Trentino in bici
La scusa era più che buona, andare a provare il percorso degli Europei di Trento.
Bene, benissimo, ho pensato. Però a noi amanti delle due ruote questa è una cosa che può capitare molto spesso, se vogliamo che capiti.
Sappiamo benissimo che ciclisti e runner sono tra le poche categorie che possono misurarsi nello stesso stadio in cui poi si sfideranno i campioni, che per noi non è nient’altro che una strada.
Per questo che il test della traccia dei campionati europei è diventato solo il pretesto per dire ok, andiamo là, e scopriamo qualcosa che non conosciamo.
Ed è stata una figata.
Sì perché, per i pochi che ancora non lo sanno, il Trentino è davvero il paese dei balocchi per chi ama la bici, in tutte le sue sfumature.
Innanzitutto ci sono le ciclabili, che più che piste sono autostrade dedicati ai ciclisti: delle bicistrade insomma. Belle, larghe, segnalate e soprattutto lunghe: sì perché il senso di queste vie è proprio quello di congiungere posti molto lontani tra di loro soprattutto fuori dai centri urbani più grandi. Sono 11 quelle di cui parleremo e vanno dalle Dolomiti fino al Garda coprendo oltre 430 km di tragitto tutto perfettamente asfaltato.
E come in ogni bicistrada che si rispetti è necessario creare dei punti dove fermarsi a sgranchire le gambe, prendere una boccata d’aria e rilassarsi un attimo durante il viaggio: ed ecco i bicigrill, strutture distribuite lungo i percorsi che offrono ristoro, servizi igienici e un collegamento con la rete stradale automobilistica, insieme al noleggio di bici ed e-bike, presente nelle principali località turistiche del territorio provinciale.
Ce ne sono 19 in Trentino e, fidatevi, sono comodissimi.
Noi siamo stati qualche giorno lì in giro e di sicuro non siamo persone che sentono la necessità di “menare” sempre e comunque. Abbiamo quindi alternato delle giornate in cui ci siamo sfidati su alcune delle 23 grandi salite del trentino e delle giornata in cui abbiamo approfittato dei paesaggi per goderci la tranquillità dei vari servizi bici + treno e bici + bus, che poi è una situazione perfetta per condividere le piste ciclabili anche con amici e famigliari meno allenati.
Infine abbiamo sentito la necessità di sentirci davvero alvento e abbiamo fatto un giro sulla DoGa: l’itinerario più wild costruito su strade secondarie e non asfaltate che parte dalla Val di Sole e finisce sul Garda.
Insomma siamo stati pochi giorni ma abbiamo fatto tante cose e tutte differenti. Ce n’è davvero per tutti i gusti.
Foto © Jered Gruber - riproduzione riservata
Come osate toglierci l'utopia
Un giorno, Gianfranco Mascia, giornalista e scrittore, ha chiesto ad alcuni ragazzi cosa significasse secondo loro il titolo del suo libro, quel “Come osate” pronunciato da Greta Thunberg. Qualcuno ha detto: «Vuol dire: Come osate toglierci l'utopia? Come osate non provarci nemmeno e dirci che il mondo che immaginiamo non è possibile?». In quel momento Mascia ha avuto la consapevolezza di aver fatto bene ad allenarsi un mese e poi partire in bicicletta per il Clima Tour: ventitré città e quindici giorni in giro per l'Italia a incontrare persone, per parlare di quel libro, di clima, di ecologia e di futuro. «Servono le piazze, serve l'incontro e lo scambio di idee per conoscersi e capire. La bicicletta non è solo un mezzo di trasporto, è un mezzo di comunicazione».
Gianfranco ha conosciuto quel giardiniere di ottant'anni, figlio di un innestatore, che vent'anni fa ha deciso di smettere di irrorare pesticidi alle piante e si è convertito al biologico «perché parte di un ecosistema che non lo avrebbe più sopportato».
Ha visto mariti che aspettavano mogli e fidanzate che aspettavano fidanzati affaticati in salita e sulla sua bicicletta a pedalata assistita ha fatto posto a nuove consapevolezze. «Sono cresciuto in Romagna, ma da tempo non percorrevo più la riva di un fiume, non guardavo più la natura con quello sguardo. Quando mi chiedono perché è necessario cambiare direzione, racconto anche questo e poi chiedo: perché no? Che c'è di male?» Perché Mascia può spiegarlo bene. «Se andiamo verso l'ecologia non perdiamo nulla. Nessuno ci perde, tutti guadagniamo qualcosa. Stiamo meglio e sta meglio il pianeta. È così illogico non provare. Avevano ragione quei ragazzi».
Non ci si prova perché manca un'intelligenza collettiva che agisca di conseguenza e ognuno va per la sua via. Così non si prova nemmeno a immedesimarsi nelle scelte degli altri. «I camionisti che mi sfioravano lungo il percorso non pensavano minimamente a come potessi sentirmi, protetti da quel gigantesco involucro che rende forti. Un esempio fra i tanti. Questo vale anche per il clima e per lo scontro generazionale che il dibattito scatena. I giovani che si battono per l'ambiente lo fanno perché hanno ascoltato gli scienziati, perché sanno che è necessario. Fra sei anni e mezzo non finirà il mondo, ma, se il surriscaldamento globale si alzerà più di un grado e mezzo, ci sarà un punto di non ritorno e bisognerà limitarsi ad azioni di mitigazione. I ragazzi ci rimproverano di non avere ascoltato prima la scienza. I risultati si vedono tutti i giorni: i disastri e gli allagamenti ne sono una triste testimonianza».
Mascia lo dice forte e chiaro: «Siamo solo fortunati a non essere noi i diretti interessati di questi fatti, un giorno, però, potrebbe capitarci. Poteva capitare a me, mentre pedalavo per qualche città». A Gianfranco Mascia piace raccontare il linguaggio della bicicletta: «Quel linguaggio fatto di conoscenze spontanee, fra persone che non si conoscono, non si sono mai viste e forse non si rivedranno più, ma si fermano per strada a parlare come fossero amici di infanzia. Tutto è nel modo in cui leggiamo la realtà. Non ci si priva della macchina, si ha in regalo la bicicletta con tutte le sue infinite possibilità».
Da Bormio all'Alta Badia: ecco "la pedalata tosta"
Collegare, esaltare, promuovere e farlo in bici. Unire Bormio e Alta Badia; la Valtellina alle valli ladine, la Lombardia al Südtirol. Duecentotrenta chilometri e cinquemila metri di dislivello: ecco ‘La ‘Pedalata Tosta’. Un’idea, o forse una pazzia, di Daniele Schena - per tutti Stelvioman - e di Klaus Irsara. Un lungo viaggio che ha lo scopo di unire due eccellenze alpine.
Un viaggio interminabile attraverso passi mitici, valichi transregionali, cime maestose, vette ancora innevate.
Un itinerario a pedali fra inverno ed estate, fra una molteplicità di colori e profumi, di temperature che cambiano in continuazione, di sali e scendi a ripetizione. Di sudore e fatica, certo, ma soprattutto di entusiasmo. A esaltare l’esplorazione, uno dei valori che insegna il ciclismo.
Da Bormio la strada sale per Santa Caterina Valfurva dove parte il Passo Gavia, la Cima Coppi dell’itinerario.
Il bosco, gli alpeggi, il lago. La strada che sale prima severa e poi dolce, un regalo per farti osservare tutti quello che hai davanti agli occhi. Si scollina a 2.650 metri e poi ecco la picchiata verso la Val Camonica. Prima di Ponte di Legno ancora con il naso all’insù. Ecco i 1.900 metri del Passo del Tonale che separa la Lombardia dal Trentino. Discesa e poi pianura in Val di Sole fino al bivio per il Passo Mendola.
La salita vera parte da Fondo, poi dopo alcune rampe la strada spiana e si affronta il Mendelpass a 1.370 metri: siamo in Alto Adige. Ad ogni valico la sosta per un veloce ristoro, qua invece un’ora per ricaricare le forze fisiche e mentali dal momento che siamo a metà della ‘Pedalata Tosta’.
A settembre (dal 18 al 24 in bikepacking con partenza da Badia) si svolgerà la ‘Pedalata Lieve’ dove ogni partecipante potrà effettuare le tappe che desidera, scegliere l'andatura gestendo il proprio viaggio.
Daniele e Klaus hanno proposto di raggiungere l’Hotel Melodia del Bosco di Badia-Abtei dall’Hotel Funivia di Bormio in una tappa unica. Tutta d’un fiato, tutta senza respiro, tutti a tutta. Ci vogliono gambe e testa, oltre ad un amore illimitato per la bicicletta che rende tutto magico anche se sei consumato da un chilometraggio e da un dislivello esigente.
Il viaggio prosegue alla volta della zona meridionale dell’Alto Adige. Da Caldaro risaliamo verso nord attraversando Bolzano sulla pista ciclabile per poi attaccare l’ascesa interminabile verso il Passo Gardena.
I primi chilometri in direzione Laion sono sotto il sole cocente: la stanchezza inizia a farsi sentire. Una lunga battaglia la nostra pedalata verso l’ultima fatica di giornata.
Scollineremo a 2.150 metri con una salita che perde quota e poi risale verso il passo, all’interno dell’anfiteatro dolomitico.
Dal Gardena sarà solo una picchiata verso l’Alta Badia: Colfosco, Corvara, La Villa fino a Badia. Le vette sono guglie, le cime campanili di cattedrali rocciose.
Le lingue di neve sono incastonate fra le gole nascoste. Resiste la neve, tiene botta, un pò come abbiamo fatto noi d’altronde. I prati, il tramonto, l’aria che inizia a frizzare. Siamo finiti. Ma sempre più vivi.
Foto: Weronika Szalas e Adam Kolarski
Riders:
Hanna Raymond, Claudia Rier, Omar Di Felice, Gabriele Pezzaglia, Daniele Schena, Klaus Irsara, Kristian Arnth
Assistenza:
Elisa Bonaccorsi, Sara Bruseghini
Info ‘Pedalata Lieve’ di settembre:
info@hotelfunivia.it
info@melodiadelbosco.
Pedalare con i campioni
I cicloamatori si avviano a scalare il Passo Forcola e lo fanno con Elia Viviani, velocista della Cofidis, punta della nazionale italiana su pista alle prossime Olimpiadi.
Elia detta il ritmo verso l’ascesa e a turno i partecipanti all’appuntamento del mercoledì "la giornata con il campione" del Livigno Road Bike Tour, si affiancano a lui.
La strada inizia a salire, il respiro affannoso, le braccia e le spalle ciondolano, il sudore cola sul viso. E con loro Elia, ex campione tricolore ed europeo che vince volate al Giro e al Tour.
Viviani sceglie Livigno per l'altitudine, la sua pianura e le interminabili quanto affascinanti ascese. Lo individua come quartier generale estivo come tanti altri big del ciclismo. Livigno propone ogni giorno giri in bici guidati e il mercoledì è il turno dell’appuntamento con il campione.
Viviani accompagna gli amatori: un confronto stimolante, una chiacchierata per scoprire qualche segreto, rubare qualche indizio, conoscere aneddoti e curiosità. Un modo per poter avvicinare un campione del ciclismo mondiale e passare qualche ora insieme. Quasi per emularlo, sentirsi pro per una mattinata, non perdersi un centimetro del suo nuovo telaio tricolore e della componentistica della sua bici, ma anche dei suoi quadricipiti e dei suoi polpacci, di ogni minimo dettaglio del suo vestiario.
Si sale alla Forcola. Prima compatti, poi, dopo la prima galleria, più sfilati. Ma Elia si ferma con i primi, a pochi metri dalla dogana, ad aspettare tutti per le foto di rito. E per chiedere, domandare, scoprire, sfruttare questa occasione che APT Livigno ha dato ai turisti per tutta l’estate fino a settembre.
Si torna verso il centro di Livigno. Ora un paio di giri nelle gallerie. Un buon ritmo, dove nessuno molla e tutti procedono alla sua ruota. Si incontrano tanti pro. Se non sei al Tour sei a Livigno, sembra essere la linea delle squadre dei corridori professionisti più titolate. Così ti imbatti nella Quick Step, nella Israel, nella Bahrain, nella UAE. Poi si sale ancora.
Tocca alla doppia ascesa a Eira e Foscagno. Elia è ancora munito di giacchetta. Lui fa scarico, gli altri sono a tutta e maglietta aperta. Entusiasmo, condivisione, emulazione, c’è anche questo nel ciclismo e soprattutto nelle opportunità del Road Bike Tour.
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 – info@bikelivigno.com.
https://www.livigno.eu/road-bike
Livigno Road Bike Tour
Salite leggendarie, ascese epiche che rappresentano la storia del ciclismo, scenari alpini senza eguali: Bernina, Stelvio, Gavia, Mortirolo, Foscagno, Forcola. Siamo nel cuore delle Alpi fra Valtellina e Grigioni, dove pedalare è magia. Scalare queste vette e lanciarsi in picchiata fra queste vallate bisogna farlo. Almeno una volta. E da quest’anno si può, grazie al Road Bike Tour proposto da Apt Livigno e grazie a un programma settimanale di percorsi con bici da strada e gruppi organizzati con van ammiraglia al seguito. Scollinamenti oltre i 2000 metri, salite infinite, serpenti di asfalto che si inerpicano fra la vegetazione; muri di roccia e lingue di neve che resistono. Scoprire, esplorare, avventurarsi. Elevarsi anche, perché attaccare questi mostri sacri rappresa un'esperienza unica.
Almeno una volta, ancora una volta. Per i più allenati, per i più avvezzi, ma anche per chi da poco ha scoperto il pianeta della bicicletta. Per chi spinge sulle salite, per chi attacca spavaldo queste cime sacre sfidandole, per chi si realizza con sudore e fatica. Ma anche per chi mette al centro della propria esperienza un viaggio esplorativo, conoscitivo, persino introspettivo. Per tutti i gusti insomma, per tutte le età, per tutte le capacità.
In sicurezza, scortati, perché Livigno offre a tutti la possibilità anche ai meno esperti, di raggiungere queste mete. Per tutti, proprio nel segno del ciclismo e nel suo tratto distintivo aggregante. Con la tua bici, oppure con Pinarello che è partner dell’iniziativa. Con una bici da strada, una gravel, una e-bike.
I PERCORSI SETTIMANALI
LUNEDÌ, GIRO DELL’ ENGADINA
Un giro ad anello non particolarmente impegnativo, con la salita più dura all’inizio per raggiungere prima il Passo Forcola (2315 m.) e poi, dopo una breve discesa, il Passo del Bernina (2328 m.). Si prosegue verso St. Mortitz e poi si percorre tutta l' Engadina per rientrare al tunnel Munt La Schera attraverso l’ultima salita di Ova Spin (1880 m.). Quindi si costeggia il lungolago fino a Livigno
Dislivello 1460
Distanza: 108 km
Cima Coppi: Passo del Bernina 2327 m.
Ritrovo: tra le ore 09.00 e le ore 10.00 c/o Bike Skill Center
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 - info@bikelivigno.com.
MARTEDÌ, STELVIO DA UMBRAIL
Prevede la scalata del Passo dello Stelvio dal versante svizzero, Si transita dal Tunnel Munt la Schera ed ecco l’ascesa al Passo del Forno (2149 m.), seguito da una lunga discesa che, attraverso la Val Müstair, punterà a Santa Maria. Si sale così in direzione Stelvio dalla Valle dell'Umbrail, per giungere dopo 13 chilometri di ascesa i 2500 metri del confine con la Valtellina. Quindi i quasi 4 chilometri fino al Passo Stelvio. Poi la picchiata verso Bormio e il rientro verso Livigno con una salita divida in due sezioni: il Passo del Foscagno (2290 m.) prima e dopo una discesa il Passo Eira (2210 m.).
Dislivello: 3190
Distanza: 112 km
Cima Coppi: Passo dello Stelvio 2758 m.
Ritrovo: tra le ore 09.00 e le ore 10.00 c/o Bike Skill Center
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 - info@bikelivigno.com.
MERCOLEDÌ: LA GIORNATA CON IL CAMPIONE
Ogni mercoledì ecco la giornata con il campione: i partecipanti avranno la possibilità di pedalare e scambiare opinioni per qualche ora con uno dei corridori professionisti presenti a Livigno per gli allenamenti. Ovviamente ammiraglia sempre al seguito e si potrà usufruire del servizio shuttle per il rientro verso Livigno.
Ritrovo: tra le ore 09.00 e le ore 10.00 c/o Bike Skill Center
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 - info@bikelivigno.com.
GIOVEDÌ: FOSCAGNO E FORCOLA
Fra Alta Valtellina e la svizzera Val Poschiavo: la prima salita di 6 km è il Passo Eira (2208 m.) per proseguire per la seconda parte di ascesa di 4 km al Passo del Foscagno (2291 m.). Giunti a Bormio, si percorre la vecchia statale di Tirano (427 m.) per poi affrontare in territorio elvetico 35 km di salita con quasi 2000 metri di dislivello fino al Passo Forcola. Poi la discesa per rientrare a Livigno.
Dislivello: 2800 mt.
Distanza: 125 km
Cima Coppi: Passo della Forcola 2315 m.
Ritrovo: tra le ore 09.00 e le ore 10.00 c/o Bike Skill Center
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 - info@bikelivigno.com.
VENERDÌ: FLUELA E ALBULA
Giro tutto in territorio elvetico: subito direzione Zernez, quindi Susch e si sale subito per 13 km. verso il Flüela Pass. La discesa poterà a Davos, celebre cittadina grigionese. Da qui si procede percorrendo la vallata che ci porterà a Filisur, dove si imboccherà la valle dell'Albula per la seconda fatica di giornata (2312 m.). La discesa riporterà in Engadina e poi successivamente si tornerà a Zernez.
Dislivello: 3070 mt.
Distanza: 117 km
Cima Coppi: Passo Flüela 2384 m.
Ritrovo: tra le ore 09.00 e le ore 10.00 c/o Bike Skill Center
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 - info@bikelivigno.com.
SABATO E DOMENICA: STELVIO DA PRATO
Sua maestà lo Stelvio dal suo versante più epico, quello altoatesino di Prato Stelvio. Partendo da Livigno, si percorrerà il lungolago fino al tunnel Munt La Schera che attraverseremo con l'ausilio di una navetta. La prima salita porterà al Passo del Forno (2149 m.). Quindi attraversando la Val Müstair ecco Glorenza e successivamente Prato Stelvio dove inizierà la mitica ascesa allo Stelvio (2758 m.). Si scende a Bormio e poi la consueta doppia salita per rientrare a Livigno: Era e Foscagno.
Dislivello: 3640 m.
Distanza: 140 km
Cima Coppi: Passo dello Stelvio 2758 m.
Ritrovo: tra le ore 09.00 e le ore 10.00 c/o Bike Skill Center
Info e Prenotazione: +39 331 3322023 - info@bikelivigno.com.
https://www.livigno.eu/road-bike
Ancora una volta Martesana Van Vlaanderen
A dicembre 2019, dopo quattro anni ed altrettante edizioni, Giovanni Pirotta, l'ideatore del Martesana Van Vlaanderen, aveva deciso di dire basta. Questo viaggio in bicicletta lungo le sponde dell'Adda, vicino ai navigli, che ogni anno radunava più di seicento persone, era nato quando molte cose erano diverse, troppe forse.
«Il primo anno credevo avrebbero partecipato al massimo cinquanta persone. Martesana Van Vlaanderen, invece, ha portato sull'Adda persone che venivano dal Veneto, dal Friuli Venezia Giulia, persino da Roma. Non lo avrei mai pensato. Non ho mai chiesto alcun permesso ai comuni per questo viaggio in bicicletta, ho sempre detto che era un ritrovo di amici, anche se molto numeroso. Amici che dopo il viaggio si fermavano a fare un pasta-party, a ridere e scherzare. Proprio per questo il Martesana è sempre stato gratuito: volevo provare a regalare qualcosa di bello alle persone e l'unico modo per farlo era così, spontaneamente, gratuitamente. Nel tempo, però, ho iniziato a pensare a tutti i rischi. Di recente sono diventato papà e chiedermi cosa sarebbe successo se fosse accaduto qualcosa di spiacevole durante questa manifestazione è stato inevitabile. Da padre ti fai più domande».
L'unica via sarebbe quella di affiancarsi ad una società, ma Giovanni non ci sta. «Avrebbe privato il Martesana di quella leggerezza che lo ha sempre caratterizzato, saremmo entrati nel turbine della burocrazia e dei permessi. No, a dicembre ho scritto alcune righe ed ho annunciato che, con dispiacere, la storia del Martesana finiva qui».
Giovanni Pirotta su quelle strade passava tutti i giorni, a piedi o in bicicletta. Ogni anno cercava di inventarsi qualcosa di diverso, una salita, uno strappo, un passaggio. Come per ringraziare coloro che venivano da così lontano, per sorprenderli. A novembre 2020, durante il secondo lockdown, tutto questo è tornato a mancare. «Per non pensarci ho iniziato a suonare la chitarra, ma nulla da fare. Quelle persone continuavano a venirmi in mente. Pensavo, per esempio, a quei due bed and breakfast ad Inzago che non si trovavano neppure su internet e che avevo contattato personalmente per cercare a questi ciclisti un luogo dove dormire. A tutto quello che il Martesana mi aveva lasciato. A quanti si trovavano nella mia stessa situazione. Io, però, potevo fare qualcosa».
Nasce così la versione "Ride Solo" del Martesana Van Vlaanderen. In fondo quel percorso si può percorrere anche in solitaria o in piccoli gruppi, perché non provarci? Così, ad aprile 2021, durante la settimana santa del ciclismo, quella del Fiandre, anche i ciottoli larghi e sformati degli zampellotti lungo l'Adda sono tornati a vibrare. «Poco più di cento chilometri lontano dalle auto, in mezzo al verde, accanto all'acqua, inseguendola e guardandola da ogni dove. Poco più di cento chilometri spostandosi verso la Brianza e riscoprendo la storia di quei luoghi. Penso sia bastato questo per dare un poco di spensieratezza a tante persone che ultimamente non sapevano più cosa fosse». E sono queste le storie più belle, quelle che non ti aspetti, quelle intrise di gratitudine: «Alcuni non avrebbero mai pedalato senza il Martesana di quest'anno. Alcuni hanno cercato una bicicletta apposta per godersi qualche ora all'aria aperta e hanno fatto di tutto per mostrarmi quanto fosse stato importante per loro. Circa centosettanta persone hanno concluso la prova».
Per questo, a chi oggi gli chiede se ci sarà un'altra edizione del Martesana Van Vlaanderen, Giovanni Pirotta ancora non sa rispondere, ma una certezza ce l'ha. «Se ci sarà, cambierà e si evolverà col tempo e con le cose che accadranno. Oggi, però, mi piace pensare a chi è tornato a casa più felice o almeno sereno. Quelle strade su cui io ho iniziato a pedalare per fare fatica, quest'anno hanno davvero costruito qualcosa di importante».
Foto: Fulvio SIlvestri
Sticker mania su Alvento!
La nuova serie di sticker di Alvento sta letteralmente scatenando la passione dei nostri lettori.
Ne abbiamo realizzati in diversi formati, con soggetti molto creativi, studiati per essere attaccati alle biciclette senza impattarne l'estetica (perché sappiamo quanto sia importante per gli appassionati), ma anche per stare sui caschi o sulle borracce.
Ma non solo, perché il messaggio di Alvento è talmente trasversale che siamo contenti che venga portato dappertutto: sul laptop, sull'auto, sullo smartphone.
I nostri stickers sono portatori dei messaggi della community che si sta sviluppando attorno alla rivista, sempre più fedele e numerosa.
'Torno subito', 'Morning glory', 'More than a magazine' sono alcuni dei messaggi che abbiamo fatto illustrare a Cecilia di Tundra studio (in arte @iamarabbit) e che stanno andando per la maggiore tra i possessori del welcome box di Alvento.
Apprezzatissima la qualità e il materiale di stampa: i nostri stickers sono stati realizzati e stampati da Sticker Mule, un servizio on-line tra i più apprezzati e conosciuti in questo ambito, che alla qualità abbina anche grande velocità nella consegna.
Come fare per averli?
Abbonarsi scegliendo la formula con welcome box, oppure ordinare separatamente il welcome box stesso.
E una volta che ne sarete entrati in possesso, condividete con noi su IG Stories dove avete piazzato gli stickers Alvento!
Dalle guglie del Duomo allo Stelvio
Per Fabrizio Beyerle e Massimo Bonomi è iniziato tutto da un'esclamazione: «E noi cosa facciamo?». Partecipando, o semplicemente osservando, a diverse manifestazioni amatoriali di ciclismo, Fabrizio e Massimo hanno pensato che sarebbe stato il momento di inventare qualcosa di loro. Qualcosa che racchiudesse la loro idea di ciclismo. Così è nata l'idea della Duomo-Stelvio: una pedalata libera, da Piazza del Duomo fino a una delle cime più famose del mondo, il Passo dello Stelvio. «Ho origini tedesche, ma sono sempre vissuto a Milano. Per me pensare al Duomo vuol dire pensare a casa- racconta Fabrizio- in fondo, però, per ognuno di noi, da qualunque città provenga, ovunque sia nato, il Duomo di Milano è qualcosa di unico, un simbolo. E lo Stelvio? Il Passo dello Stelvio è la salita per eccellenza. Non è la più dura, ma senza dubbio è fra le più evocative. Tutti sanno cos'è lo Stelvio, tutti se lo immaginano appena ne sentono il nome. Per questo, il 24 luglio partiremo da sotto le guglie del Duomo e arriveremo lassù, in cima». Un'idea nata e portata avanti insieme ad una squadra di amatori: il Team 100.1. «Un nostro amico, ad ogni “pedalata”, deve percorrere sempre almeno cento chilometri, altrimenti si volta e fa il giro dell'isolato, pur di vedere quel numero sul contachilometri. Per questo ci chiamiamo così».
Questa volta i chilometri saranno 240, con ben 3400 metri di dislivello, più di 2400 nell'ultimo tratto, e un tracciato ben definito, spettacolare. «Siamo partiti all'alba di una mattina di settembre con macchina e bicicletta munita di Gps per disegnare nei dettagli il percorso e abbiamo scoperto o riscoperto paesaggi di cui spesso rischiamo di dimenticare la bellezza». Fabrizio racconta che Marco Saligari, durante una pedalata, qualche tempo fa, gli disse: «Mi raccomando, pedala con gli occhi» e da quel giorno lui si sente in dovere di raccontare a chiunque questo insegnamento che ha cambiato il suo modo di approcciarsi all'attività sportiva. «Spesso come amatori ci sentiamo dei fenomeni e dimentichiamo di guardarci attorno. È un grosso errore. Prendiamo il Sentiero Valtellina, la ciclabile che condurrà allo Stelvio partendo da Colico, sul lago di Como, e arrivando a Bormio. Si attraverserà diverse volte l'Adda su dei ponti dedicati che offrono scorci di rara bellezza, si transiterà in vecchi paesini in stile “L'albero degli zoccoli”, per poi inoltrarsi nei meleti. Da quelle parti si respira un profumo delicatissimo, sembra di sorseggiare succo di mela. E noi dovremmo perderci tutto questo per fare la corsa al miglior piazzamento o al miglior tempo?». La risposta è ovviamente negativa e, proprio per questo, Fabrizio e Massimo hanno pensato che non ci saranno premi, se non una medaglia di legno e l'iscrizione all'albo d'oro "Sovrano dello Stelvio". Per incoraggiare lo spirito di squadra saranno consentite staffette in modo da darsi il cambio durante il tragitto. «Non tutti sono allenati per simili distanze ed è anche giusto così. Darsi il cambio è un gesto molto importante nel ciclismo. Ogni staffetta sarà composta da tre persone di cui almeno una donna: anche questo è un messaggio a cui teniamo molto. L'importante è aiutarsi e arrivare. Chiunque arrivi può essere orgoglioso».
E Fabrizio se la immagina già quella mattina. «Quando i primi partecipanti arriveranno a Lecco, sarà mattina presto, intorno alle sette. Di fronte a loro si staglierà il Resegone ed a qualcuno verrà certamente in mente Alessandro Manzoni. Altri, magari stranieri, vedranno il lago per la prima volta, col sole alle spalle mentre chiacchierano con l'amico che pedala accanto. Così fino a Perledo e Varenna». Un'occasione unica perché, per gli ultimi cento chilometri, la pedalata sarà in mezzo alla natura, lontana dal traffico cittadino. «In un paese come il nostro, in cui l'insicurezza stradale è un vero e proprio dramma, credo che questa sia una possibilità importante. Per pedalare in tranquillità, senza paure e continuare a dare l'esempio. Io dico sempre che, come ciclisti, come parte debole, dobbiamo metterci nell'ottica di essere inattaccabili, di prestare la massima attenzione ad ogni dettaglio in modo da non lasciare alcun alibi agli automobilisti».
E fra tutti i ciclisti ve ne sarà uno speciale: Daniele Schena, soprannominato Stelvioman. «Parliamo di un uomo che ha scalato lo Stelvio ben quattrocento volte. Posso dire che per me è una questione di orgoglio pedalare accanto a lui». Solo ad una cosa Massimo e Fabrizio non vogliono pensare. «Abbiamo predisposto tutte le misure necessarie per evitare contagi da SarsCov2 e saremo rigorosi nel loro rispetto, ma questo pensiero non deve diventare assillante. Vogliamo credere che riusciremo a vivere questa avventura, con la leggerezza e la spensieratezza che la bicicletta consente. Finalmente all'aria aperta, finalmente assieme».
Già, perché Fabrizio ha iniziato a pedalare sin da ragazzo per un motivo molto semplice: «Non riuscivo a stare fermo così ho iniziato a pedalare. In famiglia lo sanno tutti e le mie nipoti, bambine che hanno dai due ai sei anni, appena vedono qualcuno in bicicletta, si girano verso i genitori e dicono: “Guarda il nonno”. Quale miglior modo di raccontare il ciclismo?».
Tutte le avventure che possiamo immaginare
C’è stato un giorno in cui Manuel Vecchiato ha cambiato il proprio modo di vedere e di vivere la bicicletta, dopo anni in cui era stato in gruppo con tutta l’intenzione di diventare professionista. «Ricordo che, alle feste di fine anno scolastico, mentre gli altri bambini giocavano a calcio, io osservavo le persone in bicicletta che passavano fuori dal cortile della scuola. Mi chiedevo dove stessero andando e immaginavo i loro viaggi. E poi? Poi ho smesso di chiedermelo».
Manuel in quel momento smette di fare il corridore, ma non smette di andare in bicicletta. «Spesso si pensa che per vivere un’avventura sia necessario prendere un aereo, affrontare voli di molte ore e arrivare chissà dove. In realtà, se sai dove guardare, c’è una parte di avventura anche dietro casa tua». È da questa considerazione che inizia un altro tratto di storia per tre ragazzi: Manuel, Mirko ed Enrico.
«Abbiamo viaggiato molto e spesso abbiamo ideato da noi i nostri itinerari, disegnandoli. Così abbiamo pensato: perché non condividere con altri appassionati il nostro viaggio, la nostra avventura? La passione per la bicicletta è un qualcosa che accomuna molti e sono certo che tantissime persone si sorprendono a pensare a quanto sarebbe bello scalare quella montagna o affrontare quel viaggio. Non lo fanno per un semplice motivo: credono di non esserne all’altezza, di non avere le qualità fisiche per farlo. Hanno paura».
Wamii, questo è il nome della piattaforma, è una sorta di antidoto a questo timore, a questi dubbi. «Se ci siamo riusciti noi, vuol dire che chiunque può riuscirci. Sapere che qualcuno prima di te ha passato ciò che tu stai passando ora è sempre una forma di sicurezza. Il nostro, in fondo, è un modo per raccontare i tragitti dei nostri viaggi». È fine giugno 2020 quando circa venti tracciati, interamente situati in Veneto, vengono messi a disposizione del pubblico di appassionati. «Le persone sono spaventate dall’imprevedibilità. Dall’idea di arrivare ad un sentiero e di trovarlo bloccato, di non sapere dove passare. Magari di non avere un luogo dove trascorrere la notte, se il viaggio è di più giorni. Se racconti tutto questo, se dai indicazioni precise, le persone si buttano e scoprono che è bello. Poi magari le incontri, ti scrivono, e ti dicono che si sono sorprese perché pedalando su quel tragitto hanno visto uno squarcio che c’era sempre stato, ma che con la velocità quotidiana non avevano mai ammirato».
Così ad ogni viaggio è abbinata una struttura dove sostare per riposarsi e ad ogni struttura è abbinato un viaggio. «Quante volte capita di essere in hotel e di sentire qualcuno che chiede informazioni su luoghi vicini da visitare? Quando siamo spensierati, magari in vacanza, è il momento in cui osiamo maggiormente, noleggiamo una bicicletta e via». Perché alla fine un’avventura può partire anche dal caso, da un giorno in cui eri annoiato e non sapevi cosa fare. Nell’avventura, spiega Vecchiato, ci sono i valori della solitudine e anche della noia, cose indispensabili che rifuggiamo. «Alcune volte non servono guide, ci si può accompagnare da soli dove si vuole andare. Arrivare lì e dire: “Ce l’ho fatta! E ho fatto tutto da me”.»
Fra qualche tempo si aggiungerà una nuova sezione di itinerari e tra i punti di appoggio si inseriranno anche le cantine enogastronomiche. Ma Manuel, Mirko ed Enrico hanno in mente un progetto ben più grande. «Andiamo a parlare con i comuni, raccontiamo ciò che stiamo facendo e facciamo proposte. Tutti ascoltano interessati ma poi, complice la burocrazia e tutta una serie di situazioni di cui è inutile parlare qui, si fa sempre più fatica ad essere appoggiati in queste iniziative che favoriscono la ciclabilità. Forse perché non se ne comprende in pieno il valore. Forse perché non si è abituati a questa lettura della realtà. Oppure più probabilmente è la stessa burocrazia a rallentare tutto. La bicicletta non è solo un mezzo per spostarsi, è anche uno straordinario punto di vista per guardare il mondo, per conoscerlo, per scoprire territori e luoghi in cui si sta bene. Perché non pensare di passare sempre più tempo in sella? Perché non gustarsi sempre di più quel tempo? Basta immaginare e poi avere il coraggio di allacciare i pedali e partire».
Foto: Wamii
L'Eroica di Lorenzo
Quando, a fine luglio, Lorenzo Mariotti ha ricevuto la conferma dell’annullamento dell’edizione 2020 dell’Eroica si è sentito come abbandonato, come se la fidanzata lo avesse lasciato senza una spiegazione, come se quella stagione fosse destinata a non finire. «L’Eroica per me è un ultimo giorno di scuola, un’ultima volta, di quelle belle, prima dello stacco. Ad aprile speravo che la situazione legata alla pandemia si sarebbe risolta, a fine luglio sapevo che non sarebbe stato possibile ma in un certo senso mi rifiutavo di crederci. Non volevo accettare che l’Eroica ci avrebbe abbandonato per quest’anno».
Lorenzo racconta che non trascorre molto tempo a pensarci: ci sono Andrea e Roberto, suoi amici d’infanzia, a cui telefonare per raccontare un’idea. «A me mancava come l’aria la condivisione della fatica, della strada, del pane, in questa gara dal gusto antico. Ma per tornare a condividere non avevo bisogno di molto, a chi potevo chiedere se non ai miei amici?». Andrea ogni tanto esce in bicicletta, Roberto no ed in più sua moglie non sembra essere molto contenta: «Il suo timore era di “rubare” un’esperienza alla compagna. Io glielo ho detto: “A Gaiole in Chianti non ci vai, se non per un motivo come questo. Non togli nulla a nessuno. Forse ti regali qualcosa”».
Già, Lorenzo li vuole proprio portare a Gaiole, ad un’Eroica speciale, la sua. «L’idea di guardarmi indietro fra qualche anno e pensare di aver perso un’occasione mi faceva paura. L’Eroica me la sono inventata io. Stesso percorso, stesso orario di partenza dalla piazza di Gaiole, addirittura stessi sacchetti con il rifornimento. Ho costruito i pettorali con borse di Juta e mi sono inventato delle targhette di legno compensato per il numero. Quattro cifre, come l’Eroica vera, ma i numeri li abbiamo inventati noi». La bicicletta d’epoca gliel’ha data papà, che è geloso di tutto ciò che è suo ma questa volta non ha potuto evitare di lasciarsi andare, di lasciarla andare. Lorenzo racconta ad Andrea e Roberto di Fiorenzo Magni a Bologna mentre stringe con i denti la camera d’aria per attutire il dolore del braccio rotto, racconta di Alfredo Binda e di quel giorno di Marco Pantani ad Oropa. Racconta per dare un senso a ciò che fra poco faranno.
Nella piazza di Gaiole, i tre ragazzi, si incontrano all’alba. c’è solo un fotografo ad attenderli. «Era deluso, aspettava tanti altri corridori. Probabilmente provava ciò che avevo provato io ed era lì per inventarsi anche lui una sua gara. Ci ha fatto qualche scatto e siamo partiti. Erano le 05:03». Mentre salgono verso il Castello di Brolio, Lorenzo spiega che gli anni scorsi, lì, c’erano delle fiaccole a illuminare. Ora è buio e ad indicare la strada ci sono solo le luci delle loro biciclette disposte in fila indiana. «Erano notti di luna piena e quella sfera bianca illuminava il sentiero. Verso le sette è arrivata la luce e, sullo sfondo, abbiamo iniziato a vedere le colline toscane ed i cipressi».
Le salite sono aspre, dure, rigide e serve un meccanismo per ingannare la mente e percorrerle. «Ci siamo inventati una sorta di “maglia a pois dell’Eroica” e ad ogni salita scattavamo per aggiudicarci dei punti immaginari. Ne ho vinte undici, avevo i polpacci di ghiaccio. Mi facevano male. In alcuni tratti è davvero disumano». Ci si aspetta, si condivide e si ripensa a tante cose. Per esempio al primo ricordo dell’Eroica che, per Lorenzo, è un vecchio filmato di Luciano Berruti su una bici anni ’30 della Peugeot.
Si pranza a Montalcino, non il solito pranzo fra i banchetti dell’Eroica, abbuffandosi di tutto ciò che capita a portata di mano, ma oggi bisogna fare così. Quando i tre ragazzi arrivano ad Asciano è già tardi e Lorenzo pensando all’anno prima, dice ai suoi amici che è contento, che per lui ci si può anche fermare, che si può tornare indietro. «Non hanno voluto. Io li ho portati sino a lì, loro mi hanno portato fino all’arrivo. Sono stati loro a voler concludere, a voler arrivare».
A Radda in Chianti inizia a diluviare, è la pioggia di ottobre, quella fredda, umida, quella da raffreddore. Si va avanti. Ad ogni stazione una firma, un timbro sul libro gara, per dire che si è passati anche da lì, nonostante tutto.
A Gaiole si arriva alle undici di sera, dalle cinque del mattino. «Abbiamo pedalato per più di quattro ore al buio e con la pioggia. Non sai quanti cinghiali, da soli o con i cuccioli, ci hanno attraversato la strada. In alcuni momenti abbiamo avuto paura. Dopo il pranzo, avevamo mangiato solo cioccolato e caramelle. Quando abbiamo trovato un locale aperto, ci siamo seduti al tavolo e abbiamo ordinato hamburger di chianina, eravamo i più felici al mondo». A quel tavolo, non c’è solo la soddisfazione per una bella giornata, a quel tavolo c’è soprattutto Roberto che lo dice ad alta voce: «A Gaiole porterò la mia famiglia in vacanza, giurateci».
Perché l’Eroica è tutto ciò che vi abbiamo detto e in particolare ciò che ci dice Lorenzo quando il racconto sembra finito ma è appena iniziato: «L’Eroica è un modo per sentirmi vicino a un tempo che non c’è più ma batte ancora. L’Eroica sono mio papà e mio nonno, i loro insegnamenti, le loro abitudini, ciò che mi hanno sempre raccontato e che me li fa ricordare. L’Eroica è l’approvazione della gente quando arrivi a Radda in Chianti e, vedendo tutti i timbri, quasi ti spingono all’arrivo dopo averti sorriso. Ma è anche un paesino incantevole come Lucignano d’Asso, a cui non fa caso quasi nessuno nonostante sia bellissimo. Magari ti fermi giusto per prendere l’acqua. L’Eroica è l’attenzione per la mia bici, perché è lì che impari a trattare gli oggetti con cura perché se la meritano, la cura. Come le persone».
Foto: Lorenzo Mariotti