmo. Non vedo l'ora di fare il Giro perché sarò sempre in movimento, sarà interessante anche solo prepararmi per quello e ribaltare tutto ciò che ho fatto sinora. Sarà una sfida entusiasmante.

Avventure di questo genere richiedono solo una cosa: impegno. Ma se è qualcosa che inizi ad affrontare regolarmente, poi si tratta solo di rendere normali le situazioni difficili. Mi sono reso conto durante il mio viaggio che pedalare, pedalare e ancora pedalare non era altro che la mia normalità. È diventato un po' come stare sul divano. La discesa diventava: “Oh, questo è davvero meglio che non fare nulla”. E la salita: “Beh sì, è un po' fastidiosa ma presto finirà”. Si tratta di cacciarsi in situazioni difficili così spesso da renderle normale routine. Prima di questo viaggio sono uscito per fare tre giorni con la mia bici a pieno carico e ho cercato di perdermi tra i Pirenei: mi ci ci sono volute due ore prima di venir fuori da una montagna. L'ho fatto per mettermi alla prova, per frustrarmi in una situazione complicata. Per venirne fuori devi assicurarti che tutti quei segnali mentali che arrivano siano lì per calmarti. Per riportarti alla normalità e per farti dire: “Va tutto bene”. Perché alla fine ciò che ti limita è il modo in cui affronti le difficoltà. A me devo dire che è riuscito bene».

Intervista tratta dal sito ufficiale della EF Pro Cycling
Foto:  Transiberica Ultracycling/Facebook


Un po' di umido stanotte, eh?

Jeroboam Dolomiti - 29 agosto
“Da giugno, è il secondo weekend che piove qui in Val di Fiemme. Una bella sfiga”. Maurizio forse ha ragione, perché è la prima Jeroboam Dolomiti che organizza e una mano dal meteo - è vero - non sarebbe guastata. Il punto è che nessuno, però, sembra farsi troppi problemi. Il venerdì sera è tutto un ritirare pacchi gara, sistemare borse, numeri e bere birre per accompagnare polenta e costine, incluse nel “ristoro 0”. Insomma si parla più di birre che dell’acqua che si prenderà il giorno dopo.
C’è di dorme in tenda, chi dorme in camper e chi arriva “già dormito”. Appuntamento alle 8 a Varena per il briefing, in cui si consiglia caldamente - vista l’allerta meteo per la notte - di non pensare al percorso da 300km, ma di ripiegare al massimo su quello da 150. C’è anche Nico Valsesia che comunque ci vuole provare. Un po’ di esperienza lui ce l’ha, quindi si registra la notizia e si può partire, ognuno padrone del suo destino.
Il meteo regge e il percorso 150 regala una prima parte magica. A mezza costa, su strade bianche contornate da campi, si risale la val di Fiemme verso Moena, mentre un timido sole sbuca dalle nuvole e scalda il terreno quel che basta per far sollevare un alone di umidità quasi mistico. Un bel contrasto con le gomme che cercano le pozzanghere per sporcarsi e sporcare i componenti del gruppo il più possibile.
C’è da superare una montagna e lo si fa su una forestale sterrata di quelle cattive. Di quelle che a poter parlare con chi le ha costruite chiederesti se era una sfida a usare meno tornanti possibile. Poi la discesa e finalmente la Val Venegia. Il vento è forte, la pioggia è vicina, ma è difficile pensarci mentre si pedala al cospetto delle Pale di San Martino.
Primo checkpoint, strudel e giù dal Passo Rolle per una forestale. Prima velocissima e perfetta, poi quasi un single track per chiudere alla fine con un ponte tibetano. Tutto il gravel minuto per minuto.
Si torna in Valle scappando dalla pioggia. La fuga non va in porto e la seconda parte sono quattro ore di acqua di un certo livello. Ci scuseranno i nostri lettori se non abbiamo bene idea di dove ci trovassimo da questo punto in poi.
Sappiamo solo che dopo un’altra salita nel bosco, con gli alberi a farci da ombrello e a creare un’atmosfera surreale, c’è tempo per un altro strudel al check 2, prima di una discesa verso Ora e la risalita in val di Fiemme lungo la ciclabile sterrata della ex-ferrovia. Bellissima, attrezzatissima, consigliata anche per una gita tranquilla in famiglia.
E poi dopo ancora un po’ di salita, ancora un po’ di discesa e poi l’arrivo. E poi la polenta, la birra e tutto il resto, mentre qualcuno racconta della giornata, qualcuno delle sue (dis)avventure e qualcuno compie persino gli anni allo scoccare della mezzanotte. Poi tutti a letto, con un tetto sulla testa mentre fuori il cielo continua a mandare acqua per tutta la notte.
La mattina porta qualche dolorino alle gambe, qualche ricordo delle birre e qualche bici da lavare. E porta anche Nico Valsesia, che alle 8.00, puntuale, arriva dalla sua 300 km dopo aver pedalato tutta la notte. Più fresco di quelli uccisi dalle birre, ci guarda, sorride e poi: “Un po’ umido stanotte, eh?”

Federico Damiani