Il monumentale del Tour 2022

 

Maggio adagio con il Giro d'Italia, a giugno ci sono da fare un po' di conti e vedere chi sta bene, chi cresce e chi cala perché poi arriva luglio e con Niña quest'anno c'è poco da scherzare; poi arriva luglio che per noi significa più che altro Tour de France. Si parte da Copenaghen per arrivare a Parigi, due capitali europee unite dalle biciclette nel giro di ventuno tappe (e tre giorni di riposo), con 176 corridori al via e tra loro un grande favorito, con due rivali, già battuti al Tour, e almeno una decina di altri contendenti alle parti nobili della classifica. Chiamiamoli outsider e procediamo.

IL BAMBINO IN GIALLO

Foto: ASO/Charly Lopez

 

Ha le sembianze di un bambino quel favorito - tanto che il suo compagno di squadra Majka lo chiama proprio così , "bambino", intendiamo, non favorito - e sembra fare tutto con leggerezza, gli piace dare spettacolo, non si nasconde quando deve attaccare da lontano; ci provò alla Vuelta al suo primo Grande Giro che chiuse sul podio, così, sbucando in mezzo agli altri contendenti con la stessa verve e la strafottenza apparente di un personaggio di un racconto di Mark Twain.

Guida il mezzo con perentoria calma e a tratti disumana facilità, è potente, magari non elegantissimo (ma c'è a chi piace, chi scrive, per esempio, è affascinato da quell'ondeggiare di spalle, da quella testa messa leggermente di traverso e la bocca socchiusa sempre pronta a imitare una smorfia tra la gioia e il dolore). Ha un ciuffo che esce dal suo casco (ma attenzione! Ieri si è presentato sul palco con un nuovo taglio!) che fa quasi tendenza.

Sorride spesso, ci verrebbe da dire sempre, e quest'anno si è voluto persino misurare nelle classiche del pavé buttando via l'eccesso di specializzazione che ha visto in parte distruggere lo spettacolo e portare alla monotonia il ciclismo da fine anni '90 a qualche stagione fa, e lui poi facendo così ha rischiato di vincere un Giro delle Fiandre.

Arriva dalla vicina (per noi) Slovenia e ha solo 23 anni e mezzo; un Tour lo ha ribaltato a cronometro, un altro lo ha fatto suo nella prima tappa di montagna, ma le insidie per Tadej Pogačar (sì parliamo proprio di lui se non lo avevate capito) non mancheranno.
Qualche punto debole: si dice possa essere il caldo e quest'anno al Tour ne farà tantissimo (nulla di nuovo) visto l'andazzo dell'estate; si dice che ancora soffra leggermente le scalate molto lunghe – contestualizziamo sempre però, dove soffre Pogačar, il 99,9% del gruppo si è già staccato. I tecnici della Jumbo hanno già dichiarato che batterlo sarà difficile se non impossibile, ma da qualche parte bisognerà iniziare se non altro per tuffarci nell'ignoto di ogni manifestazione sportiva, nonostante la presenza di singoli - o nel caso fosse un gioco di squadra, collettivi - all'apparenza dalle sembianze di imbattibili cannibali.

TUTTI PER TAMAU

 

Foto: Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2022

 

Tutti per "Tamau", il piccolino, allora, che avrà una squadra interamente dedicata a lui: d'altra parte come si potrebbe solo immaginare il contrario. Di lui ne abbiamo già parlato, del suo fedelissimo Rafał Majka ne abbiamo appena accennato, il polacco entrerà nelle rotazioni in salita insieme a George Bennett, praticamente ingaggiato quasi esclusivamente per dare man forte allo sloveno al Tour, e al nostro cavallo pazzo preferito, Marc Soler, che pare abbia trovato la quadra sotto la guida di Matxin.

Poi c'è Brandon McNulty. Di questi tempi farebbe comodo avere un corridore di riserva su cui fare affidamento per la classifica generale, non si sa mai: siamo in quel periodo storico dove da un giorno all'altro ti ritrovi fuori dalla corsa per un tampone positivo e la UAE Team Emirates ha già vissuto brutti momenti al Giro, vedi ritiro di Almeida a pochi giorni dalla fine. McNulty probabilmente in un'altra squadra farebbe classifica, qui al Tour sarà un gregario travestito da seconda punta. A dare brio alla squadra avrebbe dovuto esserci l'esperto e solido Trentin con il ruolo di tenere davanti Pogačar, consigliarlo, tirarlo fuori dai guai. Ma indovinate un po'? Positivo al Covid. Al suo posto rientra in extremis Marc Hirschi, che come Trentin vinse la prima corsa da professionista proprio al Tour e che, come sarebbe dovuto toccare all'italiano, abbandonerà velleità personali per aiutare il suo capitano, con il quale se le dava di santa ragione sin dalle categorie giovanili.

Poi ancora: Mikkel Bjerg che, risolti i tanti problemi fisici di questa stagione sarà la costante invece in pianura, con lui Vegard Stake Laengen sempre col compito di coprire il più possibile le spalle (ma anche a ripararlo dall'aria) al due volte vincitore del Tour.

TUTTI CONTRO TAMAU

 

Foto: ASO/Charly Lopez

 

Iniziamo da uno squadrone che fa "tremare le vene e i polsi". Magari non proprio nel senso dantesco del termine - non siamo di fronte alla bestia, la lupa, una delle tre fiere che spaventa Dante nel primo canto dell'Inferno - ma è una squadra che incute timore agli avversari, quello sì. Intanto: coppia di capitani. Primož Roglič e Jonas Vingegaard che citiamo in ordine di anzianità: i battuti, seppure in modo diametralmente opposto, da Pogačar negli ultimi due Tour de France. Inutile soffermarci su come è andata, piuttosto vediamo come potrebbe andare.

Roglič, al Delfinato, grazie a una squadra nettamente superiore alla concorrenza, sembra aver ritrovato quello smalto che, a causa di un problema fisico, ne aveva fatto scendere le quotazioni in stagione. Dopo tre Vuelta e due vittorie sfiorate tra Tour e Giro, dopo la caduta che lo mise fuori gioco lo scorso anno sulle strade francesi e vista anche la carta d'identità, per l'altra faccia della moneta slovena potrebbe essere l'ultima (o quasi) possibilità di provare a indossare la maglia gialla anche a Parigi, con l'Arc de Triomphe sullo sfondo.

 

Secondo, però, i si dice, partirà alla pari con Jonas Vingegaard; se analizzassimo grossolanamente l'ultimo Tour, il danese – che parte giocando in casa, motivazione in più - pagò da Pogačar praticamente quasi solo a Le Grand Bornand, per l'esattezza solo sul Colle de Romme dove il giovane sloveno inflisse distacchi d'altri tempi a tutti. Il giorno dopo perse altri 30 secondi, ma poi sul Ventoux lo mise in difficoltà, perdendo poi in volata nelle ultime due tappe di montagna, Saint-Lary-Soulan e Luz Ardiden. A crono si difende molto bene nonostante a vederlo paia decisamente un peso piuma, ma è capace di spingere forte e a cadenze impensabili; in stagione anche lui, a differenza di Pogačar, tanti alti e bassi, ma al Delfinato, dove ha corso in appoggio a Roglič, ha impressionato. A tratti più dello sloveno con il quale condivide lo stesso tetto. Anche se nella testa di molti si parte già battuti, qualcosa con questi due corridori gli olandesi possono inventarsela. Da capire se la squadra adotterà una tattica aggressiva fatta di attacchi fantasiosi, anticipi e imboscate, oppure deciderà di controllare per provare a piazzare qualche colpo nei finali di tappa più duri come successo nelle corse di questa stagione. L'impressione è che la seconda via potrebbe non bastare per scalfire Pogačar, mentre il primo modo renderebbe la corsa più spettacolare.

 

Foto: ASO/Pauline Ballet

 

C'è una terza stella in casa Jumbo Visma che brilla di luce propria a prescindere da discorsi riguardanti la classifica generale: Wout van Aert. Tuttofare del gruppo per antonomasia, van Aert insegue la maglia gialla il primo giorno, la maglia verde magari già dal secondo, ma le possibilità di vestire il simbolo del primato assoluto resteranno intatte fino alla prima tappa di montagna e anzi, tra ventagli e pavé sarà una pedina fondamentale nello scacchiere olandese, con la consapevolezza che un po', giusto un po', lavorerà per se stesso lanciando l'ennesima sfida alla sua nemesi, Mathieu van der Poel. Terreno ce n'è in abbondanza per farci divertire oltremodo.

 

Sepp Kuss, che vince all'ultimo il ballottaggio con Gesink e Dennis, e Steven Kruijswijk, oltremodo brillante come non lo si vedeva da anni al Delfinato, saranno gli sgrezzatori del gruppo in salita, Nathan van Hooydonck è l'uomo di riferimento per van Aert, Cristophe Laporte sarà la versione in tono minore dell'ex campione nazionale belga e dovrà lavorare tanto – se non solo - per la squadra, mentre Tiesj Benoot rappresenta il gregario jolly. A seconda della situazione lo troveremo davanti in pianura, in salita, in collina, persino sul pavé, sempre con le medesime garanzie di alte prestazioni. Otto corridori di cui almeno cinque sarebbero capitani altrove. Squadrone.

 

TUTTI (TANTI) GLI OUTSIDER

 

Foto: Vincent Kalut/PhotoNews/SprintCyclingAgency©2022

 

La lotta al podio e alle posizioni alte della classifica sarà incandescente come l'aria che si respira (“respira”, si fa per dire) in queste settimane. A guidare la fila dei pretendenti al podio Alexander Vlasov. Il russo, 4° al Giro lo scorso anno - senza mai farsi notare troppo - è forse una delle rivelazioni di questa stagione. Rivelazione si fa per dire: spieghiamoci. Vlasov era un corridore atteso al salto di qualità dopo le belle cose fatte vedere da giovane - vincitore del Giro Under 23 nel 2018 davanti ad Almeida e Stannard e 4° nella stessa stagione al Tour de l'Avenir dietro Pogačar, Arensman e Mäder - un corridore che già aveva fatto cose interessanti tra i professionisti (vittoria al Giro dell'Emilia post confinamento per la pandemia), ma quest'anno è sempre stato protagonista ovunque ha corso, gare a tappe o gare di un giorno, in montagna, a cronometro, sugli strappi e persino negli sprint ristretti. Un altro Vlasov a tratti scalatore (ma con alcuni limiti quando le salite superano un certo chilometraggio), a tratti puncheur, a tratti cronoman, che, se confermerà la crescita, sopporterà il grande caldo, riuscirà a dare continuità ai suoi risultati, resta come uno dei nomi più credibili nella lotta al podio. La BORA-hansgrohe, oltretutto, uno scherzetto lo ha già combinato e pure grosso al Giro, andando a vincere per la prima volta nella sua storia una corsa a tappe di tre settimane. Niente male per la squadra tedesca che nel giro di pochi anni è passata da essere una Professional invitata con tanto di polemiche al Giro (era il 2012) a una delle squadre riferimento in gruppo. Di fianco a Vlasov una squadra interamente dedicata alla sua casa: Lennard Kämna, fresco di titolo nazionale a cronometro, dopo la vittoria al Giro sull'Etna ci riprova con il Tour, dove per altro ha già conquistato un successo nel 2020: in salita sarà uno spauracchio delle fughe, ma potrà essere una pedina preziosa per la classifica di Vlasov. A caccia di tappe in casa BORA-hansgrohe anche Schachmann, lottatore e fondista per antonomasia, non disdegna le lunghe fughe, oltre a Konrad e Politt, entrambi andati a segno al Tour nel 2021, con questo ultimo che correrà con la maglia di campione di Germania e Grossschartner, lui invece fresco campione d'Austria. Infine presenti Danny van Poppel e Marco Haller; il primo veloce, regolare, utilissimo alla causa, darà una mano al suo capitano magari nella tappa delle pietre, ma proverà anche a togliersi qualche soddisfazione: potrebbe essere un abbonato alla top ten, mentre il secondo, anche lui veloce, coraggioso, sarà uomo squadra fondamentale: dalle fughe, agli sprint, al tenere al sicuro i propri capitani.

 

 

Sarà invece una Ineos Grenadiers a tre teste per la classifica. In origine doveva esserci Bernal, ma sappiamo com'è andata e dopo aver dirottato Carapaz al Giro, la squadra britannica si presenterà al Tour con buone credenziali, è vero, ma senza un nome così pesante da far pensare a un podio. Ai due capitani designati alla vigilia per fare classifica, Adam Yates e Daniel Felipe Martinez, si è aggiunto Geraint Thomas, 36 anni e in arrivo da mesi molto complicati. La vittoria al Tour de Suisse del gallese, maturata è vero dietro circostanze particolari visti i tantissimi ritiri per Covid e malanni vari, lo ha rilanciato anche nelle gerarchie di casa Ineos e grazie anche allo storico (una vittoria e un podio al Tour) e al pedigree di qualità, Geraint Thomas, per tutti G., partirà alla pari degli altri due. L'importante per lui sarà superare indenne le prime complicatissime tappe. Daniel Felipe Martinez, dopo il Giro 2021 chiuso al quinto posto e in crescita pur correndo da gregario, arriva un po' a fari spenti , ma occhio perché il ragazzo colombiano ha grandi qualità da mettere in strada, si difende a cronometro, sa scattare, ha coraggio. Coraggio che non si può certo inserire tra le caratteristiche principali di Adam Yates. Chi scrive lo vede un gradino inferiore agli altri due, ma la sua squadra la pensa diversamente e anche alcuni risultati maturati in passato potrebbero smentirci: 4° per esempio nel 2016 al Tour, quando vinse anche la maglia bianca e arrivo a poco più di 37” dal secondo posto di Bardet, oppure 4° lo scorso anno alla Vuelta quando riuscì ad andare anche più forte di Bernal. L'idea è quello di vederlo lottare comunque per una dignitosissima top ten oltre a inseguire quel successo di tappa che ancora gli manca in un Grande Giro. Il resto della squadra vedrà Tom Pidcock pronto a sfruttare le diverse tappe adattissime a lui e a lanciare l'ennesima bellissima sfida con gli altri due giganti del ciclocross, Filippo Ganna per la prima la maglia gialla della sua carriera e del Tour 2022, Luke Rowe, Jonathan Castroviejo e Dylan van Baarle invece per dare (quasi esclusivamente) il loro enorme contributo al lavoro di squadra.

 

Foto: Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2022

 

Punta il podio il duo Bahrain formato da Damiano Caruso e Jack Haig. Il siciliano ha chiuso 4° al Delfinato pur senza brillare e questo ci dà un'idea della dimensione in cui si trova in questo momento il classe '87 di Ragusa, secondo al Giro dello scorso anno dove a un certo punto fece pure tremare la maglia rosa di Bernal. Smaltiti i carichi, Caruso, sempre capace di correre davanti, superate le insidie delle prime tappe, in salita si propone come uno dei corridori più forti. Al suo fianco Haig, che ha caratteristiche differenti, meno solidità a cronometro, persino meno appariscente, partirà forse leggermente defilato, ma attenzione, l'australiano, lo scorso anno, dopo il ritiro al Tour a causa di una caduta (era partito anche fortissimo nelle prime due tappe) ha disputato una Vuelta così consistente da salire sul podio, e dunque sarà difficile tenerlo fuori dai discorsi di alta classifica. Squadra robusta, di livello quella di fianco ai capitani, seppure con qualche assenza. Senza Mäder ammalato, sarà Dylan Teuns a dare una mano in salita e perché no, potrà timbrare il cartellino dalla fuga, cosa che gli è già riuscita altre volte (l'ultima a Le Grand Bornand dodici mesi fa), con l'eterno Luis Leon Sanchez che avrà un occhio di riguardo per i suoi su tutti i terreni. Matej Mohorič è uno dei corridori più attesi per i successi di tappa, il jolly capace, se in giornata, di vincere su (quasi) tutti i terreni, mentre sarà compito di Fred Wright e Jan Tratnik muleggiare un po' ovunque e di Kamil Gradek farlo quasi esclusivamente in pianura.

 

Foto: Rafa Gomez/SprintCyclingAgency©2022

 

Per la classifica come non considerare Enric Mas, Movistar, il più regolare dei regolaristi, uno che ogni tanto ci prova a sferrare l'attacco che puntualmente viene riassorbito ma che comunque può fare male: quando ha la giornata buona riesce a essere tra i due/tre migliori scalatori del gruppo. Il 27enne spagnolo è un habitué dei piani alti della classifica dei Grandi Giri, due podi alla Vuelta e un quinto posto, un quinto e un sesto posto al Tour e il riscatto della Movistar, sin qui autrice di una stagione totalmente mediocre, passa proprio dal Tour di Mas, il quale però non va dimenticato arriva da un brutto ruzzolone al Delfinato. La squadra con Carlos Verona, Imanol Erviti (al suo 28° grande Giro, 1 in più di Nibali e LL Sanchez, tra i corridori in attività solo Valverde ne ha disputati di più, 32)), Gorka Izagirre, Matteo Jorgenson – occhio all'americano per le vittorie di tappa- , Gregor Mühlberger, Nelson Oliveira e Albert Torres è tutta per lui.

 

Foto: ASO/Pauline Ballet

 

C'è Ben O'Connor, AG2R Citroën, una delle rivelazioni dello scorso anno; una bella vittoria di tappa che lo ha lanciato in classifica, una discreta resistenza a crono e poi in tutte le tappe di montagna. Morale? 4° posto finale con l'intenzione di confermarlo o persino migliorarlo quest'anno. Va forte in salita, è regolare a crono, non ha paura di attaccare, ma in un Tour che rischia di essere chiuso per le prime tre posizioni, potrebbe, tramite la costanza di rendimento confermare un piazzamento nei primi cinque, sei della generale che sarebbe poi un risultato di grandissimo spessore.

Di fianco gli è stata costruita una formazione che cercherà comunque le vittorie di tappa, attesissimo da questo punto di vista Benoît Cosnefroy, con Mikaël Cherel gregario al suo ultimo Tour prima del ritiro a fine stagione, e Geoffrey Bouchard e Bob Jungels uomini da salita. Occhio all'ex commesso decathlon che potrebbe inseguire la tripletta dopo aver vinto la maglia dei GPM sia al Giro che alla Vuelta, mentre il lussemburghese sembra ritrovato dopo un paio di stagioni da incubo con problemi anche di natura psicologica. Aurélien Paret Peintre è un bel talento completo che pare un po' smarrito, Stan Dewulf andrà all'attacco quando potrà e infine Oliver Naesen che vince il ballottaggio con Van Avermaet (uno degli esclusi di lusso da questo Tour) e proverà a piazzarsi nelle volate – e perché no, potrebbe aver cerchiato di rosso la tappa di Arenberg.

 

Foto: Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

Restando in Francia: Groupama-FDJ con un terzetto che non fa della continuità la sua arma migliore, ma che se dovesse trovare le tre settimane di grazia potrebbe dare fastidio a molti in salita e anche in classifica. David Gaudu (leader designato dopo un po' di gavetta e qualche piccolo passo falso, arriva da un Delfinato dove ha battuto van Aert in uno sprint in salita, salvo poi cedere in montagna), Thibaut Pinot e Michael Storer hanno potenzialmente tutto per essere tra i migliori scalatori della corsa e gli arrivi in cima di questo Tour potrebbero vedere il loro nome stampato in grande al termine della tappa.

La Cofidis punta alla top ten con il regolare Guillaume Martin e con il più discontinuo Ion Izagirre, stesso discorso per la Intermarché Wanty Goubert che lancia Louis Meintjes all'inseguimento di un bel piazzamento in classifica generale e per la DSM con Romain Bardet alla ricerca del riscatto dopo il ritiro dal Giro. Il francese ha le carte in regola per poter provare ad avvicinare il podio, ma resta più plausibile un piazzamento nei primi otto, dieci con una vittoria di tappa in montagna. A sentire lui ci sono ancora incognite sulla sua condizione fisica dopo il malanno che lo ha colpito sulle strade italiane.

Foto: Luca Bettini/SprintCyclingAgency©2022

 

 

Se la EF Education First avrà Rigoberto Uran e Ruben Guerreiro in lotta per la classifica - e il secondo anche per vincere qualche tappa e magari provare a indossare la maglia a pois - c'è un altro colombiano che scalpita per prendere il volo in salita: Nairo Quintana. L'Arkéa Samsic punta tutto su uno dei soli tre colombiani al via (record negativo da diversi decenni), schierandogli di fianco Warren Barguil che di recente ha sfiorato il successo nel campionato francese. In chiave classifica, da considerare anche Aleksej Lutsenko per l'Astana – che non arriva però da un momento felice a causa di problemi fisici e incidenti - , l'attempato duo Israel Premier Tech formato da Jakob Fuglsang (il più acclamato di tutti alla vigilia durante la presentazione dei team a Copenaghen) e Michael Woods (al via per la squadra israeliana ci sarà pure Chris Froome! senza alcuna ambizione, sarebbe bello vederlo in fuga ogni tanto), e poi ancora Pierre Latour per la TotalEnergies, il quale però viene da un brutto infortunio ed è sempre un corridore abbastanza difficile da decifrare e pronosticare. Infine citiamo anche Mattia Cattaneo Quick Step Alpha Vynil che, insieme a Caruso, rappresenta l'unica speranza di classifica per il ciclismo italiano al Tour. Che di questi tempi non è nemmeno poco.

RUOTE VELOCI (ANCHE VELOCISSIME)

Foto: ASO/Luis Angel Gomez/Foto Gomez Sport

 

Non saranno tantissime le volate (fino al secondo giorno di riposo rischiano di essere tra le 2 e le 4 in tutto) e quindi occhio alle sfide tra Jasper Philipsen, Fabio Jakobsen e Caleb Ewan che se le daranno di santa ragione per dividersi il risicato bottino di questo Tour. Jakobsen avrà la squadra più forte per questo tipo di esercizio: Yves Lampaert, Kasper Asgreen, Michael Mørkøv terzetto ultra collaudato al quale nelle ultime ore si aggiunge il neo campione di Francia Florian Sénéchal che sostituisce Tim Declercq positivo al Covid. Ewan, invece non avrà al Tour nessun componente del suo treno (Selig, Kluge, De Gendt, De Buyst) e dovrà cavarsela più o meno da solo se non con l'aiuto del sudafricano Reinardt Janse Van Rensburg. Per Philipsen c'è la possibilità di sprintare sia nei volatoni più classici che anche di tenere duro tra tappa del pavé e qualcosa di più impegnativo (e magari provare a insidiare van Aert per la maglia verde, diciamo insidiare perché la sfida sulla carta pare chiusa), senza dimenticare però chi avrà in casa, ovvero Mathieu van der Poel. L'olandese, dopo aver dato spettacolo al Giro, ci riproverà al Tour dove il livello è sicuramente più alto, ma non sarà certo questo a spaventare un corridore che sguazza nell'eccellenza. In generale la Alpecin (non più Fenix ma Deceuninck da questo Tour) ha una squadra equilibrata sia per dare l'opportunità ai due capitani di esprimersi al meglio (Silvan Dillier, Alexander Krieger, Edward Planckaert, Kristian Sbaragli e Guillaume Van Keirsbulck), sia per beccare le fughe nelle tappe più impegnative con Michael Gogl e Xandro Meurisse, quest'ultimo che potrebbe anche guardare alla classifica, magari non ai piani altissimi.

 

Per gli sprint ci sarà anche Wout van Aert che già il secondo giorno a Nyborg si getterà nella mischia, ma attenzione anche al nostro Alberto Dainese. Dopo i piazzamenti alla Vuelta, il velocista veneto della DSM si è sbloccato con una meravigliosa volata al Giro meritandosi la convocazione per la corsa francese. Di fianco a Dainese la squadra di matrice olandese porta l'esperienza e la classe di John Degenkolb con il quale potrebbe dividersi i compiti, magari lasciando al tedesco la possibilità di fare la propria corsa nella tappa di Arenberg. Ricordate come finì l'ultima volta che il Tour corse sul pavé? Vinse proprio lui.

La Cofidis fino a poche ore fa avrebbe puntato su Brian Coquard per le volate, ma il Covid lo ha fermato (sostituito da Périchon) e dunque ci sarà il tedesco Max Walscheid che arriva da una primavera di ottimo livello interrotta solo da un bruttissimo incidente mentre si allenava. Il tedesco punta a un bel risultato anche nella crono di apertura.

La Intermarché Wanty Goubert si affiderà ad Alexander Kristoff. Molto interessante oltretutto il trenino della squadra belga: con il norvegese, due corridori in grande forma come Andrea Pasqualon e Adrien Petit. L'Arkéa Samsic porta sulle strade francesi una coppia niente male di piazzatoni come Hugo Hofstetter e Amaury Capiot, ma la squadra bretone capitanata da Quintana e Barguil sarà tra le guastafeste soprattutto nelle prime tappe con un occhio a quella “di casa” dal rientro in Francia: Matis Louvel e Connor Swift potranno scatenarsi su quei terreni.

Foto: Vincent Kalut/PhotoNews/SprintCyclingAgency©2022

 

Finito il discorso velocisti? Assolutamente no: TotalEnergies punta su Peter Sagan che è tornato al successo di recente al Tour de Suisse per poi rivincere pochi giorni fa per l'ottava volta negli ultimi dodici anni il campionato nazionale slovacco, mentre il Team Bike Exchange, escluso l'emergente Groves (che il prossimo anno andrà a correre con la Alpecin Deceuninck), porta una squadra interamente dedicata alle volate di Dylan Groenewegen e ai piazzamenti di Michael Matthews. Per gli australiani sarà vitale raccogliere più punti possibile in chiave salvezza. Jack Bauer, Luke Durbridge e Amud Jansen saranno i componenti del treno in pianura, Luka Mezgec il pesce pilota. Cristopher Juul Jensen il jolly che se in giornata potrà anche provare a vincere dalla fuga di giornata, mentre Nick Schultz avrà il compito di curare la classifica fin dove possibile. C'è spazio ancora per nominare un corridore italiano, Luca Mozzato. Il vicentino della B&B Hotels-KTM è corridore davvero interessante, veloce, ma non abbastanza per provare a battere i mostri della velocità che saranno al via del Tour; ha una certa attitudine nell'infilarsi nelle fughe e nel superare indenne i percorsi mossi (e chissà la tappa con arrivo ad Arenberg...). Resta da capire, vedendo alcune prestazione, quanto possa influire sul suo rendimento il grande caldo. Il Tour ci darà tutte le risposte.

 

Foto: ASO/Alex Broadway

 

Abbiamo lasciato da parte uno dei corridori più talentuosi e indecifrabili del gruppo: Mads Pedersen. Si parte dalla sua Danimarca, la condizione sembra essere la migliore (al Giro del Belgio non è mai uscito dai primi 9 posti), le motivazioni anche. C'è una crono il primo giorno che lo stuzzica, potrebbe chiudere nelle prime posizioni – ne ha le qualità – e poi provare ad andare a caccia della maglia gialla. Cosa potrebbe mai andare storto? Che è Pedersen, uno dei profili più difficili da leggere del gruppo. Talento che corre in proporzione alla discontinuità. Tuttavia difficile non pensare al suo nome nelle volate del Tour anche se presumibilmente si dividerà il compito e lo spazio in gruppo con Jasper Stuyven, mentre il mitico Tom Skuijns, insieme ad Alexander Kirsch, darà una mano importante ai due.

UNA QUESTIONE DI FUGHE E DI TAPPE

Si è iniziato ad accennare ai cacciatori di tappe, non per forza quelli che si muoveranno anche per la classifica e nemmeno quelli da volata. Un accenno agli assenti, o per meglio dire gli esclusi, perché hanno fatto rumore: su tutti Alaphilippe, Van Avermaet, i velocisti Groves, Merlier e Cavendish, e poi ancora Soren Kragh Andersen, Nibali, Valverde o Stannard. Mancherà purtroppo anche Bini Girmay il quale rimanda al Tour dell'anno prossimo il replay della sfida vista al Giro con van der Poel.

 

Ecco proprio Mathieu van der Poel sarà uno dei fari tra fughe, arrivi dove ci sarà da scattare (vedi tappa numero sei) o perché no se in gruppo si resta in pochi o c'è un ventaglio e magari non ci sono tutti i velocisti lui sarà pronto, e si farà trovare caldo già dalla cronometro.

La Francia andrà a caccia di successi parziali con il già citato Cosnefroy, ma anche con il terzetto della Cofidis formato da Victor Lafay, corridore che dopo il successo di tappa al Giro 2021 ha fatto un notevole salto di qualità, Anthony Perez – atteso nelle fughe che inseguirà probabilmente anche tanti punti dei GPM e Benjamin Thomas. Il talentuosissimo fuoriclasse della pista sarà al suo esordio al Tour e quando entrerà nella fuga giusta sarà uno degli uomini da temere maggiormente. La Groupama, detto di Pinot e Gaudu (e Storer) avrà altri due corridori di valore assoluto: Stefan Küng che non nasconde di andare a caccia della maglia gialla nelle prime tappe, è nella migliore stagione della vita e gli manca, incredibilmente, solo il successo. Partirà nella crono di Copenaghen con la maglia di campione europeo e nei giorni successivi, soprattutto con il rientro in Francia, ci sarà diverso terreno su cui dare spettacolo. C'è anche Valentin Madouas - sul podio al Fiandre quest'anno - corridore forte su tutti i terreni, ma da capire quale sarà il suo ruolo all'interno di una squadra che schiera anche Kevin Geniets, lussemburghese utilissimo alla causa dei suoi capitani.

Foto: ASO/Aurelien Vialatte

 

Sempre per quanto riguarda le squadre francesi detto degli Arkéa Samsic, completiamo citando diversi corridori delle altre due squadre Professional: TotalEnergies e B&B Hotels. I primi lanciano un terzetto temibilissimo due di loro hanno già lasciato il segno quest'anno in fuga in corse a tappe WT disputate in Francia: Mathieu Burgaudeau (vincitore di tappa alla Parigi-Nizza) e Alexis Vuillermoz (al Delfinato), con loro Anthony Turgis eterno piazzato, mentre dopo l'esclusione dello spagnolo Cristian Rodriguez, la squadra ha inserito all'ultimo momento Edvald Boasson Hagen. Fa sorridere vedere il norvegese al Tour nella stessa squadra di Peter Sagan: i due, ormai una decina di anni fa, erano pronti a lanciarsi una sfida epocale su tutti i terreni, sfida che non ci sarà mai a causa della notevole discontinuità del corridore norvegese e della superiorità a conti fatti dello slovacco. A chiudere il roster citiamo, se non altro per partigianeria, Daniel Oss, fedelissimo scudiero proprio del campione slovacco e uno dei 14 italiani al via, forse quello con meno ambizioni personali, forse quello più utile alla causa di un compagno di squadra. La B&B Hotels, invece, vuole ritrovare Franck Bonnamour, uno dei protagonisti delle fughe al Tour dello scorso anno, ma quest'anno un po' limitato da una brutta caduta a inizio stagione (miglior risultato per lui un 2° posto di tappa alla Parigi-Nizza dopo una lunghissima azione partita da lontano), mentre quest'anno pare abbia ritrovato una vecchia conoscenza delle montagne francesi: Pierre Rolland. Se cercate un candidato alla maglia a pois, il suo nome è uno dei più gettonati. Cyril Barthe, Alexis Gougeard e Jérémy Lecroq proveranno a lasciare il segno in fuga, mentre Cyril Lemoine per una manciata di giorni non sarà il corridore più vecchio al via: primato che appartiene a Philippe Gilbert.

Proprio dalla Lotto Soudal proseguiamo la carrellata dei cacciatori di tappa: cinque di loro hanno le carte in regola per vincere almeno una tappa con una bella azione a lunga gittata. Philippe Gilbert, Andreas Kron, Brent van Moer, Florian Vermeersch e Tim Wellens, cinque corridori che non hanno bisogno di presentazioni. Il capolavoro per loro sarebbe quello di riuscire a muoversi da lontano in più di uno sfruttando così qualità e superiorità numerica.

 

Foto: ASO/Alex BROADWAY

 

La Trek Segafredo punta sulle fughe di Giulio Ciccone e Bauke Mollema in montagna e sulla verve del giovane Quinn Simmons che sicuramente farà divertire il pubblico con la sua indole da attaccante, mentre a livello di carta d'identità sta quasi agli antipodi Simon Clarke, che insieme a Krists Neilands e Hugo Houle animerà le fughe per la Israel-Premier Tech.

In casa Quick Step da seguire Andrea Bagioli che avrà carta bianca per dire la sua nelle fughe e in alcune tappe impegnative (ma non durissime, occhio alla sesta e all'ottava tappa che sembrano disegnate per lui) mentre l'Astana punta forte su uno dei gioielli del ciclismo italiano, quel Gianni Moscon suo malgrado, a causa di problemi fisici, autore sin qui di una stagione anonima. Con lui Joe Dombrowski l'uomo per la tappe di montagna, Fabio Felline, tuttofare insieme all'inossidabile Andrey Zeits, Simone Velasco che a 26 anni e mezzo farà il suo esordio in un Grande Giro dopo una carriera passata tra le Professional e Alexander Riabushenko, inserito all'ultimo causa l'esclusione per Covid di Samuele Battistella.

 

Foto: Kei Tsuji/SprintCyclingAgency©2022

 

Se per la EF Education-EasyPost proveranno a vincere le tappa Alberto Bettiol, Magnus Cort Nielsen, Neilson Powless e Stefan Bissegger, e hanno tutti e quattro concrete possibilità, chiudiamo il discorso con la DSM che oltre a Bardet e Andreas Leknessund per la classifica - il norvegese dopo essersi sbloccato al Tour de Suisse, cerca conferme importanti al Tour - e a Dainese e Degenkolb per le volate, si farà vedere con Chris Hamilton in salita, ma occhio anche a Kevin Vermaerke e Nils Eekhoff (quest'ultimo aiuterà Dainese allo sprint) che proveranno a infilarsi nella fuga giusta magari in tappe non troppo dure.

Chiudiamo con quello che potrebbe essere il guastafeste per antonomasia di questo Tour, uno che se va in fuga rischi pure di non riprenderlo e che lo scorso anno con questo modo di fare irriverente ha dato la svolta alla vita agonistica della sua squadra, la Intermarché Wanty Goubert. Parliamo naturalmente di Taco van der Hoorn citando il suo successo al Giro. L'olandese sarà uno dei corridori da seguire con maggiore simpatia ed entusiasmo a questo Tour e l'occasione per fare il tifo per lui di certo non mancherà.

IL PERCORSO

 

Foto: Pauline Ballet

 

Si parte dalla Danimarca, storia arcinota ormai, con una breve crono di 13 km, il giorno dopo la tappa dovrebbe sorridere alle ruote veloci ma occhio al vento e a quel lungo ponte che potrebbe sensibilmente ribaltare la corsa spezzando il gruppo. Il terzo giorno sarà ancora appuntamento per i velocisti mentre quarta e quinta tappa, quella di Calais e poi quella del pavé con arrivo ad Arenberg hanno un pronostico del tutto aperto e potrebbero provocare diversi scossoni anche alla classifica generale.
La sesta tappa, quella che si concluderà a Longwy, oltre ad essere la più lunga del Tour con i suoi 220 km presenta un finale tortuoso che strizza l'occhio ai corridori tipo van der Poel e potrebbe tagliare fuori invece i velocisti.

 

È il preludio del primo arrivo in salita di questa edizione, l'8 luglio, tappa numero sette, finale a La Super Planche des Belles Filles, non una vera e propria tappa di montagna, ma un arrivo impegnativo che segnerà i primi distacchi, quello sì. Il giorno dopo si sconfina in Svizzera con arrivo su uno strappo, ma vista la prima parte sulla frazione numero 8 campeggia in grande la scritta “fuga all'arrivo”. Domenica 10 luglio, invece, prima del secondo riposo tappa di montagna quasi interamente in Svizzera con rientro in Francia proprio per l'ascesa finale, il Pas De Morgins, antipasto degli ultimi chilometri verso Chatel Les Ports du Soleil. Anche qui lecito immaginarsi una fuga all'arrivo. Il 12 luglio si riparte con un'altra tappa fatta di su e giù, tracciato suggestivo e con l'arrivo finale all'Eliporto di Megève, ascesa lunga ma tutt'altro che dura, stesso finale della tappa del Delfinato 2020 quando vinse Sepp Kuss.

 

È solo l'anticipo però di quello che succederà nei due giorni successivi con le due tappe più attese dell'intero Tour de France. Il giorno 13 da Albertville: Télégraphe, Galibier e arrivo sul Col du Granon dove Bernard Hinault vestì per l'ultima volta la maglia gialla al Tour. Era il 1986 e il corridore francese si staccò sull'Izoard. Il giorno dopo si arriva in uno di quei luoghi di culto per antonomasia del ciclismo: Alpe d'Huez. Tappa decisiva e come contorno anche il fatto di disputarsi il 14 luglio, con Galibier, di nuovo, Télégraphe, di nuovo, e l'infinita ascesa verso la Croix de Fer prima di scendere verso Bourg d'Oisans e iniziare la salita verso la mitica Alpe d'Huez, domata e dominata da Pantani, tanto che i primi tre migliori tempi di scalata continuano a essere i suoi. La due giorni successiva, Saint-étienne prima e Mende poi, chiamano a raccolta fuggitivi e delusi, sorte simile per la quindicesima tappa, domenica 17 luglio, con conclusione a Carcassone.

Riposo ed ecco l'ultima settimana di corsa. I Pirenei si avvicinano. A Foix chiamata a raccolta per chi vorrà fare la differenza non solo in salita, ma anche indiscesa: giù dal Mur de Péguère c'è spazio. Il giorno dopo tappa d'alta montagna con il duro arrivo di Peyragudes, 8 km a quasi l'8% di media. L'ultima volta che si arrivò da queste parti – ma con un disegno differente – vinse Romain Bardet. Giovedì 21, tappa 18 con l'arrivo classico a Hautacam sarà l'ultima occasione per gli scalatori di provare a fare la differenza e terreno, soprattutto nella seconda parte di gara ce ne sarà a volontà. Week end finale dedicato aalle ruote veloci con le tappe di Cahors e la conclusione sugli sugli Champs-Elysées, ormai classica per le volate all'interno di un Grande Giro e in mezzo l'impegnativa cronometro di 40,7 km di Rocamadour che darà l'ultimo decisivo (qualora ce ne fosse bisogno) scossone alla classifica.

I FAVORITI DI ALVENTO

MAGLIA GIALLA

⭐⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐⭐ Roglič
⭐⭐⭐ Vingegaard
⭐⭐ Vlasov, O'Connor, Martinez, Mas, Gaudu, Fuglsang
⭐ G.Thomas, Bardet, Yates, Caruso, Haig, Guerreiro, Uran, Martin, Woods, Lutsenko, Cattaneo, Quintana, Latour

MAGLIA VERDE
⭐⭐⭐⭐⭐ van Aert
⭐⭐⭐⭐ Jakobsen
⭐⭐⭐ Sagan
⭐⭐ Philipsen, Matthews, Pedersen, van der Poel
⭐ Ewan, Mohoric, Vlasov, Pogačar, Roglič

MAGLIA A POIS
⭐⭐⭐⭐⭐ Pinot
⭐⭐⭐⭐ Rolland
⭐⭐⭐ Quintana, Barguil, Guerreiro
⭐⭐ Bardet, Bouchard, Perez, Ciccone
⭐ Mollema, Gaudu, Pogačar, Roglič, Vingegaard, Latour

MAGLIA BIANCA
⭐⭐⭐⭐⭐ Pogačar
⭐⭐⭐⭐ McNulty
⭐⭐⭐ Leknessund
⭐⭐ Storer, Pidcock
⭐ Jorgenson, Bagioli, Simmons

Foto in evidenza: ASO/Aurélien Vialatte


Cos'è stata la Parigi-Nizza

La Parigi Nizza è stata le gambe di quello lì che pare un supereroe della Marvel e che a un certo punto della corsa ha smesso i panni da Capitan Belgio e si è vestito con la maglia verde come dovesse essere il suo costume ufficiale. «Cercherò di indossarla pure al Tour e portarla fino a Parigi».

Ieri ha deciso ci fosse da salvare Roglič che nel suo caso era come se fosse l'umanità in affanno, ha messo in gioco i suoi poteri, lo ha guidato, lo staccava, persino, in un tratto lungo il Col d'Èze tanto che doveva rallentare, ma poi grazie alla sua azione lo aiutava a ricucire su Yates portandolo al successo nella classifica finale che riparava quello che a un certo punto pareva essere l'irreparabile. «[Quando ci sono di mezzo io] alla Parigi-Nizza vince chi ha un compagno di squadra vicino. Quattro anni fa è successo con il Team Sky, oggi con la Jumbo Visma. Io ero solo e loro in due, ma mentirei se dicessi che sono partito per vincere la maglia gialla. Sono scattato per vincere la tappa». Testo liberamente tratto dalle dichiarazioni di Simon Yates a fine gara.
La Parigi-Nizza è stata vento, di quello che divide il gruppo in una parola più lunga, ma composta da meno corridori, gruppetti come diminutivo, se cercassimo un vezzeggiativo non troveremmo nulla, ma ci stupiamo una volta ancora a vedere Quintana così a suo agio nel saltare di ruota in ruota tra i passisti e in mezzo alle folate.

La Parigi-Nizza non è "La corsa verso il sole", ma è stata pioggia e malanni. A Nizza dicono che c'è il sole tutto l'anno, ma pare come i corridori arrivati fradici e infreddoliti al traguardo abbiano un'opinione differente. Come biasimarli. C'è stata una tappa in cui alla partenza non si sono presentati in 18: sempre Radio Gruppo sostiene ci sia “un'epidemia di bronchite”.
La Parigi-Nizza è stata Pedersen tirato a lucido, che scollinava persino le montagne quando un anno fa - di questi tempi – a volte si staccava sui cavalcavia. È vero, fidarsi di alcuni è bene fino a un certo punto, ma forse è meglio tenere le orecchie dritte. Toccherà, nelle classiche del Nord, annoverare il suo nome tra quelli dei corridori da battere. D'altra parte non sono tantissimi quelli che si possono vantare di essersi lasciati dietro van Aert in uno sprint dopo una tappa impegnativa e con l'arrivo che tira verso l'alto. Questo serve a ricordare anche come Pedersen non fu campione del mondo per caso.

La Parigi-Nizza è stata Daniel Felipe Martínez che non è solo una sorta di "corridore forte quasi dappertutto", ma da alti e bassi. Uno da vampata improvvisa e poi da luce spenta. Dall'anno scorso è un corridore affidabile, se c'è da aiutare un compagno, con il physique du rôle per l'alta classifica, Poi, siccome il destino in parte lo si crea, in parte, quando si sale su una bici, segue il caso, una foratura prima dell'ultima salita non gli permette di imitare Yates. E chissà che le cose non sarebbero andate diversamente per tutti con anche lui davanti. Nel suo caso la Parigi-Nizza non restituisce tutto quello che si è dato: ma quando mai la vita lo fa?

13/03/2022 - Paris Nice - Etape 8 - Nice / Nice (115,6km) - Simon YATES (TEAM BIKEEXCHANGE-JAYCO) - S'impose sur la derniere etape

La Parigi-Nizza sono le fughe di Gougeard che non vanno a segno, mentre quella di McNulty, sì, oppure il colpo risolutore di Burgaudeau, che in bici pare un Alaphilippe che c'ha dato dentro con la palestra e a 23 anni regala la prima vittoria World Tour della stagione alla TotalEnergies di Sagan: chi l'avrebbe mai detto?
La Parigi-Nizza è Simon Yates. Ogni tanto gli prendono quelle giornate che se facessimo un confronto col gemello Adam, saremmo senza pietà. La butta giù dura su quel colle sopra Nizza, rischia di vincere tutto, ma non fa i conti con l'eroe dei fumetti preferito e più letto a casa Roglič e di nome Wout van Aert - che speriamo non abbia preso troppo freddo in vista della Milano-Sanremo.

La Parigi-Nizza è stata ancora Roglič. Nel bene - la vittoria in punta di fioretto sul Turini - nel male, nel senso di sofferenza, di lato oscuro della sua forza, perché chi continua a fare paragoni con Pogačar è ancora più impietoso di chi lo fa tra i due gemelli della periferia di Manchester, perché al giovane sloveno gli viene tutto facile, mentre l'altro ha il suo campo, i suoi meriti, i suoi limiti.

Ieri ha rischiato di perderla come, ma forse peggio dello scorso anno, affaticato da una giornata fredda, tirata, nella quale riusciva persino a sbagliare indumenti: «Al via ero stanco e infreddolito, mi sono vestito troppo e ho finito per cuocermi da solo. Quando mi sono svestito era ormai troppo tardi».
Poi il finale - lieto per lui - è quello che conosciamo. I meriti anche che vanno gettati addosso al supereroe di giornata e di cui Roglič ci illustra le peculiarità. «Cosa penso di Wout van Aert? Che è metà umano e metà motore. Lui può tutto e per me è un onore correre accanto a lui e imparare ogni giorno qualcosa». Tutto questo, ma forse anche di più, è stata la Parigi-Nizza.


Comprendere un dominio

Chi scrive non ha mai avuto grande passione per quei domini che si manifestano tramite la tripletta di una squadra, come successo ieri alla Parigi-Nizza: 1° Laporte, 2° Roglič, 3° van Aert, in un mini campionato monomarca griffato Jumbo-Visma, robe da Pro Cycling Manager (per i non appassionati: videogioco del genere manageriale sul ciclismo), oltretutto la seconda in pochi giorni - al Laigueglia fu il turno dell'UAE Team Emirates - e che sottolinea con i risultati le differenze tra alcuni squadroni - nel budget e nella costruzione delle rose - e altri.
Ma chi scrive trova semplici spiegazioni all'arrivo di ieri verso Mantes-la-Ville. Intanto doverosa premessa: l'arrivo in parata può piacere o non piacere, come abbiamo detto, si toccano le corde del puro gusto personale e delle emozioni che trasmettono, ma sono azioni che non dovrebbero sfociare nel campo del dubbio, altrimenti significherebbe prendere con le pinze qualsiasi risultato, di qualsiasi corridore, e non ci pare questo lo scopo della nostra narrazione, che fai dei gesti, della leggerezza nel raccontare storie e spunti, i nodi principali nei quali stringere il romanzo ciclistico.

Chi scrive prova a comprendere tecnicamente: l'attacco mirato degli olandesi - in verità in formato franco-belga-sloveno, ha avuto il primo affondo decisivo con una volata vera e propria di Nathan Van Hooydonck che fa esplodere il branco sull'ultima salitella di giornata, costringendo tutti gli avversari a mollare creando buchi e gruppetti lungo la Côte de Breuil-Bois-Robert risultando decisivo per dare l'abbrivio ai tre compagni di squadra e mandandoli verso il traguardo. Non c'è nulla di disturbante o fuori luogo in quello che si è visto, da un punto di vista tecnico, semmai può essere terrificante per gli avversari sul campo.

È una prova di forza schiacciante, ma di semplice lettura. Dopo la tirata di Van Hooydonck restano in tre a certificare lo stato di strapotere: due dei tre corridori attualmente più forti al mondo - manca il terzo che vinceva qualche ora prima, o meglio, dominava qualche ora prima sulle strade bianche della toscana senese- , e con loro Laporte, corridore che non è atterrato ieri su questo pianeta.

Solido, finora poco vincente, ma molto appariscente, corridore che su su una salitella non impossibile di poco più di un chilometro e mezzo come quella di ieri, terreno da classiche, va a nozze; nel 2021, sulle strade della Parigi-Nizza, ha conquistato due secondi posti di tappa, uno alle spalle di Roglič su uno strappetto, l'altro l'ultimo giorno dietro a Cort Nielsen, al termine di una tappa nervosa, fatta a tutta e con arrivo che sgranò il gruppo e mise in croce diversi uomini di classifica. Senza elencare altri buoni risultati ottenuti in un 2021 che ne affermarono il salto di qualità.

Anno dopo anno è cresciuto al punto di diventare uno degli elementi più interessanti fra quelli che hanno cambiato squadra durante l'inverno. In altre sedi lo hanno definito un van Aert in miniatura, per motore e risultati, le caratteristiche sono pressoché quelle, in tono minore.
Quella di ieri non deve far storcere il naso lasciando il campo a chissà quali dietrologie e anzi ci preme sottolineare ancora di più il bel gesto di van Aert e Roglič, capitani e fuoriclasse, che lasciano la vittoria a Laporte coscienti che quando il bottino si farà più succulento sarà il francese ex Cofidis a ricambiare quel segno di gratitudine fatto dai due capitani designati, mettendosi a lavoro per loro, o fungendo come pedina fondamentale quasi su ogni percorso. In vista di Sanremo e classiche del Nord il resto della compagnia è avvisato, la Jumbo-Visma fa ancora più sul serio di quello che avremmo immaginato.


L'altra faccia di Primož Roglič

Come Chris Froome, anche Primož Roglič ha iniziato a suscitare le simpatie dei tifosi quando si è mostrato nel suo lato più vulnerabile, quello più umano che sportivo, quello che, per molto tempo, era quasi rimasto nascosto dietro l'apparenza del campione che, pur arrivando tardi al ciclismo, stravolge ogni pronostico e vince. Non che l'avesse chiesto Roglič, se l'era ritrovato addosso quel pregiudizio, il suo carattere poi, a tratti freddo, imperscrutabile, aveva fatto il resto.

Le persone, però, si scoprono quando le cose vanno male e nel caso degli sportivi questo vale ancora di più. Perché, quando resti lì a osservare qualcuno che non vince, che anzi si stacca, patisce e arriva al traguardo a minuti dai primi, stai cercando qualcosa che va oltre il gesto atletico. Roglič, nel dolore fisico e psicologico delle cadute (lo ricordiamo tutti all'ultimo Tour de France), ha notato come lo guardavano i tifosi, ammirati e stupiti, quasi non si aspettassero questa umiltà della sofferenza. «Non sono un Terminator del ciclismo, non sono così» ha recentemente dichiarato in un'intervista a Cyclingnews.

E noi vogliamo ribadirlo proprio oggi: lo sloveno è un uomo e un ciclista forte, ma non tanto o non solo perché vince. Forte perché in ogni problema che gli si pone davanti cerca l'opportunità o la soluzione, senza lamentele. Se possibile in silenzio perché è da sempre convinto che gli esseri umani abbiano la possibilità di cambiare ciò che li circonda con i fatti; le parole e la visibilità sono invece un di più. Dice che in molti, arrivati al ciclismo da altri sport, hanno dovuto imparare i fondamentali di un nuovo sport, lui ha dovuto imparare a soffrire.

«Tornerò al Tour de France - spiega - per provare a vincerlo, ma non finirà il mondo neppure se lo perderò. Sarò sereno con i risultati che avrò ottenuto». Forse ha sempre pensato così, forse ha imparato a pensare così dopo la pandemia, quella che, a suo avviso, ha ricordato a tutti come si debba provare a vivere e a lui che prima di tutto desidera essere felice.
Dopo la caduta al Tour non poteva fare molto, era evidente a chiunque lo vedesse e a lui in primis. Per questo non trova particolari meriti nell'aver saputo fermarsi e aspettare, perché per un ciclista e forse per un uomo era l'unica cosa da fare, a meno di lasciarsi andare all’auto-commiserazione. Ha ripreso ad allenarsi non molto tempo prima delle Olimpiadi di Tokyo e in ogni viaggio sul pullman della squadra in Giappone ha avuto crampi e dolore al muscolo piriforme, nella zona del plesso sacrale. Dall'hotel alla partenza delle prove, alcune volte, ci sono tre ore di trasferimento, una tortura per Roglič che non riesce nemmeno a pensare a cosa possa essere una prova contro il tempo in quelle condizioni.

Il dolore, quello fisico, però questa volta lo sorprende perché, proprio prima della gara olimpica a cronometro, sta bene, sembra non avere più nulla. Si va a prendere l'oro, poche settimane prima di conquistare la Vuelta a Espana, una gara a lui più che mai congeniale in cui è al terzo successo consecutivo.
In questo percorso di ripresa dall’infortunio un grazie Roglič lo dice anche all’altro grande talento sloveno, Tadej Pogačar, nonostante un certo dualismo, forse più mediatico che reale di cui si parla spesso, perché con i suoi risultati lo spinge ad essere la miglior versione di se stesso e lo convince, ancora di più, a non fermarsi perché in definitiva l’importante nella vita, come nello sport, è continuare a tentare di migliorarsi.


Grazie ciclismo per questi momenti indimenticabili

Ciclismo e anno 2021 un binomio perfetto. Qualcosa che vorremmo riuscire a raccontare meglio ma forse più di ogni altro modo è stato lui a raccontarsi in maniera perfetta: esagerato, romantico, epico, preciso, spettacolare. Quello che abbiamo sempre chiesto e che spesso, nell'ultimo decennio, abbiamo solo visto (quando siamo stati più fortunati) a metà, relegato a episodi isolati.
Ciclismo e anno 2021 un pissi pissi bau bau tra due innamorati, e in mezzo noi; in realtà noi più che altro a fare da contorno ad applaudire; con gli occhi a cuoricino come la vignetta di un fumetto, persino il cuore che batte che pare uscire dal petto; o perché no, momenti irrefrenabili nei quali ci siamo alzati dal divano e non riuscivamo più a stare fermi nell'attesa di una volata, di un giro finale, di un centesimo in più o in meno, di un attacco decisivo, o anche scriteriato. A cercare con lo sguardo quel corridore su cui tanto puntavamo, a immaginarsi rimonte e rinascite, abbozzando per le delusioni, ma applaudendo tutti dal primo all'ultimo.
Ciclismo e anno 2021: un'intesa perfetta. Abbiamo provato a estrapolare alcuni momenti battezzandoli come “i momenti migliori della stagione”, ma potete immaginare quanto sia costato lasciarne fuori almeno altrettanti.

10) Bernal a Cortina (e sul Giau)

E chi se la dimentica quella giornata? Era il 24 maggio del 2021 e si imprecava perché le immagini non arrivavano: per via del maltempo non c'era copertura televisiva. Ci siamo affidati a una sorta di radiocronaca, come si usava una volta, ed ecco il gesto di Bernal che abbiamo definito quel giorno come di totale rispetto verso la corsa e i suoi tifosi; Bernal che sbuca sul nostro televisore solo nel finale, si leva via la mantellina nonostante freddo e fatica, con l'unico intento di mostrare la Maglia Rosa regalandoci una delle immagini simbolo del ciclismo 2021.

 

9) Roglič a Tokyo

Parrebbe uno sgarbo non inserire Roglič che in stagione ottiene 13 successi, uno più significativo dell'altro. Abbiamo scelto l'oro olimpico della prova a cronometro: perché è simbolo e perché vincere ai Giochi resta per sempre sulla pelle di ogni sportivo. Su un circuito pesante come un mattone, lungo e vallonato come una crono da Grande Giro, nonostante ciò, ahinoi ingenuamente pensavamo fosse tutto apparecchiato per Ganna, ma fu un dominio assoluto dello sloveno. 55'04'' il suo tempo volato via sopra i 48 orari di media. Oltre 1' sul secondo in un podio stellare, per una top ten degna di una prova di altissimo valore.

8 ) Viviani a Roubaix 2021

Il biennio a due facce di Elia Viviani vede dipinto il suo volto migliore in quel finale della corsa a eliminazione, solo pochi giorni fa, nel velodromo al coperto di Roubaix, mondiali su pista. Viviani che scalza via con una volata imperiosa il più giovane Leitão, come se la freschezza non contasse, ma solo colpo di pedale e talento; Viviani che da Tokyo in poi (bronzo nell'omnium, non va dimenticato) ha fatto nuovamente click: nella testa e nelle gambe. Viviani che a conti fatti porta a compimento una stagione iniziata fra i mugugni, conclusa con sette successi su strada, una medaglia olimpica e due mondiali su pista. Mica male.

7) Pogačar sul Col de Romme

Davanti c'era una fuga, mentre dal cielo pioggia grossa come biglie di vetro. E poi freddo e quindi mantelline, mica troppo normale a luglio seppure siamo sulle Alpi. Condizioni ideali per esaltare il ragazzetto col ciuffo biondo che spunta dal casco e che arriva (il ragazzo, ma volendo anche il ciuffo) dalle parti di Komenda, Slovenia. Siamo sul Col de Romme e mancano poco più di 30 km al traguardo: zona Pogačar. Lui attacca, stacca tutti, continua a guadagnare sul Col de la Colombière, devasta il Tour, prende la maglia gialla, alimenta (stupide quanto inutili) polemiche. Tra i suoi avversari diretti per la classifica generale il migliore è Vingegaard che paga 3'20''. Distacchi d'altri tempi per un corridore che riscrive la storia (di questo sport, sottolineiamo, altrimenti pare che esageriamo).

6) Van Aert Ventoux

E se si parla di storia (eheh) e Tour come non citare l'impresa di van Aert sul Mont Ventoux? Come non cantare le lodi di un ragazzo che, con la maglia tricolore belga, vince al Tour rispettivamente: in salita in fuga, dopo aver scalato il Mont Ventoux due volte e aver staccato fior fiori di corridori; a crono qualche giorno dopo; in volata sugli Champs-Élysées. Altro campione che pare essere arrivato da tempi diversi, ma in realtà è perché il ciclismo del 2021 è questo. Pochi calcoli, attacchi da lontano, corridori completi. La gente ringrazia.

5) Van der Poel Strade Bianche

E c'è Roglič, c'è Pogačar, c'è van Aert, non poteva mancare van der Poel. Era l'alba di una stagione magnifica e la Strade Bianche ci offrì uno spettacolo contornato da fuochi d'artificio. A giocarsi il successo il meglio del ciclismo mondiale con van der Poel che sullo strappo di Santa Caterina portava a scuola tutti, facendo segnare wattaggi mai visti. Staccava tutti, compreso Alaphilippe che poi qualche mese più tardi si rifarà invece con una serie di sparate delle sue. Di van der Poel si poteve mettere anche il sigillo sul Mur de Bretagne con quella maglia gialla simbolica a compimento di un finale lasciato in sospeso da nonno Poulidor. Abbiamo scelto gli sterrati senesi, non abbiamo fatto torto a nessuno.

4) Caruso al Giro 2021

Una delle emozioni più grandi di questo 2021 ce l'ha regalata Damiano Caruso al Giro d'Italia. Il suo podio non è figlio della retorica del gregario che finalmente si traveste capitano e vince, ma semmai è il sigillo di una carriera sempre ad alto livello. La vittoria sull'Alpe Motta con la curva dei tifosi che lo incita, la sua resistenza, l'aver staccato persino Bernal in maglia rosa ci danno la dimensione di quello che il corridore ragusano è. E secondo noi potrà ancora essere anche la prossima stagione, anche (o soprattutto) a 34 anni, nonostante il ciclismo dei giovani fusti.

3) Quartetto olimpico

Simone Consonni, Filippo Ganna, Francesco Lamon, Jonathan Milan: in rigoroso ordine alfabetico. La mattina dell'inseguimento a squadre a Tokyo è emozione pura. Lamon che lavora ai fianchi, poi si stacca, Consonni e Milan che fanno il loro lavoro pulito e di qualità, Ganna che trascina alla rimonta. E che rimonta! incredibile, impensabile a tratti insensata. Danimarca, dette Furie Rosse per un motivo, lo spauracchio da anni, i grandi favoriti: battuti sul filo dei centesimi. Una goduria che ci porteremo addosso tutte le volte che chiuderemo gli occhi e penseremo al 2021.


2) Mondiale su Strada (Da Remco a Julian)

E sì, perché domenica 26 settembre tra Anversa e Lovanio abbiamo assistito alla Corsa e non solo per l'assegnazione della maglia più bella del ciclismo (di tutto lo sport ?), ma perché due corridori hanno fatto in modo che difficilmente ce la dimenticheremo. Evenepoel ha esaltato; ha attaccato da lontanissimo come fosse uno di quei corridori di terza fascia che ci provano perché siamo a un mondiale ed è sempre bello portare in giro la maglia della propria nazionale; ha azzardato e non ha guadagnato, anzi, ancora oggi paga un presunto carattere poco accondiscendente secondo i due compagni di squadra che erano con lui nel finale (van Aert e Stuyven). Ma tant'è: a noi esalta con quel carattere che poi è il carattere del corridore vincente. Alaphilippe si è consacrato, invece. Ha attaccato tre, quattro, forse cinque volte: l'ultima è stata decisiva, nessuno ha avuto le gambe per seguirlo. Ci ha fatto letteralmente impazzire.

1) Colbrelli a Roubaix

E pensavamo di aver visto ormai tutto la settimana prima in quel bagno di umori e fragorosi pensieri. Pensavamo, in stagione, credevamo di aver visto un ciclismo italiano competitivo su (quasi) tutti i terreni. Pensavamo di non vincere più una corsa come la Roubaix poi è arrivato lui, Sonny Colbrelli e pochi minuti prima poteva esserci Moscon, ma la sfiga c'ha visto benissimo. Colbrelli invece è stato un sogno, per lui, per noi, per tutti.


E a chiudere (o quasi)... Il Lombardia

Se c'è una (grande) corsa di un giorno che si addice in maniera perfetta ai corridori da Grandi Giri quella è “Il Lombardia”, Giro di Lombardia come si chiamava un tempo. "Classica delle foglie morte" per via della stagione, banalmente, del foliage che caratterizza la sede stradale, persino - un tempo - "Mondiale d'autunno'' fino a quando proprio la rassegna iridata non ha iniziato a spostarsi più avanti, più in là, nel calendario.

Se c'è una corsa che per certi versi ha assunto meno prestigio rispetto alle altre “Monumento”, questa è, ahinoi, il Giro di Lombardia: nonostante si riveli poi sempre corsa dura, selettiva, spettacolare, temuta, amata, cerchiata in rosso, nel tempo è stata un po' snobbata (non è il caso di quest'anno); arriva a fine stagione (oggi per la prima volta pure una settimana dopo la Parigi-Roubaix) quando il gruppo ha fiato corto, gambe dimezzate, e poi quei cambi di percorso, che per qualcuno sono il tratto caratteristico, in verità fanno un po' perdere la bussola.
Se c'è una corsa che quest'anno avrà il tremendo compito di svegliarci dal sogno di una stagione ciclistica meravigliosa, segnando la fine (o quasi, perché per fortuna non è proprio finita finita, ancora qualcosina da gustarci ci sarà) del 2021, sarà il Giro di Lombardia.

Da Como a Bergamo in un un percorso diverso rispetto alle ultime stagioni quando l'arrivo sfiorava il Lago e dove Ghisallo, Sormano, Civiglio, San Fermo della Battaglia intorpidivano le gambe, smembravano il gruppo e poi lanciavano, solitari o sgranati, i corridori verso la vittoria.
Sarà meno selettivo il percorso di quest'anno? Può darsi, ma mai come nelle ultime settimane il gruppo ha mostrato la verità del più banale degli principi: sono loro a fare (dura) la corsa. E oggi ci aspettiamo una grande battaglia, visti i nomi al via.
Giro di Lombardia: da Gerbi (primo vincitore e ancora oggi il suo vantaggio di 40' resta il più grande distacco tra 1° e 2° nella corsa italiana) a Fuglsang, oltre un secolo di storia e così tanti episodi.

Scegliamo, per questioni di memoria e tempo, quella dell'anno scorso, un Ferragosto con Lomabrdia segnato da una selezione e da distacchi – per l'appunto - d'altri tempi (non come quelli dei pionieri) e da quell'immagine tremenda di una bici ferma sul muretto di un ponte lungo la discesa della Colma di Sormano. Evenepoel rischiava, e poi andava giù nel tentativo di seguire la ruota di altri scatenati. Abbiamo temuto il peggio.
Da lì ripartiamo: con il giovane belga che prova ad assorbire quell'esperienza anche se si proclama un po' stanco dopo l'impresa alla Coppa Bernocchi (sulla falsariga di van der Poel che dopo l'impresa alla Tirreno sotto la pioggia accusò la fatica alla Sanremo, oppure pretattica?); con la coppia slovena che parte in prima fila, Roglič decisamente più avanti di Pogačar, ma per ripeterci: scommettereste mai contro uno così? Noi no.

Con Alaphilippe che comunque vada la maglia iridata la porterà davanti in qualsiasi fase della corsa: afferma pure lui di non avere chissà che gambe, e magari in Quick Step hanno pronto Almeida all'ultima recita travestito da lupo prima di andare a infoltire il pacchetto corse a tappe della UAE dal 2022.
Da metà settembre in poi ha collezionato 3 vittorie, 4 secondi posti (tra cui l'Emilia) e un 3° pochi giorni fa alla Milano-Torino. In generale la costanza mostrata nel 2021 è degna di rilievo. Che sia lui il più in forma tra gli uomini di Lefevere? Unico dubbio la tenuta sulla distanza se proprio vogliamo trovare un “ma”. E poi gli Yates, più Adam che Simon che che per la verità si è visto poco di recente, Woods sempre temibile su questi percorsi, l'ultima corsa di Dan Martin, poi Gaudu che ci piace sempre, come Cosnefroy. E poi Valverde che non ha mai vinto una corsa per lui, il pacchetto di mischia Bahrain (Teuns, Mohorič), e tanti altri outsider.

L'Italia si affida a diverse generazioni di corridori: c'è il vecchio, Nibali, l'esperto, Ulissi, ci sono i medi, per età ed esperienza: Moscon, Masnada, Rota e Formolo, e infine i giovani Aleotti e Bagioli, ma quest'ultimo sarà chiamato al lavoro sporco visto tutti i capitani che si porta appresso, ma chissà.

IL PERCORSO

Da Como a Bergamo quest'anno. Come detto almeno sulla carta è meno duro del pacchetto che porta il gruppo verso il Lago con le ascese in serie di Ghisallo, Sormano, Civiglio, San Fermo. 239 km con un inizio soft, Ghisallo solo simbolico (versante abbordabile) poi è vero: quando si sale si sale (Roncola, Berbenno, Dossena e Zambla Alta in successione), ma il punto clou è atteso sull'ultima salita: Passo di Ganda, il lato oscuro del Selvino con quei 4 km finali duri duri e lo scollinamento a 32 dall'arrivo: trampolino ideale.
Prima del finale lo strappo verso Bergamo Alta, suggestivo e impegnativo per lanciare chi ne avrà verso il traguardo che sarà da lì a poco. I favoriti li abbiano nominati e li mettiamo in fila come d'abitudine qui in seguito, ma occhio che come a volte accade (al Lombardia l'ultima volta fu il 2011 con la clamorosa vittoria di Zaugg) può spuntarla una sorpresa, oppure, in caso di marcamento fra i (diversi) big al via, anche un bel gruppo di seconde linee.
A noi in tal caso, così su due piedi, ci piacerebbe, partigianamente, vedere trionfare Masnada o Rota. Ragazzi di casa - in tutti i sensi - che vanno forte in questo periodo.

I FAVORITI DI ALVENTO

⭐⭐⭐⭐⭐ Roglič
⭐⭐⭐⭐ Pogačar, Evenepoel, A.Yates
⭐⭐⭐ Alaphilippe, Almeida, Woods, Gaudu
⭐⭐ Mollema, Champoussin, G.Martin, Higuita, Valverde, S.Yates, Rota, Masnada, Teuns, Powless
⭐ Moscon, Aleotti, Grossschartner, D.Martin, Pinot, Nibali, Bagioli, Tulett, Mohorič, Sivakov, Formolo, Hirschi, Bardet, Storer, Kron, Vingegaard, N.Quintana


MiTo Roglič

Quando Primož Roglič vede lo striscione d'arrivo e magari la strada è in salita, è un po' di tempo che non ce n'è proprio per nessuno: istinto killer. 60 vittorie in carriera, 13 in stagione: oggi alla Milano Torino, verso la Basilica di Superga, c'ha provato Adam Yates a sorprenderlo e a un certo punto sembrava pure farcela.
Poi da dietro è piombato Roglič con quel suo fare che appare quasi freddo, ma che invece è semplicemente ordine, rigore, stile. Lo salta, Roglič, e lo stacca come se lui fosse un velocista in salita, e gli altri al suo cospetto paiono frenati, come oltre ogni limite.

Sabato scorso al Giro dell'Emilia aveva sprintato su Almeida, a un certo punto, preso dalla morsa Quick Step, Roglič se ne infischiava; li batteva dopo aver superato con affascinante eleganza le rampe micidiali del San Luca.

Oggi alla MiTo è stato il turno di Yates, dopo l'ennesima gara ricca di scintille, combattuta, ventagli, attacchi, tattiche. Malcapitato del giorno? L'inglese della Ineos! Sconfitto come succede un po' a tutti in questo momento quando ti giri e di fianco c'è lo sloveno della Jumbo con quella sua azione a tratti ipnotica.
Fra qualche giorno Il Lombardia per uno dei capitoli conclusivi di questa incredibile stagione che non vorremmo mai finisse. Ci sarà la possibilità di sbrogliare la matassa da lontano, perché nessuno vorrà arrivare a tu per tu con Roglič, ma almeno l'arrivo non sarà in salita - sembrano sospirare i suoi avversari.


Quando tutto cambia

Ci sono giorni in cui tutto cambia. Lo scenario, le sensazioni, le gambe. E allora inizi a salire (e poi inevitabilmente a scendere, e poi di nuovo salire) e c'è la pioggia che cambia tutto.
E ci sarebbe da raccontare di un'impresa. Perché partire a 61 km dall'arrivo non è che sia roba che si vede tutti i giorni, figurati in una Vuelta che sin qui aveva lasciato (un po') a desiderare.
E ci sono da raccontare gli opposti: come Roglič e Bernal. Sono loro che si cimentano nell'azione, che se non l'avete vista, cari lettori, vi invitiamo in qualche modo a rimediare.
Perché in salita si andava forte, ma c'era la pioggia che se ti alzavi di sella scivolava pure la ruota dietro. Perché mentre Roglič e Bernal andavano, Eiking saltava, ma non naufragava, cadeva persino in discesa, ma si rialzava: a cedere con onore non sono bravi tutti, lui lo è stato, come è stata un'audace maglia rossa.
E allora ci sarebbe da raccontare di Rochas che spinge forte per Martin per provare a inseguire una chimera rossa, ma mentre si risale verso i Laghi di Covadonga, salita simbolo della Vuelta, Martin, stoico e non ce ne voglia, si infrange. Ha dato tutto.
Ci sarebbe Poels che rischia tutto in discesa per Haig, una discesa che dava i brividi con tutte quelle foglie a terra; Mäder che più se ne mette dietro e più soldi darà in beneficienza; la Movistar che all'improvviso torna a essere la buona, cara, vecchia Movistar e non si sa bene cosa dovrebbero fare; Meintjes che non andava così forte da almeno mezzo secolo; Adam Yates con il viso solcato da pioggia e fatica che più che ricordare il gemello, sembrava il nonno; Kuss imbrigliato: il giorno che proverà a fare il capitano forse sarà meno forte di così. A sensazione.
Ci sarebbe da raccontare di quando a Roglič sudavano pure le sopracciglia in salita, che si è dovuto togliere gli occhiali e lasciava trasparire in mondovisione tutta la sua fatica. E poi il suo opposto, Bernal in maglia bianca che stamattina lo aveva detto: "Oggi ci provo: o tutto o niente". E oggi è andata così, c'ha provato, ciclisticamente così bello, poi è saltato, ma se la vittoria di Roglič ha un sapore particolare il merito è (anche) di Bernal.
E allora ci sono giorni in cui tutto cambia, la classifica, i protagonisti, da una curva all'altra, da un metro all'altro. Resta l'impressione di una giornata indimenticabile, grazie a Roglič e alla sua irresistibile accelerazione nel finale e ai 61 km di cavalcata. Grazie a Roglič e ai suoi opposti. A Bernal che cede, a Martin naufrago, alle crepe della nave di Eiking che non affonda.


Fragili titani

Nella notte in cui, in Italia, arrivano le parole di Simone Biles, ginnasta ritiratasi dalla gara a squadre dopo un volteggio sbagliato per «demoni che tormentano la mente e fanno smettere di amare il proprio lavoro», a Tokyo è il giorno dei titani dalle spalle larghe e dalle posizioni plastiche che sfidano il tempo. Giganti che sopportano il fardello del vento che divora: per qualche istante sembrano illusionisti in un'altra dimensione.

Illusione, appunto. Roglič non dimentica che, circa un anno fa, ha perso un Tour de France all'ultima giornata, il mondo gli è crollato addosso e lì anche le spalle da titano hanno ceduto, sbriciolate. Ricorda una sera a Pontivy e l'amarezza di una domenica mattina in cui ha detto basta. Qualche giorno dopo era su una sedia, fuori da un camper, con una birra in mano. Perché il coraggio di fermarsi si misura nella serenità con cui sai che ripartirai e che c'è qualcosa che conta di più. Roglič ora ha una medaglia d'oro al collo al termine di una prova mostruosa, e a chi gli dirà che è nell'Olimpo dei migliori potrà raccontare che anche i titani un giorno si sono fermati.

Annemiek van Vleuten ha la stessa medaglia al collo. Lei che ha vinto l'impossibile ma non ha mai voluto essere un'eroina. Quando, l'anno scorso, si è presentata al mondiale di Imola con un tutore dopo la frattura al polso al Giro Rosa, ha parlato chiaro. «Correre così è una merda. Non sono un esempio per nessuno. Non tutte le fratture al polso sono uguali e non per tutte sarebbe possibile. I medici mi hanno detto che non rischio perché il mio polso è più forte di prima. Per questo sono partita». Inutile aggiungere altro.

Tom Dumoulin, solo poco tempo fa, ha avuto la stessa forza di Simone Biles perché la pressione era troppa e lui, che ha vinto molto sin da giovane, solo un uomo. Dal ciclismo è tornato a bordo strada e poi, con i propri tempi, degli uomini non dei titani, è tornato in sella. Oggi è argento a Tokyo. Rohan Dennis qualche tempo fa disse che, per quanto sia bello vincere, fra quarant'anni non penserà alle vittorie come a una delle dieci cose migliori della propria vita. Crediamo lo direbbe anche oggi, forse anche a Simone Biles.

Vale per Wout van Aert che, da favorito, ha dovuto accontentarsi di un piazzamento. Chi era più titano di lui che al Tour aveva spianato il Ventoux, dominato il tempo per poi ubriacarsi di velocità come un proiettile lanciato? Eppure. Come per Filippo Ganna che fra pochi giorni è atteso dalla pista e a quella deve pensare. Vale per Simone Biles a cui oggi pensano tutti, mentre è chiamata a «scrollarsi dalle spalle il peso del mondo». Perché, sì, gli sportivi e i ciclisti sono titani, ma fragili.


Biglie in frantumi

C'era la luce lacrimante degli ultimi pomeriggi di giugno, mentre Primož Roglič camminava a fatica verso l'ammiraglia, stanco, medicato ovunque, fra la pelle che brucia, grattata a terra come in una grattugia, e i cerotti e le bende che sfregano ad ogni movimento. Lo sloveno, da tutti immaginato inscalfibile, quasi insensibile, ha poche parole, pronunciate a fatica ai giornalisti de “L'Equipe” in un silenzio assordante, fra gli ultimi rumori della sera di Pontivy: «Non ho niente di rotto, ho ferite e tagli ovunque. È un giorno nero, schifoso: per la fatica che facciamo, nessun ciclista merita questo. Proverò a lasciar passare i prossimi giorni, fino a quando sarò in corsa mi batterò perché tutto è ancora possibile».

Sotto quelle medicazioni c'è un dolore particolare. Non solo quello fisico della carne che grida vendetta ogni volta in cui il medico disinfetta la ferita o delle notti sudate, in piedi o su una sedia perché, appena ti muovi, il lenzuolo sembra accoltellarti. È il dolore della sfortuna che ritorna, delle troppe cose che hai già visto e che temi di dover vedere ancora. Roglič è arrivato a chiedersi se al male debba abituarsi, perché sembra non riuscire più a scrollarselo di dosso. «Non sono fatto per questo, non sono nato per tutta questa sofferenza» disse alla Vuelta del 2019, mentre Lora, la sua compagna, gli gridava contro dalla rabbia, perché quella è la frase di chi sta iniziando ad arrendersi, a mollare la presa. «Deve ricordare ciò che ha già fatto e che credeva impossibile. È il solo a poter realizzare cose come quelle che fa ogni giorno, il suo lavoro non è stato vano, deve comprenderlo». Quella Vuelta, poi, la vinse.

Primož Roglič ci ha pensato spesso, per esempio ad agosto 2020, su una terrazza di uno chalet, dopo la terribile caduta sulle strade dell'Alta Savoia. «Ero in silenzio, da solo. Pensavo a tutto il tempo che avevo passato lontano dai miei familiari, ad allenarmi duramente, poi vedevo gli orribili ematomi che avevo sul corpo e che non mi permettevano di pedalare».

Ma arrivi a un certo punto in cui non ti può bastare la capacità di soffrire e reagire. Non vuoi essere un eroe che si rialza sempre. Vuoi poterti concederti il lusso di restare a terra qualche minuto di più, di rialzarti se e quando vorrai, di essere sereno e senza male ovunque. Per questo la tentazione del rifiuto, perché tutti ti chiedono di resistere, ma resistere fa male.

Ma quella è vita. Quelle sono le biglie andate in frantumi di cui parlava Baricco, gli errori e le delusioni che si appiccicano ovunque mentre la gente ti addossa ciò che non sei, senza nemmeno conoscerti. Poi arriva un giorno in cui, anche sotto il cielo ingrato di Bretagna, senti che non ti interessa più, perché, mezzo disfatto, provi sollievo al solo pensiero di andare avanti. «Quando sono in momenti come questi mi dico sempre che sono stufo e non ce la faccio più. La realtà è che esistono e vanno vissuti, non messi da parte. Nessuna recriminazione li cambierà. Poi passano e ogni volta che sono alle spalle trovo i motivi per ricominciare e faccio un elenco di quelli per cui amo il ciclismo». È forse quello il giorno in cui ti salvi: quello in cui sai che, nonostante tutto, passerà.

Foto: Bettini