Tornare a casa

La mattina di San Benedetto del Tronto è tutto uno scorrere di valigie sul lungomare. Per alcuni è il giorno in cui si torna a casa, per molti solo quello in cui si cambia corsa, senza nemmeno passare da casa. E, quando ci si saluta, si aggiunge sempre dove si andrà, si sa mai che ci si ritrovi. Ma anche se non dovesse essere così, sembra importante sapere dove saranno le persone che ti hanno aperto una transenna o indicato una strada. C'è chi parte subito e chi aspetta. Fra questi, chi trasporta le transenne che vanno a costruire i villaggi di arrivo, alcuni fra loro a San Benedetto sono arrivati ieri sera, dopo le undici. Chissà dove avranno cenato, chissà quante ore avranno dormito, visto che sin dal mattino presto quelle transenne sono legate ben salde a cambiare forma alla città.
"Se togli tutto questo da una piazza che hai visto solo così, farai fatica a riconoscerla" ci dice un vecchio suiveur. Sarà, sta di fatto che stasera forse anche loro finiranno presto e se qualcuno non abita molto lontano a casa arriverà prima.
Ma la casa di un ciclista non è solo quella che raggiungerà stasera o quella cui penserà su un altro volo. I ciclisti sono spesso lontani da quella casa, ma hanno radici profonde. Pensate che una domande a cui rispondono più volentieri è proprio quella relativa al loro paese, a quello che faranno quando torneranno lì. E talvolta sembra che a loro basti parlarne per tornare a casa.
Così, lontano, la casa di un ciclista è il luogo in cui si sente totalmente se stesso, che spesso più che un luogo è un modo di fare. Se è un luogo è in realtà l'attraversamento di un luogo, lo spostamento. La casa di un Tonelli, Boaro e Arcas è, in realtà, l'andare via di casa, dove casa è il plotone, la pancia del gruppo che protegge, che contiene. Per chi è bravo a limare, la casa è in uno spazio talmente stretto che ai più sembra invivibile. Ma non è lo spazio, è la capacità di starci dentro, di conoscerlo e gestirlo. Non a caso chi guarda la preparazione della volata dal traguardo ha continuamente la percezione di una caduta, come se ogni minimo sbandamento fosse un contatto. Chi è fuori, non conosce quello spazio, quella casa.
Casa è fatica, quella fatta per imparare a viverci, quella fatta per continuare a costruirla, a trovarsi bene come nei tempi migliori. Quella di Damiano Caruso che è un uomo al servizio sempre, oggi per Phil Bauhaus. E chi ha casa nella fatica ha un modo particolare di viverla, con dignità, col sorriso, anche se non ce la fa più.
Phil Bauhaus ha casa anche nel cognome. Un eco di qualcosa di lontano. L'ha nello sprint e in quella capacità di vivere la velocità come uno sprinter. La volata è l'apoteosi del concetto, è una casa che dura poche frazioni di secondo, un sentirsi a proprio agio che svanisce in qualche frazione di tempo. Perché non si fa il velocista, si è velocisti ed è questo essere a fare casa. Vale lo stesso per Tadej Pogacar che ha scherzato (chissà poi quanto) sulla possibilità di inventarsi qualcosa sulla Cipressa alla Milano-Sanremo. La sua casa è fantasia, qualcosa di bizzarro come il ciuffo che esce dal casco, quasi una ribellione agli spazi fermi, calmi.
Le valigie hanno lasciato posto ai primi camion che ora si spostano lentamente lungo l'arrivo. Si torna a casa. Ovunque sia, qualunque sia.


Quello che hai, quello che puoi

Quello che hai e quello che puoi. Anche oggi, anche a Bellante, è stata tutta e sempre questione di quello che hai e quello che puoi. Non solo davanti, non solo per Tadej Pogačar che ha vinto, per ognuno, in ogni tratto di strada. Partendo dal fondo, dove la corsa sembra lontana, dove la calma può arrivare a tramutarsi in noia per chi aspetta: in realtà è dolore per chi può appena stare davanti al veicolo di fine gara, per chi si sente atteso, sente che anche l'appassionato che ha provato, per gioco, a seguire la vettura scopa andrebbe più forte di lui. La chiamavano scopa perché non lascia indietro nessuno. E l'abbiamo visto spesso: basta un cenno, un minimo segnale con la mano, il guidatore scende, apre la portiera e carica la bici. Quello che puoi e quello che hai: talvolta solo la possibilità di salire in macchina.

Talvolta solo la noia. Allora, chi è in fondo al gruppo, al seguito della corsa, si saluta, quando l'andatura rallenta picchia sul vetro della macchina più vicina, chiede come vada, fa una battuta. Un modo per andare avanti. Capita che qualcuno scenda dalla macchina e, nei tratti in cui scorge qualche borraccia, la raccolga. La butta in auto, non la guarda nemmeno perché non si può. Non c'è una sacca in cui metterla, non c'è nulla. Magari ce ne sono tre, quattro vicine, se ne raccoglie appena una e si va via. C'è una cadenza, un rito stabile: i frecciatori che tolgono le indicazioni stradali: un'auto dietro il fine corsa, che cancella i segni della gara. Lascia solo il ricordo, può solo quello.
Quello che puoi e quello che hai, intrecciati dalla partenza dove due atleti francesi si chiedono di Giovanni Visconti. Ci pensano e non sono gli unici. Quando un ciclista smette l'effetto è questo, perché non può più e fa strano a pensarlo. Sai che finirà, prima o poi, hai questo punto fermo ma quando succede fa strano, perché il mondo fuori da qui è diverso. È diverso ciò che hai, è diverso ciò che puoi. Non puoi tornare, ad esempio, e questo ti spiazza. In bicicletta, vada come vada, puoi tornare, puoi riprovare.

Ieri avevamo parlato dell'orgoglio di Evenepoel: potevamo solo immaginarlo, oggi l'abbiamo visto, oggi sappiamo di cosa è fatto. Dei cartelli dimenticati bordo strada: «Attacca adesso, Remco. Per favore». Puoi chiedere, hai solo quella possibilità, perché le gambe non sono tue. Puoi chiedere per favore, lo fai.
Poi c'è Pogačar che, in questi giorni, sembra potere e avere tutto. Tutto ciò che serve per riuscirci. Tutto ciò che serve perché sembri facile e le cose difficili sono belle proprio quando sembrano facili. Non è difficile per il percorso, non per la salita di Bellante, che anche ripetuta è digeribile. È difficile perché non sarebbe la tua tappa, non sarebbe la tua giornata, nemmeno il tuo percorso. Eppure ti arrangi con quello che hai. Che poi arrangiarsi non è il verbo giusto per quello che fa Pogačar. Il suo predicato è costruire, mettere assieme, unire il tempo. In secondi, in minuti. Guarda gli altri, li provoca, li stuzzica. Forse li illude anche, pensiamo a Victor Lafay che un colpo simile se lo era già inventato al Giro lo scorso anno, e poi decide quale carta buttare sul tavolo.

Qui aspettavano Alaphilippe, perché è lui e perché il Campione del Mondo che vince nella tua città fa sempre un certo effetto. Qui aspettavano Giulio Ciccone, perché siamo in "terra d'Abruzzi" e tutti lo chiamano per nome, che fa casa, che fa uomo, ragazzo di queste strade prima che ciclista. Qui hanno applaudito Quinn Simmons che ha attaccato tutto il giorno e, appena ripreso, si è messo a lavorare per i compagni. Quello che hai, quello che puoi, ma anche quello che non hai e non puoi più, quello che senti di dovere. In fondo quello che sei.
Un ciclista. Come Magnus Cort Nielsen che è arrivato con quasi ventidue minuti di ritardo, davanti a quella vettura che non abbandona nessuno, che segue e aspetta. L'unica cosa che si poteva fare oggi con Cort Nielsen, una delle poche che si possa fare con la sofferenza, col dolore. Gli hanno detto: "Dai che ce l'hai fatta". Ce l'ha fatta davvero, con quello che ha e con quello che può. In testa, in coda, persino su un'ammiraglia dopo il ritiro, è sempre tutto lì.


Chi viene da lontano

È il giorno di chi viene da lontano. Prendete Davide e Mattia Bais, ad esempio. Loro sono abituati a venire da lontano, lo è chiunque abbia scelto la fuga come interpretazione del ciclismo. Di più, si viene da lontano e si prova ad andare lontano. E quell'andare lontano attrae e respinge nello stesso tempo. Andare lontano è croce e delizia, perché lontano si può trovare qualcosa o perdere tutto. Taco van der Hoorn lontano ci è andato non solo in bicicletta e lì ha trovato più di quanto abbia lasciato: lo ha fatto con ciò che aveva, un vecchio Volkswagen e il necessario per dormire, ma anche del buon caffè, per gustarsi quella lontananza. Sì, la lontananza scegli se ricordarla o dimenticarla ma se sei un ciclista, in un modo o nell'altro, l'hai dentro.
La lontananza potrebbe spiegarla Tadej Pogačar che tutti pensavano si fermasse dopo lo scatto per il traguardo volante e invece ha continuato e in Piazza a Terni ci si chiedeva dove sarebbe andato. Sì, in piazza, come si fa con i fatti del giorno, come si fa aprendo il giornale al mattino e commentando le notizie. Oggi per Terni non c’è lontananza. Quella che può spiegare Alaphilippe che, in quello scatto, c’è stato. Non solo fisicamente, anche mentalmente. Non solo per provarci, non solo per un segnale, per riuscirci. E ci sono le transenne che fremono, sì perché ve la immaginate una tappa così con all’attacco Pogačar e Alaphilippe? Qui l’hanno vista e mentre ci pensavano non tenevano ferme le mani. Il freddo? Non solo. Le stesse transenne a cui si è appoggiato Evenepoel e chissà a cosa pensava, con quello sguardo in avanti, a cercare qualcosa. Sembra abbia detto che attacchi come quelli di Pogačar per i traguardi volanti sarebbero stati anche pane per i suoi denti. Un tempo, oggi non più. Chissà domani, chissà l’orgoglio.
Invece la lontananza ce la spiegano, a Murlo, due signori americani che in Italia sono arrivati per pedalare e per la Strade Bianche, ma hanno cambiato il volo aereo appena hanno scoperto che un’altra gara sarebbe passata. Che in italiano dicono quasi solamente “ciao” ma conoscono i vini, i vigneti e anche alcuni fra i nomi che indicano le vie, che sono amici di Toms Skujiņš che viene dalla Lettonia, un altro mondo rispetto a loro. Sono lontani e lontano vogliono restare, almeno per ora. Perché ad allontanarsi ci si può prendere gusto.
Lontano come è lontano Caleb Ewan. Perché viene dall’Australia, dall’altra parte del mondo, perché ha gli occhi a mandorla, quasi una forma differente di visione del mondo che ti resta addosso. E perché per un velocista la lontananza è un mondo da esplorare. Loro che in volata lasciano appena spazio all’aria. Vicini, sin troppo. Senza toccare i freni. Con la costante tentazione di allontanarsi, di quel tanto che basta per alzare le braccia e sentirsi liberi. Lontani e ritrovati.


Come formiche

Non c'è molto di diverso tra quello che è accaduto a Camaiore stamattina e quello che è capitato a Sovicille questo pomeriggio. Una partenza e un arrivo, certo, ma, a parte questo, si parla sempre, come dicono da queste parti, a Sovicille per l'appunto, di "una corsa di biciclette". Che poi, a ben vedere, a correre è l'uomo più che la bicicletta ma, nei vecchi paesi, si dice ancora così, come si aspetta la "partita di pallone".

Non c'è molto di diverso ma in realtà è tutto diverso. A Sovicille ci sono le domande, fuori da un vecchio bar, col sole radente, e un piatto di crostini neri, fegato e milza. Qualcuno vuole che gli si spieghi bene perché un gregario fa tutta la fatica che fa, perché quei cinque corridori sono scattati stamattina senza alcuna possibilità, altri cercano di capire di che nazionalità è un corridore dalla lingua che parla. Accade anche a noi, mentre un giornalista francese cerca di spiegarci perché segue il ciclismo e, per dire che lo segue per ciò che gli permette di sentire, poggia una mano sullo "stomaco". Ecco, a Sovicille a questa cosa non erano abituati.

Non sappiamo spiegare neanche noi lo scatto di Pogačar al traguardo volante, se non col fatto che sta bene, che, comunque, ha guadagnato un secondo, che punta a vincere questa Tirreno. Sappiamo spiegare il fatto che Cavendish si stacchi su una pendenza per nulla rilevante: se la gamba non c'è, non c'è. Tutte cose su cui riflettiamo noi e chi "le corse di bicicletta" le vive quotidianamente, per chi non è abituato tutto questo è estremamente naturale, mentre le spiegazioni si cercano per le cose che, col tempo, sembrano semplici, forse scontate, che poi, talvolta, non sono nemmeno così semplici. Per esempio quante borracce ha una squadra all'inizio di una gara come questa.

Anche per una volata accade così. Chi attraverserebbe campi e campi con semplici scarpe da ginnastica, anche graffiandosi, per una volata? Spettacolare quanto vuoi, ma certe cose, nel ciclismo, accadono sopratutto in salita. Come tante formiche per i campi, le persone. Ci dicono che qui vicino c’è un paese talmente sperduto da non essere conosciuto quasi da nessuno: Castiglion che Dio sol sa. Qualcuno sarà arrivato pure da lì.

E non solo per vedere Merlier vincere, per molto di più. Per fare attenzione a ogni movimento di un ciclista dopo l’arrivo: “Guarda quello che si è seduto sul muretto. E adesso cosa fanno? Ah lo coprono. Ma hanno la Coca Cola in mano, la bevono dopo il traguardo?”. E così via.

Mentre Merlier vince e Ganna resta in maglia azzurra. Mentre Merlier cerca dall’altra parte delle transenna la compagna e non gli interessa nulla del fatto che lo stanno aspettando alle interviste: certe cose vanno dette subito, altrimenti le perdi. Ed è un bene che sia successo, qui, a Sovicille, dove le persone, quando ti conoscono ti accompagnano a vedere un’incisione di un uomo che caccia un animale fantastico, sulla Chiesa di San Lorenzo. E tu resti lì, stupito, ad ascoltare.

Qui dove non sapere è anche meglio di sapere perché puoi stupirti e guardare ciò che non avresti mai visto. Fosse anche solo un tubolare.


Ganna e gli orologi di Camaiore

Non lontano dal mare, c’è il tendone con le inconfondibili sedie in cui ognuno aspetta il proprio turno prima di partire per la cronometro. La cronometro, in realtà, inizia lì. Inizia prima di iniziare. Ci sono dei sospiri che non ti aspetteresti mai a inizio stagione. La fregatura è l’orologio, quel timer che tutti vedono da qui e segna il conto alla rovescia per la partenza. Allora qualcuno si volta verso il collega seduto accanto e cerca di fare due parole. Si capisce, si vede, che non si conoscono, che non hanno confidenza, ma quell’orologio rende tutti uguali. Per iniziare a parlare chiedi a chi ti è accanto se vuole la tua borraccia, sai che ha la sua, la vedi, ma, anche il “no”, è un modo per far passare qualche altro minuto, forse secondo.
Non importa il risultato che vorrai ottenere, ma quell’orologio ti mette sull’attenti. Così guardi Simone Consonni che continua a toccare il casco, a spostarlo, a sistemarlo, qualcuno guarda il copriscarpe, il body, qualunque grinza. È il tempo. Lo stesso su cui disputano due signori mentre dal lungomare vanno verso l’interno: due orologi, fra l’uno e l’altro cinque minuti. Capire l’ora è fondamentale, soprattutto oggi, perché alle 16:37 parte Filippo Ganna. Qualcuno gli chiede se, dopo quello che ha fatto sabato a Siena, non teme Pogačar per la cronometro di oggi: «Dovrebbe essere scarico, ma lui con lo sforzo si ricarica invece di stancarsi». Della serie: «Vai a capire come fa».
E quell’orologio continua e le persone dai rulli accanto ai bus corrono alla partenza e poi, dall’altro lato, all’arrivo. Le lancette ti dicono cosa fare, quanto manca, quanto è passato. Per i ciclisti aumenta la frequenza del respiro, la sua profondità, l’ultimo sospiro è prima di scendere dalla pedana. Qui tutti tornano a guardare un orologio, non un telefono o un timer ma un orologio. Con le sue lancette e il suo tic-tac. Col suo giro, come le strade di questa crono che è un anello, che ti fa vedere dove sarai a breve, dove sei già stato. Che accanto ti fa correre chi corre per vederti e chi, con uno zaino in spalla, torna in hotel. Una bici per portare una persona da un luogo all’altro, con ciò che gli serve.
Ganna e il vento, Ganna nel vento. Quel vento dal mare che ha odiato per molto tempo. Un taglio nell’aria che sembra vibrata come una corda di una chitarra. Potente come chi deve penetrare l’aria, delicato come chi sfiora una transenna e non la tocca. E va, pedala più forte di prima. A poco tempo di distanza passano Ganna e Evenepoel. Nonostante il mare e il vento, si sente il rumore dei pedali, la catena. O, forse, immagini tutto, perché sai qual è il suono di un ciclista che passa, perché fra tanti suoni sembra impossibile sentirlo così bene. Sempre uguale e sempre diverso.
E non c’è nulla da fare perché anche Pogačar è dietro. Quegli orologi che sembravano essersi quietati dopo la partenza di Ganna, come quando accade ciò che aspetti, tornano a correre dopo quella di Pogačar, per capire cosa accadrà, per capire se a Ganna sarà bastato essere così veloce. È bastato, ce lo ricorda un signore: «È diventato un piacere anche vedere la cronometro». Già, gli orologi si leggono e si ascoltano, come le storie. E, a Lido di Camaiore, Ganna li ha accordati tutti. Un’orchestra, una sinfonia.


La tempesta perfetta

Piomba il gelo d’improvviso sulla Tirreno-Adriatico e piombano corridori che già da tempo segnano la storia. Piomba van der Poel: un po’ matto per come è scriteriato tatticamente, per come infiamma, per come non ha il minimo timore di far vedere quello che è. Attacca da lontanissimo: nei suoi geni scorre l’idea di un ciclismo che rifiuta tatticismi e preferisce lo scontro faccia a faccia.

Piomba Pogačar che ha ventidue anni, ma corre come se ne avesse il doppio. Gestisce squadra e corsa come se non avesse fatto altro in vita sua. Come se già quando era in culla gli avessero detto: vai, gestisci, comanda e domina. Attacca quando c’è da attaccare – esattamente come ieri – sempre in piedi sui pedali, sempre saldo sui dorsali, forte col freddo, col caldo, col sole, con la pioggia. Forte e basta: un fuoriclasse.

Piomba van Aert che in una giornata dura, da gente dura, con gente dura lì davanti, si difende perché è un duro, perché va forte ovunque pure lui, ed è comunque terzo.

Piomba Felline: ce lo eravamo un po’ dimenticati eppure è lì davanti. Primo degli umani si dovrebbe dire. Piombano Fabbro, piccolo ma sempre più a suo agio in mezzo ai grandi, lui che grande vorrebbe diventarlo, e De Marchi, suo conterraneo e non sarà un caso. È il più vecchio tra i primi dieci ed è un piacere rivederlo e riscoprirlo, perfettamente disinvolto in un ordine d’arrivo da grande classica che mette assieme corridori di ogni tipo.

Dal cielo smette di scendere la pioggia, la strada è infida, il vento ti sposta, corridori bagnati fradici e infreddoliti, crisi improvvise, gerarchie ribaltate, il nuovo che rifiuta il vecchio, un modo di interpretare le corse che fa a cazzotti con quello del recente passato. Il disegno della tappa è quello che tutti bramiamo per passare una domenica pomeriggio chiusi in casa e godere di uno spettacolo difficilmente ripetibile, ma che forse, a pensarci bene, con questa generazione potrebbe diventare una meravigliosa abitudine.

Quando van der Poel parte mancano circa due ore di corsa e in pochi minuti si costruisce un margine che fa pensare a una “facile vittoria”. Forse una giacca, qualcosa, avrebbe dovuto metterla: è infreddolito e bagnato fradicio. Passaggio dopo passaggio sotto il traguardo la sua faccia si trasforma come una maschera di plastilina in mano a un bimbo: prima impassibile, poi sotto sforzo, poi corrucciato, alla fine distrutto. Un uomo lo insegue a piedi per qualche decina di metri come fosse quel ciclismo che ci siamo lasciati alle spalle due anni fa, quello della gente per strada e dell’entusiasmo che ti fa spingere ancora più forte.

Quando Pogačar parte invece è perfetto, non ha bisogno della spinta del pubblico, delle urla nelle orecchie, né di bandiere slovene. È perfetto nel tempo e nello stile, nel modo e nell’idea: quella di prendere più distacco possibile da van Aert e non lasciargli speranze per la cronometro di martedì.

Quando van Aert si getta sul passo, col suo passo, limita i danni, mentre davanti Pogačar quasi piomba su van der Poel – come Yates ieri su di lui. Ma non basta. Vince van der Poel, che non riesce a esultare e allora esultiamo noi per lui, secondo Pogačar, terzo van Aert, insomma sempre loro.

Insomma uno spettacolo, come ci sta abituando questa generazione di corridori che all’improvviso piomba sul ciclismo e fa la storia. Il punto sapete qual è? Che siamo solo all’inizio.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto


Su, verso Prati di Tivo, si arriva e si vive

Mentre passa una parte del gruppo c'è un signore che esclama: «Io qui a Prati di Tivo ci vivo, mica ci arrivo!» e i corridori sfilano alla spicciolata sotto la sua finestra. Mattia Bais, invece, vive la fuga: ogni volta ricomincia da capo come fosse il Giorno della marmotta in bicicletta. In mattinata spiegava: «Oggi non scappo, ci proverà un mio compagno di squadra». Accendi la televisione e per contro te lo ritrovi davanti con nove minuti di vantaggio e quattro matti come lui che su a Prati di Tivo ci vogliono arrivare il prima possibile, prima o dopo il gruppo dei migliori non importa, ciò che conta come sempre non è la caduta, ma l'atterraggio.

Bernal e Pogačar sono i più attesi. Hanno rispetto, sentono rispetto, trasmettono orgoglio e talento. Pozzovivo, uno che corre in bici da quando i due non erano ancora nati, afferma: «Battere Pogačar e Bernal? Ma per me già stare alla loro ruota è un successo» e su verso Prati di Tivo proviamo a scrutare la sua sagoma, che ben presto si dissolverà.

Su, verso Prati di Tivo, pensiamo di affidarci al profilo inconfondibile di Nibali, nemmeno lui qui vive, ma vinse: era il 2012, un tiro di schioppo a guardarsi indietro, un'epoca fa a vedere giovani ragazzi che cambiano le gerarchie del ciclismo. Come Fabbro, settimo al traguardo, migliore degli italiani (con l'intenzione di esserlo sempre più spesso quando la strada sale) e proveniente dalla stessa squadra che ha lanciato Bais - il Cycling Team Friuli. «Ieri sono stato fortunato a non cadere. Cosa significa? Che la ruota magari gira per il verso giusto». E oggi la ruota ha girato.

Su verso Prati di Tivo non vive nemmeno Ciccone, seppure abruzzese, teatino, corridore regionale; Adriano De Zan avrebbe cadenzato magnificamente "en-fant-du-pa-ys" e così lo avrebbe definito.
Parte ai -10,8 chilometri dal traguardo, ma un Ganna dal cuore di ghiaccio e dalle gambe di acciaio, lo riprende - sfuma subito Ciccone. Sul cuore di ghiaccio si scherza, sia chiaro, questioni di squadre, di tattiche, di normali svolgimenti di corsa, ma se parliamo di anime glaciali riguardatevi il finale di oggi della Parigi-Nizza: Roglič che bracca Mäder, in fuga tutto il giorno, a meno di cinquanta metri dall'arrivo, lo supera e vince. Mäder di stizza lo manda a quel paese.

Si sale e ci si affatica - sapeste che novità - fa caldo, quel bel caldo primaverile, ma su, ancora più su, verso i 1450 metri di Prati di Tivo tira vento e intorno si vede la neve. Parte Bernal con Pogačar: un fuoco di paglia. Parte da solo Pogačar qualche chilometro dopo: un incendio che accende la corsa. Dietro si arrabattano, gli avversari si agganciano ad ogni granello di energia per salvare il salvabile. Saltano Thomas e Bernal, Nibali era già saltato prima, ma van Aert no, con quella maglia blu come il mare, si difende e sarà nono e ancora in piena lotta per vincere la Tirreno-Adriatico. Landa è sempre lì, ma non basta, fa sempre un po' rabbia e un po' tenerezza - arriva quarto battuto allo sprint da Higuita.
Simon Yates rinviene talmente all'improvviso (avrà pensato sicuramente Pogačar: "eh questo da dove arriva?") che ancora qualche centinaia di metri e magari riprende il giovane sloveno. Ma la regola è chiara, quello è il traguardo. Lì, sotto lo striscione, termina la sfida.

E mentre Pogačar esulta, con quelle gambe possenti, e un ciuffo di capelli che gli esce dal casco, il signore che vive su a Prati di Tivo è soddisfatto: sono arrivati tutti. Chiude la finestra sulla corsa e sa che anche oggi è stato un bel giorno, perché una bella corsa gli è passata sotto casa.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021


Il mestiere di correre veloci

Cosa vuol dire essere il più veloce del mondo? Che mestiere è quello del velocista? Trovarsi in mezzo a tutta un’agitazione di bici che si sfiorano e gomiti che si toccano; teste che si arrovellano, urla e spintoni, mani che troppo spesso si levano dal manubrio. Un “occhio!” gridato e buttato lì, e di nuovo sgomitate, i soliti freni che sfrigolano e catene che vibrano a una velocità tale che risulta impercettibile alla vista.

L’adrenalina è aria pesante: mai avere paura, perché in quei frangenti significherebbe tirarsi indietro senza infilarsi negli spazi che si vengono a creare, significherebbe non sfruttare l’occasione.
Essere il più veloce su due ruote non è come esserlo su una moto. Lì è diverso: la puzza di benzina, le ruote larghe. Qui le ruote sono finissime, si corre su linee sottili, l’odore è quello del sudore, il dolciastro è il liquido delle borracce che schizza dappertutto. E poi di nuovo urla e strepiti come prima. Gambe, leve e pedivelle. Fiducia e pelo sullo stomaco. Transenne vicinissime, copertoni e sellini a un palmo dal naso. Progressione o esplosività, colpo d’occhio e intuito.

Scartano, velocisti e passisti, sbattono la porta in faccia all’avversario, rischiano, azzardano, manipolano, creano varchi e cercano spazi. A vederli dall’alto mettono paura, a starci in mezzo nemmeno potremmo immaginarlo.

Essere velocisti non vuol dire solo sprigionare watt, ora si dice così, ma insistere, insistere, insistere, sempre più veloci e senza timore, trovando consistenza per vincere l’attrito. Abbassarsi per diventare simile a una palla di cannone come fa Ewan o come faceva Cavendish, oppure preferire la progressione da dietro, avere panterina scaltrezza, essere letali nel colpo di reni. Ci sono volate che arrivano all’improvviso come folate e velocisti che sognano i Campi Elisi. Ci sono sprint indecifrabili come quelli del Festival della Velocità di Sanremo, dove per sei o sette ore sembra non succedere nulla, poi per venti minuti hai il cuore in gola.

Si vuole avere strada libera davanti, e allora essere il più veloce del mondo vuol dire anche scegliere la ruota giusta al momento giusto e oggi la migliore in assoluto è quella di Mørkøv: fortunato chi la può battezzare. Pesci-pilota li chiamiamo noi, specialisti del lead-out per dirla all’inglese. Mørkøv studia finali e avversari e diventa la scheda madre dei suoi compagni di squadra, una sorta di appendice del loro furore in volata. Kristoff, Viviani, Bennett, con il danese sono diventati (tra) i più forti al mondo. I due (Mørkøv-Bennett) oggi non sono a dare spettacolo alla “Tirreno”, ma qualche chilometro più in su, alla Parigi-Nizza.

Verso Lido di Camaiore, invece, alla Tirreno-Adriatico, matti come gatti, ci sono Viviani, Ewan, Ballerini, van Aert, Merlier e altri. Le loro potrebbero essere intese anche come prove generali per la Classicissima ma quel giorno dovranno fare i conti con van der Poel e Alaphilippe (sì sempre loro).
Oggi si sono sfidati, hanno affilato muscoli e denti, provato trenini e scambiato vagoncini. Alla partenza Ewan era carico: «Sono qui per vincere» ha detto. Potrebbe mai pensare qualcosa di diverso? Merlier invece osservava con rispetto e venerazione la livrea del suo compagno van der Poel: «Orgoglioso di avere lui, oggi, a disposizione». Ebbè.

Un gruppo di muratori, finito il turno di lavoro, non rientra subito a casa, ma decide di aspettare il passaggio della corsa, tra una sigaretta e l’altra. E la corsa passa: veloce. Velocissima, come van Aert in progressione. Ha avuto la strada dritta e libera e fulminato i velocisti. Di mestiere non è uno sprinter ma di sicuro conosce bene il modo per arrivare prima degli altri dal punto A al punto B.
Pronto, scaltro, vincente, potente: perché per ogni van der Poel c’è un van Aert. Così come per ogni Pogačar c’è un Roglič che solo pochi minuti prima, alla Parigi-Nizza, vinceva in salita con strada bella libera e in progressione. Nemmeno Roglič è un velocista, ma è certo che anche lui oggi ha corso più forte degli altri.

Foto: Luca Bettini/BettiniPhoto©2021