Locanda Hirondelle, Aosta
Quel nido di rondini, in un angolo, sotto il tetto della locanda, c'era già ai tempi di Rita e Aurelio. Poi le rondini erano tornate, come ogni primavera, e quei due signori avevano pensato che fosse un segno, per questo la loro locanda l'hanno chiamata "Hirondelle", ovvero rondine in lingua d'oltralpe. Qualche anno più tardi, anche Nathalie e Alice Pellissier, le loro nipoti, dopo tanto studiare, viaggiare, provare diversi lavori, avevano fatto ritorno in quel luogo, dove erano cresciute. I nonni se ne erano andati e i ricordi che ne hanno queste ragazze che, oggi, gestiscono questa attività ad Aosta, sono testimonianze, perché di loro hanno spesso raccontato i genitori, Vanda e Livio, magari a sera, comunque in quella locanda visto che Alice e Nathalie, sin da bambine, sono cresciute in una casa che era un albergo, quell'albergo dove lavoravano mamma e papà, dopo nonno e nonna. Erano gli anni degli 883 e di una canzone che recitava «questa casa non è un albergo» e con gli amici, a scuola, ne ridevano, si prendevano in giro. Ricordavano quando, ancora piccole, giravano per i corridoi in pigiama, disseminavano giocattoli ovunque, si avvicinavano ai tavoli mentre i clienti facevano colazione, pranzavano, cenavano e, qualche volta, venivano invitate ad uscire in gita, forse per quella naturale simpatia che suscitano i bambini. «Mamma e papà erano sempre impegnati, di corsa, di fretta, perché questo è un lavoro difficile, un lavoro che toglie tempo alla sfera privata e diventa il centro, assorbe qualunque cosa con cui venga a contatto: nella ristorazione, nell'accoglienza, non esiste il sabato, non esiste la domenica e nemmeno il Natale o la Pasqua. Se queste mura sono sopravvissute a decenni e decenni, lo dobbiamo ai loro sacrifici. Nell'infanzia, però, si desidera un adulto accanto, con cui giocare oppure uscire a camminare. Noi non potevamo chiederlo a loro, così lo chiedevamo agli ospiti che, alla fine, si affezionavano». Allora, fra tanti pomeriggi afosi d'estate, bui di inverno, tempestosi d'autunno e freschi di primavera, indirettamente, continuando a respirare quelle abitudini, Alice e Nathalie avevano imparato quel mestiere. Una consapevolezza arrivata d'improvviso: «Alla fine, noi quello sappiamo fare. E, forse, proprio quello dovremmo fare». Sì, le rondini che tornano a casa, con i primi cieli azzurri della bella stagione.
In gergo si parla di ristrutturazione ed è questo ciò che fanno le sorelle Pelissier appena presa in mano l'attività. Ristrutturare significa mettere a nuovo, pur facendo i conti con quello che già c'è stato, con il passato. L'impostazione di base viene mantenuta, ma alcune scelte si distanziano abbastanza da quello che è l'arredamento classico delle case in Valle d'Aosta, con molti orpelli ed un particolare legno tipico: «L'idea comune è che così si trasmetta calore. Noi abbiamo sempre seguito una filosofia: less is more. Meglio togliere che aggiungere e, togliendo, alla fine aggiungerai. La semplicità, se ben interpretata, non priva di nulla, anzi porta altri significati e le persone se ne accorgono. Il calore qui giunge attraverso la luce ed uno stile nordico: sono chiare le pareti, è chiaro il legno. I colori vengono dai tavoli, dalle sedie, dalle poltrone, dagli elementi d'arredo. Il tutto crea luminosità». All'ingresso si incontra subito la reception a destra ed il bar a sinistra, spazi che, di solito, sono anonimi, poco abitati negli alberghi, in quanto, di base, luoghi di transito per pochi minuti, il tempo di fare il check in oppure di bere un caffè: in locanda "Hirondelle" proprio in questi luoghi vi è una libreria, vi sono dei giochi, per favorire la socializzazione fra gli ospiti stessi e fra gli ospiti ed i gestori dell'hotel. Il sottofondo è in una parola che Nathalie, Alice e Beatrice, loro fidata collaboratrice, hanno fatto propria: sostenibilità.
«Si tratta di un discorso a 360 gradi. Parte dall'alimentazione, ad esempio, dalla nostra scelta vegana, anche se l'etichetta non ci piace, però non si ferma lì: intendiamo un modo di vivere che non causi sofferenza ad altri esseri viventi, che ci rimetta in pari con la natura e con i nostri ritmi naturali. Quelli umani che, troppo spesso, dimentichiamo». Nathalie e Alice parlano anche di loro stesse, del loro modo di affrontare quel lavoro, ad esempio. Il primo impatto le ha messe a dura prova, perché, come i genitori, si stavano lasciando trascinare nel vortice di un'attività che annullava tutto il resto, che prosciugava, attraverso lo stress che c'è, in ogni mestiere, ma era tanto, troppo: «Riconosciamo il merito di mamma e papà, senza alcun dubbio, però ricordiamo anche come passavano le loro giornate. Siamo state distanti per diverso tempo, vivevamo in paesi differenti, ma, quando siamo ritornate ad "Hirondelle", ci siamo dette che, pur ammirando l'esempio, dovevamo staccarcene, per il nostro bene. Solo un'altra strada ci avrebbe permesso di continuare a lavorare qui. La persona deve essere al centro, nonostante il lavoro sia importantissimo. Tuttavia prima noi stessi, poi il lavoro, qualunque lavoro». Di fatto, aprire un'altra via vuol dire lasciare la via maestra, il percorso ed il modo di vivere segnato dai genitori e non è mai facile. Racconta Alice che il cambiamento è stato impattante, soprattutto quando ne ha parlato con la madre che, per cultura, non ha mai detto no al lavoro, ha sempre cercato di accontentare tutti e ha rinunciato a molto per quella locanda, senza rammarico, era soddisfatta: «Ha patito questa nostra volontà di cambiare completamente approccio, soprattutto all'inizio, ed era normale. Per lei è stata quasi una messa in discussione personale. In realtà, alla fine, è come se avessimo vissuto una sorta di psicoterapia transgenerazionale e anche mia mamma, così ansiosa, piano piano ha capito ed ha acquisito morbidezza. Ha compreso che è possibile dire no, che talvolta è necessario farlo».
Un passaggio che non riguarda solo Nathalie e Alice, ma anche Beatrice Durantini, «energia nuova e travolgente», che si è unita all'attività da qualche anno, provenendo dalle Marche ed avendo alle spalle studi in giurisprudenza, perché si era stancata di quel tipo di vita "standard" e cercava altro. A lei i genitori hanno ricordato gli studi pagati, la carriera che avrebbe potuto avere e quella scelta di un lavoro che, a fronte di molto impegno, spesso restituisce poco. Beatrice non ha avuto dubbi e, oggi, "Hirondelle" è una locanda gestita da tre donne: «Ognuna di noi ha portato e porta una propria parte, una propria peculiarità in questo progetto: io con la mia passione per il ciclismo e la bicicletta, Nathalie con lo yoga e la meditazione e Beatrice con questa ventata di aria fresca, attenta alle nuove generazioni, alla città, alla stand up comedy, alla cinematografia. Non a caso organizzeremo delle rassegne cinematografiche, tra cui una retrospettiva su David Lynch, ma anche dei corsi di ceramica e delle cene con delitto. Non mi piace usare la parola orgoglio, tuttavia, sono contenta di questo esempio di imprenditoria femminile, per la sinergia che poniamo in atto, per l'attenzione alla questione di genere e alla questione sostenibilità. Senza perdere la delicatezza». Sì, le persone che entrano in locanda si confrontano con questi temi, spesso, attraverso l'occhiata ad un libro nella libreria, piuttosto che per avere sfiorato l'argomento, senza che nessuno lo imponga, perché non sarebbe giusto e perché dalle imposizioni nasce il conflitto, il rifiuto e questo Nathalie, Alice e Beatrice lo sanno, perché hanno sbagliato anche loro, hanno alzato i toni anche loro per un'idea, pur giusta, e poi sono state male. Da una parte c'è il messaggio che Hirondelle prova a trasmettere, dall'altro, la quotidianità.
«Io e Nathalie fatichiamo ancora a trovare il giusto equilibrio. Qualche volta, soprattutto in estate, quando il lavoro è sempre più ed il tempo libero sempre meno, Nathalie e Beatrice mi vedono stanca e mi propongono di andare a farmi un giro in bici. Bastano un paio d'ore e torno rigenerata». Alice confessa che il suo luogo preferito è un sentiero chiamato Ru Neuf: parliamo, il più delle volte, di antichi percorsi di ruscelli, canali di irrigazione in epoca medievale, che si addentrano nei boschi, nella natura, nel silenzio, per, magari, venti chilometri, sempre in pianura. Democratici, perché possono essere percorsi da chiunque, basta una gravel, una mountain bike, talvolta a piedi. Anche Nathalie e Beatrice, quasi per osmosi, hanno iniziato ad interessarsi di biciclette e ciclismo. Beatrice, poi, avendo anche un compagno pedalatore è «circondata» e non può che imparare cose. Per Alice è iniziato tutto da una vecchia bicicletta e da un viaggio in Sardegna: da quel momento non è più riuscita a viaggiare al ritmo di aerei, bus e macchine. Ha sempre cercato una bicicletta, più simile a lei, con la possibilità di scoprire, addentrandosi in paesini e vicoli che altrimenti non sarebbero esplorabili. Una bicicletta come inno alla lentezza ed alla riflessione.
«Mia sorella Nathalie, invece, è la nostra parte spirituale. Ogni tanto la prendiamo anche in giro, perché i nostri ospiti avvertono questa sua vocazione e si confidano molto con lei, la cercano. Grazie a lei non mi abbatto quando arrivano i momenti difficili, perché mi ha insegnato che se arrivano c'è un motivo, ed è giusto affrontarli e proseguire, trarre ciò che possono darci. Nathalie è il motore di tutto questo. La locanda è un luogo tranquillo, in cui organizziamo anche incontri di yoga, invitando insegnanti, cercando di coccolare chi viene a trovarci, come proviamo a fare sempre».
Inclusività è la parola chiave ed è attraverso questa inclusività che, spiega Alice, dalla locanda "Hirondelle" si guarda il mondo. Certo, perché chi fa il suo lavoro conosce il mondo attraverso le persone che, soggiornando, lo portano fra quelle mura. Bisogna restare curiosi, attenti, è necessario averne cura, proprio mentre si lavora. «La nostra strada è iniziata da poco, impareremo molto e probabilmente cambieremo anche. Però non modificheremo mai la sincerità verso i clienti: non è stato facile intraprendere la via vegana, perché comunque è un lavoro e la preoccupazione di perdere una fetta di clienti poteva esserci. Non li abbiamo persi, nonostante la nostra clientela sia per la maggior parte onnivora, perché hanno compreso la nostra sincerità. Il lavoro crediamo sia questo e speriamo resti sempre questo. Ci sono i problemi, le avversità, le difficoltà, ma il lavoro può nutrire. Anzi, deve nutrire qualcosa nelle persone». Il nido di rondini là sopra, sul tetto, c'è ancora e le rondini continueranno a tornare perché, ormai, è casa loro.
Foto: Tommaso Longo
Palo Alto Bikes, Rivignano
Palo Alto era Palo Alto Market, a Poblenou, Barcellona: una vecchia fabbrica tessile di mattoncini rossi, con una ciminiera che svetta alta nel cielo, il cosiddetto Palo Alto, per l'appunto. Questo spazio, un tempo simbolo dell'industria, oggi pulsa di nuova vita, ospitando giovani artigiani e creativi che ogni mese danno vita a un mercatino, un magico equilibrio tra modernità e tradizione. In Spagna, a Barcellona, Lorenzo Sandrin era arrivato per incontrare Michela, la sua attuale compagna, ma quello strano nome e la scelta di quegli artigiani l'avevano, da subito, meravigliato.
Che a Palo Alto, in California, esistesse già un negozio di biciclette dal nome Palo Alto Bicycles, l'avrebbe scoperto solo anni dopo, quando in via Umberto 79, a Rivignano, in provincia di Udine, i vetri di una piccola vetrina si affacciavano già su un altro Palo Alto Bikes, quello nato dalla sua idea di ricreare quell’atmosfera magica di artigianato moderno. In California, Lorenzo non è mai stato, ma Italo, un signore all'epoca ottantenne, gestore della ferramenta del paese, sì, per trovare suo figlio che vive negli Stati Uniti. «Italo aveva un inglese incerto e le movenze di un padre anziano, ma in quel negozio lontano, riuscì a spiegare che pure nel suo paese c'era una realtà con lo stesso nome. Non so quanto quel titolare, con svariati dipendenti e un giro d'affari importante, potesse essere interessato al racconto della mia storia, ricordo però l'ultima volta che Italo venne da noi e mi narrò questo fatto. Purtroppo Italo non c'è più, ma io lo rivedo orgoglioso come quel giorno e, nella mente, risento la sua descrizione, mentre lo immagino che parla in inglese del proprio paese e del nostro negozio». Così questa è la storia di quel nome curioso, dietro a cui se ne nasconde un'altra, schietta e sincera, come sono i friulani: senza fronzoli, senza retorica.
La verità è che Palo Alto Bikes è nato da una necessità, di più, è nato da diverse insoddisfazioni lavorative. Suo padre faceva il lamierista carrozziere, un mestiere quasi ormai scomparso, dedito alla riparazione degli oggetti in lamiera: che fossero pezzi di una vecchia Alfa Romeo Giulia, di una Lambretta o di un trattore non faceva differenza. Li portava a casa e ci lavorava pazientemente, mentre Lorenzo e suo fratello imparavano. All’epoca uno scooter usato, con qualche sistemazione e una riverniciatura, pareva come nuovo. Lo spazio per tutto questo era l'officina sotto casa, fino a che, un giorno, papà tornò con un telaio in acciaio datato, montato Campagnolo: era il periodo delle biciclette a scatto fisso, della Red Hook. Quell'officina diventò improvvisamente dedicata a quella e ad altre biciclette: Lorenzo montava, smontava, lucidava e costruiva ruote. Michela, di tanto in tanto, passava da quelle parti e le sue parole erano sempre più o meno le stesse: «Che bella la tua manualità, perché non ne fai qualcosa in più? Dovresti provare».
«Di fatto, fu un salto nel buio, un azzardo, seguendo un’ispirazione e un modo diverso di vedere il ciclismo. Ho viaggiato per le principali capitali europee, oppure a Barcellona e Berlino, ad esempio, cercando ispirazione ed imparando tutto quel che potevo captare, per poi applicarlo nel mio progetto. Avevo uno studio di produzione che, però, non riusciva a fornirmi alcun sostentamento a livello economico: dove c'era l'attrezzatura audio, ora ci sono attrezzature per biciclette, la musica degli strumenti è diventata vento tra le ruote e la passione è divenuta un lavoro».
Palo Alto Bikes è cresciuto di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno: nel primo periodo vi trovavano casa biciclette molto standard, ora in esposizione è possibile trovare brand di nicchia (come BROTHER Cycles, O.P.E.N. e Bombtrack) e qualche ruota in carbonio assemblata a mano. Col tempo sempre più persone sono arrivate qui attratte dalla passione e dalla cura che Lorenzo mette nel suo lavoro. L'attenzione di Lorenzo è stata quella di rimanere al passo coi tempi, ricercare prodotti e soluzioni interessanti e dedicare tempo alle esigenze dei clienti e ai loro montaggi personalizzati. «Credo che questo mondo, quello del ciclismo, si possa dividere in tre macrocategorie: gli amatori, gli agonisti e gli appassionati. Da questi ultimi si trae sempre nuova linfa per le giornate: conoscono ogni salita e ogni altimetria, in vacanza, a tempo perso, vanno in bicicletta, magari salgono al Galibier o al Mont Ventoux, soprattutto conoscono cose a cui gli agonisti non fanno nemmeno più caso, presi dal risultato, dai numeri. Il mio lavoro mi ha permesso e mi permette ogni volta di vedere le diverse facce di questo piccolo universo chiamato ciclismo».
Un gestore, specifica Lorenzo, nel 2025, non può fermarsi alla vecchia logica del negoziante o del meccanico, bisogna, invece, entrare nell'ottica di una sorta di "meccanico 2.0", perché «mi si permetta il gioco di parole, fare solo ciò che paga, in realtà, non paga. Le persone ormai acquistano tutto dal divano di casa: bisogna aiutarle a fidarsi e, al giorno d'oggi, non è facile». Lorenzo non si sente venditore, anzi, narra che quella è la cosa che ha più difficoltà a fare, lui si diverte a costruire bici su misura, per quella persona o per quell'evento, quando, tuttavia, si trova a dover vendere inizia a fare domande, a chiedere, a rovistare fra le varie esperienze, fra le vecchie biciclette per reperire le misure corrette: qualche cliente non è rimasto al passo con i tempi, allora Lorenzo improvvisa, sa farlo bene, gli riesce, e così cerca di capire la persona che ha davanti, quel che vuole, che desidera.
«Mi interfaccio anche io con quello che chiamo "l'arrangismo friulano", un atteggiamento ben riassunto da una frase tipica: “fasin di bessôi”, ovvero "facciamo da soli", omaggio alle capacità ed ai talenti friulani e forse anche un poco alla proverbiale diffidenza di questo popolo. Mi capita che mi arrivino qui persone con biciclette in condizioni abbastanza precarie che, magari, hanno intenzione di fare lunghi viaggi, all'altro capo del mondo: in quel caso serve spiegare, è necessario mettere davanti alla realtà dei fatti. Non sempre capiscono perché è un qualcosa di ancestrale quel modo di fare, quello del pensare di non aver bisogno di nessuno, ma talvolta si riesce a cambiare. Dalla stessa origine deriva l'avversione che spesso, anche sui social, si ha nei confronti dei meccanici, quasi non fossero idonei ad occuparsi delle nostre biciclette perché "faremmo meglio da soli". La problematica è la stessa e vale per ogni zona d'Italia». Il friulano, inoltre, è diffidente, anzi, forse, molto diffidente, ma, una volta che si riesce a fare breccia nel suo scudo, si rivela una persona aperta e calorosa. Bene, in quel momento diventa impossibile anche solo passare dalla regione senza avvisare: ci tiene a mantenere il contatto, la conoscenza, l'amicizia.
Il locale è articolato in due ambienti distinti, caratterizzati da altrettanti, spazi, come fossero due mondi: uno relativo alla vendita con qualche bici in esposizione, l'altro all'officina, con una piccola vetrina ad attirare l'attenzione sul negozio. L'idea è sempre quella di cercare di offrire non solo prodotti e servizi ma anche un’esperienza divertente ed originale al cliente: «Penso, ad esempio, alla Cimiteri Ride, la nostra gravel annuale che organizziamo nel periodo della festa di Ognissanti. Sarà per il nome assurdo o il periodo particolare ma ogni anno attira sempre più partecipanti. Non serve molto: una traccia particolare, i ristori con prodotti appetibili, magari locali. La chiave è mantenere tutto semplice, genuino, anche se non è così scontato: alla fine, si tratta solo di una pedalata insieme, nulla di più. Un altro esempio potrei portarlo parlando delle uscite che organizziamo in notturna, al mercoledì, e, visto che siamo un poco distanti dalle principali città, ci siamo inventati una sorta di tour: siamo stati ad Udine, a Pordenone e in altre località. Sapete il bello? Alcune di quelle persone, che hanno pedalato nei nostri eventi, si scambiano nomi e numeri di telefono e, successivamente, si ritrovano per correre assieme: questo per me è un risultato, forse il più importante».
L'invito di Lorenzo è quello di restituire il maggior potere possibile all'utente finale, un potere che, di fatto, gli appartiene. Per farlo, spiega, è necessaria una sorta di involuzione, un ritorno alle origini. Si tratta di riscoprire le botteghe, dove trovavi non più di una ventina di biciclette, in contrapposizione ai grandi negozi, dove spesso «si vendono scatole vuote». In quelle botteghe, l’utente si riconnetteva con l’artigianato e con una dimensione più umana e autentica. Secondo Lorenzo Sandrin, quando queste due strade – tecnologia e artigianalità, modernità e tradizione – torneranno a incontrarsi, sarà stato fatto un grande passo avanti. È una visione in cui crede fermamente.
Intanto, da quel 9 marzo 2019, sono già trascorsi ben più di cinque anni, quasi sei, a dire la verità, mesi e giorni in cui quel salto nel buio e quella scelta coraggiosa si sono rivelati un successo. Di passi avanti se ne sono fatti e tanti e se ne vorrebbero fare ancora. Crescere, certo, ma con un punto fermo: la natura artigianale, che, ancora oggi, è preziosa e da preservare. Nelle pieghe dell'artigianalità ci sono le origini e le origini sono la base da cui costruire qualunque cosa: anche Palo Alto Bikes, dal nome californiano, dal ricordo spagnolo, dalla base friulana, dalla realtà a due ruote, come due ruote hanno le biciclette di qualunque ordine e grado.
Specialized e Zerosbatti insieme per proteggere i ciclisti: un progetto che fa la differenza nel 2025
Specialized Italia ha annunciato una collaborazione esclusiva con ZeroSbatti, associazione non-profit leader nell'assistenza legale ai ciclisti coinvolti in incidenti. Questo progetto innovativo dimostra la vicinanza e l’impegno di Specialized nei confronti dei rider, per garantire loro sicurezza e supporto in ogni situazione.
La mission del progetto: prendersi cura dei ciclisti.
Nel 2025, tutti coloro che acquisteranno una bicicletta o un telaio Specialized riceveranno un anno di assistenza legale gratuita in caso di incidente stradale in bicicletta. Grazie a questa iniziativa, i clienti potranno contare su un supporto professionale e tempestivo, in grado di guidarli passo dopo passo nel processo di gestione dei danni materiali e fisici.
Come funziona?
Ogni cliente riceverà una cartolina dotata di QR code che permette di registrarsi facilmente online. Una volta inseriti i dati richiesti e il numero di serie del prodotto, l’accesso al servizio sarà immediato. In caso di incidente, il team ZeroSbatti, in sinergia con i punti vendita Specialized, offrirà supporto completo: dalla valutazione dei danni al dialogo con periti e assicurazioni, fino alla migliore gestione dei risarcimenti.
Un valore aggiunto per i nostri clienti
Oltre a offrire protezione legale, questa collaborazione punta a diffondere una maggiore cultura del rispetto tra gli utenti della strada. ZeroSbatti, con il supporto di atleti professionisti, porterà avanti campagne di sensibilizzazione per promuovere la sicurezza e l’educazione stradale.
Specialized e ZeroSbatti credono che ogni ciclista meriti non solo la migliore tecnologia, ma anche un’assistenza che lo accompagni ovunque, sia in sella che nelle situazioni più difficili. Questo progetto rappresenta un ulteriore passo avanti nell’impegno di Specialized per un futuro più sicuro e sereno per tutti i rider.
Coco Cycle, Milano
Colin Nicolas Buckley ha compiuto cinquantatré anni nei giorni del Natale e da circa quaranta notti di Natale c'è la bicicletta nei suoi pensieri. Cambridge, dov'è nato, è una città di ciclisti, con al centro l'università, luogo di studio o di ricerca: a scuola smontava e rimontava biciclette da corsa, assieme ai compagni di classe, tuttavia, come ogni amore, c'è una data precisa in cui ci si incontra ed il sentimento si materializza. Per Colin è il 1984 e le coordinate sono quelle del Tour de France, la corsa che ancora oggi è la più bella del mondo nelle sue parole e nei suoi ricordi. Nella memoria quei giorni sono anche quelli del vento in faccia, della velocità in sella e della sua ebbrezza, del suo brivido tipico della giovane età. Ai banchi di scuola si sostituisce il mestiere di meccanico, i suoi attrezzi, la sua pazienza, il suo legame con il ridare vita ad un oggetto: «Se qualcosa non funziona, la mia idea è quella di capire il perchè e agire di conseguenza per sistemarla, perché "riparare" è un bellissimo predicato verbale. Ciò che è guasto è semplicemente fuori posto, fuori dall'ordine naturale delle cose e gli esseri umani, con il loro lavoro, possono ristabilire quest'ordine, in questo modo le cose tornano a funzionare e riacquisiscono la propria luce. Si tratta di una missione».
Non è un caso che le biciclette di Colin siano per la maggior parte datate, antiche, in acciaio, magari plasmate quarant'anni fa: attorno a loro si racchiudono le varie esperienze che ha raccolto in giro per il mondo e, poi, al suo arrivo in Italia, nel 1992. Parla perfettamente in italiano, si scorge l'inflessione britannica e con orgoglio ed un lieve tremore delle corde vocali afferma: «Molte persone mi cercano e se io cambio luogo, città o paese, loro viaggiano per portarmi nuove e vecchie biciclette. Viaggio con un bagaglio di esperienze che riapro non appena tocco una bicicletta». Colin Nicolas Buckley smette per un attimo di parlare e si affaccia alla vetrata che guarda via Gerolamo Tiraboschi, a Milano.
Cosimo Capobianco ha conosciuto Colin circa vent'anni fa, mentre lavorava nel settore librario, tra librerie e case editrici. In quel periodo Cosimo era in una libreria tra via Indipendenza e Piazza Vetra proprio a Milano, Colin, invece, aveva appena scoperto Granciclismo, la casa delle biciclette fra le più belle che c'erano, le Cinelli di Antonio Colombo. Una sede era a Cesena, un'altra proprio in Piazza Vetra: duecentocinquanta metri di negozio e vetrate e vetrine su tutte le tre facciate. Il design era innovativo, si potevano acquistare le prime borse provenienti da America e Giappone ed anche Colin nel 1993 aveva comprato qualche bicicletta da loro, spendendo gran parte dei propri risparmi. Colin e Cosimo si incrociavano tra la via e la piazza: tra chi cercava un libro e chi ammirava quell'universo a due ruote. Il caso volle che la libreria venne chiusa e Granciclismo dovette trasferirsi e finì proprio in quei locali, accanto al parco delle Basiliche di Milano, ancora tra vetri e vetrate. Forse è quello il momento in cui le strade di questi due uomini tornano ad incontrarsi: Cosimo non vorrebbe più «dipendere da nessuno» se non dalle persone che entrano nel negozio, sogna un locale pieno di bici e ciclismo perché è anche la sua passione. Di più: vorrebbe costruire qualcosa di nuovo, partendo dall'inizio e crescendolo come si crescerebbe una creatura. Quanto a Colin è sempre stato meccanico, non ha mai abbandonato le sue biciclette, e pare la persona giusta, al momento giusto. Anche Cosimo guarda fuori, verso via Gerolamo Tiraboschi: ad agosto è nata una società, il 12 settembre hanno preso possesso dei locali al numero 8 e da quel momento, piano piano, stanno mettendo assieme Coco Cycle. Sì, Coco come Colin e Cosimo.
Si tratta di un'officina di riparazioni in cui chiunque arrivi può domandare qualunque tipo di riparazione, per ristabilire quell'ordine e riportare quella luce di cui parlava Colin: «Il nostro- raccontano i due- vuole essere un lavoro onesto, spinto dalla passione. Il progetto è quello di offrire un servizio di un certo livello, atto a soddisfare le aspettative delle persone. Le domande sono semplici: perché si continua a cercare il nuovo, si vende e non si ripara più nulla? Perché la vecchia bicicletta di papà o di nonno viene definita cancello? Perché le botteghe dei genitori vengono abbandonate al loro destino e nessuno vuole più prendersene cura? Perché il mondo corre veloce, forse anche troppo veloce, si acquistano pezzi nuovi su Amazon, magari non si sa nemmeno come utilizzarli, si è disposti a pagare qualcuno per montarli, non per aggiustare e questo fa perdere l'anima agli oggetti». La realtà è che, non appena si scopre il restauro e la nuova vita che ne deriva, le persone restano entusiaste. Ogni tanto Colin prende un libro, smette di maneggiare ingranaggi e attrezzi e inizia a sfogliarlo, a mostrarlo, a raccontare quel che c'è scritto e da lì spera derivi la consapevolezza, in chi ascolta mentre aspetta la propria bici, dell'altra lezione che consegna il riparare, l'aggiustare: la possibilità di conservare la storia di una bicicletta: «Le persone hanno un tempo limitato sulla terra, se ne vanno e portano con loro tutto il vissuto. Penso a Coppi, a Maspes, a Gaiardoni, a Magni: quanto hanno vissuto e custodito? Io lo dico ai ciclisti: dovete scrivere libri perché non si può sprecare tutto ciò che provate sulla vostra pelle, è un patrimonio. Quando le persone scoprono degli scritti, si fermano, pensano, ascoltano, leggono. L'universo è immenso, eppure la bicicletta compie questo piccolo miracolo, avvicina, cancella anche le distanze interpersonali. Se restaurata, sistemata, preserva la memoria di ciò che scompare o potrebbe scomparire».
Per questo la maggior parte dello spazio in Coco Cycle è dedicata all'officina e le pareti sono attrezzate con accessori e ricambi: le bici nuove sono poche, solo alcune in vetrina. Lo spazio non è moltissimo, ma è un piccolo mondo in cui c'è tutto quel che serve per custodire una bicicletta. Sono partiti da zero ed il “piatto”, questa è la metafora culinaria utilizzata, non era già pronto da servire a tavola, bensì da costruire passo passo, come il locale, dandogli forma di giorno in giorno ed aggiungendo accessori, scelti e collocati personalmente. Il palazzo è antico, risale ai primi del 1900, ristrutturato solo ultimamente, molto luminoso, perfetto per un mezzo "verde", legato alla natura, come la bicicletta: la pavimentazione è uniforme, consiste in un mosaico colorato, di quelli dei vecchi tempi, facile da pulire, il soffitto è alto.
Si stanno sbrigando le ultime pratiche burocratiche e l'insegna non c'è ancora, ma il messaggio a chi arriva lo trasmette l'accoglienza: «Ognuno si relaziona con la bicicletta in un modo personale ed è a maggior ragione per questo che ciascuno deve essere ascoltato e rispettato. A noi interessa l'individuo: nulla cambia che pedali contro il vento, correndo su strada, oppure che accompagni i bambini a scuola. La porta è aperta a tutti, cerchiamo di mettere a proprio agio perché nessuno deve avere timore qui dentro ed il rapporto che si può instaurare attraverso una riparazione è differente da quello che si crea con la vendita: in quest'ultimo caso, si parla solo di quel che si ha, della novità per l'appunto, nel caso di una riparazione, invece, il dialogo è a tutto tondo. Il cliente chiede quali prodotti utilizzare, cosa cambiare, se un copertone da strada piuttosto che un altro, nascono idee, ci si scambia suggerimenti, si pensa a come personalizzare quella bicicletta, magari con una sella particolare. Spesso il cliente ritorna e chiede ancora un parere: è il modo di rendere partecipi di quella storia, di quella piccola antichità. La cultura della bicicletta è anche questa e si diffonde proprio così, nello scambio di esperienze». Il rapporto e la conoscenza del mezzo variano a seconda del tipo di utilizzo: raccontano Colin e Cosimo che talvolta chi pedala per utilità, per spostamenti, di fatto quasi non conosce il mezzo, qualcuno ha confessato di non sapere che le ruote andassero gonfiate. Diverso è il caso di coloro che della bicicletta hanno fatto uno stile di vita, una delle tante letture della quotidianità: certamente l'approccio è cambiato, soprattutto da parte dei giovani.
Cosimo pensa a suo nipote: «Ha quattordici anni e vedo la sua generazione; pedalano poco, utilizzano la bici solo per necessità, noi la consumavamo da quanto la sperimentavamo. Sto pensando ai parchi pubblici, negli anni settanta, quell'innamoramento che pare andato perso. Qualcosa di simile mi pare di vederlo rispetto ai libri, alla lettura ed è una piccola malinconia, una forte nostalgia». Ogni tanto qualcuno cambia idea e quello che un tempo era considerato un "cancello" viene d'un tratto visto come un prezioso gioiello: è l'opera di un meccanico a cambiare la visione. Allora tutti se lo tengono stretto, non lo mollano più.
Colin, a Cambridge, lavorava in una piccola officina, erano i primi tempi ma una cosa la ricorda chiaramente ed è un'eco che persiste: la felicità non arrivava con lo stipendio, ma era una sorta di restituzione che si sviluppava quando qualcuno sorrideva contento vedendo la propria bici di nuovo in ordine. Ha imparato lì l'etica del lavoro: fare bene, a prescindere da tutto e tutti, perché è un dovere, perché, a sua volta, fa bene a chi di quel lavoro usufruisce. Lì fuori c'è sempre Milano, una città in cui per le biciclette, per i ciclisti si dovrebbe fare di più, ma i primi passi si stanno muovendo: «Parliamo delle migliorie alla ciclabilità, dei restringimenti di strade larghe e di una consapevolezza che è crescente rispetto alla necessità di proteggere i ciclisti e, magari, a diminuire le automobili, perché in sella si respira meglio, si viaggia meglio, si arriva anche prima, Tuttavia parliamo di una città che si blocca completamente ogni volta in cui piove, piena di sensi unici, con strade con pavè e qualche volta con asfalto non troppo curato, con i binari dei mezzi pubblici. A volte sembra quasi non ci sia il desiderio di aiutarti a pedalare, di permettertelo, a forza di frapporti ostacoli, laddove invece sono necessarie infrastrutture e talvolta anche multe: sì, i controlli sono fondamentali perché ciascuno rispetti la legge, perché si possa creare una sana convivenza».
Quando piove, Colin si veste, si copre, poi sale in bicicletta e pedala verso Coco Cycle: si bagna? Certo, ma dice sempre che qualche goccia d'acqua non è nulla rispetto al piacere di respirare l'aria fresca, di non chiudersi in un'automobile per minuti e minuti, talvolta ore. La sua felicità è condivisa, perché di storia in storia racconta anche questo a coloro che entrano nel locale e tutti quelli che provano iniziano a sentirsi bene, a non temere più qualche goccia d'acqua: può anche essere piacevole. Intanto Cosimo e Colin continuano a lavorare, ad aggiustare, a sistemare, a rimettere a posto, in ordine. Del resto ce l'hanno detto; riparare è un bellissimo predicato verbale.
«Ho cambiato le mie priorità»: intervista a Marta Cavalli
La prima domanda non può che essere «come stai?», perché è così che si fa quando si telefona a qualcuno e perché l'ultima intervista con Marta Cavalli risale a molti, forse troppi, giorni fa. Ma le abitudini non sono cambiate: la sincerità, prima di tutto: «Bene, ma, forse, non è nemmeno questa la cosa più importante da dire dopo tutto questo tempo. Confesso, piuttosto, di aver imparato tanto su di me. Diversi errori nel mio passato mi hanno impedito di amare e continuare ad amare il lavoro dei miei sogni. Forse perché l'ho amato troppo ed in un modo sbagliato. Il ciclismo non era solo il mio lavoro, era la mia vita: facevo tutto, sempre e solo, per vincere, per tornare dove la gente mi diceva che avrei potuto essere. Ogni istante della mia vita era legato al ciclismo: l'allenamento, l'alimentazione, la preparazione mentale. Sono crollata. Ad un certo punto non uscivo di casa in certi orari per non incontrare ciclisti, non guardavo i giornali per non leggere del ciclismo e, se, per caso, dalla cucina, sentivo la pubblicità di qualcosa legato alla bicicletta, avevo il rigetto. Ho disconesso tutti i miei social. Lo scorso luglio, dopo l'incidente che mi ha coinvolta, ho lasciato la bicicletta distrutta in garage e non volevo più andarci per non vederla. In quei giorni, avevo già gli scarpini sganciati ed un piede giù dalla sella. Sì, ho pensato di smettere e non ho alcun timore a dirlo: la situazione non era più sostenibile».
Il ghiaccio, probabilmente, si rompe proprio dopo queste parole, di nuovo, dopo mesi, proprio come quando si racconta qualcosa di duro, di difficile e si lascia andare ogni paura nel far uscire le parole. Inutile nascondersi dietro un dito, avevamo intuito, come tutti, la pesantezza del momento, ma un conto è pensare, credere, altro è sapere, ascoltare. L'intervista diviene, a dire il vero, un flusso di coscienza. «Se non è accaduto è perché sono cambiata. Ho compreso che il mio benessere deve essere prioritario, poi viene l'atleta e la soddisfazione individuale e della squadra per l'operato come ciclista. Si tratta di una forma di egoismo? Può essere, ma è necessaria. Mi sono resa conto che, da quando sono una ciclista, non ho mai avuto passatempi fuori dal ciclismo. Forse nessuno me lo ha mai chiesto, tuttavia, se l'avessero fatto non avrei saputo rispondere. Allo stesso modo, non avrei saputo dire la data dell'ultimo aperitivo con amici. Non è bello, non è ciò a cui auspicare, anche in cambio delle vittorie. Gli aperitivi non saranno mai la mia quotidianità, però, oggi, non fuggo e, se lo desidero, mi concedo anche questo sfizio. Non sarà, di certo, un aperitivo a precludermi un risultato: non ha questo potere. L'esasperazione, invece, sì. Può precludere un risultato, può precludere una carriera. Il benessere della mente precede quello del corpo e lo influenza».
Torniamo indietro, per un istante. Torniamo a quell'incidente ed alle sue conseguenze, tra cui un ginocchio particolarmente gonfio, che non permettono a Marta Cavalli di fare nulla, se non di vivere una forma d'ozio che non aveva praticamente mai vissuto in quanto, per indole, le è sempre stato impossibile restare con le mani in mano, in un costante bisogno di fare, inventare, progettare. In quel momento, gli stimoli per rialzarsi e salire in bici non c'erano più, ma una domanda la assillava: «E adesso? Cosa farai? Non sarai più una ciclista, dovrai tornare nella società e collocarti in un altro ruolo. Quale?». Confida Marta Cavalli che la fiducia nel fatto che quella risposta sarebbe arrivata non è mai mancata e, anzi, di risposte, nella mente, se ne sono affollate diverse. Era pronta ad accoglierle, con l'idea di stare bene, di stare solamente bene. «Non appena ho ripreso a pedalare con Mirco, il mio compagno, abbiamo assemblato assieme la mia bicicletta. "Tu hai ancora una fiamma negli occhi quando hai a che fare con la bicicletta, Marta. Sei forte. Perché vuoi precluderti tutto?": questa era la sua domanda. E la mia risposta era sempre: "Sono stanca, troppo stanca per continuare". Eppure, nelle uscite casuali, senza tabelle, a tratti ignoranti, mi divertivo. Ho pensato così che avrei potuto fare sport unicamente per passione, come tante persone».

All'ultimo momento, prima che i giochi fossero chiusi, e quindi che venisse messo un punto alla carriera di Cavalli, è giunto il contatto con il Team Picnic PostNl, la seconda opportunità che non stava attendendo e che, tuttavia, si è aggiunta agli spunti dati dalle persone a lei attorno: una nuova squadra, tanta serenità, soprattutto nessuna tempistica e nessun obiettivo prefissato, solo il desiderio di riprendere e riprovarci. «Ho accettato perché non avevo niente da perdere. Anzi, non ho niente da perdere. Però, almeno inizialmente, l'ho fatto con "il piede sollevato dall'acceleratore", quasi a volermi assicurare di poter tornare indietro, per questo sono rimasta in silenzio, non l'ho detto a nessuno. Era una sorta di protezione. Ho detto che ho una visione differente di questo lavoro, ed è vero, però non sono un'illusa. So bene che alcune difficoltà si riproporranno, forse anche lo spettro di quella che ero prima, ma sono fiduciosa nel fatto di essere una persona diversa e di essere in grado di porre in campo un atteggiamento opposto. Non è una ripartenza, perché ripartire significa che delle partenze ci sono già state. Piuttosto è una costruzione differente e quando si costruisce si parte dalle basi e tutto è nuovo».
Il nuovo capitolo in Picnic PostNl è caratterizzato da un approccio differente anche da parte del team: sono cambiate le persone, i meccanismi, le nazionalità delle atlete, le abitudini ed anche la stessa matrice della squadra, non più francese ma olandese. Marta Cavalli distingue due fronti: quello tecnico, estremamente articolato e complesso, con una miriade di aspetti e sfaccettature e con uno staff che si dedica a qualunque dettaglio, dal nutrizionista, all'esperto di analisi dati, ad una fitta rete di comunicazione, e quello umano, in grado di distaccarsi dalla freddezza dei numeri e di creare un rapporto e accompagnare l'inserimento di qualunque nuova atleta: «L'allenamento, per me, è di nuovo un modo per divertirsi, sorridere. La sera c'è anche il tempo di giocare con le compagne. In questo modo, riesco a concepire ogni uscita in bici come una via per migliorarmi, senza la sensazione di essere sotto giudizio, sotto valutazione costante: è anche quella a frenare un atleta. Senza alcuna preparazione, dopo un anno di stop, mi sono messa nelle mani dello staff. L'ho proprio detto: "Mi fido di voi". E dopo l'insoddisfazione, è arrivata l'innovazione e la voglia di scoprire».
Il bisogno, qualcosa che ha anche a che fare con un sogno, ma uno di quelli semplici, genuini, è di essere nuovamente in gara, con quella spensieratezza agonistica che fa dire "vado, me la rischio": «In realtà, si accompagna anche ad un leggero timore, ad una leggera ansia. Sai il detto "tolto il dente, tolto il pensiero"? Ecco, non vedo l'ora che la corsa esploda, in una situazione di gara complicata, per scoprire come reagirò, magari per essere lì davanti e capire cosa proverò. Per me è una sorta di pensiero ricorrente». La brutta caduta al Tour de France 2022, afferma, è stato l'inizio di questo periodo buio, ma ora è alle spalle: «Non tutto il male viene per nuocere, penso sia vero e credo anche sia un augurio da ricordare. Quell'incidente ha poi innescato tutta una serie di conseguenze, con il punto peggiore nell'estate del 2024, ma le cose passano, alcune in tempi brevi, altre in tempi più lunghi. Fintanto che le viviamo dobbiamo provare a utilizzarle per crescere e avere pazienza, come devono avere pazienza le persone a noi vicine. Voglio dire una cosa: non ho una persona in particolare da ringraziare nel mondo del ciclismo, ne ho tante e sono coloro che fanno parte della mia "community". Quelle che mi hanno aspettato in questo anno, senza, però, aspettarsi nulla. Alcune nemmeno le conosco dal vivo, forse nemmeno le conoscerò mai, però so che ci sono. Confesso che non è stato facile per me interrompere in anticipo il rapporto con FDJ-Suez, era una situazione delicata ed a me piace la correttezza. Quando l'ho annunciato, mi sono subito chiesta come l'avrebbe presa il mondo che mi seguiva. Bene, a loro non sono servite spiegazioni e questo mi ha resa più forte. Lo sport è necessario anche, forse soprattutto, per veicolare messaggi ed io sono contenta che il mio messaggio sia stato quello di rimettere al centro la propria persona e di smettere di essere un robot».
Si sente fuori dalla "tavola rotonda" delle atlete che si giocheranno le classiche e le grandi corse a tappe, anzi, sottolinea che questi due anni lontana dal suo mondo l'hanno portata a perdere di vista molte dinamiche, per cui non sarebbe in grado di fare un pronostico: certamente è interessata al ritorno di Anna van der Breggen, si chiede come si comporteranno Lotte Kopecky e Demi Vollering, ora in due squadre differenti, e osserva con curiosità i diversi giovani talenti che stanno emergendo. Ora è sicura che continuare sia stata la scelta migliore, perché il suo percorso nel ciclismo l'ha costruito con fatica e sacrifici e quel finale non sarebbe stato il finale adatto, troppo brusco, troppo secco, non deciso, ma subito. «In passato ho vinto tanto, è vero, e le persone spesso non sono comprensive e non hanno mezze misure. Non hanno pazienza ed è difficile far fronte a questa richiesta di "tutto e subito". Io non so se e quanto vincerò ancora, ma, se arriveranno, saranno vittorie completamente diverse, non paragonabili. Per questo il mio passato non mi pesa. Perché Marta è un'altra Marta. Non c'è più quel rumore assordante nelle orecchie, con tutte le pressioni e le aspettative, quando salgo in bicicletta le priorità sono completamente diverse: tornare a casa, riabbracciare le persone a cui vuoi bene, su tutte». La doccia, qualcosa da mangiare post allenamento e basta, poi c'è la quotidianità, perché «il ciclismo non è solo un lavoro, ma è anche un lavoro e una persona non può farsi definire solo dal proprio mestiere, qualunque sia».
Determinazione e sogni: intervista a Carlotta Borello
Carlotta Borello, BTC City Ljubljana Zhiraf Ambedo, sostiene che, spesso, il sacrificio sia inquadrato in maniera errata in quanto si tende a concepirlo come rinuncia, ma per un'atleta agonista quale è lei il sacrificio è solamente un ponte tra ciò che desidera e ciò che è disposta a fare per ottenerlo. Allora il sacrificio non è più rinuncia, ma scelta che contiene diversi ingredienti. Borello ritiene che racconti «una storia di amore, passione e dedizione, non un peso bensì una modalità per raggiungere la miglior versione dell'atleta che sono». Classe 2002, ammette che il suo inizio di stagione nel ciclocross, nel 2024, non se lo aspettava praticamente nessuno: ad aggiungere un ulteriore sprone il cambio di casacca e di preparatore atletico, alla ricerca di una crescita continua, gara dopo gara, per migliorare anche su percorsi più impegnativi. Un ruolino di marcia che, a ben vedere, mette in fila una serie notevole di primi posti tra cui la vittoria a Brugherio, una gara internazionale in cui era spesso arrivata vicino al podio, la più grande soddisfazione di sempre, a suo avviso. Nel fango si ispira a Fem van Empel e Puck Pieterse, sue coetanee che abbinano il talento nel cross a quello su strada, riuscendo anche, talvolta, a togliersi la soddisfazione di superare atlete maggiori di età ed esperienza. Per provare ad assomigliare ai suoi modelli, ha già posto un focus su quel che vorrebbe cambiare, sottolineato da un predicato verbale che ne mette in risalto la volontà: «Devo assolutamente migliorare ed essere più convinta nei tratti più difficili del percorso: penso al salto dei fossi, ad esempio, oppure ad affinare la tecnica nel fango, come nei percorsi meno nelle mie corde». Idee chiare, insomma. Se possibile rafforzate da alcune delusioni che non dimentica, su tutte il Campionato Italiano di ciclocross perso da junior secondo anno. Un'amarezza ancor più forte perché arrivata dopo aver conquistato buona parte delle gare stagionali, non riuscendo poi a ben figurare in uno degli appuntamenti più importanti dell'annata. Ma Carlotta Borello non fugge e guarda in faccia il valore della sconfitta: «Credo che le sconfitte ci offrano l'opportunità di restare umili, con i piedi per terra. Bisogna essere forti, perché fanno male: sono lezioni, nulla più. In veste di atleti siamo chiamati a trasformare il fallimento in motivazione per migliorare».
In questo modo, pochi giorni fa, dopo tanto desiderare, è riuscita a conquistare quella maglia tricolore al Campionato Italiano di cross che inseguiva da anni, dopo una gara vissuta da professionista, con l'accelerazione decisiva piazzata già al secondo giro. Nulla ha potuto fare Rebecca Gariboldi, pur impegnata in un bellissimo inseguimento, più lontana Letizia Borghesi.
La prima bicicletta di Carlotta Borello è stata una Colnago «vecchiotta» tutta in alluminio, «molto pesante, con il cambio al telaio», aveva dieci anni e suo fratello, più piccolo di due anni, aveva scelto di provare con il ciclismo. Pochi allenamenti e se ne era appassionato, finendo per parlare spesso di ciclismo alla sorella, sino a convincerla a provare. Carlotta praticava ginnastica artistica, fino ai dodici anni, anche conciliandola con le due ruote e andava a cavallo, cimentandosi nel salto ostacoli: «Dopo il diploma al liceo linguistico, mi sono iscritta a Scienze Motorie all'Università per conciliare al meglio lo studio con l'attività in sella. Ho fatto la scelta migliore che potessi fare, perché lo sport mi piace tutto e, dirò di più, provo molta soddisfazione nell'insegnare ai bambini in palestra. Tornerò anche a fare equitazione: il cavallo è un animale molto comunicativo che utilizza ogni parte del corpo per relazionarsi con noi umani». La bicicletta coincide ed ha sempre coinciso con l'unico momento della giornata in cui è possibile liberare la testa, una valvola di sfogo dallo studio e dagli esami universitari, tuttavia dopo il diploma è diventata qualcosa in più, come sono aumentate le ore da dedicarle. «Le mie caratteristiche su strada mi rendono una ciclista versatile e combattiva. Le salite non troppo lunghe esaltano la mia capacità di gestione dello sforzo, mentre nelle gare selettive posso sfruttare la mia resistenza e lucidità tattica per emergere nei momenti decisivi» Ha conquistato in questo modo la sua prima vittoria ad una gara da allieva secondo anno, vincendo la volata del gruppo, tuttavia residua in lei qualche attimo di paura del gruppo, soprattutto nei finali in volata quando il plotone procede compatto a tutta velocità e sta lavorando per cambiare approccio. Il ciclocross è arrivato dopo vari anni di ciclismo su strada, nella categoria allieve, una sfida «nuova, dinamica e tecnica, perfetta per mantenere alta la motivazione durante la stagione invernale» pur nelle difficoltà di un cambiamento che l'ha portata dal perfetto controllo della bicicletta su strada, alla gestione della stessa nel fango, nella sabbia oppure sull'erba.

«Ho dovuto imparare subito a scendere e salire dalla bici, a correre con la bici in spalla nei tratti più difficili e a guidare su terreni sterrati con una pressione degli pneumatici inferiore rispetto a quelle da strada. Un errore da evitare è farsi prendere dalla foga nelle partenze esplosive perché si rischia di andare in crisi troppo presto. Le gare vengono svolte su terreni e percorsi differenti: la tempistica nel ciclocross è di massimo sessanta minuti con un’intensità maggiore, ricca di sforzi più esplosivi e continui cambi di ritmo. Il ciclocross prevede anche momenti di discesa e risalita sul mezzo, ostacoli e percorsi molto tecnici e impegnativi, le condizioni atmosferiche sono più estreme: pioggia, neve e freddo». Parole decise e ben scandite, a definirne la determinazione, la principale qualità che si riconosce e che la porta a mettersi costantemente in discussione ed alla prova. Vuole vincere, questo è il suo imperativo e il Campionato Italiano ha riscattato quell'antica ferita. Non ha timore dei sogni grandi: «Ho ventidue anni, voglio arrivare a competere ai massimi livelli mondiali, vincere una competizione prestigiosa, un Campionato del Mondo, ed essere riconosciuta come una delle migliori atlete nella mia disciplina». Definisce Marianne Vos "donna multidisciplina" e proprio sulla multidisciplina si sofferma «perché è veramente importante, soprattutto in questi ultimi anni, in quanto variare l'attività ciclistica la rende molto più proficua e meno monotona». Da un paio d'anni, il fratello ha smesso di correre in bicicletta dedicandosi ad un altro sport, e Carlotta Borello è l'unica a portare avanti quella passione che in famiglia ha trovato applicazione proprio con i due figli: i genitori l'accompagnano spesso alle gare e i suoi amici sono altri atleti, che vivono la stessa quotidianità. Ha intrapreso la magistrale di Scienze delle attività motorie preventive ed adattate e, nel tempo, ha trovato la giusta ricetta per coniugare ciclismo e studio.
Continua ad insegnare ginnastica artistica, legge, legge molto ed il suo libro preferito è "Cose che nessuno sa" di Alessandro D'Avenia, forse quella frase sul timore come momento in cui si inizia davvero a familiarizzare con la vita la tocca particolarmente. In squadra è capace di motivare le compagne, di spronarle, è estroversa, ama parlare, raccontare e, scherzando, dice che in corsa è un grosso difetto perché rischia di deconcentrare e di distrarre. Attraverso il ciclismo ha compreso che i momenti no arrivano, esattamente come quelli positivi ed esattamente come questi vanno affrontati, aumentando la fatica, se necessario, e mettendo in strada il meglio che quel giorno o quel momento consentono. Questo è uno dei significati dell'essere ciclista.
Gli otto trasferimenti del 2025 di cui è necessario parlare
A CURA DI CARLO GIUSTOZZI
Dopo aver parlato dei trasferimenti più importanti del ciclismo maschile nella newsletter della scorsa settimana, oggi parliamo di quelli nel campo femminile. I nomi che citerò sono meno, ma sono anche migliori per valore assoluto.
Nel 2025 vivremo un World Tour profondamente diverso, in cui ci dovremo abituare a vedere due delle migliori cicliste al mondo (stiamo parlando di Demi Vollering ed Elisa Longo Borghini) con una maglia diversa. Potrà essere l’anno dell’affermazione di qualche nuovo talento, ma la Notizia (con la n maiuscola) è il ritorno dal ritiro di Anna van der Breggen!
Anna van der Breggen (SD Worx-Protime)
Iniziamo barando, perché non si tratta esattamente di un trasferimento di mercato, ma di un clamoroso rientro dal ritiro. Tre anni dopo aver lasciato il ciclismo pedalato per dedicarsi all’attività di direttrice sportiva della SD Worx, Anna van der Breggen nella scorsa estate ha annunciato il suo ritorno in gruppo. Vestirà sempre i colori della compagine olandese, che potrà contare su una delle migliori cicliste di tutti i tempi. Van der Breggen ha vinto quattro Giri d’Italia, la medaglia d’oro nella prova olimpica di Rio ed è stata per tre volte iridata (due volte in linea e una volta a cronometro). E questo è un elenco assolutamente parziale, visto che ha nel palmares più di 60 vittorie tra le professioniste.
Il punto interrogativo sarebbe lo stato di forma con cui potremmo ritrovare un' atleta professionista dopo tre anni di stop. Uso però il condizionale, perché per van der Breggen non sarebbe sorprendente ritrovarla subito tra le migliori al mondo. Secondo Lorena Wiebes, un’altra che non va certamente piano, van der Breggen continuava a essere sempre la migliore quando si allenava con le ex compagne.
La SD Worx, che può contare sulla due volte campionessa del mondo Lotte Kopecky ma ha perso Demi Vollering, avrà un talento di assoluto livello per tutte le corse più importanti dell’anno, dai grandi giri alle classiche di un giorno.

Demi Vollering (Team SD Worx ➡ FDJ - SUEZ)
L’addio di Demi Vollering alla SD Worx, in aria da tempo visto il contratto in scadenza, è stata la notizia più importante di questo inverno nel mondo del ciclismo. Vollering viene da un 2024 in cui, seppur vincendo tanto, non si può ritenere soddisfatta fino in fondo. Ha trionfato alla Vuelta Espana, nei Giri di Svizzera, Paesi Baschi e Burgos. Ma per la ciclista più forte del mondo sono arrivate anche parecchie delusioni. Nelle classiche di primavera è rimasta dietro alle dirette avversarie: Longo Borghini, Niewiadoma e soprattutto l’ormai ex compagna di squadra Lotte Kopecky.
Non è facile avere nella stessa squadra due talenti di quel calibro. La gestione delle gare diventa complicata, visto che gli obiettivi sono spesso gli stessi. Parlando a NRC, l’olandese ha detto che il loro rapporto era cambiato molto nell’ultimo anno, e che Kopecky l’ha evitata, e ha iniziato a pensare a quando non sarebbero state più compagne di squadra. L’atleta belga si è fatta sentire a sua volta, dicendo che l’olandese avrebbe dovuto mostrarsi più riconoscente verso la SD Worx.
SD Worx che Vollering ha lasciato per accasarsi alla FDJ - SUEZ. La compagine femminile della FDJ si prepara a un ruolo di assoluta protagonista nel World Tour. Oltre a Vollering, sono arrivate anche le firme di Juliette Labous ed Elise Chabbey. E la squadra sta stringendo anche contratti di sponsorizzazione importanti. Il più significativo è quello con la Nike, che fa il suo ritorno nel ciclismo professionistico dopo 15 anni.
Pauline Ferrand-Prévot (Ineos Grenadiers ➡ Visma-Lease a Bike)
Nella sua carriera lunga già un quindicennio, Pauline Ferrand-Prévot è stata una delle migliori cicliste del mondo in tutte le specialità in cui si è cimentata. Ha vinto i campionati mondiali di ciclocross e di gravel, oltre a quello su strada nel 2014, ma i risultati migliori li ha raccolti nel mountain bike. Negli scorsi anni PFP si è concentrata soprattutto sul cross country, togliendosi la grande soddisfazione di vincere la medaglia d’oro nelle Olimpiadi di casa.
Arrivata a 33 anni, Ferrand-Prévot ha scelto di tornare alla strada, dove le soddisfazioni più grandi se le è tolte da giovanissima, più di dieci anni fa. E per farlo ha cambiato squadra, e ha firmato un contratto triennale con la Visma-Lease a Bike.
Come ha raccontato lei stessa negli ultimi giorni, il grande obiettivo dei prossimi tre anni sarà il Tour de France, in cui vuole riuscire a vincere per coronare una carriera straordinaria.
Non mancheranno ovviamente le classiche, a partire dalla Strade Bianche del prossimo marzo. Gli obiettivi di Ferrand-Prévot sono altissimi, ma se c’è una che è riuscita a raggiungere tutto ciò che aveva in mente, quella è proprio lei.
Elisa Longo Borghini (Lidl-Trek ➡ UAE Team ADQ)
Delle tre migliori atlete del 2024 secondo i ranking World Tour, due hanno scelto un cambio drastico per la stagione ai nastri di partenza. Oltre a Demi Vollering, anche Elisa Longo Borghini vivrà nel 2025 un nuovo inizio in UAE Team ADQ. La squadra degli Emirati vuole diventare una delle migliori anche nel ciclismo femminile, e trova nella campionessa di Ornavasso un capitano di assoluto spessore.
Il 2024 è stato l’anno migliore nella carriera di Longo Borghini, che ha vinto, tra le altre cose, il Giro delle Fiandre, la Freccia del Brabante e, soprattutto, la maglia rosa al Giro d’Italia. Ha dimostrato che si può continuare a migliorare anche dopo i 30 anni, e anche per questa stagione si è posta gli obiettivi massimi.
Secondo quanto riportato da Ciro Scognamiglio, Longo Borghini ha in programma la partecipazione a Giro e Tour. Inizierà la stagione nell’UAE Tour, la corsa di casa della nuova squadra, per poi difendere il Trofeo senza fine vinto l’anno scorso. Non ci sarà invece alla Parigi-Roubaix, che ha vinto nel 2022.

Cat Ferguson (Shibden Apex RT ➡ Movistar)
La giovanissima ciclista britannica si è unita alla Movistar nello scorso agosto, ma ci perdonerete se la mettiamo comunque in questa lista. L’hype che circonda Cat Ferguson è troppo grande, e nel 2025 ci si aspetta un ulteriore salto di qualità.
Nell’anno appena trascorso Ferguson ha dominato a livello juniores, dove nessuna è riuscita a competere con lei. Ne sono un chiaro esempio gli ultimi Mondiali, in cui ha vinto la prova in linea e quella a cronometro dedicate alla categoria. Ma ha figurato benissimo anche quando si è trovata a correre contro le professioniste. È arrivata seconda al La Choralis Fourmies, la sua gara d’esordio nel circuito Europe Tour, e ha vinto la Binche Chimay Binche.
Nel 2025 farà il suo esordio nel World Tour. Passerà del tempo prima che riesca ad affermarsi anche nelle gare più importanti del mondo, ma secondo molti il destino è proprio quello di diventare un talento generazionale.
Cecilie Uttrup Ludwig (FDJ-Suez ➡ CANYON//SRAM)
La 29enne danese viene da un anno particolarmente negativo, in cui, tra cadute e problemi di salute, non è mai riuscita a esprimersi al livello a cui ci aveva abituato. Dopo la vittoria di tappa al Santos Tour Down Under, Ludwig non ha raccolto altri successi, e il miglior piazzamento è stato un terzo posto in una tappa del Giro.
Con la FDJ che ha piazzato il colpo Vollering, Ludwig ha scelto di lasciare la squadra francese per cui ha raccolto tanti ottimi risultati nelle ultime cinque stagioni, e si unirà alla Canyon-Sram. Il progetto della squadra tedesca è entusiasmante, e Ludwig potrà ritagliarsi il proprio spazio a fianco di Kasia Niewiadoma, fresca vincitrice dell’ultimo Tour de France.
Marion Bunel (St Michel-Mavic- Auber93 ➡ Visma-Lease a Bike)
Nel 2023, gli organizzatori del Tour de l’Avenir hanno deciso di lanciare anche la versione femminile della corsa a tappe dedicata ai migliori talenti under 23, e che ha consacrato tanti campioni nel corso degli anni.
La protagonista della seconda edizione della corsa è stata la normanna Marion Bunel, classe 2004, che ha vinto due tappe, la classifica generale e quella di miglior giovane. Il successo più impressionante è stato quello arrivato nella frazione conclusiva, in cui ha trionfato sul Colle delle Finestre dando più due minuti alla rivale Isabella Holmgren.
Marion Bunel può essere la next big thing del ciclismo francese, e nel 2025 farà il grande salto nel World Tour con la maglia della Visma-Lease a Bike. Visma che, con le scelte di Bunel e PFP, ha scelto di affidarsi al ciclismo d’oltralpe per brillare.

Chiara Consonni (UAE Team ADQ ➡ CANYON//SRAM)
A casa Consonni sono state delle Olimpiadi uniche, con Simone in grado di accaparrarsi un argento e un bronzo, mentre Chiara ha fatto anche di meglio, vincendo l’oro nell’americana a fianco di Vittoria Guazzini.
Chiara Consonni è nel giro della nazionale italiana su pista da quando aveva 16 anni, ed è proprio in questa disciplina che si è saputa togliere le soddisfazioni più importanti. Ma è un grandissimo talento anche su strada, come ha fatto vedere allo scorso Giro d’Italia. Ha vinto la seconda frazione, dove è stata in grado di battere in volata due fenomeni come Lotte Kopecky ed Elisa Balsamo.
Consonni dà il suo meglio proprio negli sprint e nelle classiche del nord, una tipologia di corse che si sposa ottimamente con le sue caratteristiche e in cui ha già avuto modo di brillare. Alla Canyon-Sram trova un ottimo ambiente in cui crescere, per puntare proprio ai successi nella campagna di primavera. Il suo obiettivo è la Parigi-Roubaix: un obiettivo difficile ma alla portata, per una campionessa olimpica che deve ancora compiere 26 anni.
Atelier Boldrini, Aosta
La parola atelier deriva dal francese antico "astelier" che, a sua volta, proviene da "astelle" ovvero piccola scheggia di legno di quelle che cadono a terra durante le ore di lavoro degli artigiani del legno nei loro laboratori, scarti di lavorazione che parlano di un mestiere antico. A Le Pont Suaz, Aosta, presso l'omonima frazione, al civico 51, nasce, nel 2008, proprio un atelier. Nel linguaggio comune la parola si riferisce in generale al lavoro artigianale, può essere adottata per le confezioni, la sartoria, la pittura oppure l'arte in generale, ma questa bottega riprende le origini del vocabolo, quasi fosse lo studio di un linguista, il lemma di un vocabolario.
Si chiama, infatti, Atelier Boldrini perché è un ricordo di quando si era bambini e si trascorrevano interi pomeriggi nella falegnameria di nonno: storia di Roberto che, cresciuto, era diventato istruttore di sci e non c'è nulla di strano, anzi, forse è proprio naturale perché fuori da quella falegnameria la neve cadeva densa e le cime delle montagne, tutte intorno, la custodivano fino a tarda primavera, cullata dal freddo. Roger e Mathieu, i suoi figli, intanto crescevano: avevano una bicicletta che usavano per andare a scuola e per recarsi agli allenamenti sulle piste da sci, magari per fare resistenza. Forse fu questa "l'America" di quei ragazzini che, qualche anno dopo, quando Roberto abbandonò il lavoro sulla neve ed iniziò a lavorare in un negozio di biciclette, avevano già familiarità con quel mezzo. La rivoluzione copernicana, però, l'ha attuata Roberto decidendo di mettersi in proprio ed ecco, come in un cerchio, siamo tornati all'inizio di questo racconto. Ad "astelle", alle schegge di legno e ad un atelier della Val d'Aosta. Da quel momento, le estati di Mathieu erano fra quelle mura, anche se aveva solo poco più di sedici anni. L'anno della maturità è quello in cui inzia a tutti gli effetti a collaborare in negozio, dove, dal 2020, si unirà anche Roger: «Un fratello è quella persona con cui è tutto più facile: discutere, gridare, litigare, non parlarsi, ma anche chiarisi ed abbracciarsi. Roger conosce ogni aspetto della meccanica, a lui devo l'ordine e la precisione. Non è facile, certo, perché portare il lavoro in famiglia non lo è mai. Allo stesso tempo, però, qualunque cosa accada qui dentro ci riguarda tutti: il traguardo è comune. Le discussioni si oltrepassano così».
Era un piccolo negozio in una piccola città quanto è piccola Aosta: è cresciuto con il passare delle stagioni ed ora, cinquecento metri più in là, sono duemila metri quadrati di attività, su due piani, con un'officina di centocinquanta metri poco distante dal negozio: «L'ingresso dell'officina si affaccia sull'unica ciclabile che passa in Valle d'Aosta: qualunque pedalatore che abbia un problema può richiedere assistenza. I nostri meccanici possono usare i martelli e noi possiamo conversare con i clienti nel silenzio. Così è più bello». Atelier Boldrini crede nella possibilità di ascoltare le persone e cercare di farle tornare a casa soddisfatte per la qualità del lavoro svolto e la qualità coincide con il rispetto della parola data, in modo preciso, con la fiducia nel fatto che ciò che si dice diventerà un'azione, che le promesse, di Roger, Mathieu, di Roberto e del ragazzo dipendente, non sono vane. «Noi ascoltiamo con molta attenzione le richieste di ciascuno e agiamo su quella base, non cambiamo nulla, se non avvisando il cliente. Penso al nostro ruolo come ad una guida: ci sono le domande, ci sono le risposte e credo ci sia un'etica precisa. Personalmente consiglio sempre al cliente la bicicletta più adatta a lui, in base al suo livello di abilità e di esperienza in sella: non mi interessa vendere una bici che costa di più, anche se l'avventore può permetterselo, anche se il nostro guadagno sarebbe maggiore». La bellezza deve andare d'accordo, essere in perfetta sintonia, con la comodità perché se manca quest'ultima le persone smettono di pedalare, anche fosse per spostarsi in città e sbrigare le commissioni di giornata. Molti ciclisti arrivano in atelier con notizie acquisite da internet: in questo caso il dialogo è importante, ma non si forza più di tanto la mano, perché è sbagliato e perché il miglior modo di comprendere, anche quanto siano erronee certe convinzioni è di farlo da soli, da qui nasce la fiducia.
«Alcune volte si discute, succede che qualcuno vada via, senza acquistare nulla, magari deluso. Altrettanto vero è che è già capitato che, poi, ritorni e si fidi, magari diventi un cliente fisso. Ecco: non esiste soddisfazione maggiore. Tenere la barra dritta, non rinunciare alle proprie idee e constatare che, alla fine, vengono comprese, fatte proprie. Questa è la nostra filosofia». Un tavolo, all'interno di Atelier Boldrini, è il luogo destinato alla lettura, magari a vedere la televisione, dove le gare vengono trasmesse a ciclo continuo. Ogni tanto succede una cosa speciale: alcune persone entrano in atelier e non lo fanno per riparare una bicicletta, per noleggiarla o per acquistarla, ma solo per parlare, per chiacchierare, per trascorrere qualche minuto di buon tempo. Anche perché nella zona di Aosta e dintorni, da novembre a marzo le biciclette vengono usate ben poco a causa delle temperature spesso rigide: «Purtroppo non siamo nel Nord Europa, dove si pedala anche con cinque gradi sotto lo zero e con la neve che cade. Da noi, talvolta, si preferisce avere la bicicletta bella e non usarla: una logica che non capirò mai. Nel nostro caso, parlo della Valle d'Aosta, siamo una piccola regione che necessiterebbe di una struttura comunicativa più vasta per i tanti turisti che transitano da queste strade. Magari un sistema di app più semplice per scaricare tracce nei dintorni che permettano di pedalare tutti i giorni, perché non è raro che si scelga l'automobile per percorrere un tragitto molto breve che in sella sarebbe percorribile anche più velocemente, sicuramente in maniera più salutare». Per chi pedala nella zona, il consiglio di Mathieu è quello di esplorare la zona della salita del Gran San Bernardo, dove fino a qualche anno fa si organizzava anche una gara: 36 chilometri di salita, percorsi a cronometro.
Ora quella gara non c'è più, ma resta un posto "magico": «Inoltre siamo vicini alla telecabina che porta a Pila: chi noleggia qui le bici, può salire lassù e lassù c'è davvero tutto quel che si può sognare in bici, compresa una piccola mappa con il tracciato delle piste da downhill e di quelle per le famiglie. Vero che noleggiare è più facile in alta montagna, ma questo è indubbiamente un punto a nostro favore». Al piano superiore è presente un vero e proprio showroom, un open space con anche abbigliamento e scarpe.
In estate, in officina, lavorano tre ragazzi: quando un nuovo cliente arriva con una bicicletta, si compila una scheda, con tutti i dati necessari: la raccomandazione di Mathieu è quella di scrivere ogni dettaglio in fase di accettazione, dalla "a alla z", in quanto la chiarezza permette di lavorare meglio. Vi sono tre postazioni: «Al termine di ogni operazione bisogna ripulire ed ordinare tutto: le biciclette, invece, vanno lavate e pulite prima di aggiustarle. Mi sembra il minimo e non solo perché in questo modo non si perde tempo a cercare attrezzi nel disordine: pensiamo ad un ristorante con una cucina sporca, chi ci andrebbe? Che impressione ne avrebbe? Ovviamente vi sono delle differenze, ma il ragionamento è lo stesso, l'idea che si trasmette la stessa. il cliente viene poi avvisato con un messaggio su whatsapp della conclusione del lavoro e con l'occasione può anche richiedere il conto o altre specifiche». Quando Mathieu ha iniziato a lavorare era giovane ed ha imparato tutto da suo padre, da un paio d'anni ha preso in mano le redini dell'atelier ed ha così affrontato la realtà di un mestiere tanto bello quanto complesso, per esempio nel far quadrare i conti e nel conciliare quella che era una passione con quello che è un lavoro con tutti gli obblighi ed i doveri che ne conseguono: c'è meno tempo per le pedalate, resta intatta la voglia di far bene quel che si fa, con il giusto equilibrio, senza dimenticare mai che, in fondo, la bicicletta è lo strumento che gli permette di mantenersi e questo fatto deve meritare tutta l'attenzione possibile, in dedizione e studio.
Mathieu non è mai stato un "fanatico" del ciclismo, però l'ha sempre praticato ed è particolarmente attento ai più giovani che salgono in sella. Il vento sta soffiando a favore, per usare una metafora, perché indubbiamente tutti i campioni dell'ultimo periodo sono fonte di ispirazione per i bambini ed i ragazzi: «Sono fiducia pura, stimoli che giungono che li invitano a provare questo sport. Da bambini colgono soprattutto il valore legato all'amicizia, più avanti, diciamo dai quindici anni in su inizia ad esserci qualcuno che vuole che il ciclismo diventi un lavoro o comunque anche solo la possibilità di competere, di fare a gara. Si tratta di qualcosa di speciale perché la bicicletta, da un lato, permette la fatica, la esalta, dall'altro è anche la possibilità di liberarsi dalla fatica stessa, magari attraverso una discesa, liberi al vento». Le tradizioni sono importanti in atelier, così importanti che si parla in dialetto valdostano e ci si sente a casa: anche l'altro ragazzo che Mathieu vorrebbe assumere dovrà abituarsi a questa consuetudine.Roberto ora ha sessantacinque anni, va ancora in atelier, anche se Mathieu e Roger continuano a dirgli che non potrà lavorare per sempre. Lo si guarda in volto mentre li osserva all'opera e si comprende, a vista d'occhio, quanto sia orgoglioso del fatto che i suoi figli lavorino assieme. Già, Mathieu e Roger che hanno compreso sino in fondo il suo insegnamento rispetto all'onestà, a costo di essere anche troppo buoni. Mathieu e Roger che lo vorrebbero vedere più spesso a pedalare e faranno di tutto perché sia così. Del resto, cosa c'è di più bello di vedere in bicicletta qualcuno a cui vogliamo bene.
Il bisogno di essere ancora ciclista
Il 13 luglio del 2019 eravamo a Malga Montasio, accanto al podio di una corsa. Nulla di strano, se non per il fatto che, questa volta, il podio riuscivamo a vederlo a metà, in ciascuna delle sue prospettive: il fronte ed il retro, come chi osservasse un volto di profilo. Quel podio, ancora non lo sapevamo, sarebbe stato per noi una sorta di Giano Bifronte. Il podio era quello del Giro d'Italia Internazionale Femminile e su quel podio stava salendo Anna van der Breggen che, quel giorno, era riuscita, per la prima volta in quel Giro, a levare di ruota Annemiek van Vleuten: la rivale, laddove il concetto di rivalità si estende e si esaspera. Entrambe olandesi, entrambe con in dote un talento fuori dal comune ed in eredità il peso dell'essere all'altezza della loro bandiera che si sostanzia nella necessità di essere prime, ad ogni costo, sempre. Un destino che stanca, ma ci arriveremo.
Accanto al podio una domanda ci solleticava la mente: dov'era il sorriso di Anna van der Breggen, quello mostrato ai fotografi ed alle telecamere, una volta giunta nel retro del palco premiazioni? Non un semplice cambio di espressione, quasi un cono d'ombra in cui era risucchiata nel momento esatto in cui nessuno, o quasi, poteva più vederla. Eppure aveva vinto, era riuscita a staccare "quella là" di quasi venti secondi, ma un'inquietudine residuava ancora. La risposta è arrivata solo anni dopo ed ha a che fare con il Giano Bifronte di cui accennavamo: Giano è il dio degli inizi, materiali ed immateriali, ed i due volti con cui è rappresentato simboleggiano la possibilità di guardare al futuro, in avanti, ed al passato, indietro. Allo stesso tempo, però, l'impossibilità di osservare il presente, di assaporarlo e di goderne. Il dio dai due volti se da un lato pare un privilegiato è, in realtà, un condannato. Quel giorno di luglio, Anna van der Breggen era in questa situazione.

Poco più di un anno dopo, a Imola, in un fine settimana che le aveva consegnato la maglia iridata in linea dopo quella a cronometro, affermò con sicurezza spietata: «Non cambia nulla e non cambio idea: nel 2021, mi ritiro». Non siamo avvezzi agli elenchi, ma ogni tanto si può fare uno strappo alla regola e snocciolare un palmares, in parte almeno: quattro edizioni del Giro d'Italia, sette della Freccia Vallone, un regno incontrastato dal 2015 al 2021, due Campionati del Mondo in linea, una maglia iridata a cronometro, una Amstel Gold Race, una Ronde van Vlaanderen, una Strade Bianche, due Liege-Bastogne-Liege, una medaglia d'oro olimpica, a Rio, nel 2016, lo stesso giorno della caduta e del temuto dramma di Annemiek van Vleuten. Anna van der Breggen non riusciva più a vivere quei successi. Fa riflettere il fatto che spesso abbia parlato delle nuove generazioni, con curiosità e ammirazione: non solo per il talento, forse soprattutto per l'approccio. Chissà se quel pomeriggio a Malga Montasio stava pensando al motivo per cui molte giovani atlete erano in grado di festeggiare un quindicesimo posto e lei, che a tentoni, sul prato, dopo aver vinto, cercava di recuperare il fiato, in fondo non riusciva nemmeno ad essere così soddisfatta ed un poco avrebbe voluto essere in loro. Anche a costo di togliersi l'etichetta di campionessa, di fuoriclasse olandese. Scattare in testa al plotone, da liberazione, quando tutte le ruote si allontanano sullo sfondo, era diventato obbligo, routine. Che senso aveva?
Van der Breggen ricordava le pedalate di bambina a Zwolle, la sua città natale, dove la bicicletta è mezzo quotidiano. Ricordava le prime gare: non aveva l'attrezzatura adeguata per essere in testa alla corsa, improvvisava, ogni tanto qualche risultato arrivava, spesso era esattamente il contrario, ma allora non importava a nessuno. Ripensandoci aveva trovato una risposta al perché essere olandesi fosse così, al perché delle aspettative, delle richieste e la risposta era nel suo passato, come nel passato di tante ragazze cresciute in Olanda: l'emancipazione. Ovvero la possibilità di prendere la propria strada, di seguirla, di provare, in libertà, anche fosse sbagliata, senza aspettare niente da nessuno. La spiegazione doveva essere questa: e se era possibile diventare professioniste grazie a quella libertà, perché non avrebbe dovuto essere possibile mettere un punto con altrettanta libertà? Ha smesso così nel 2021 ed è salita in ammiraglia del team in cui correva, la SD-Worx. Da quella macchina è riuscita, forse per la prima volta, dopo tanto tempo, a vedere il ciclismo da un'altra prospettiva. Forse è riuscita a guardare il ciclismo più che a vederlo. Attraverso i propri occhi, alla guida di una macchina, e attraverso gli occhi delle "sue" atlete, quelle che ha accompagnato tanto nei successi quanto nelle sconfitte. Emancipazione vuole anche dire avere il coraggio di dire basta e di cambiare quando una situazione "pesa" troppo, quando la bicicletta che sa solo andare avanti rischia di far tornare indietro.
Da ragazza, studiava infermieristica, si immaginava con un camice addosso, una volta cresciuta. Il primo salto di qualità nel ciclismo l'ha fatto quando si è trovata davanti ad un aut aut: senza un consistente passo avanti, rischiava di smettere. Il secondo passo avanti, anche se per molti pareva solo una parola fine troppo anticipata, l'ha fatto quando ha smesso. Il terzo potrebbe averlo fatto qualche mese fa, quando ha annunciato che sarebbe tornata e con un'idea nuova. Cercherà ancora la vittoria, poche storie, perchè è quello l'istinto di un'atleta, ha detto, però, che lo farà solo in certe gare, senza che diventi un'ossessione, perché adesso come non mai capisce quelle giovani cicliste che gioivano per un piazzamento mentre lei era troppo stanca del proprio lavoro per riuscire a gioirne. Si sente fortunata di poter essere una ciclista, di poter faticare al modi delle cicliste. Ora riesce a vedere il presente. Forse Giano aveva un bel vantaggio nel vedere futuro e passato, nello stesso tempo, ma Giano era un dio: a suo modo, in sella, anche van der Breggen è stata qualcosa di simile, poi, quando ha smesso, ha capito che era meglio essere semplicemente una ciclista che, anche nel mezzo di una salita dolomitica, per qualche secondo, forse una frazione, può guardarsi attorno. E lo farà.
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Te le ricordi le salite sul Passo Falzarego e Valparola? Oppure le ascese su Stelvio e Mottolino? E le picchiate in Trentino? Sembra quasi impossibile oggi, ma c’è uno spettacolo simile che On Location, fornitore ufficiale ed esclusivo di hospitality per i Giochi Olimpici, ti propone in quelle zone dove pedali. Il sogno continua. E quella favola, si può riproporre anche se in un ambito completamente diverso. Ma le zone sono le stesse, ricordalo. E’ la prima volta che che un programma di hospitality di alto livello sarà offerto ai Giochi Olimpici Invernali, come è anche la prima volta che Milano ospita una rassegna a cinque cerchi. Queste esperienze di hospitality sono disponibili per l'acquisto su www.hospitality.milanocortina2026.org. Ovviamente tutti i pacchetti includono biglietti per un evento sportivo olimpico invernale o per le cerimonie di apertura e chiusura.
Attraverso il pacchetto On Location si potrà vivere in maniera esclusiva in ogni aspetto la manifestazione olimpica, la rassegna per antonomasia insomma. Nelle parole di Emilio Pozzi, amministratore delegato di On Location Italia si comprende il valore delle proposte: «Siamo orgogliosi di essere i primi a realizzare un’esperienza di questo livello nella storia del nostro paese e mostrare al mondo l'eccellenza della cultura, della cucina e dei paesaggi italiani». Del resto affidarsi a On Location è il massimo visto le esperienze olimpiche trascorse e visto soprattutto l’offerta di livello straordinario. (Parigi 2024, Milano Cortina 2026, LA28, Coppa del Mondo FIFA 2026, NFL, NCAA, UFC e PGA of America). E’ arrivato allora il momento di scendere dalla sella e riposarsi per godere appieno questo evento.
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- Gli Overnight Package includono date flessibili e opzioni di Olympic Ticket-Inclusive Hospitality Package con sistemazione alberghiera garantita per due, tre o quattro notti, insieme a soluzioni di trasporto e servizi a disposizione in loco per rispondere a qualsiasi domanda in qualunque momento. Questi pacchetti sono creati per garantire alloggi di alta qualità nei pittoreschi paesini italiani e semplificare gli spostamenti sulle suggestive strade di montagna della regione. Ogni Overnight Package include un biglietto per un evento sportivo Olimpico, abbinato a una serie di opzioni di hospitality all'interno delle nostre venue.
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