Una grande classica a Parigi

È come una grande classica: i velocisti si fanno del male sulle montagne pur di arrivare qui e sfidarsi. Quando ascolti le loro interviste, e sono ancora ragazzi, ti dicono quasi sempre: «La corsa che vorrei vincere? Lo sprint sugli Champs-Élysées».
Basta poco, solo avere questo nel bagaglio tecnico: fibre da velocista, una potenza particolare da esprimere sui pedali, resistenza - ricordate le montagne di cui parlavamo prima o le medie folli di queste tre settimane? - e di conseguenza qualcosa rimasto nel serbatoio; per finire pelo sullo stomaco, tanto pelo sullo stomaco, per buttarsi in mezzo a tutto quel casino.
Guarda caso, le caratteristiche che riassumono al meglio Jasper Philipsen, a conti fatti il velocista numero uno di questo Tour. Si sente l'urlo della gente, a Parigi, tantissima gente. Su quei sanpietrini dove la bici balla, solo loro sanno come fanno a controllarla. Ci si consacra su quel rettilineo, sull'Avenue des Champs-Élysées, ma prima si brinda e si festeggia, una passerella e poi una lunga kermesse, fatta di strane idee, come quelle che hanno in testa alcuni corridori che vorrebbero rovinare la giornata a quei velocisti rimasti.
Bandiere danesi ovunque, a Parigi, gente appesa ovunque, a Parigi, per vederli passare, battaglia per la posizione e qualche fuori programma - ma nemmeno troppo. Van Aert che si concede la prima giornata libera di questo Tour e nessuno ci avrebbe scommesso, ma in queste settimane i colpi a sorpresa non sono mai mancati. Non sprinta per la maglia verde (vinta da giorni, ormai) e nemmeno all'arrivo, concedendosi il proscenio insieme ai suoi compagni di squadra, insieme a Vingegaard che, roba quasi da non crederci solo pochi mesi fa, vince il Tour de France.
L'attacco di Pogačar con Ganna a sei chilometri dall'arrivo serve solo a scaldare i cuori, a farci sussultare, la volata finale invece a stravolgerci l'umore. Vince Philipsen, oggi il miglior velocista del mondo, su un traguardo che vale una grande classica. Su un traguardo che chiude un Tour che non dimenticheremo mai.


Infiniti

Rocamadour conosce da tempo l'infinito, qualcosa che ricorda Leopardi. Per quelle case affacciate su uno sperone di granito, a picco verso la gola del fiume Alzou. Poco fa, però, l''infinito di Rocamadour è stato qualcosa di diverso.
Quello di Filippo Ganna che "sedendo e mirando interminati spazi e sovrumani silenzi" ha corso a più di cinquanta all'ora. Il paesaggio non è di un ciclista, forse solo della sua visiera che lo riflette, come un'impressione, una pennellata. Di un ciclista è, invece, il rispetto di chi guarda e aspetta, per questo Ganna, appena conclusa la prova, ha detto che gli sarebbe spiaciuto non vincere, "perché in tanti credono in Ganna, sperano in lui". Ma per loro non è cambiato nulla e Ganna resta lo stesso anche se non ha vinto.
È “il cor che per poco non si spaura" di Jonas Vingegaard che è partito così veloce da rischiare di vincere non solo il Tour de France ma anche qui, vicino al Castello di Rocamadour. Perché Pogačar è un fuoriclasse e può succedere di tutto, anche se è difficile, anche se è quasi impossibile. Il tempo, però, non si misura solo con gli orologi, si esprime in desideri, volontà, per questo è la parte più irrazionale dei numeri.
La paura in una curva, vicino alle rocce, a pochi centimetri e poi gli ultimi metri, un respiro profondo e un pianto libero, un naufragare dolce in un mare che è altrove. In un abbraccio con la famiglia.
L'infinito è soprattutto di Wout van Aert. Sono infinite le sue gambe, i suoi muscoli, la potenza sprigionata, sono infinite le sue possibilità: in salita, in pianura, a cronometro. Da solo per scelta o da solo per obbligo, ma anche nel caos, nella confusione di una volata. Poi nei "sovrumani silenzi" di una galleria in cui non vediamo nulla ma immaginiamo tutto e anche di più.
"Quell'infinito silenzio a questa voce" va comparando van Aert mentre si affaccia alle transenne, appena sa di aver vinto la cronometro, e si fa vedere dal vincitore del Tour, dal suo compagno, da Vingegaard. Gli va incontro. La sua voce e quella del danese che ora è un grido, poche parole e di nuovo silenzio. Poco dopo si commuoverà anche lui, da solo, strofinandosi gli occhi e camminando più veloce per andare via. Due volti della vittoria, che è diversa ma è anche la stessa. Costruita col tempo e la pazienza, guardata da lontano e poi vissuta da dentro.
Rocamadour conosce l'infinito mentre qualcuno guarda gli sconfitti e ne riconosce l'umanità, li applaude. Accade anche con Pogačar. Perché sono giovani, perché c'è tutto il tempo per quel che oggi è mancato. Dalle porte di quelle case, ciò che sembra infinito, talvolta, è semplicemente futuro. E se l'infinito non è per gli uomini, il futuro sì. Il futuro è anche e più che mai di un ciclista.


Guardare indietro, guardare avanti

Si parte dalla fine, non è una cronistoria. Dallo scatto a poche centinaia di metri dal traguardo di Cristophe Laporte, lì dove non batte il sole, dove la strada fa una curva e fa male perché sale leggermente; Laporte che fa il vuoto, e pensa a stamattina a quando van Aert, che guarda avanti e vede, gli fa: «Oggi corriamo per te». Si guarda indietro, Laporte, per un attimo. C'è l'affanno, le gambe imballate del gruppo. Per lui è delizia, per gli altri è horror vacui da riempire in qualche modo.
Si parte da quello scatto di Laporte che raggiunge e supera chi era rimasto per strada a intralciare l'opera; guarda indietro e poi davanti, e dà alla Francia quella gioia che mancava, quella che Pinot con le sue gambone in salita non era riuscito a regalare.
Si torna indietro a van Aert. Anche oggi fa un po' quello che gli pare e guida Vingegaard davanti sbrogliando gli enigmi di tutte quelle rotonde. Eroe di casa Jumbo Visma, van Aert, sulla bocca di tutti dopo aver portato a spasso il gruppo per venti giorni o poco più; un po' eroe anche di Francia, oggi, che se avesse voluto chissà, avrebbe potuto vincere, ma ha scelto così: lanciare verso il traguardo Laporte. «Glielo dico sempre: non hai nemmeno idea di quanto tu sia forte».
Si torna indietro, a quando Pogačar, così per sfizio, per dispetto, per gusto, per essere semplicemente Pogačar e usare il Tour de France come un parco giochi, prova un attacco e forse non sa nemmeno lui bene il motivo, se un motivo ci deve essere, oppure perché la sua centralina è sempre programmata per dare spettacolo e far parlare di lui - per la cronaca si getta in volata e chiude quinto. Per la cronaca a fine tappa lui è lì che se la gode dispensando sorrisi e complimenti a tutti.
Si torna ancora indietro alle facce dei velocisti che hanno faticato per arrivare fino a oggi, a quella di Pedersen ammalato, a Jakobsen che sfida il tempo massimo per esserci, una sfida che non è nulla rispetto a quella che ha dovuto superare: entrambi guardano avanti, ma non troppo, sognando un epilogo diverso a Parigi.
Si resta indietro a farsi domande: cosa spinge un corridore a farsi centinaia di chilometri in fuga sapendo di essere ripreso? Simmons, Mohorič, van der Hoorn e Honoré, non hanno una risposta, ma sembrano creati per stare assieme e andare avanti.
Si guarda avanti, a Wright che comunque vada esce dal Tour consapevole della sua dimensione di corridore, a Stuyven che si fa in quattro per tutti, che ha talento ed eleganza e sembra un modello in bicicletta cosparso di olio abbronzato. Entrambi arrivano a tanto così, ma bisognava fare i conti con quello che voleva van Aert.
Si guarda avanti, infine, a Philipsen che per fortuna l'altro giorno ha vinto, perché anche oggi è arrivato secondo, oppure a Dainese, che dopo il Giro cerca la consacrazione al Tour, e sì, lo possiamo dire, che bel corridore abbiamo trovato. E sì lo possiamo dire, al Tour de France 2022 non ci si annoia davvero mai.


Il paradosso di Simon Geschke

Il paradosso di Simon Geschke è arrivare a tre Gran Premi della Montagna sui Pirenei dalla possibilità di vincere la maglia a pois, perderla, ma avere comunque il dovere - per regolamento - di indossarla fino a Parigi.
Ieri a fine tappa non teneva le lacrime. Liberato e affranto. Affaticato già sul primo strappo non riusciva a resistere ai migliori che andavano in fuga e poi, nonostante il grande lavoro della squadra sull'Aubisque, dove gli servivano i punti necessari, forse, chissà, per vincere - ricordiamo anche il salto di catena il giorno prima costatogli una manciata di punti fondamentali - si staccava definitivamente anche dal gruppo maglia gialla, capendo che non sarebbe stata più quella giornata immaginata alla vigilia.
A 36 anni, Geschke è arrivato vicino al punto più alto - almeno simbolicamente - della carriera, dopo aver vinto pochissimo, ma bene: un solo successo nel World Tour, proprio al Tour de France. Era il 2015, la tappa arrivava a Pra-Loup e lui, con la più classica delle azioni di anticipo che definiremmo "la fuga nella fuga", vinse per distacco, attaccando in un tratto di falsopiano, davanti a Talansky, Uran e Pinot.
Dopo le lacrime, ieri, ha spiegato così: «Indossarla fino a Parigi non sarà la cosa più bella, potessi scegliere correrei con la mia divisa, ma questo è il Tour e i nove giorni che ho vissuto in maglia a pois sono stati lo stesso un sogno per me».


Come quei due (ma non solo)

Come la trama di un film. Come l'esaltazione di un gesto. Come la resistenza in salita.
Come gli attacchi di Pogačar: ne ha provati sei sulle inedite pendenze del Col de Spandelles. Sei volte, e Vingegaard che gli risponde senza il minimo cedimento. Stringendo i denti, protetto dalla maglia gialla e nascondendo la sua fatica dietro gli occhiali. Avremmo voluto essere le gambe di uno per provare a staccare l'altro, avremmo voluto essere i pensieri di quell'altro per stare in scia a quell'uno.
Come le nostre idee, le nostre ispirazioni, fatte a pezzi nelle ultime due ore di tappa.
Non sapere più dove guardare. Come un tifoso che si esalta al loro passaggio. Come gli avversari che venivano superati uno a uno e si giravano, quasi meravigliati, attoniti, spettatori anche loro di quello che andava in scena. Come l'azione di un rivale che, superato da quei due, rovesciava la sua borraccia sul collo di Pogačar. Come uno sparpaglio di corridori sui Pirenei.
Come Wout van Aert che attaccava al chilometro zero, andava in fuga, veniva ripreso. Attaccava di nuovo, te lo ritrovavi nell'azione decisiva persino in lotta per la maglia a pois e poi a scandire il ritmo staccando colui il quale pensavamo - a inizio Tour - nessuno riuscisse mai a staccare. E poi quel gesto, l'esultanza sul traguardo, segno di una giornata perfetta.
Come Tibopinò che ci prova sempre, non importa se quelle gambe ci sono o non ci sono, mica è una magia, è un sentimento. È una prova, una sfida. Ma non è bastato. Come Gaudu che va su in progressione e raggiunge tutti - o quasi. Come Meintjes che attacca da lontano. Come Kuss, fatto apposta per le salite, o come Quintana che resiste e ci riporta indietro di qualche anno. Come Thomas che difende il podio, a 36 anni, in un ciclismo che ha le fattezze di due bambini e la misura della velocità estrema.
Come un'asfalto ruvido o che si impenna. Come una curva infida. Come Pogačar, di nuovo, che attacca anche in discesa. Come Vingegaard che rischia di cadere per stargli dietro. Come Pogačar, di nuovo, che cade in discesa. Come Vingegaard che lo aspetta e poi si stringono la mano. Come quei due, di nuovo, dopo il traguardo che si abbracciano, stanchi ma felici.
Come questo Tour, che non dimenticheremo, come quei due (ma non solo) e i pomeriggi roventi davanti al Tour.
PS Grazie per lo spettacolo.


Il Tour degli ultimi

Cinque ore. Non parliamo spesso di numeri, ma questo non è un numero casuale. Ha a che vedere con gli ultimi di questo Tour de France: è, infatti, di circa cinque ore il ritardo dell'ultimo corridore in classifica generale alla vigilia dell'arrivo della tappa di Hautacam. Cinque ore ovvero una tappa e anche abbastanza lunga. Chi arriva in fondo alla classifica è come se avesse percorso una tappa in più. Questo per dare una misura temporale a quella sofferenza degli ultimi, alla loro difficoltà, perché diciamo tutti che gli ultimi fanno più fatica: così c'è un modo di misurarla quella fatica. E non è finita perché non saranno solo cinque ore, aumenteranno ancora.
Ma proprio perché i numeri non bastano, dobbiamo guardare cosa c'è dentro quelle cinque ore, quella tappa in più. Viene da pensare a Caleb Ewan a Mende e a quel ringraziamento ai compagni: un grazie che ha a che vedere con la solitudine e il lavoro, con la paura e il coraggio e anche la responsabilità. I compagni che non lasciano solo il capitano in difficoltà, molte volte, potrebbero staccarlo perché per loro può essere difficile tenere il suo ritmo, non per questioni di velocità, per questioni di lentezza: talvolta si voltano, lo guardano e, appena si rendono conto che stanno forzando troppo, tornano a rallentare. Ci si assume un rischio: quello di arrivare tutti fuori dal tempo massimo, di tornare a casa eppure anche per loro, per quei gregari, finire il Tour, arrivare a Parigi, ai Campi Elisi, è un sogno. Un sogno messo a repentaglio da un dovere. Sì, è un dovere, non una scelta morale, ma nulla cambia. C'è qualcosa di straordinario lo stesso, per come quel dovere viene portato a compimento. Un capitano ci pensa, ci pensa spesso quando non riesce ad andare avanti.
Anche un gregario ci pensa, perché quando è da solo pensa a tutto. Michael Mørkøv a Carcassonne ci credeva, ci ha creduto fino ai venticinque chilometri dal traguardo: non nella possibilità di vincere, non in quella di fare bene, solo in quella di arrivare in tempo per continuare. Non si può nemmeno immaginare quanto sia difficile quando resta solo questa. Allora perché si continua? Per se stessi ma, se si è uomini come Mørkøv, soprattutto per gli altri. Già, perché con quel poco che resta magari puoi lanciare un'ultima volata. Irrazionale un ciclista quando soffre: spera che basti una notte per cambiare tutto e l'incredibile è che talvolta basta, talvolta in quelle poche ore di sonno le cose cambiano e si torna a rendersi utili. Se non succede si aspettano giorni fino a che succede o fino a che si scende di bicicletta per sfinimento. Mørkøv non ha avuto questa possibilità perché non è riuscito a stare nel tempo massimo, ma ad aspettare, insieme a tutta la gente che non se n'è andata, c'era il direttore del Tour de France all'arrivo. Poche parole, una sorta di inchino.
Dietro a lui, come dietro a Soler, distrutto dai problemi di stomaco, la Voiture Balai, la vettura scopa, per gli ultimi. Cosa si prova a sentire quella macchina alle spalle, ad avere la sensazione di essere attesi dall'ultima macchina della corsa? Qualcuno alla guida delle vetture scopa ci ha detto che capita di immedesimarsi nell'ultimo uomo che hai davanti, di sentirsi davvero impotenti, perché nulla si può fare se non guardare e aspettare. Forse chiedersi se tutta quella fatica abbia un senso.
Quello stesso senso di impotenza che hanno provato i compagni e lo staff di Fabio Jakobsen ieri a Peyragudes. Di nuovo i numeri: diciassette secondi di salvezza per ore di fatica. Hanno gridato, chiamato, mosso le mani, lo hanno tifato come se stesse vincendo, più forte che nelle volate. Non poteva essere che così, perché il tifo serve soprattutto a loro, agli ultimi. Quando vai forte, stai anche bene da solo. Quando sei quasi fermo, hai bisogno di tutti. In fondo è questo il segreto di chi aspetta fino all'ultimo atleta sulla strada e sembra non finire mai la voce.
C'è un dettaglio, lo abbiamo visto più volte sulle strade: per i primi si tifa con tutto il corpo, con strumenti e movenze, per gli ultimi si aggiunge qualcosa. Per gli ultimi si aggiunge lo sguardo: ci si guarda a vicenda, tifosi e ciclisti, e in quel momento si tace. Tutto quello che si vuol dire è in quegli occhi che si incrociano: chiedetelo a un tifoso, chiedetelo a un ciclista.


Lâcher les chevaux

"Lâcher les chevaux" dicono i francesi. Liberare i cavalli, dare tutto superando ogni limite. Oggi, al Tour de France, abbiamo visto tradotto in atto il significato di quel pensiero.
Lâcher les chevaux, in uno sprint durato duecentocinquanta metri, ma che diciamo, in centoventinove chilometri a blocco; una cosa impensabile per qualunque essere umano, ma quando vedi in bicicletta questa generazione di ciclisti ti chiedi cosa sia umano o cosa sia super.
Su una lunga, dritta, infinita lingua d'asfalto a doppia cifra che arrivava su a Peyragudes, Pirenei, credevamo di sentire tuonare i fuochi d'artificio, ma si è solo intravisto qualcosa; si è sentito come un sibilo, che si infiltrava in mezzo alle urla del pubblico, uscire da quegli attrezzi a due ruote che parevano potersi spaccare da un momento all'altro a causa dell'energia inferta da quei due lì davanti. Digrignavano i denti Pogačar e Vingegaard. Vingegaard e Pogačar. Sempre loro, solo loro.
No, non c'è alcuna delusione a fine tappa, nemmeno se si dovesse pensare che quello lì in maglia bianca non riusciva ad attaccare quello lì in maglia gialla. Entrambi al limite, oltre il limite, mentre gli altri (quasi dispersi) messi ognuno per un angolo, ognuno dentro la propria fatica e i propri demoni, a seguire il proprio ritmo, a liberare i propri cavalli.
Lâcher les chevaux: come hanno fatto Mikkel Bjerg prima e Brandon McNulty poi. Li aspettavamo da inizio Tour, li aspettava Pogačar forse proprio in queste giornate qui da tutto o niente, e oggi, come se avessero deciso fosse il momento, hanno liberato i cavalli e li hanno buttati in strada, hanno distrutto il gruppo, e alla fine, insieme a McNulty restavano solo in due. I più forti di questo Tour, i più forti interpreti di una corsa a tappe di tre settimane, di un Tour de France che ogni giorno ci piace da impazzire.
Lâcher les chevaux, come ha fatto Quinn Simmons che finalmente sbarbato dimostra l'età che ha, che è quell'età che hanno tutti quelli che con un po' di talento vanno forte in questo ciclismo.
Ha provato a lasciare i cavalli anche Ciccone, ma quella maglia a pois resta salda sulle spalle di Geschke; lo ha fatto Madouas per Gaudu, oppure Pinot che sceglie, in perfetto stile Pinot, una giornata in cui per i fuggitivi non c'è storia, ma che lui sia davanti o dietro resta il più atteso. Il più amato.
Lâcher les chevaux, come ha detto Gaudu dal primo giorno. Ha paura di saltare e si gestisce fino a liberare quei cavalli nei finali di tappa e oggi in classifica attacca il primato che vale il posto del primo degli umani, dietro due scesi nel ciclismo per dare spettacolo, dietro Thomas che a 36 anni non molla mica, e dietro Nairoman, per definizione, capostipite di un universo supereroistico.
Ha liberato i cavalli nella sofferenza estrema Fabio Jakobsen, ultimo, dentro al tempo massimo per 17" e quell'idea di arrivare a Parigi (e vincere) che si avvicina. Domani permettendo.
Domani, eccolo l'ultimo atto - in montagna - per liberare i cavalli, per continuare a tormentarci guardando lo schermo e dire: "quando attacca Pogačar?", per ammirare lo spettacolo del Tour de France con il rammarico che poi tra pochi giorni sarà tutto finito.


Cinque cose sul Tour

Il Tour entra nell'ultima settimana. Calda e probabilmente le temperature incideranno su rendimento e risultati. Tre frazioni pirenaiche in crescendo, partendo da quella di Foix, arrivando su a Hautacam, passando per Peyragudes. Terreno per inventarsi qualsiasi cosa ci sarà. Poi una volata, la crono - bella lunga - e la passerella finale sui Campi Elisi.

LA FORZA DELLA JUMBO - Da misurare. Inscalfibili fino all'Alpe d'Huez poi è successo qualcosa che ha ingarbugliato all'improvviso il filo del destino. Nella tappa del Granon hanno messo in scena una tattica aggressiva andata bene, benissimo. Hanno fatto saltare (di testa e di gambe) chi pareva dovesse dominare quasi con un fil di gas la corsa. Poi hanno iniziato a perdere qualche colpo - a Mende, dove la sensazione era quella di una squadra in gestione delle forze - e a Carcassone dove più che perdere colpi, all'improvviso hanno perso due corridori, Kruijswijk e Roglič, mentre un terzo, Benoot è acciaccato. Fortuna loro che, come ha detto uno dei direttori sportivi di Pogačar: «La Jumbo possiede due squadre, una è rappresentata solo da van Aert». Da domani il belga, sin qui protagonista ineguagliabile di ogni tappa di questo Tour, se possibile dovrà dare fondo ancora di più a quell'incredibile motore arrivato a pieno regime nel mese di luglio 2022. Menzione per Kuss che nella prossima tre giorni dovrà svestire i panni dell'ottimo scalatore e diventare l'angelo custode di Vingegaard. Ce ne sarà bisogno.

RIBALTARE UN TOUR - E come si fa? La strada c'è, ma le forze saranno da quantificare. Vingegaard tra l'Alpe e Mende si è incollato alla ruota di Pogačar che ha fatto quello che poteva, scalate a tutta, scatti e progressioni, ma non è bastato. Terreno ce n'è e ci aspettiamo le fiamme sulla strada; ma dovranno inventarsi qualcosa anche a livello di squadra, una UAE che nelle ultime giornate è apparsa più compatta rispetto al solito, con Majka, Soler (anche se ancora ci chiediamo a cosa servisse la sua fuga a Mende) e McNulty attorno al fuoriclasse che gli fa da capitano. Loro dovranno inventarsi qualcosa, ma sarà poi il bambino in maglia bianca a finalizzare; quel bambino che pare non amare particolarmente l'alta quota - pagando sul Granon lo sforzo fatto sul Galibier, oltre all'ormai chiacchierata "crisi di fame" e alle energie consumate nel rispondere agli scatti di Roglič - e il caldo - prevista un'atmosfera da forno ventilato sui Pirenei che, per fortuna di Pogačar, non si avvicineranno nemmeno ai 2000m. Lo sloveno, croce a volte per il suo modo di interpretare le corse a tutta senza gestione delle energie, ma una delizia per noi che ce lo gustiamo, è un bene per questo ciclismo, un bene per lo spettacolo e farà di tutto, anche a costo di saltare (se va beh), per provare a ribaltare il Tour.

E LA INEOS CHE FA? - Nel giorno di Mende, quando Pogačar provò ad attaccare che non era nemmeno l'ora di pranzo, lasciando indietro mezza Jumbo-Visma, racconta Geraint Thomas di come lo sloveno si sia avvicinato a lui per chiedere una mano. «I Jumbo sono a tutta, affondiamo il colpo» il senso delle parole del rivale. Questo lo abbiamo saputo dopo dalla voce proprio del gallese, ma in diretta chiunque ha pensato: è mai possibile che la INEOS con tre uomini in classifica non voglia provare ad attaccare la maglia gialla? Ecco, quello che chiediamo e speriamo non è tanto un'alleanza a tavolino quanto una INEOS che, dopo aver vinto una bellissima tappa con Pidcock, batta un colpo per provare ad acchiappare il Tour. In una corsa così spettacolare com'è stata fino adesso dal primo giorno, manca solo un'idea di questo genere a rendere tutto ancora più cinematografico. Certo, al momento l'atteggiamento è quello di chi pare voglia tenersi stretto la posizione che ha alle spalle dei due dominatori, con Thomas in linea per un podio e Yates per un piazzamento tra i primi sei - obiettivo che potrebbe bastare alla squadra britannica senza correre troppi rischi. Ma allo stesso tempo saremmo sorpresi che, con questa potenza di fuoco - non dimentichiamo Pidcock nei primi 10 al momento - si lasciassero sfuggire l'occasione di provarci in qualche modo, con un'azione ben congeniata.

ULTIME SPERANZE ITALIANE - Di Italia ne abbiamo vista poca, quella che abbiamo visto è apprezzabile perché consapevoli di cosa passa il convento, ovvero il movimento, nella corsa più importante del mondo. Vicinissimi a un successo ci siamo andati con Bettiol su tutti, c'è da chiederci se ci sarà ancora terreno per il corridore della EF, mentre Mende era perfetta per lui che ha mostrato, quando in condizione, di avere gambe, carattere, forza da primo della classe (un appunto da fare alla squadra: serviva sprecare tutte quelle energie per Uran?). Ganna benino, lavora molto e raccoglie quel che riesce, generoso in fuga, si è inchinato alla legge di Pedersen, ma dalla sua avrà una crono lunga, complicata, è vero, ma lui, quando c'è da mettere giù i cavalli contro il tempo, ci fa sempre divertire. C'è Ciccone, poi, che di carattere più che di gambe battezzerà una delle tre tappe pirenaiche - la maglia a pois? difficile, ma non impossibile visti i contendenti - mentre Caruso crediamo voglia mostrare qualcosa in un Tour sin qui decisamente sotto le aspettative - come tutta la Bahrain. Infine le ruote veloci: Dainese, ma soprattutto Mozzato hanno mostrato di saperci e poterci essere subito dietro l'élite della velocità. Tra Cahors e Parigi andranno ancora a caccia di piazzamenti.

AGGRAPPATI A PINOT - Eh sì, non lo dimentichiamo. Lo vogliamo fortemente come lo vuole fortemente tutto il pubblico francese che pare non aspettare altro. Ci ha provato due volte e due volte gli è andata male. Lui dice di stare benissimo e che anzi è deluso per i risultati - soprattutto il terzo posto a Mende - che non rispecchiano la sua condizione, quanto forse sono più figli di errori di valutazione e ritardi nell'effettuare la scelta giusta. Aggiustando tempo e modo Pinot avrà davanti a se tre belle chance per portare a casa una tappa, anche se già vederlo lottare con quella grinta e quelle ginocchia che sembrano a ogni pedalata colpirlo in faccia, è già bello. A lui non diteglielo però, perché conosciamo tutti il suo motto a proposito del vincere, e il suo interesse è quello di trasformarlo in qualcosa di concreto.


Crediamo nel modo

Crediamo nel modo. Nel modo di fare le cose, qualunque sia il risultato, e lì, sul modo, ci soffermiamo. Anche guardando a Steven Kruijswijk a terra, dopo una caduta apparentemente innocua, che, invece, ha fatto male, così male da farlo restare sull'asfalto rovente, con una mano sulla spalla. Perché a pochi metri c'è Wout van Aert, che vorrebbe ripartire, ma lo guarda, cerca conferme, cerca un segnale, poi parte. Perché quando Kruijswijk viene trasportato in barella verso l'ambulanza il pubblico guarda e applaude. Un applauso nel silenzio, del silenzio: il gruppo è già altrove, certo, ma non è per quello il silenzio interrotto solo dal battere delle mani. Significa riconoscersi in un dolore e questa gente, quella che aspetta ore sotto il sole per un secondo di colore e di vento, sa cosa vuol dire.
Credere nel modo vuol dire guardare oltre a quello che si vede, vuol dire cercare oltre quello che si trova, vuol dire fare, talvolta, oltre quello che si può. Mentre scriviamo questo pezzo non sappiamo se Michael Mørkøv arriverà a Carcassonne, se lo farà entro il tempo massimo oppure no, però Mørkøv crede nel modo. Non abbiamo dubbi. Perché c'è modo e modo di non farcela. Insistere fa parte di questo modo. Qualcosa di simile vale per Benjamin Thomas: il suo modo è quello dei fuggitivi e chi fugge crede nel modo perché se credesse solo nel risultato non andrebbe in fuga, non soffrirebbe così per poi perdere tutto a pochi metri dal traguardo, col gruppo che lo inghiotte. Il risultato è importante ma credere nel modo fa la differenza perché c'è modo e modo di raggiungere lo stesso risultato e chi guarda capisce, chi guarda ama non per i numeri, ma per le modalità con cui avvengono le cose.
Wout van Aert prova ad andare in fuga, viene fermato, torna in gruppo, cade, aiuta Vingegaard e poi si lancia in volata. Non vince, arriva secondo ma volete mettere questo secondo e qualunque altro secondo posto? Poi si parla di tattica, di strategie, degli errori e di tutto il resto. Questo, però, colpisce e colpisce perché ha a che vedere col modo.
Come col modo ha a che vedere la volata di Jasper Philipsen: con il modo in cui se la guadagna, con il modo in cui sprinta, in cui non smette mai di pedalare, e anche col modo in cui parla dopo il traguardo. Col modo, ad esempio, in cui dice ad un intervistatore "sto per piangere", quasi ad avvertire di un momento di debolezza che è poi un momento di forza.
Ve lo dicevamo: crediamo nel modo. Da sempre, oggi ancor di più.


Guardare Bettiol

C'è un tappeto giallo sulla Côte de la Croix Neuve a Mende. Un tappeto che, in questo sabato, coincide con i battiti che aumentano, con la posizione di chi sta guardando il televisore dal divano che cambia, il volume che si alza, quasi che la voce più alta possa cambiare qualcosa. Ci si siede, ci si mette in punta di divano, mentre le mani, che non riescono a stare ferme, continuano a intrecciarsi, a sudare. Si fa fatica anche a guardare, a volte il ciclismo è così ma a non vedere si sta proprio male. Saranno quei cinquanta e più giorni da quando un italiano non vince al Tour de France che fanno stare così, in una sensazione di sublime, a metà tra la meraviglia e un leggero dolore. Da poco è scattato Alberto Bettiol e su quella bicicletta ci sono tutti.
Su quelle gambe che hanno lavorato tutto il giorno, che hanno faticato tutto il giorno, c'è Bettiol che da dietro una curva vede Matthews, in fuga dalla fuga, che sembrava lontano e invece a lui è bastato uno scatto per tornare a vederlo. C'è quel tappeto giallo a Mende su cui Bettiol, spostandosi da destra a sinistra, riesce a riprendere la sua ruota. Bettiol va a destra e chi guarda stringe i pugni come nel gesto di afferrare qualcosa, Bettiol va a sinistra e la mano va sulla fronte a togliere il sudore. Denti stretti. Anche i piedi si muovono per terra: se si fosse lì si inseguirebbe Bettiol a bordo strada. Quei passi si fanno lo stesso.
Saranno cinque i metri che Bettiol rifila a Mathews nel tratto più duro della salita. Su quel divano ci si continua a muovere: non c'è più tempo per fare nulla se non ciò che si può fare guardando. Si beve in fretta, l'acqua calda, fuori dal frigorifero da inizio tappa. Fa nulla. Nessuno vuole vedere che quei metri diminuiscono, che Matthews sta rientrando. Nemmeno Bettiol, forse. La meraviglia si sta spezzando.
Matthews cambia ritmo, se ne va. Quei metri che prima si dilatavano per crederci, ora sono trenta, quaranta, cinquanta ma fa nulla. Si prova qualcosa anche quando Bettiol spunta in fondo al rettilineo d'arrivo mentre l'australiano già festeggia il suo capolavoro. Si prova qualcosa quando lo si intuisce sui pedali, lontano, troppo lontano. La schiena si poggia al divano dopo pochi minuti che sono sembrati troppi, infiniti. Primo Matthews, secondo Bettiol.
C'è Pogačar che attacca Vingegaard, c'è l'ennesimo testa a testa, ancora assieme. Uno spasso da ragazzi, da "ti faccio vedere cosa so fare" fra questi due. Sennò come spiegare un attacco ai centottanta dall'arrivo?
Sul tappeto giallo ora ci sono solo tifosi che vanno e tornano. Il televisore continua a parlare e qualcuno continua ad arrivare: Caleb Ewan, sofferente, dolorante, con l’unica voglia di ringraziare i compagni perché hanno finito con lui, si sono fidati del fatto che ce la facesse e ce l’ha fatta, dopo la caduta di ieri. Le mani smettono di intrecciarsi. Succede in un pomeriggio di luglio, mentre si vede il Tour de France, mentre si guarda Alberto Bettiol.