Paolo Bettini racconta quel 28 settembre 2008

Paolo Bettini racconta in un video che cos'è per lui il 28 settembre. Oggi sua figlia Veronica compie diciassette anni e per lui diventa l'occasione per rievocare corsi e ricorsi. Perché quel 28 settembre 2008 ha significato la sua ultima gara, una scelta (quasi? forse?) doverosa dopo aver legato in maniera indissolubile la propria carriera alla maglia iridata.

Perché dopo averla inseguita per un decennio arriva, ma la vita gli porta via suo fratello. Nel 2006 a Salisburgo Bettini vince il Mondiale, dieci giorni dopo suo fratello muore in un incidente stradale e passano pochi giorni perché Bettini domini il Giro di Lombardia, in maglia iridata, appesantito dal dolore e dalle lacrime. Sauro, il fratello, come narra chi li conosceva da vicino, era una parte di lui. E Paolo, cresciuto nel mito di quel ragazzo che in bicicletta da giovane vinceva praticamente sempre, era straziato.

Paolo Bettini racconta di quando durante la Vuelta del 2008 aprì la valigia e trovò un biglietto scritto da sua figlia. Uno di quei disegni fatti a mano da un bambino che sembrano tutti uguali ma che per ogni genitore ha un significato unico e difficile da spiegare. Su quel biglietto c'è un disegno, il papà di Veronica con i colori iridati – che poi non sono altro che quelli dell'arcobaleno, avrà pensato lei – sopra la testa, e poi un messaggio scritto a penna: “non andare più in bici”.

Paolo Bettini quella decisione l'aveva già presa o forse no. Lui dice che la scelta era già stata fatta, ma pensare che quello sia stato il momento decisivo sembra appartenere a ciò che ci piace raccontare. E il 28 settembre del 2008, Veronica compiva cinque anni, e per Bettini sarà l'ultima corsa. E il 28 settembre 2008 sarà l'ultimo Mondiale vinto da un italiano. “Ballaaaan! Ballaaaan!” lo abbiamo ripetuto tante volte quell'urlo nella nostra testa, mentre Ballan, in maglia azzurra, dilaniava il centro di Varese.

Bettini restava dietro in gruppo mentre altri erano a lottare per le medaglie, come tante volte aveva fatto lui. Si prenderà il giusto tributo dai colleghi che lo scortarono fino al traguardo, mentre noi ci domandavamo perché uno così forte doveva abbandonare il ciclismo a soli trentaquattro anni e poche settimane dopo aver vinto due tappe alla Vuelta con la maglia iridata.

Lui lo ha raccontato oggi, 28 settembre, mostrando, con orgoglio, un momento intimo, privato. Quel messaggio scritto da una bambina che all'epoca aveva cinque anni e oggi diciassette. Sono passati dodici anni e sembra ieri: la gioia di Ballan, le lacrime di Bettini, il messaggio di sua figlia e Ballerini in ammiraglia. E pensare quanto stride il fatto che nessuno ci ridarà mai indietro il tempo passato.

Foto: Paolo Bettini/Facebook


Guillaume, Benoni e scacciare i cattivi pensieri

4 luglio 2017, Tour de France. Guillaume Van Keirsbulck è appena partito in fuga. Le televisioni gracidano al vento, in modo incomprensibile, il suo nome, mentre lui nella radiolina continua a ripetere: «Ca**o, ma dove vado da solo... non è forse meglio che torni indietro?». L'ammiraglia gli risponde di tirare dritto, che tanto qualcuno prima o poi si sarebbe unito alla danza; è un Tour de France e nessuno si farebbe sfuggire l'occasione. Tutto a un tratto, però, invece che colleghi in bicicletta, arrivano cattivi pensieri.

Il 27 giugno del 2011 Guillaume Van Keirsbulck stava procedendo verso casa di suo nonno per festeggiare, con un barbecue, la firma sul contratto con la Quick Step. Un salto in avanti per quel virtuoso ragazzo che aveva già mostrato tutto il suo potenziale; ora c'è la possibilità di studiare nella migliore scuola per uno cresciuto addentando biscotti e pavé e capace di vincere, da giovanissimo, la versione junior della Paris-Roubaix.

Era solo in macchina, Van Keirsbulck, la sua ragazza, Emilia, lo seguiva su un'altra auto perché l'indomani avrebbe dovuto alzarsi presto per andare a dare un esame all'università. All'improvviso l'auto della ragazza sbandò, probabilmente Emilia stava cercando di afferrare qualcosa sul sedile, tanto da slacciarsi la cintura di sicurezza. Il movimento costrinse l'auto su una pista ciclabile, poi un dosso, una sterzata improvvisa. Emilia, presa dal panico, finì sulla corsia opposta colpendo in pieno un motociclista che arrivava in senso contrario. La tragica corsa si spense contro un albero. Tutto questo Guillaume lo vide dallo specchietto retrovisore. L'auto si ridusse ad un ammasso di lamiere e fu proprio Guillaume che provò a liberarla. «Morì tra le mie braccia» racconta.

Lungo da sembrare infinito, elegante con lineamenti quasi irritanti come fosse un Fonzie belga, Guillaume Van Keirsbulck si porta dietro la tragedia. Poche settimane prima di quell'incidente, al Giro d'Italia si consumò la fine dell'esistenza di Wouter Weylandt, amico di Guillaume. Al funerale del corridore belga c'era anche Van Keirsbulck a portare la bara.

Intanto Guillaume al Tour resta solo e al vento. Nessuno lo ha raggiunto, vestito dei colori blu cenere della Wanty Gobert ha percorso una sessantina di chilometri in solitaria. Più che brezza quella che spira dappertutto è una masnada di pugni in faccia; la fuga solitaria al Tour in una tappa di pianura appare quasi strategia del terrore. Già, quel terrore che attanaglia la sua esistenza e lo butta giù.

Racconta a Cyclingnews: «Subito dopo quell'incidente mi rimisi subito in sella per provare a vincere per lei e ci riuscii», ma la notte doveva ancora arrivare e quei terribili pensieri non andavano via. «A fine stagione finii in un buco nero». Staccò dalla bicicletta, iniziò a uscire tutte le sere, a bere. «Se fossi rimasto a casa sarei impazzito».
Prosegue Van Keirsbulck al Tour sulle strade che portano a Vittel, nei Vosgi. C'è gente ovunque da non capire nulla, la gola secca mentre i rumori si fondono con le immagini e i pensieri continuano a viaggiare ancora più veloci.

Come quelli del nomignolo il “nuovo Boonen”: una condanna. Affascinante come il fuoriclasse a cui è stato paragonato, Van Keirsbulck non è mai riuscito minimamente a sfiorare le imprese del quattro volte vincitore della Parigi-Roubaix. E intanto il tempo passa.
Così come i chilometri in fuga in solitaria. Il suo diesse prova a fargli coraggio, ma ora non serve, i cattivi pensieri sembrano andare via, sono come uno schizofrenico boomerang e quando sono distanti, Guillaume è attraversato da una sorta di aura di tranquillità. «Quasi duecento chilometri in fuga al Tour? Mi sono divertito! Era pazzesco vedere quanta gente mi incitava e per una volta ero da solo a godermi il momento». E poi di nuovo altri pensieri.

Come quelli su suo nonno, Benoni Beheyt. Un reietto per il sacro impero di Van Looy e del ciclismo belga. Siamo ai campionati del mondo di Ronse, Belgio. Come in un viaggio nel tempo all'improvviso è l'11 agosto del 1963. Tutto è apparecchiato per il terzo titolo di uno dei più grandi della storia. Qualcosa però non va come deve andare – ci verrebbe da dire che è il ciclismo, la vita, eccetera. Van Looy vuole a tutti i costi il terzo titolo – che mai conquisterà - come l'altro grande Rik Van belga (Rik Van Steenbergen), e muove la corsa quasi a suo piacimento. Si arriva in volata, Van Looy è davanti, all'improvviso Benoni (quel nome è un omaggio al nonno di origine italiane) Beheyt lo affianca, toglie una mano dal sellino, sposta il suo capitano - lo trattiene o lo spinge non si è mai saputo per certo -, lo brucia sul traguardo: è il tradimento di Ronse. Beheyt da quel momento verrà trattato come homo sacer, diventerà un reietto con Rik Van Looy che passerà le stagioni successive boicottandolo e ostracizzando ogni suo intento. Un infame agli occhi del popolo belga e di un gruppo che subisce il fascino dell'Imperatore di Herentals. A ventisei anni abbandona il ciclismo. Resterà in gruppo come motociclista al seguito delle corse e si racconta (verità o leggenda?) che un giorno, pulendo il fucile in una battuta di caccia, uccise per sbaglio uno dei suoi figli. In una recente intervista rilasciata a Marco Pastonesi, dice che Van Looy non gli ha rivolto la parola per decenni e che solo negli ultimi tempi si sono scambiati qualche buongiorno e buonasera.

Ma è ancora fuga al Tour: Van Keirsbulck porta avanti la sua personale sfida col gruppo che inizia ad organizzarsi per la volata, pianura ce n'è ma anche un paio di salitelle sulle quali Van Keirsbulck prova a forzare. Le gambe, atrofizzate, spingono, dalla radiolina arrivano urla di sostegno, ancora una volta il suo sforzo è mirato ad annebbiare i pensieri.
Come quelli che lo rimandano all'incidente stradale di un anno prima. Usciva da una stagione difficile per problemi fisici e da un fastidio alla schiena. Usciva ubriaco da una discoteca. Si schiantò contro un albero «ma ne uscì illeso. Di ferito ci fu solo la sua reputazione» riportano i media tempo dopo. Quegli stessi media che lo crocifissero sulle prime pagine trattandolo come un cattivo ragazzo.
Ora al Tour lo riprendono. Siamo in vista del traguardo. Quasi duecento chilometri di fuga. Si arriva in volata e mentre lui si fa sfilare, esausto, ma felice - «Per una volta tanto meglio che starsene in gruppo a saltellare su una ruota oppure bello tranquillo in scia ad una moto» - Démare vince e Sagan viene squalificato per una scorrettezza nei confronti di Cavendish.

Oggi Van Keirsbulck corre ancora, è un ragazzo giovane - ha ventinove anni – ma sembra abbia bruciato tutto con la velocità di una felce secca intorno al fuoco e la felicità per lui resta un fatto relativo. Fatica in mezzo al gruppo, ma non lascia il segno. Non sarà al via del Mondiale di Imola, non sarebbe potuto essere altrimenti. Nelle prossime settimane ci sarà modo di correre vicino casa e l'anno prossimo persino il Mondiale in Belgio: chissà che non ci stia pensando. Chissà che ne abbia ritrovato il tempo. Chissà che sia riuscito a scacciare i cattivi pensieri. Anche solo questo sarebbe una grande vittoria.

Foto: Van Keirsbulck/Twitter


Landismo o del vagare senza meta

Abbiamo percorso gli oltre dieci chilometri della Sella Chianzutan. Salita non troppo ripida, né lunga, non così dura se la fai con una bici di adesso. A piedi, invece, non è il massimo, soprattutto quando hai scarso feeling con questo esercizio. Oltre due ore di camminata con scarpe poco adatte, lo zaino che oltre a pesare ti lascia chiazze di sudore sulla schiena che provocano brividi ogni volta che ti infili sotto l'ombra, ma hai almeno qualche birra sul groppone, trangugiata in un paese lungo la strada, e che fa sempre il suo effetto. Euforia che prova a farti dimenticare le vesciche che vengono a formarsi man mano che si sale. E poi il gran caldo, quello non te lo levi mai. Passano le prime macchine, ma non sono quelle della carovana e infatti hanno un rombo particolare.

L'indomani si correrà la tradizionale Verzegnis-Sella Chianzutan, corsa in montagna per auto di ogni genere e anno e quelle che vediamo stanno testando il percorso e studiando le frenate. Passa un ragazzo a torso nudo e con la maglia avvolta sulla testa, pedala su una graziella grigia, ci supera e si ferma lungo un tornante in attesa del passaggio dei ciclisti. La corsa vera e propria, o per meglio dire quella che ci interessa, è il Giro d'Italia 2017, ma è ancora lontana. È partita da poco da San Candido anche se, tra Passo Monte Croce Comelico e Sappada, leggo sul telefono che qualcuno ha provato ad attaccare, ma la squadra di Dumoulin, che vincerà quel Giro, ha gli occhi vigili e chiude in discesa. Dopo Tolmezzo, per noi, e più tardi anche per loro, si sale verso questa salita che è meta succulenta per gli amatori locali. Non troppo dura abbiamo detto, una bella strada ampia, qualche tornante che ti permette di rifiatare sia a salire che a scendere. Arriviamo in cima, si pranza e iniziano ad arrivare le auto delle squadre con i massaggiatori che attendono il gruppo per distribuire bevande e panini e i tifosi sempre più numerosi. Se la maggior parte è lì per Nibali, c'è anche chi aspetta - parola chiave - un altro corridore.

Mikel Landa ha spesso gli occhi nascosti da un paio di lenti riflettenti. Mai capito se lo fa per vezzo, marketing, comodità, fatto sta che nasconde due palle rotonde leggermente solcate da un accenno di rughe che gli danno uno sguardo perennemente in sospeso. Quello è lo sguardo del Landismo.
Lo avevamo lasciato due stagioni prima scattare sul Colle delle Finestre: oggi sembra un'epoca mica un lustro. Mikel Landa non aveva ancora conosciuto la pressione né tantomeno la delusione. Il Landismo era ancora in divenire e assomigliava più a un nietzschiano slancio vitale.

Mani basse sul manubrio, schiena perfettamente arcuata, il corridore basco provava da subito a fecondare l'idea che un ciclismo nuovo sarebbe arrivato: niente più attendismo, andiamo allo sbaraglio.
Ritorniamo sulla Sella Chianzutan. Mi avvicino a un massaggiatore dell'Astana e gli domando: «Chi vince oggi?».
«Quello che aspettiamo sempre, mi pare ovvio». Ci penso un attimo. «Mikel Landa?» gli faccio. «Chi sennò?» mi risponde. «Ma non corre più con voi!» ribatto. «Sì ma noi gli vogliamo tutti bene». La tappa quel giorno, con arrivo a Piancavallo e un vento in faccia che pareva il Palio degli schiaffi, la vincerà Landa – e sarà anche la sua ultima in un grande giro.

In pochi anni la storia di Landa si trasforma in mito. Il Landismo diverrà un cul-de-sac ciclistico. Lo aspetti e lui si ritira per un virus gastrointestinale dopo essersi fatto fotografare nel giorno di riposo davanti a una grigliata organizzata dalla sua squadra.
Arriva quarto al Tour facendosi battere per un secondo da Bardet (che lo passa nella cronometro) dopo aver infiammato la salita, ma con moderazione, correndo sempre con un filo di gas, come si direbbe, per non dar troppo fastidio al capitano Froome. Arriva quarto al Giro dopo essersi fatto scavalcare nella cronometro finale da Roglič. Arriva di nuovo quarto al Tour pochi giorni fa, dopo aver dato un saggio completo del Landismo. Fa tirare i suoi tutto il giorno e poi si stacca nel momento clou come uno qualunque – quale non è - con gli occhi che non sono più in sospeso come un ciclista in difficoltà, ma sgranati come dopo aver letto una cattiva notizia. Il giorno successivo uno scatto con il rapporto duro, le mani basse, eccetera... un vantaggio che mai si dilaterà venendo risucchiato vilmente dal gruppo mentre chissà quali pensieri torbidi gli saranno passati per la mente. L'ennesimo piazzamento al di fuori del podio: si diceva che avrebbe dovuto avere la squadra per sé, che uno così era sprecato per fare il gregario. Il risultato non cambia, è Landismo.

Il Landismo diventa così il vagare senza meta di Andreas Kartak per Parigi, i suoi piazzamenti sono un dono, il talento è un po' sprecato. Il Landismo si tramuta nell'attesa sul Col de la Loze e quando gli altri scattano lui si stacca. Il Landismo è vederlo arrivare di nuovo quarto dopo aver guadagnato una posizione in classifica a cronometro più per demeriti altrui che per meriti propri. Il Landismo è, come ci spiega bene Remo Gandolfi, «esempio inequivocabile di cosa rappresenta il ciclismo rispetto ad altri sport. È emozione che spesso non coincide con vittoria. Il Landismo è dove nella sconfitta questo sentimento si rafforza, si auto alimenta e rinasce con vigore nella tappa successiva. Nel ciclismo è facile innamorarsi di chi perde, perché è cuore, prima che cervello. È passione prima che calcolo. Landa è tutto questo: è attesa dell'emozione che diventa illusione o persino delusione. Ma allo stesso tempo è talento: perché sai che può arrivare. Ad ogni tappa, a ogni salita, al prossimo tornante».

Il Landismo è fregarsene che poi in carriera non abbia mai vinto un Giro, un Tour o una Vuelta (e probabilmente mai ci riuscirà) perché tanto a lui sta bene così. Ci basta vederlo ancora scattare mani basse sul manubrio, schiena arcuata, perfetto stile e farci aspettare, aspettare, aspettare e poi dire: eccolo lì, quello è il Landismo. E non c'è modo di spiegarlo se non leggendolo nei suoi occhi.

Foto: Bettini


Tim Merlier: il ritratto della tranquillità

Tim Merlier cresce all'ombra di van der Poel e di van Aert. Non ha il talento del primo, né la tenacia del secondo, eppure, che sia strada oppure cross, da un po' di tempo il suo nome inizia a farsi sentire sempre più forte. Era un sibilo inizialmente. Un discorso da bar tra appassionati di ciclismo, qualche messaggio scambiato sui forum, poi arrivano i primi piazzamenti, le prime vittorie pesanti, come il tricolore belga del 2019 che da quelle parti ha un fascino a volte difficile da comprendere.

Pochi giorni fa il successo in una irriconoscibile Bruxelles che con tutta quella pioggia sembrava un villaggio di gnomi fatto di cera e sciolto nel fondo di una bottiglia. Passa qualche giorno e vince a Senigallia, alla Tirreno-Adriatico, città altrettanto interessante, e di sicuro più luminosa, e Merlier, che arriva dal solito monotono paesello delle Fiandre orientali tutto grano e pavé, si guarda indietro continuamente sparato a settanta chilometri orari, sgrana gli occhi, e lascia il segno. Come abbiamo sgranato gli occhi noi per quanto bella è stata la sua progressione in volata.

Tim Merlier viene dal fango. Probabilmente preferisce mettersi una bici sulle spalle saltando barriere, ma il mestiere su strada lo sa fare egregiamente – e quanto volte glielo ha ripetuto Mario De Clercq, suo compaesano e leggenda del ciclocross. Merlier darebbe la vita per gli altri e si sente frustrato quando un capitano non vince: tempo fa raccontava dell'imbarazzo vissuto nel cross serale di Diegem quando van Aert gli cadde davanti e lui non riuscì ad evitarlo. Lo aspettò per aiutarlo: «Mai avuto un compagno di squadra così in gamba» disse van Aert.

A inizio carriera correvano assieme: i due hanno subito legato. «Sì posso dire che siamo migliori amici» sosteneva tempo fa van Aert, eppure, vittima dell'assurdo, Merlier indossa oggi la stessa maglia di club di van der Poel – si fa per dire la stessa maglia, l'olandese veste quella da campione nazionale, ma queste sono sottigliezze - il più grande dei rivali del suo amico. Forse qualcosa più di rivali: lo yin e lo yang del ciclismo contemporaneo, guerra e pace, uomo e donna. Agli antipodi, ma assolutamente necessari. Due che se potessero farebbero a meno anche di incrociare gli sguardi.

E lui sta in mezzo a prendere qualcosa dell'uno e dell'altro come un fedele rampollo, anche se poi è van Aert a invidiare una caratteristica fondamentale del carattere dell'amico: «La tranquillità che irradia. Sembra che se ne freghi, ma invece è semplicemente fatto così. È sempre in ritardo, ma è la sua forza: non subisce la pressione. A maggio del 2019 si allenava con una maglia nera perché era senza squadra. Pensate che la cosa lo abbia scalfito in qualche maniera? Un mese dopo ha vinto il campionato belga!».

E poi c'è quella sua capacità di stupirsi, che ha qualcosa di fiabesco. Dopo essersi laureato campione belga (su strada), due mesi dopo ancora non se ne rendeva conto. Tirava fuori la maglia dalla lavatrice e sorrideva. La stendeva e pensava non fosse nemmeno la sua. Usciva per l'allenamento: casco, occhiali, maglia tricolore e si ritrovava a guardare il suo riflesso nella finestra per capire se era vero quello che gli stava succedendo. «Semplicemente non ci si abitua, questo è ciò che lo rende così divertente. Io campione del Belgio: immagina. Per anni ho pensato che un giorno avrei potuto diventarlo nel ciclocross. Ma questo... questo batte davvero tutto».

Tim Merlier è un figlio del fango, non un Golem, forse un sassolino, un pezzo di terra che rotola, e in breve tempo diventa strada. Da anni gli dicono «faresti meglio a fare ciclismo su strada, sei più tagliato per quello» e lui risponde: «Io ho due biciclette. Una per il cross e una per la strada. Mi piacciono entrambe, mi diverto: non vedo perché dovrei cambiarle». E chi siamo noi per convincerlo del contrario?

Da un po' di tempo Merlier divide la sua vita con Cameron, la figlia di Frank Vandenbroucke, troppo talentuoso, troppo veloce ad andarsene. «Grazie a lei ho imparato a puntare la sveglia presto la mattina». Quando invece torna a casa, Tim Merlier aiuta sua madre nel bar di famiglia a Wortegem-Petegem, nella piazza vicino la chiesa, a un tiro dal traguardo di Oudenaarde che caratterizza il Giro delle Fiandre. Serve caffè e frittelle nonostante lo status di corridore che da quelle parti equivale a essere una star. «Quando ho vinto il campionato belga hanno iniziato a chiedermi interviste, a dedicarmi prime pagine sulle gazzette, ma io sono rimasto sempre quel ragazzo tranquillo che ama versare il caffè nel bar di sua madre». Quella madre alla quale, poco dopo il lockdown, chiese di organizzare una corsa nel suo paese: «Ho corso così poco con questa maglia che mi sembrava una buona idea» racconta placido a una televisione belga. Se van der Poel è genio e van Aert carisma, Tim Merlier è il ritratto della tranquillità.

Foto: Bettini


E pensare che gli avevano detto di smettere

Aveva 16 anni Umberto Poli. Aveva sete, fame di cibo dolce e una gola continua di bevande zuccherate. Era pieno di dolori e si sentiva sempre stanco. «Passavo la notte a fare la pipì e non capivo, anche perché all'epoca ero un ragazzino e non avevo mai sentito parlare di questa malattia» ci racconta con pragmatica naturalezza.

Un giorno cambiò tutto. «Categoria Allievi. Ultima gara della stagione: il 7 ottobre del 2012». Manda a memoria quella data. Erano settimane che sentiva che c'era qualcosa che non andava, in allenamento si staccava dai suoi compagni, si sentiva svuotato di ogni energia e si doveva continuamente fermare: dava la colpa al fatto di essere a fine stagione. «Devo staccare e ripartire, ripetevo tra me» e invece. «Vado in fuga, come sempre, e succede una cosa strana che non dovrebbe mai accadere: mi stacco e mi ritiro quasi subito».

Svuotato da tutte le energie, Umberto, a fine gara, è intento ad ascoltare il suo allenatore. «Guarda che non è mica normale sta cosa, devi andare a farti vedere». Torna a casa, mangia, inizia a sentire forti dolori alla schiena, allo stomaco e decide di farsi portare in ospedale da sua madre. «Mi misurano la glicemia: la macchinetta sembrava rotta. In realtà non misurava oltre cinquecento come valore massimo e decidono di farmi un prelievo. Codice rosso, ricoverato d'urgenza e trasportato dall'ospedale di Bovolone a quello di Legnago. “Hai il diabete di tipo 1” mi dicono. Realizzo un po' alla volta che dovrò farmi iniezioni di insulina per tutta la vita».

Scoraggiarsi non fa parte del bagaglio tecnico di chi ogni giorno dopo scuola si allenava in bicicletta. «Ho iniziato a correre in bici a 6 anni con la GS Look Bovolone, poi ho smesso e ho ripreso qualche anno dopo» e poi c'era quella strada da inseguire: l'anno dopo sarebbe passato nella categoria junior – un salto importante verso il sogno di diventare un corridore professionista.
«Immaginatevi il ritornello dei dottori: “non se ne parla nemmeno, non puoi mica pensare di fare il corridore”. Un muro da affrontare, ma a volte quei muri vanno superati. Bisogna trovare il giusto equilibrio e io l'ho fatto. Oppure immaginatevi la difficoltà nel trovare una squadra disposta a prendersi la responsabilità di avere un corridore diabetico tra le proprie fila». Missione impossibile, una parete verticale da scalare o dalla quale calarsi. Usate l'immagine che preferite.

Umberto Poli, tuttavia, la stagione successiva va a correre con la FDB. «Sono stato fortunato» una parola che ricorre spesso nell'intervista, perché Poli coglie al volo l'attimo, trasforma un problema in un'occasione, una ferita in uno spunto per emergere. Prende la malattia e ne ribalta il suo significato. «Ero preoccupato: mi sono ritrovato dall'essere un qualsiasi spensierato adolescente che ha l'unico problema nel come divertirsi, a vivere questa situazione. La squadra di Remo Cordioli, però, mi ha aspettato, ha atteso che mi dessero il permesso di correre. E dopo un po' che avevo ripreso l'attività ecco che mi contatta Vassili Davidenko, il mio attuale Direttore Sportivo alla Novo Nordisk per andare a fare uno stage con loro negli Stati Uniti».

La proposta è allettante, anche se Umberto vive un paradosso: nonostante il diabete, viene chiamato a fare sul serio dall'altra parte del mondo. Confuso, ma deciso, accetta. «Ovviamente ho detto sì. All'inizio ero contento, ma la realtà fu ben diversa». Gli Stati Uniti non si rivelano come l'America narrata, cercata e poi trovata, ben descritta spesso nella letteratura. «Vivevo in una casetta, come quelle dei dilettanti in Italia. Ma mi sembrava che si facessero le cose in maniera meno seria che da noi. Si correvano Criterium, una sorta di circuiti dentro le città, gare da un paio di ore. Ero un po' deluso. Poi tornai a casa e seguendo vari consigli, trai i quali quelli di Elia Viviani, cambiai il mio atteggiamento. La mentalità fa tutto in questo sport e me ne sono accorto subito: ho svoltato, mi sono presentato più propositivo, con un altro modo di intendere la realtà che mi circondava e infatti riuscì ad affermarmi e a firmare un contratto con la Novo Nordisk che mi porta a essere qui, ancora oggi, con loro».

E la sua scelta di continuare con il ciclismo è come un motore che lo spinge a salire velocemente in vetta, una propulsione che lo fa maturare. «Quando sei ragazzo e fai corse di cinquanta, sessanta chilometri, sai che devi mangiare, ma non è che stai proprio attento a quando e come. Se hai fame, mangi: finisce lì. Perché sei ancora giovane e devi fare esperienza. Io invece col diabete ho dovuto bruciare le tappe: ho dovuto subito capire come gestire l'alimentazione. Questo mi ha dato una mano prima degli altri miei compagni. Grazie a questa malattia ho imparato a conoscere meglio il mio corpo. I primi periodi erano un po' al buio perché fai delle prove con quello che assumi, provi una barretta, ne provi un'altra. E poi lentamente ogni anno capisci sempre meglio di cosa ha bisogno il tuo corpo. Con la squadra (la Novo Nordisk ha al suo interno solo corridori diabetici N.d.A.) abbiamo studiato sempre di più come va alimentato il nostro corpo, come il diabete risponde alle assunzioni di zucchero, agli sbalzi della temperatura, persino alle emozioni. Perché anche quelle influiscono. Prendi l'adrenalina: ti alza la glicemia e quindi devi imparare a gestirti mentalmente, devi imparare a gestire la tensione prima di una gara».

E avere il diabete facendo il ciclista di mestiere per Umberto Poli è un connubio che va avanti in modo naturale. «L'unica cosa che mi pesa della mia malattia è la siringa di insulina prima di mangiare, perché per il resto in bici non dà nessun handicap. Anzi sono convinto sia un vantaggio: perché ciò che impariamo noi lo applichiamo in più e in meglio rispetto ad altri corridori. Perché sono conoscenze del proprio corpo che loro non hanno. Questo stato lo definirei: la conoscenza totale del proprio corpo. Come reagisci a ogni cosa che buttiamo dentro, come reagisce a livello di zuccheri nel sangue: non è una cosa da sottovalutare quando lavori tutto il giorno con il tuo corpo».

Il ciclismo che retoricamente è scuola di vita. Anzi ancora di più: per Umberto Poli prende una forma allegorica. Ci racconta di come debba tutto a lui. “al Ciclismo”. Di come gli abbia insegnato a diventare più grande più in fretta, rispetto a quelli della sua età. Ci dice di aver fatto tanti sbagli che lo hanno fatto crescere, di come grazie a lui ha visto il mondo con gli occhi privilegiati di un corridore, ha conosciuto persone di ogni genere e affrontato culture diverse. «E questo è il massimo dell'insegnamento che posso ritrovare nella vita che ho condotto fino a oggi. È un valore aggiunto. Mi ha fatto distinguere le persone: approfittatori e coerenti, egoisti e altruisti. Mi ha insegnato a non mollare mai, a lavorare più degli altri per arrivare al risultato. A diventare tenace, mi ha abituato al sacrificio, a non avere vacanze a Natale, a pedalare sotto il sole, sotto la neve, con il caldo e con il freddo. A crederci, a fare doppi allenamenti. A soffrire, soffrire e soffrire». E lo fa, Umberto Poli, mica perché è matto – forse un po' lo è, come tutti i ciclisti. Lo fa perché gli piace, lo fa perché gli insegna ad affrontare le situazioni più controverse.

«Gli sportivi sono testardi. Quando ci impuntiamo su una cosa noi andiamo dritti per la nostra strada e portiamo avanti il risultato che vogliamo ottenere». Tenacia, resistenza. Alzare l'asticella della soglia del dolore, del proprio livello mentale. «Lo sport è una questione di testa ancora più che fisica. Mi ha rinforzato come uomo e ogni giorno, a ogni allenamento, ha qualcosa da insegnarmi». Ha 24 anni, oggi, Umberto Poli. E pensare che gli avevano detto di smettere.


Lachlan, ora ti aspettiamo al Giro

Lontano da gialli riflettori, Lachlan Morton sceglie sfide alternative al Tour de France, proprio come fece lo scorso anno. Nel 2019 era GBDuro, pochi giorni fa Badlands, a Girona, nel sud della Spagna: 700 chilometri percorsi, 15 mila metri di dislivello. 1 giorno, 19 ore e 30 minuti il suo tempo di percorrenza.
«È stato fantastico. Non avevo alcun piano da seguire, solo voglia di mettermi alla prova» racconta l'estroverso corridore australiano sulle pagine del sito ufficiale della sua squadra, la EF Pro Cycling di Jonathan Vaughters.

Il suo mentore, Vaughters, lo ha rivoluto lo scorso anno in squadra. Anni fa scommise su di lui dopo averlo visto stracciare tutti in salita negli Stati Uniti, lo portò a correre in Europa e, dopo essersi fatto sedurre da quel corridore che “aveva valori atletici da vincitore di un Grande Giro”, successivamente lo abbandonò.

«Il mio obiettivo era mettermi alla prova, testarmi, conoscere. E questo lo capisci solo vedendo per quanto tempo sei capace di stare in bicicletta. È stato un percorso impegnativo perché ti ritrovi nel deserto con quaranta gradi e poi in mezzo a valichi alpini con il freddo. Io mi sono semplicemente goduto il viaggio. È stato difficile, ma mi sentivo mentalmente pronto per affrontare una prova di questo tipo ed è proprio la forza mentale ad aver reso il tutto un'esperienza piacevole. Mi sentivo in equilibrio, nonostante abbia vissuto tutto lo spettro delle emozioni: è stato diverso questa volta rispetto al passato. Dopo dodici ore anche il telefono aveva smesso di funzionare: non avevo più musica né alcuna connessione. Ero solo io insieme ai miei pensieri. Cerco la parola giusta per descriverlo: bello suona banale, ma è stato così. Il piacere di avere tutto quel tempo solo per me e per i miei pensieri.
Ho pensato alla mia vita in generale, a quanto sono fortunato a fare quello che mi piace. Forse perché mi sono ritrovato in situazioni estreme e complicate, che ti mettono alla prova e ti costringono a riflettere. Ho pensato solo a quello che ho. Ho pensato a casa mia e all'importanza di godermi ogni momento e ogni piccolo particolare. E proprio per questo non vedevo l'ora di tornare a casa.
Queste sono prove in cui ti misuri con te stesso e con il tempo. Il tempo che ti ci impieghi rispetto a qualcun altro, ma la realtà è che la tua corsa e quella degli altri non si influenzano in alcun modo. Perché alla fine contano solo i tuoi limiti. È stato bello perché non potevo vedere dove si trovavano gli altri; per tutto il tempo ho pensato di non avere un grande margine. E poi dopo un po' ho finito per non pensarci più: andare avanti e concludere la gara è stato l'unico motivo che mi ha ispirato. Ho pensato “sarebbe ancora più speciale se tutto questo lo facessi solo per me stesso”.
Ho avuto un momento di difficoltà durante l'ultima salita, la seconda notte. Non avevo ancora dormito e il mio cervello ha iniziato a giocarmi strani scherzi. Il tempo sembrava scorrere lentamente. È stata la cosa più bizzarra che mi sia mai accaduta, era come se fossi bloccato. Mi ripetevo: “Ok, sei solo, sei lontano da qualsiasi cosa, sei su un sentiero escursionistico lontano da ogni luogo. Sei a tremila metri e non hai altra scelta. Devi affrontarlo”. È una lezione importante che mi porterò appresso.
Il primo pomeriggio di corsa ho avuto un incidente, ma l'ho gestito bene. Problemi meccanici non ne ho avuti il che è un po' una sorpresa visto il tipo di percorso che abbiamo affrontato. Poi all'improvviso mi sono ritrovato davanti agli occhi picchi montani che sembravano spuntati dietro le vette la notte prima. Il tutto mentre stavo pensando solo a come scollinare per arrivare a Granada, un puntino che vedi laggiù. Per chi non ha vissuto questo tipo di esperienze può sembrare strano, ma in quel preciso momento ho capito che ce l'avrei fatta, che sarei arrivato fino alla fine. Sono momenti che ti regalano delle sensazioni uniche.
Lungo tutto il percorso non sono riuscito a dormire. Sono solo andato avanti. Mi sono fermato tre volte in cerca di cibo, mentre riempivo acqua ogni volta che potevo. Ho usato un po' di gel, che mi sono stati davvero preziosi.
Mi sono allenato su strada prima di questa corsa perché avevo bisogno di ritrovare l'entusiasmo per gettarmi nei sentieri. Stamattina quando mi sono svegliato avevo talmente tanto dolore che mi sono detto: “Io andrò al Giro? Non se ne parla proprio!”. Poi sono uscito in bici e dopo dieci minuti ho ritrovato entusiasmo. Non vedo l'ora di fare il Giro perché sarò sempre in movimento, sarà interessante anche solo prepararmi per quello e ribaltare tutto ciò che ho fatto sinora. Sarà una sfida entusiasmante.

Avventure di questo genere richiedono solo una cosa: impegno. Ma se è qualcosa che inizi ad affrontare regolarmente, poi si tratta solo di rendere normali le situazioni difficili. Mi sono reso conto durante il mio viaggio che pedalare, pedalare e ancora pedalare non era altro che la mia normalità. È diventato un po' come stare sul divano. La discesa diventava: “Oh, questo è davvero meglio che non fare nulla”. E la salita: “Beh sì, è un po' fastidiosa ma presto finirà”. Si tratta di cacciarsi in situazioni difficili così spesso da renderle normale routine. Prima di questo viaggio sono uscito per fare tre giorni con la mia bici a pieno carico e ho cercato di perdermi tra i Pirenei: mi ci ci sono volute due ore prima di venir fuori da una montagna. L'ho fatto per mettermi alla prova, per frustrarmi in una situazione complicata. Per venirne fuori devi assicurarti che tutti quei segnali mentali che arrivano siano lì per calmarti. Per riportarti alla normalità e per farti dire: “Va tutto bene”. Perché alla fine ciò che ti limita è il modo in cui affronti le difficoltà. A me devo dire che è riuscito bene».

Intervista tratta dal sito ufficiale della EF Pro Cycling
Foto:  Transiberica Ultracycling/Facebook


Pantani, il poligono e la storia di un'amicizia

Sono tutti sul Peyresourde per vedere passare Alaphilippe. «Non lo avevamo mai visto salire in montagna, solo in pianura e quindi ne abbiamo approfittato» racconta una tifosa a un giornalista de L'Equipe. D'altra parte Alaphilippe smuove la passione, riempe le cronache, colora i racconti, e il ciclismo colpisce in maniera viscerale da quelle parti. A maggior ragione in una tappa di salita al Tour c'è sempre una festa enorme – pure di questi tempi.
Le notizie arrivano in fretta in cima alla montagna, grazie a tablet e telefonini. Non c'è bisogno di affidarsi alla radio o alla fantasia o nemmeno di fermare gendarmi o molestare ammiraglie e massaggiatori: nessuna strana fuga di notizie o resoconti frammentari e lasciati a metà. Lungo le astiose rampe della vetta pirenaica a passare per primo è Nans Peters e lo si può vedere con i propri occhi. Nel gruppo dietro, invece, Alaphilippe arranca. Si era messo in testa di riprendersi la maglia gialla finisce per guardare in faccia la dura realtà che al momento è un sussurro che lo porta lontano dalla classifica.
E così l'interesse è un abbaglio per chi in gruppo è chiamato “il pinguino”. Nans, come “Nans le Berger”, Nans il pastore, una serie televisiva francese in voga negli anni '70. Pinguino si diceva, ma non c'entra nulla con il personaggio dei fumetti, bizzarro antagonista di Batman, ma piuttosto è per quel viso tagliato, gli occhi grandi e il naso aquilino. In bici forse non è il più bello da vedere, nella storia del ciclismo non sarà mai il più vincente, ma da casa – non solo sulle vette alpine – vale la pena tifarlo, magari indossando persino la divisa dell'AG2R.

Emilien Jacquelin è quel tifoso in divisa. Più di un tifoso, è amico di Nans Peters e i loro destini si tendono a incrociare di continuo. Si conoscono sin da bambini quando i due correvano assieme in bicicletta, amici e rivali, al tempo dei cadetti. «Io sono sempre stato più veloce» racconta Peters dopo essere andato a tifare per Jacquelin a Le Grand-Bornand, Coppa del Mondo di biathlon, «Ma ora stiamo progredendo assieme».
Oggi, mentre Peters corre ancora in bici, Jacquelin è biathleta di successo. In Francia raccoglie la pesante eredità di uno dei più grandi di sempre: Martin Fourcade. Jacquelin lo scorso inverno ad Anterselva conquistò la medaglia d'oro nell'inseguimento davanti a Johannes Boe (quando si parla dei più grandi di quello sport...) nello stesso stadio dove Nans Peters, nel mese di maggio, conquistava una tappa del Giro d'Italia staccando di ruota gente come Formolo e Jungels. Peters in inverno pratica sci di fondo – il suo primo sport – e lo fa con risultati nemmeno da buttare via partecipando anche ad alcune competizioni: un cerchio tra due ruote e sport invernali che è in continuo movimento.

Emilien Jacquelin da ragazzo pedalava, andava forte e lo faceva per infatuazione. «Conosce a memoria il Tour del 1998, quella VHS l'ha consumata a furia di vederla e rivederla», racconta suo fratello. E Jacquelin, difatti, quando scatta in salita con gli sci stretti ai piedi – dove sennò! - racconta di ispirarsi al volo di Pantani sulle strade di quel Tour de France. «Quando sono in salita penso a Pantani, alle sue fughe, ai suoi attacchi». Voleva essere come lui, e diventare un ciclista professionista, come ci provò prima di lui suo nonno, senza fortuna, che a sua volta ereditò la passione da suo padre, pistard. Jacquelin sostiene, però, come fosse proprio la bicicletta a non volere lui. «Ogni volta che mi selezionavano per una corsa o per un club, mi ammalavo».
E mentre Peters tagliava con aria infida l'ombra della folla accalcata lungo la salita, tenendo a bada il tartaro Zakarin - dopo averlo visto persino “scendere come una capra lungo la discesa”, Jacquelin si ricordava di quando sul Peyresourde “montagna povera e rattoppata di verde“, Pantani attaccò. Fu una tappa in cui si cadeva e ci si ritirava, e disputata con una trentina di gradi in meno rispetto ai giorni precedenti. Fu solo un primo colpo al grande bersaglio – Ulrich e la maglia gialla - che lo scalatore romagnolo avrebbe inflitto in quelle settimane.

Adora Pinot, Jacquelin, e spesso in corsa un po' lo rassomiglia: raffinato a volte forse un po' bizzoso come lo definisce Vincent Vittoz, ex stella del fondo francese e ora tecnico della squadra nazionale di biathlon. Estroverso come tutti gli artisti, Jacquelin è capace di picchi altissimi e discese vorticose e forse per questo mentalmente non potrà mai essere Martin Fourcade, ma più vicino a Marco Pantani – mica poco.
E invece che un poligono, potrebbe esserci una salita in bicicletta lungo il cammino, oppure viceversa, dipende da che lato volete leggere questa storia, se dal punto di vista del biathleta o da quello del corridore. E intanto lui, fiero di indossare la maglia della squadra del suo amico, ridacchia vedendolo esultante e incredulo al traguardo, e quando può gli resta vicino.

Foto: Bettini


Fragile, duro, rampante o semplicemente Pozzovivo

Raccontare la storia di Domenico Pozzovivo è raccontare la storia di un uomo piccolo di statura, ma la cui forza fisica, come racconta lui stesso in una recente intervista, rispecchia il suo carattere perché il modo in cui il corpo reagisce riflette la sua personalità. Tenace, caparbio, mai superbo, Domenico Pozzovivo è un pittore che cura con attenzione i dettagli, un musicista meticoloso, concreto più che scapigliato, un abile correttore di bozze dotato di una sensibilità che lo rende un personaggio diverso in gruppo. Alto 1,65, ma in verità un gigante che si riflette sulla strada.

Quando era dilettante, con la maglia della Zalf Euromobil Fior, Pozzovivo non era forse il più forte in assoluto, ma come minimo il più testardo. Luciano Rui, suo mentore a quei tempi, racconta così quelle giornate: «Faceva i rulli "in casetta", si preparava le borracce con i sali. Meticoloso e scrupoloso, visionava sempre i percorsi. Un esempio pratico di come sacrificio e dedizione paghino. Ieri come oggi. Ed era uno dei pochi che, terminato l'allenamento, si metteva sui libri». Allenamento, dedizione, doccia, libri, esami, laurea, professionismo: parole chiave che descrivono l'essenza di Pozzovivo. Piccole tappe, quotidiane o esistenziali, per formarsi e realizzarsi come ragazzo, prima, e poi come uomo.

Oscar Gatto, ex compagno di squadra, ha ben in mente il Pozzovivo ragazzo, quello che «faceva saltare di testa tutti» spingendo al limite ogni allenamento. Lo definisce una macchina da guerra, e ha ben in mente pure quel piccoletto che col tempo si è fatto corridore di razza. «Non mi stupisco nel vederlo continuare a tenere duro sempre con i miglior in salita». Nonostante l'età e gli infortuni, Pozzovivo è sempre rampante.

Appassionato di metereologia, non aveva certo bisogno che tutta quella serie di ferite che ne segnano il corpo diventassero un avvisaglia sul cambio del clima. «Il braccio sinistro non ha l’agilità nei movimenti di prima. A seconda del meteo, o su certe strade dissestate, ho fastidio», racconta alla Gazzetta, ferito fuori, fiero dentro, il Pozzovivo mai domo.

Silenzioso, brillante, quando parla non lo fa mai a sproposito. Decise di diventare un corridore dopo aver visto passare il Giro davanti a casa sua a Montalbano Jonico colpito dal fatto che a giocarsi la vittoria erano atleti da tutto il mondo. «L'internazionalità del ciclismo, il potermi confrontare con gente di ogniddove è stata una molla decisiva».

Coerente, esaltato dalle imprese dei più grandi, mai indifferente alle loro debolezze. «Mi sono avvicinato alle corse quando Pantani era all'apice della sua carriera. Le sue imprese in salita mi hanno segnato. Purtroppo dopo essere stato idolatrato da tutti è stato lasciato solo nella sua fragilità dal nostro ambiente e da chi gli stava più vicino».

La bicicletta gli serve per sfamare un altro dei suoi bisogni. «Mi ha fatto scoprire la bellezza della natura e la passione per i santuari. Ovunque mi trovi, anche all'estero, non mi perdo una salita che conduce a uno di questi luoghi sacri».

Suona il piano grazie all'amore per Chopin, ama rileggere Seneca e a scuola la sua materia preferita era proprio filosofia. Ha due lauree: la prima in Economia Aziendale, la seconda ottenuta poco tempo fa in Scienze Motorie. Per la prima laurea ha portato una tesi intitolata: “Politiche meridionalistiche dall’Unità d’Italia ai giorni nostri”, scelta perché, a furia di viaggiare all'estero e in giro per il mondo, Pozzovivo coglieva le differenze del mondo che lo circonda e si interrogava sui problemi che affliggono il sud. «Avendoli vissuti in prima persona ed essendo stato costretto a emigrare per fare il mio mestiere, mi piacerebbe impegnarmi per trovare delle soluzioni», raccontava tempo fa.

Difficile, parlando di Domenico Pozzovivo, dimenticare quelle immagini che arrivavano dall'elicottero durante il Giro del 2015 e che lo vedevano riverso a terra dopo una caduta in discesa: perse conoscenza, rimediò un forte trauma cranico e diverse ferite sul viso con «il pensiero alla mia famiglia a casa in apprensione». Ma poi, come sempre, Pozzovivo è ripartito.

Nel 2018 è il migliore italiano al Giro – e lo sarà anche al Tour: diciottesimo. Sfuma il sogno del podio finale nella Corsa Rosa nella tappa del Colle delle Finestre, quella dell'attacco di Froome. Poteva essere il premio alla carriera – ma ne avrebbe poi bisogno un uomo così? - chiuderà quinto in classifica generale in quello che sarà tuttavia uno dei picchi della sua carriera, nonostante i 35 anni, quella statura, quella cadenza, quella sua ricerca costante della conoscenza. Più che affamato di vittorie o piazzamenti, affamato di sapere, tanto che, quando parte per le gare si porta dietro sempre qualche libro: zoologia, divulgazione scientifica, filosofia, meteorologia.

Da professionista Pozzovivo ha avuto quasi lo stesso numero di vittorie (tredici) rispetto alle operazioni subite (undici - e a fine stagione sta valutando se farne un'altra per togliere le placche in titanio sul braccio) e poco più di dodici mesi fa – erano i primi giorni di agosto del 2019 - un terribile incidente ha rischiato di cancellarlo via per sempre. «Hanno messo fine alla mia carriera» raccontò a sua moglie mentre veniva portato in ospedale. Frattura di tibia e perone, frattura pluriframmentata ed esposta del gomito. In poche parole, sbriciolato da un’auto che lo investiva mentre il corridore attraversava un incrocio.

Riparte perché non c'è nessuno più testardo di lui, perché se gli hanno dato un corpo piccolo è stato solo per rendere ancora più grande la sua resistenza. «Due mesi in sedia a rotelle, otto interventi chirurgici, decine di visite mediche, migliaia di ore di fisioterapia. Centinaia di grammi di titanio addosso» scrive sui suoi canali social. Sei mesi dopo è in gara al Tour de Provence – e con un dignitoso quattordicesimo posto – migliore in classifica della sua nuova squadra (NTT Pro Cycling), davanti a corridori quotati come Bagioli, Gesink, Sivakov.

Pensava di smettere o di restare su una sedia a rotelle e invece va persino al Tour de France che per lui non poteva che partire nel peggiore dei modi. Una storia già scritta, un ritornello che sappiamo a memoria e che si installa nella mente appena alzati: è tra i primi ad andare giù nelle tante cadute verso Nizza. A causa di uno spettatore che «Per fare un selfie ha tirato giù me e altri 20 corridori, distruggendo di nuovo il mio gomito». E lui che fa? Si rialza, mai domo, e oggi, una settimana dopo è ancora lì in corsa, anzi prova a stare con i migliori in salita e dice che si ritirerà solo se dovesse venirgli un febbrone da cavallo.

PS - Aggiornamento di lunedì 7 settembre, ore 14 - Purtroppo nella serata di ieri Pozzovivo ha abbandonato il Tour de France: troppo dolore dopo la caduta del primo giorno. Lo rivedremo fra qualche settimana al Giro d'Italia, perché sennò che Pozzovivo sarebbe?

Foto: Bettini


Quando sogna Simon Pellaud è un genio

Il destino di Simon Pellaud è racchiuso in due parole: Chemin Dessus, “Sentiero di Sopra” letteralmente, un paesino della Svizzera posto a milleduecento metri d'altitudine, perché è da lì che arriva e poi perché viene naturale tradurlo, visto che oltre ad andare forte in bici, Pellaud parla cinque lingue.
Il destino di Simon Pellaud è proprio quel cammino che lo porta in fuga, perché lì sa stare meglio, trova il suo habitat, un animale che si mimetizza tra le fronde: «All'inizio andavo in fuga perché non avevo le qualità per stare davanti fino alla fine con i migliori, poi è diventata un'abitudine: mi emozionava “tentare el golpe” - provare a fare il colpo - giocando con il gruppo che ti insegue. E poi volete mettere? Il senso di libertà che ti dà andare in fuga, poter vedere la strada davanti ai tuoi occhi lontano dallo stress dello stare in mezzo al plotone. Un gusto impagabile», ci racconta, alternando con estrema brillantezza italiano, spagnolo e francese.

Il cammino di Simon Pellaud, ventotto anni, svizzero, è quello che lo porta fino in Colombia, dove ha costruito una casa e dove vive diversi mesi all'anno; una scelta di cuore, di amore a prima vista, come una carezza che ti fa ribollire il sangue. «Tutti mi chiedono perché ho scelto la Colombia e il perché lo trovo guardando le strade, conoscendo le persone, mangiando la frutta – ha un sapore incredibile che non trovi da nessuna parte! Apprezzando clima e paesaggi. Ho trovato un'energia che altrove non esiste: le persone sono sempre felici pur avendo poco. La Colombia è luminosa, mentre in Europa ci sono i soldi ma il colore che domina è il grigio. E poi, come dicono loro, c'è tanta “alegría” e la gente ha cambiato il mio modo di vedere la vita. Hanno poco e gli va bene così, in Svizzera hanno tutto e si può avere tutto, però ci si lamenta troppo spesso».

Ha scelto il ciclismo perché lo sente scorrere nelle vene: «Mio nonno era ciclista e probabilmente mi ha trasmesso l'amore per la libertà. Per me uscire in bici anche solo a fare un giro vuol dire essere “libre”, per me vuol dire avere la possibilità di viaggiare dappertutto» . Una conoscenza del mondo che gli ha insegnato a vivere. «È nata come passione è diventata scuola di vita», concetto che può suonare banale, ma dal quale non si sfugge quando pedalare non è solo il tuo mestiere, non è solo gonfiare i polpacci o eseguire un gesto meccanico, ma la tua ragione di vita. Ciò che ti fa salire le pulsazioni anche al solo pensiero. «Corro sempre con il cuore, perché mi piace davvero tanto fare ciclismo».

Il cammino di Simon Pellaud più di una volta ha trovato ostacoli complicati da superare: nel 2016 correva nel World Tour, ma la sua squadra, la IAM, chiuse, e lui si ritrovò a rifare tutto da capo. «Scendere in una squadra Continental è stata dura per me. Un po' perché pensavo di fare il capitano e mi sono ritrovato ad aiutare Avila, un po' perché dal World Tour è proprio un altro mondo: come organizzazione, come programmi. A volte sapevamo all'ultimo dove saremmo andati», un'esperienza dal quale trova insegnamenti, nella quale matura e che lo ha riportato in questo 2020 tra i professionisti con la maglia dell'Androni, squadra che sposa perfettamente la sua indole fugaiola.

La prima corsa dopo il lockdown, infatti, è subito in avanscoperta: di nuovo mimetizzato tra asfalto e cielo all'orizzonte, perché prima di salire in sella Pellaud già aveva in mente l'evasione come risposta alle sue domande. E poi «quando mi riprendono la mente corre subito di nuovo alla prossima volta che mi lancerò all'attacco».
Simon Pellaud lungo il suo cammino prova a fuggire alla pressione: «La soffro più quando si corre vicino casa, in Svizzera, che quando sono al via di una corsa importante come al Giro di Lombardia» e pochi giorni dopo la Monumento prende parte anche al Giro dell'Emilia dove si immagina in fuga e invece arriva, lungo quel sentiero, un altro intoppo. La sua bici all'improvviso smette di frenare: «La peggiore paura di un ciclista? Trovarsi senza freni in piena discesa. I freni a disco sono il top a parte quando non frenano», racconta, visibilmente ferito, sui suoi canali social.

Il cammino di Simon Pellaud è incastrato nel presente, non può pensare al futuro, oscuro, brillante, non importa, non è possibile nemmeno immaginarselo perché non sa cosa riserva a un corridore come lui: «Firmando di anno in anno per me è impossibile programmare dove sarò domani o l'anno prossimo o nemmeno fra dieci» e quindi lastrica il suo sentiero, sognando la Milano-Sanremo. «Io mi immagino lì, in fuga, in Via Roma a giocarmi il successo. So che rimarrà un sogno, ma a me piace così».

D'altronde, sosteneva Kurosawa: «I sogni sono la rivelazione dei desideri inconfessati, delle paure segrete che l' uomo nasconde nel profondo di se stesso. I sogni sono delle cristallizzazioni di questi desideri puri e disperati, li esprimono in una forma fantastica e totalmente libera. L'uomo, quando sogna, è un genio; è coraggioso e audace come un genio». E questo Simon Pellaud, lo sa bene.

Foto: Simon Pellaud, Twitter


Enigmi e tartufi, Tour e dintorni

La partenza del Tour sembra essere l'unica certezza, perché a oggi non c'è più grande enigma del suo arrivo. Come si giungerà tra una ventina di giorni a Parigi? Il protocollo Covid è una pezza difficile da tenere cucita, due positivi in una squadra - ogni team sarà composto da massimo 30 persone, staff compreso - e si va a casa. Per evitare succeda come in Bora-Hansgrohe e in Astana - casi positivi, “diventati” negativi nel giro di poche ore - si potranno effettuare ulteriori test che stabiliscano la reale positività ed eventuale contagiosità, insomma un bel caos da gestire.

Tanta confusione sotto il cielo che maledice una corsa che, con queste avvisaglie, potrebbe saltare in aria, e chissà, non concludersi nemmeno nella peggiore delle ipotesi. Un paio di giorni fa quattro membri dello staff di un team (Lotto Soudal) sono risultati positivi al tampone, rimandati a casa e poi sostituiti, vedremo al Tour come gestire una corsa a eliminazione degna di un reality futuristico.

Ma in una stagione così proviamo a parlare di corsa e dintorni, almeno un po', e magari a non prenderci troppo sul serio: si parte da Nizza, quella mondana e francese, seppur al confine e dunque molto italiana, ma comunque non quella di Eco e Pavese così zeppa di tartufo. Semmai, per chi se lo potesse permettere: ostriche e champagne, anche se oggi quelle le puoi trovare pure se vivi a Pizzo Calabro – se siete da quelle parti in quel caso vi consiglieremmo il tartufo gelato. Provare per credere. Tuttavia, ci sarà ben poco modo di gustarsi il contorno: sarà una corsa blindata come un fumetto di fantascienza.

Sarà, come si legge un po' ovunque: “Tutti contro Bernal”? Oppure un tutti contro Roglič? Chi lo sa, la vigilia non è mai stata così tormentata anche per loro, agonisticamente parlando. Bernal ha mal di schiena, ma quando si sale ha un motore mica male e oltretutto deve difendere il titolo, cosa che di solito al Tour riesce pure abbastanza bene se hai del talento. Roglič cadeva quindici giorni fa e racconta di essere pronto ma di non sentirsi tanto bene (pretattica), e allora occhio agli altri che schiereranno Ineos-Grenadiers (sic!) - per i quali speriamo di non leggere metafore di guerra, non se ne sente il bisogno - e Jumbo-Visma: fossi un direttore sportivo, un corridore, un suiveur, uno scommettitore, un appassionato, un lettore di Alvento, un blogger, un giornalista, mi preoccuperei pure di Bennett e Sivakov, Carapaz, Kuss e Dumoulin. Vanno forte, e sanno più o meno come si vince o come si potrebbe. Lo spilungone olandese oltretutto è dato in crescita, forse potrebbe essere l'uomo della terza settimana. Lui, più verticale di una parete alpina.

Poi certo, in tutto questo ben di dio si potrebbero scegliere Quintana o Pogačar che mi fanno venire in mente il vecchio e il bambino, ma giusto perché Quintana con quella faccia vecchio lo è sempre stato, bambino chissà. Il Quintana di inizio stagione lo avrei dato favorito almeno per il podio, questo lo vedo "comme ci comme ça" come dicono loro, i francesi, loro mai così poco convincenti da quando hanno trovato una generazione nuovamente vincente.
Pinot e la sua idiosincrasia con la vittoria che fa quasi tenerezza come quel pedalare con le ginocchia che sembrano colpirlo in faccia; Bardet sempre più incerto ed enigmatico, nonostante ami tenersi informato costantemente leggendo di politica e sociologia – e questo in un certo senso ce lo fa stare più simpatico. Doveva fare il Giro, è stato dirottato al Tour e magari questo cambiamento gli farà bene. Alaphilippe lo scorso anno fiammeggiava e volteggiava, non riusciva a stare mai fermo con quelle gambette da grillo e un orribile pizzetto che lo faceva sembrare un Peter Sagan con la febbre. Quest'anno chissà, pure lui non sembra al meglio, ma corre nella squadra più vincente che ci sia e un colpo lo darà – magari già al secondo giorno.

Poi la sfilza di nomi proseguirebbe: non citiamo Porte, per decoro, ma magari il simpatico quanto caratteristico Mollema sì. Quando pedala è curvo e dinoccolato come un galgo, vince poco ma bene, ma anche quando non vince si fa sempre vedere. Il landismo di Landa ci ha un po' stufato perché è un'attesa eterna (o forse ci piace per questo?), però per un quinto, sesto, settimo posto o giù di lì c'è pure lui. Così come ci sono tedeschi con clavicole rotte e braccia scorticate che non si sa come abbiano recuperato. E poi? Altri colombiani tutti da spuntare con la penna rossa: Urán, Martínez, Higuita, López, nomi meravigliosi che sembrano quasi di fantasia, corridori di spessore ma dalla cifra a volte misteriosa.

Percorso? In brevissimo: tanta salita, tante tappe miste, poco tic-tac. I francesi fanno sempre come pare a loro e dopo averci annoiato per anni con volate e lunghe crono, oggi decidono che ne possa bastare una messa il penultimo giorno. Potrebbe essere una mossa contro lo spettacolo non mettere una cronometro a metà o inizio corsa e che favorisca in qualche modo gli specialisti, con il rischio di annacquare la corsa e tenerla ancora più sonnolenta di quella che ci si potrebbe prospettare. Uno scalatore in ritardo a causa delle prove contro il tempo è invogliato ad attaccare, così invece si aspetterà sempre la prossima salita, in un loop infinito, e verso l'esasperazione del landismo. E vediamo, poi, cosa succederà con gli interminabili treni formati dai vagoncini Jumbo-Ineos che potrebbero, così come sono, tranquillamente attraversare l'Europa e arrivare in Asia e tenere la corsa cucita come un abito da sera.

Infine due parole sulla pattuglia italiana, pochi ma buoni: sono sedici. Nizzolo sogna un filotto campionato italiano-europeo-maglia gialla il primo giorno; da Viviani ci si aspetta sempre un bel colpo, Trentin, Bettiol e De Marchi possono farsi vedere tutti i giorni con il loro animo da incendiari. Occhio a Formolo, corridore diventato spettacolare anche in bicicletta, mentre su Aru non ci accaniamo. Buon Tour a tutti.

Foto: ASO/ Thomas Maheux e ASO/ Pauline Ballet