Ultimo uomo: intervista a Max Walscheid
Uno dei corridori più alti e pesanti del gruppo, Max Walscheid, del Team Jayco AlUla, è uno di quelli che non appaiono con costanza nelle top-10. A Prati di Tivo, Napoli e Bocca della Selva è arrivato sempre tra la 135a e la 140a posizione. A stamattina ha accumulato un ritardo di quasi due ore e mezza dalla maglia rosa di Tadej Pogačar. Walscheid, però, è l’ultimo uomo di Caleb Ewan e in questa intervista ci parla di volate, di lauree, di problemi coi letti e di tanto altro.
Buongiorno Max, o dovrei chiamarti Dottor Walscheid?
Sicuramente Max.
Quanti esami ti mancano alla laurea?
Un po’ meno di un anno per finire l’università, poi dovrò svolgere un anno di tirocinio.
Stai studiando medicina, giusto?
Corretto. Beh, a dire il vero per il 99% del mio tempo sono un ciclista professionista, ma cerco di trovare un po’ di spazio anche per gli studi.
Dove studi?
Ad Heidelberg, l’università più antica di Germania!
Il tuo prossimo esame qual è e quando sarà?
Eh, bella domanda! Non lo so ancora, al momento non mi sono iscritto a nessun esame. Durante l’estate penserò a cosa fare a ottobre, novembre.
Stai pensando a una specializzazione?
No, non per il momento. Avrebbe senso fare qualcosa collegata allo sport, perché sarei affidabile come medico dello sport essendo stato un atleta professionista. Per un atleta è importante che il medico capisca bene la sua professione. Considera ad esempio la riabilitazione dopo un infortunio: l’atleta non deve tornare in ufficio, ma a competere a livello professionistico. Se come dottore comprendi tutto questo, è un grande vantaggio.
C’è qualcosa sul tuo corpo che hai imparato studiando anatomia?
No (ride). Non mi sovviene nulla di particolare… diciamo che mi sarebbe piaciuto essere un ciclista più piccolo, più basso; mi avrebbe reso la vita più semplice, ma a parte questo no.
Com’è la vita da corridore più alto del Giro, con i tuoi 199 centimetri di altezza? So che hai spesso problemi con i letti.
Al primo albergo in cui siamo stati ho dovuto cambiare camera, perché dei due letti che c’erano, uno era un divano letto. E un divano letto non va affatto bene per le mie dimensioni, quindi mi hanno dato un’altra stanza. Ma, a parte questo caso, cerco di adattarmi. Inoltre la squadra si porta dietro materassi e cuscini per ciascuno, cercano di renderci la vita più comoda possibile.
In gioventù non hai mai pensato a fare altri sport, più adatti alla tua stazza, come pallavolo o pallacanestro?
Sì, ho cominciato con l’atletica, poi sono passato al decathlon, e a 16 anni ho cominciato con il ciclismo. Probabilmente uno sport come il canottaggio sarebbe stato più adatto a me, ma non mi ci sono mai dedicato. La verità è che amo il ciclismo.
Non ti sei mai pentito di questa scelta, quindi.
No, assolutamente no. Questo è di gran lunga lo sport più bello che ci sia.
A quanto pare, con 90 chili sei anche il corridore più pesante.
A inizio carriera avevo qualche problema nello stare nel tempo massimo o nel trovare il gruppetto, ma oggi va molto meglio. Incrociamo le dita, ma adesso mi capita meno spesso di avere giornate no.
Al Giro hai un ruolo importante, come ultimo uomo del treno di Caleb Ewan, che è uno dei velocisti più minuti. Siete una coppia assortita in modo particolare, sia dal punto di vista fisico che da quello caratteriale.
Penso che la cosa più importante nella nostra relazione sia la fiducia reciproca. Ovviamente, è un aspetto sempre necessario tra un velocista e i suoi apripista, ma tra noi due è ancora più importante perché Caleb dietro di me non riesce a vedere granché. Prima della nostra prima volata insieme, al Giro dell’Oman, mi ha specificamente detto che devo tenere gli occhi due passi più avanti rispetto a dove guarderei se stessi facendo la volata per me, perché se c’è un imprevisto che lo costringe a rallentare, lui non può vederlo, la sua faccia è praticamente attaccata al mio sedere. Significa che devo avere una vista panoramica… Adesso credo che abbia compreso che può fidarsi di me, quindi direi che tra noi va tutto bene.
Una giornata da ricordare
Dove resta il ricordo di un ciclista? Fra delle lastre di roccia, in un pomeriggio invernale del 1980, Giovanni Todesco e sua moglie, pur se ancora non ne avevano contezza, poterono toccare il luogo in cui resta la memoria di ere passate, più di cento milioni di anni fa: nella pietra di Pietraroja. Si trattava di un piccolo dinosauro carnivoro, sdraiato sul lato sinistro, con il capo leggermente inclinato, il suo nome scientifico è Scipionyx Samniticus, ma per tutti è semplicemente "Ciro". A Pompei, sede di partenza della decima tappa, l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ha bloccato un istante: strade, abitanti, oggetti della quotidianità. La paura è rimasta bloccata, cristallizzata, così il ricordo, l'ultimo istante. Il Giro d'Italia è una città che cambia, che si costruisce e si cancella nell'arco di poche ore: mezzi, transenne, persone. Tutto che arriva, poi passa. Le città sono città diverse immerse nel Giro. Già, ma quando tutto torna alla normalità, in che angolo delle persone è il ricordo di quel passaggio delle biciclette che non segnano le pietre, che non fermano il tempo? Nelle fotografie, certo, ma oltre, oltre uno scatto, dov'è?
Il ricordo di un ciclista è in una borraccia, che segna il ricordo forse più di qualunque altro oggetto legato alla bicicletta. Oggetto fondamentale, oggetto del bisogno, perché cura la sete, perché contiene acqua e un ciclista è fatto anche di acqua, come tutti noi, ancora di più, forse. La borraccia che Alaphilippe, ad un certo punto, rallenta e quasi deposita, appoggia, ai piedi di una sedia bianca, di plastica, dove è seduta una signora con i capelli bianchi. La raccoglie. Il tempo che passa allunga i ricordi, come la sera allunga le sagome dei camminatori nei prati, sui monti. Sere diverse, comunque sere. Per questo tutti raccolgono le borracce, sono un segno tangibile per tenere stretti i ricordi quando si sbiadiscono. Lì c'è senza dubbio la memoria di un ciclista. Alaphilippe, poi, si staccherà dalla fuga di giornata, dopo averla cercata e voluta un'altra volta: è accanto alla macchina del medico, sembra svuotato. In un giorno sbagliato.
Il ricordo di un ciclista può essere in un cartello, al Giro è spesso nei cartelli oppure nelle scritte a terra. Gino Mäder, adesso, è anche in quell'inchiostro, ora che non è più in sella, dove tre anni fa vinse, giusto al Giro d'Italia. Gino Mäder aveva qualcosa di Palomar che sentiva il dovere di guardare le stelle per non sprecare il fatto che ce ne fossero così tante, lo svizzero sentiva il dovere di ricordarsi di abitare sotto un cielo di stelle, in un pianeta di natura rigogliosa. Perché? Perché è bello. Forse ci avrebbe risposto così, come ci aveva detto raccontando delle sue vittorie. Anche in una penna o in un pennarello c'è il ricordo dei ciclisti, pure in un pennello. Se si osserva Alessandro De Marchi mentre attacca non si hanno dubbi: il ricordo di un ciclista è nelle origini delle cose. La bicicletta, la solitudine, la rabbia, la gioia, il dolore. Di Damiano Caruso si potrebbe dire lo stesso: con le bende addosso, con le ferite ancora non cicatrizzate, all'attacco e di nuovo in gruppo a tirare, a fare il suo dovere.
Il ricordo di un ciclista è nelle partenze. Gianni Mura ironizzava: "Solo chi ama le pantofole dice che partire è un poco morire. Non partire, quello sì, è un poco morire". E aveva ragione. Filosofia di ogni ciclista, ogni mattina, ogni volta in cui è a terra ed in ogni istante in cui deve accelerare e non ce la fa. Pensiamo a Jan Tratnik che era riuscito a partire, in fuga e ancora in fuga, almeno fino a quando Valentin Paret-Peintre non scandisce il suo ritmo da scalatore: stacca Romain Bardet, raggiunge Tratnik e lo lascia lì, ripartendo, da solo. Qualche secondo dopo, anche Bardet raggiungerà e staccherà il corridore sloveno. Si spegne la luce, non si riparte, non si risponde, non si resiste: finisce anche se non finisce. Il ricordo di un ciclista è nel continuare. A pedalare, come fa Bardet che, a Torino, vedeva con fatica la coda del gruppo, oggi vede a pochi metri il vincitore di tappa: vorrebbe prenderlo, non ci riesce, ma come sono cambiate le cose. Anche il cambiamento è ricordo di un ciclista: accettarlo, sopportarlo, non odiarsi troppo perché non si è più quelli di una volta.
Infine, ma non per ultimo, il ricordo di un ciclista è nelle prime volte, perché la bicicletta è una prima volta: dell'equilibrio, della scelta, della lontananza da casa, di una velocità scelta solo dalla propria forza, dalla propria volontà. Perchè per Valentin Paret-Peintre è la prima vola, al Giro e fra i professionisti, a Bocca della Selva, che pare davvero una bocca, di faggi, di verde. Si vede che è la prima volta: da come va a zig zag sul traguardo, mentre alza le mani, chiede applausi e ride con il pianto in gola. Si vede che è la prima volta perché non sa più dove cercare conferme, perso in un mondo suo, in un pensiero che solo lui conosce fino in fondo, mentre i massaggiatori gli scuotono le spalle, quasi a svegliarlo, a destarlo. Sì, il ricordo di un ciclista è in tutti questi momenti e, poi, o forse ancor prima, in quello che suscita quando transita accanto per pochi secondi o mentre una telecamera lo segue, perché il ricordo di un ciclista è in quel che prova e che fa provare. Prima di tutto il resto. E quelle sensazioni sono come le pietre: restano più o meno simili in milioni di anni.
Foto: SprintCyclingAgency
Una specie di nuova carriera: intervista a Michael Valgren
Tra i momenti più emozionanti di questo Giro non si può non segnalare il commosso arrivo di Michael Valgren a Lucca. Il corridore danese, tra i più importanti interpreti delle classiche dell'ultimo decennio, è infatti al rientro sui grandi palcoscenici dopo un devastante infortunio. Una caduta in discesa alla Route d'Occitanie del 2022 infatti gli procurò una frattura del bacino, la lussazione dell'anca e la rottura del menisco e di entrambi i legamenti crociati, anteriore e posteriore, costringendolo a una lunghissima e faticosa riabilitazione. Lo scorso anno la sua squadra, la EF, lo retrocesse alla formazione Continental per farlo correre senza assilli; ora è nuovamente qua, e al Giro ha trovato la fuga giusta e un grande piazzamento (2°) proprio sulle strade di Lucca, dove aveva vissuto un anno ai suoi esordi.
Buongiorno, Michael. Ci possiamo salutare in italiano, direi.
Sì, il mio italiano è un po' arrugginito, ma questo l'hai capito: buongiorno.
Ci sono altre espressioni italiane che ricordi e magari usi.
Ci sono, sì, ma sai, le cose che so dire in italiano non sono esattamente belle parole, non credo che vorresti registrarle (ride).
La tappa di Lucca ha rappresentato un giorno importante ed emozionante per te. Come hai vissuto quei momenti?
Per me è stato un grande passo per rientrare in serie A. Soprattutto a Lucca, dove ho vissuto un solo anno ma ho splendidi ricordi. Fu un momento speciale, era il mio primo anno tra i professionisti. Conoscevo ancora tutte le strade che abbiamo fatto, siamo passati da una strada in pavé che era la strada preferita di Chris Anker Sørensen (ex corridore danese, scomparso nel 2021, compagno di Valgren alla Tinkoff nel 2014-2015). Entrare a Lucca è stato un momento ricco di grandi emozioni. Sono felice di esserci arrivato facendo del mio meglio.
Ti senti come se stessi cominciando una nuova carriera, a 32 anni?
Sì (ride), una specie di nuova carriera. Credo di avere ancora qualcosa da dare, e finalmente l'ho dimostrato. Ho vissuto anni difficili, ma credo di avere ancora dei bei risultati da raggiungere.
Dove hai trovato le energie per uscire da questo calvario?
Beh, quando sei lontano dal ciclismo ti rendi conto di quanto lo ami. Così quando ero distante ne sentivo davvero la mancanza, desideravo rientrare in questo "circo", che a volte è una specie di grande confusione ma io lo amo. Mi piace stare in giro, mi piace anche la mancanza della mia famiglia, perché quando torno a casa l'emozione è ancora più grande. Riconosco che è una vita un po' da pazzi, ma non riesco a vedermi senza.
Tu provieni dal Thy, l'area dello Jutland da cui viene Jonas Vingegaard, con cui hai condiviso anche il lavoro nella famosa industria ittica in gioventù. Che parole useresti per sostenerlo nel suo recupero, così come per incoraggiare altri ciclisti vittime di incidenti così gravi?
Sono cose che possono accadere a chiunque, non è questione di ciclismo. Anche nella vita ordinaria ci sono infortuni o malattie, quindi credo che commiserarsi vada bene per un po', qualche volta, ma poi è importante allargare lo sguardo e rendersi conto che c'è chi sta peggio. E continuare a lottare, a crederci, perché le cose miglioreranno.
Tu hai uno strano soprannome, Dolle, cosa significa?
In realtà non significa nulla. È un'azienda che produce scale in legno per case, tipo belle scale a chiocciola, e sponsorizzava una squadra di calcio del mio paese. Così quando ci giocavo portavo questa maglia con scritto DOLLE sulla schiena, e qualcuno ha cominciato a chiamarmi Dolle per via di quella scritta. Poi non so come sia successo, ma il soprannome è rimasto.
Hai già dei programmi post-Giro? Qualche celebrazione particolare?
Non lo so. Devo ancora pensarci.
E quando potrai andare in vacanza?
Non lo so. Potrei fare il Tour de France, forse, non si sa mai, ma sarebbe una bella vacanza. Però un giorno io e mia moglie vorremmo affittare un camper e esplorare un po' la Danimarca. Mi piacerebbe andare insieme a Bornholm, l'isola da cui arriva Magnus Cort. È un posto dove sono già stato da solo, ma mai insieme, sarebbe bellissimo.
Ritorno alla collina valbormidese
È il primo giorno di riposo al Giro d’Italia. Vale dunque la pena tornare un po’ indietro alla quarta tappa, quella da Acqui Terme ad Andora vinta da Merlier, per parlare di una facezia. Una piccolezza da giorno di riposo, appunto. Nella parte centrale si attraversavano gli Appennini tra Piemonte e Liguria, con un ricciolo non richiesto ma apprezzabile sul colle del Melogno. Tra Cairo Montenotte, Carcare e Millesimo il percorso di tappa passava vicino a un posto leggendario del ciclismo.
Vicino, non davanti: è un grande peccato perché Cosseria (località Bosi) è una zona remota della val Bormida, ma la tappa passava davvero lì sotto. E comunque non hanno pensato di fare una deviazione per il museo, che non è uno dei tanti. Si trova nei locali della vecchia scuola elementare del paese e contiene la collezione privata di Luciano Berruti, morto sette anni fa. Il suo nome è ora scritto sull’asfalto davanti all’ingresso del museo, portato avanti dai figli Leszek e Jacek. Il primo ci accoglie dopo aver salutato in polacco (lingua che conosce per via della nazionalità della madre) un paio di meccanici della Visma | Lease a bike. Anche all’estero è dunque nota la fama di Luciano Berruti, il più famoso corridore dell’Eroica, la baffuta leggenda che pedalava su bici antichissime, tanto che il suo soprannome era “l’Eroico”.
«Io posso dire che era mio papà» sorride Leszek quando gli chiediamo chi era Luciano. Pian piano, Berruti divenne il volto dell’Eroica, il signore coi baffi che pedalava su bici vecchissime. Entrando, sono appese magliette d’epoca su ogni parete, «lui le voleva così, disordinate come sono i ciclisti in gruppo». La stanza è enorme e contiene anche documenti cartacei come fascicoli dello Sport Illustrato degli anni Cinquanta o il primissimo Garibaldi, datato 1909. Mentre mi guardo in giro come se fossi entrato nel paese delle meraviglie, Laszek parla di un manifesto raffigurante Lucien Petit-Breton e Napoleone.
C’è la famosa Peugeot del 1907 di Luciano, con cui ha corso due Parigi-Roubaix, «una allungando pure il percorso. Poi ci ha fatto anche Mortirolo, Mont Ventoux, Colle delle Finestre e altre salite mitiche» dice sempre Laszek. E una bici Bianchi del celeste primigenio, quella di Bottecchia al Tour de France, una coi chiodi nascosti nel manubrio: queste e altre mille storie, tutte in un unico posticino sulla collina valbormidese. Un posto che non può non interessare a chiunque segua il ciclismo, e – pur consapevole dell’evidente sproporzione – se non interessa alle corse professionistiche beh, allora scrivo io, qui in poche righe, di passarci da Cosseria e passare ore là dentro.
Napoli è mille colori
«Napule è mille culure» cantava la voce di Pino Daniele e, ad un tratto, sospirava «Napule è mille paure». Le dita a pizzicare le corde di una chitarra dal suono perfetto, in cui, però, percepiva sempre la mancanza di un qualcosa. Napoli è un senso della poesia che scappa dalle parole, mentre una ragazza, sul lungomare, si chiede perché i cento chilometri del giro della costiera si compiano sempre in senso orario, e qualcuno le risponde: «Perché altrimenti vedi troppo il mare e, se vedi così le acque del mare, ti distrai». Quella ragazza è Alessia Vigilia, ciclista di mestiere: una voce parlata, non cantata, dall'altro capo del telefono, mentre la televisione trasmette le immagini della nona tappa del Giro d'Italia, da Avezzano a Napoli ed il mare, in quel senso, viene lasciato sulla sinistra, abbandonato in un cono di sguardo, in un pensiero. Napoli è una mancanza, anche per lei: una voce di padre, Ciro, il suo nome, che racconta Diego Armando Maradona e pare una storia della fantasia, invece è una storia del passato, realmente esistita, mentre i ragazzini giocavano a pallone per la strada. Napoli è andare via assieme, ovunque si vada: simile a Andrea Pietrobon e Mirco Maestri, in fuga, soli ma non soli, anche se non c'è nulla.
Sono quelle persone per strada, ovunque, anche lontano dal gruppo, anche lontano dal mare, su un cavalcavia, che attendono l'ultimo corridore, poi si voltano e vedono il gruppo andarsene, lasciare la loro compagnia, lo ritroveranno chissà dove, forse, sempre con il vestito della festa e i pantaloni poco sopra delle ginocchia sbucciate, giocando in un prato lì accanto. Lo ritroveranno come hanno ritrovato Napoli, quando l'hanno lasciata, sapendo che vi avrebbero fatto ritorno, perché certe volte bisogna andare via, anche se non si vuole. "Chi tene 'a mamma è ricco e nun 'o sape": da queste parti non lo dicono solo oggi, è una certezza a cui aggrapparsi in un giorno difficile, uno di quei vecchi detti che facevano affidamento su ciò che bastava quando non c'era niente altro. È il profumo dei limoni che Alessia Vigilia non può descrivere e basta questo per aver voglia di immaginarlo, è quello dei canditi sulla pastiera portata a tavola dalla zia, è l'aroma della "pummarola", il colore rosso dei pomodori nutriti dalla terra.
Julian Alaphilippe ed il suo scatto hanno qualcosa dell'anima di Napoli, di quei contrasti di cui ci racconta Vigilia. È la cultura di cui parla, ad ogni angolo della città, dove ci si stupisce e si resta a farsi domande. Di quel dare tutto pure se dopo ci si fa male. Alaphilippe è più vicino che mai a Napoli quando un ragazzo, non appena viene raggiunto e si arrende al gruppo, sfilando in coda, gli cammina accanto. Non ha corso con il gruppo, non con Narvaez che è appena scattato, ha corso con lui che anche oggi ha messo tutto e non è bastato. «Stanno gridando, esultando, incitando e lo fanno perché sono così, non importa chi tu sia, è il loro entusiasmo, il loro calore. Lo farebbero con chiunque». Il contrasto è tra i primi e gli ultimi, il contrasto è tra chi ce la fa al primo colpo e chi resta staccato e deve riprovare, tra i momenti felici e la malinconia: le lacrime di Clarke, lo scorso anno, l'abbraccio di De Marchi, la vittoria di De Gendt, in fuga, la beffa di Narvaez, in fuga anche lui, ma con un diverso destino. Napoli è anche quel che non è facile, la difficoltà, le ferite, perché nemmeno la meraviglia è cosa semplice, nemmeno la meraviglia è perfezione, la cura, come preoccupazione e attenzione. Le paure, sì, le stesse paure di Pino Daniele, la stessa voglia di aggiungere ancora qualcosa alle note di quella chitarra. I mille colori di Napoli non sono solo colori: non è solo il cielo blu ed il mare che lo imita, non è solo il Vesuvio maestoso là in fondo e Capri che si lascia intuire. I colori sono sensazioni: la gioia di Ciro che martedì vedrà il Giro partire da Pompei ed il sollievo di Alessia, una ciclista che sorride di gusto mentre dice che "ci sono sempre più persone che vanno in bicicletta e questo è bello, così bello da far bene". Napoli è Tadej Pogačar che spiega che i suoi compagni fanno già tanto per lui e lui non è il miglior ultimo uomo, ma lo doveva a Molano: è fare il possibile.
I colori, quelli dei pastelli e delle tempere, sono quelli del gruppo, dei treni dei velocisti, puzzle variabili. Narvaez, venuto dal freddo, per poco non vinceva dove il caldo è clima e modo di essere, venuto dalla montagna per poco non vinceva al mare e, forse, avrebbe detto qualcosa del Vesuvio, si sarebbe fermato ad osservarlo qualche secondo in più. Lo ingabbia lo sforzo di Simone Consonni per riportare sotto Jonathan Milan, che parte forse presto e viene a sua volta beffato da Olav Kooij e dalla sua maglia gialla della Visma-Lease a Bike: pallido, nulla a che vedere con il sole che disegna la pelle a Napoli, pallido, simile al ghiaccio, dove pattinava. Napoli, adesso, è una festa: un guantino di un ciclista che fa la domenica quello che la domenica dovrebbe essere, che era per i nostri nonni probabilmente, un tramonto di maggio che fa pensare a quando si dovrà partire e alla sera in cui si potrà tornare. Napoli è la voce di Alessia Vigilia che, lontano, è contenta anche solo per averne potuto parlare. Punto e basta. Ma non basta, lo sappiamo.
Foto: SprintCyclingAgency
Breve guida su come seguire il Giro
Andare sul percorso del Giro d’Italia è un’esperienza unica. Si entra davvero in contatto coi corridori, ti passano lì a un metro. Si vive la corsa in modo diverso, ci si sente parte di un sistema più grande, si trascorre una giornata stupita e sognante. Tutto vero. Ma seguire il Giro è anche un grattacapo logistico non da poco: dove appostarsi? Quando partire? E le strade quando vengono chiuse? Si potrà comunque salire in bici?
Ci si organizza, quindi, in più persone. Si fanno macchinate, si caricano nel baule casse di birra, si parte. Non ho dovuto preoccuparmi di come raggiungere Prati di Tivo perché purtroppo al Giro ci lavoro e mi ha dato indicazioni un collega-passeggero; ma ecco, la tappa di ieri, se fossi stato un “tifoso semplice”, l’avrei vista come segue. È un piano forse pazzo e sconsiderato, simile al modo in cui Romain Bardet ha affrontato i primi chilometri della tappa di ieri, ma ci avrei perlomeno provato, a costo di dormire in un sacco a pelo alla fermata dell’autobus di Pietracamela. Ecco il piano, e se qualcuno per caso l'ha realmente messo in atto, per favore mi scriva, scriva ad alvento: vorrei abbracciarlo.
Raggiunto in qualche modo Campo Imperatore (chiusa la funivia di Fonte Cerreto, si potrebbe pensare di arrivare lassù in bici), una decina di chilometri separano l’arrivo della settima tappa del Giro 2024 a Prati di Tivo. La questione, evidentemente, è cosa si trova in questi dieci chilometri. Per chi ama la montagna, più o meno il paradiso. Le foto di questi luoghi d’estate – i rifugi Duca degli Abruzzi e Garibaldi, Picco Confalonieri, il profilo dei monti Aquila e Portella – sono incredibili per quanto brulle, remote e inaccessibili risultino le valli, solcate solo da un sottilissimo sentiero battuto a malapena. Certo, non si tratta dei dieci chilometri più agevoli e lineari del mondo. Perché dunque avventurarsi fin qua per una tappa del Giro d’Italia? Perché non sfruttare le comode navette messe a disposizione dall’organizzazione?
Tutte domande valide, obiezioni ce ne sarebbero mille. Ecco, avessi avuto la certezza di una traversata in totale sicurezza, sarei andato in questo modo al Giro perché è l’inutile sofferenza che avvicina ancora di più alla corsa. È fare dieci chilometri a piedi tra le sassaie abruzzesi che accomuna la nostra piccolezza alle fatiche dei corridori professionisti che, poche ore dopo, andremo ad incitare. Se avete mai seguito una corsa da una di quelle orrende aree hospitality, sapete di cosa sto parlando: che noia dev’essere guardare ciclisti fare sforzi sovrumani mentre si sorseggia un bicchiere di vino. Per carità, è una comodità che attira, forse irrinunciabile, ma seguire il Giro dal vivo non è quella roba lì.
E poi certo, si può anche guardarlo dalla tv. Il ciclismo visto dal divano è fantastico, il miglior ciclismo forse. Spesso però sentiamo il richiamo della strada, quella voglia un po’ masochista di gridare in faccia alle montagne il nostro amore per le biciclette che vi si arrampicano. Così, camminando per chissà quale sentiero sulle montagne abruzzesi, ci sentiremmo anche noi un po’ meno soli.
La medicina più sicura
Un uomo evidentemente più saggio di me, Vasco Pratolini, nel 1955 decise di tornare al Giro d’Italia dopo diversi anni per prendersi una «vacanza di girino». Era inviato per un paio di giornali dell’epoca, scriveva gran bei pezzi di colore, niente più. Un lavoro da sogno, potremmo pensare oggi. Pratolini vedeva la sua partecipazione al Giro come una sorta di liberazione: «Da sei mesi, fino all’altro ieri, sono stato in cura. Avevo dei disturbi, leggeri ma noiosi, soprattutto perché non si capiva di che si trattava. [...] La diagnosi è balzata davanti agli occhi con l'evidenza delle cose di natura. Ero ammalato di sedia e di scrittoio. Andar dietro al Giro è la medicina più sicura. Già al solo pensiero, mi è passato come d’incanto il mal di capo. Non sono un veterano del Giro, ma nemmeno una recluta, mi considero diciamo un richiamato».
Ma il Pratolini del ’55 non è più l’ingenuo osservatore di otto anni prima, quando partecipò al suo primo Giro. «Ero io ragazzo quando mi presentai alla punzonatura» scriveva all’epoca, ma uno scrittore ultra-quarantenne che ricorda come sia coetaneo di certi vecchi campioni e vuole rivivere «la baldanza di quando eravamo ragazzi». Dopo tanti anni e/o tanti Giri d’Italia, insomma, ci si fa l’abitudine.
Ecco, similmente a Pratolini la mia medicina si trova durante il Giro d’Italia, ma non è il Giro d’Italia: si tratta dello scoprire posti, zone, salite e discese, piccoli pezzi di mondo insomma, in sella alla bici mia. Al mattino presto, alle volte prestissimo, quando i corridori ancora si stanno svegliando e pochissimi degli addetti ai lavori hanno la mia stessa patologia (tra questi lo scrittore e podcaster Daniel Friebe, correndo, e un meccanico della DSM), inforco la bici e vado in giro. Spesso a caso, ieri no. Ieri ho voluto percorrere prima dei corridori il finale della crono, da Ponte San Giovanni al centro di Perugia, per capire in anticipo e meglio cosa avrebbe atteso i corridori.
Se ne vedono molte, di cose, passando sul percorso di gara prima dei corridori. Già appostata a bordo strada c’è la fotografa Simona, c’è qualcuno che scrive il nome dei corridori sull’asfalto, ci sono coppie di tifosi che a malapena sanno cos’è il ciclismo. Di sicuro non lo sa un anziano che, appena entrato a Perugia città, mi chiede se sono un corridore del Giro. Però ecco, questa è la mia medicina: vedere una città rosa per ore, attesa trepidante per il passaggio dei corridori, rispondere al saluto di pazzi furiosi che incoraggiano un amatore qualsiasi come se fosse Van der Poel, farsi passare un bicchiere di vino sul tratto più duro di salita.
E poi tornare in fretta a fare la doccia, recuperare le cose, andare verso la sala stampa. Nel mentre, qualcuno ti ferma chiedendo: «Scusi, lei sa quand’è che passa il Giro?». È la risposta a questa domanda, «a breve», la mia medicina più sicura.
Beh, nessuna domanda?
Ieri sono successe diverse cose più o meno divertenti a Tadej Pogačar. Prima della tappa ha vestito pantaloncini rosa, per il secondo giorno consecutivo: per quanto sia di una futilità estrema, è una notizia. Durante la tappa è andato, come tutti i colleghi, a oltre 50 chilometri all’ora nella prima ora e mezza, ha affrontato le montagne russe successive a Volterra in uno scenario incredibile, surfato sui settori di sterrato, flirtato col pensiero di perdere la maglia rosa. E invece gli è rimasta addosso, non per meriti suoi.
Dopo la tappa è salito sul palco delle premiazioni e, nel lanciarli al pubblico, ha colpito il tetto. I fiori si sono schiantati come una tortora contro il vetro, ricadendo tristemente al suolo. Anziché ridere della scena – un’occasione piuttosto facile per farsi una risata auto-ironica – Pogačar ha fatto il gesto di mandare a quel paese i fiori e tutto quanto, e poi se n’è andato scocciato.
Tutto un po’ strano, vero?
È successo, nelle fasi più concitate di corsa, che la Ineos Grenadiers di Geraint Thomas, il rivale più accreditato a rubarne lo scettro, si è messa a tirare. Per la vittoria di tappa di Jhonatan Narvaez, dicono loro, ma ci dobbiamo credere? L’impero del male, la più perfida squadra degli ultimi quindici anni nello sfruttare le debolezze altrui, ha colpito ancora: la maglia a Pogačar hanno voluto lasciargliela addosso. Così è dovuto tornare sul palco, ha dovuto firmare nuovamente una caterva di autografi e rispondere alle domande dei giornalisti. Poi è anche entrato nell’autotreno in cui si tiene la conferenza stampa aperta a tutta la stampa e lì, di nuovo, lo abbiamo incontrato.
«Stiamo perdendo il controllo» la frase d’esordio, con la quale entra nel van. La seconda cosa che dice è una piccola gag che aveva già fatto: si siede, aspetta pochissimi secondi, e dice una variazione di «beh nessuna domanda? Ok, ciao!» e finge di andarsene. Seguono risate nervose, sue e della stampa. Ovviamente le domande sono poi arrivate, lui ha risposto alle volte dettagliando alle volte scazzato, mai torrenziale nel flusso dei pensieri. Da una parte sembra consapevole di essere il più forte, e questo lo fa sentire bene perché senza la vittoria non sa stare; dall’altra non sembra divertirsi granché: che sia – ed è incredibile per uno che ha dimostrato il suo dominio – preoccupato?
È illeggibile, imperscrutabile, pur essendo un campione amatissimo e buonissimo di cui si conosce ormai ogni cosa. Provando a fargli domande, si prova un senso d’imbarazzata ed esitante timidezza: si teme che possa non rispondere, che possa blastarti, che usi solo un monosillabo. E probabilmente va benissimo così, non ci deve nulla, e anche trovare una domanda al giorno è un’impresa. Forse però la soluzione degli enigmi – sulla vera natura di Pogačar e sul vincitore del Giro – è più lontana del previsto.
La cronometro di oggi ci dirà molto di più. Non vediamo l’ora: se sei qui per scherzare con gli avversari, Tadej, oggi è la tua prima vera occasione.
Foto: Sprint Cycling Agency
La corsa di casa per un francese: intervista a Ben Thomas
Pochi giorni fa abbiamo intervistato, alla partenza della prima tappa del Giro d'Italia, Benjamin Thomas, il vincitore della tappa di ieri. Questo è quello che ci ha raccontato.
Il Giro è la tua corsa di casa, possiamo dirlo.
Sì, però stranamente è solo il secondo per me. E a dire il vero non ho un bel ricordo del primo, nel 2020, quando mi sono dovuto ritirare alla quinta tappa perché ero ammalato. Però mi piace sempre correre in Italia, spero che questo Giro vada meglio. Ho fatto tante volte la Tirreno e la Sanremo, mi piace.
Qual è la cosa più bella dell’Italia, di cui non puoi più fare a meno.
Il cibo, ovviamente. Quella è una cosa che mi piace. È difficile a volte arrivare a fine gara, in certi alberghi, e trovare la pasta stracotta o cose simili. Sto diventando un po’ difficile sul cibo, ma quando torno a casa è qualcosa che apprezzo davvero. E poi il ritmo di vita. E il clima: sul Lago di Garda, dove vivo, anche in inverno raramente mi prendo pioggia o freddo. Sono cose che a un corridore fanno piacere.
Ma cucini anche tu? Qual è il tuo piatto forte?
Non ho un piatto speciale, ma faccio la pasta, i risotti, mi piace anche cucinare la carne. Mi piace tutto! Anche i dolci…
E Martina Alzini, la tua collega e compagna, quali tuoi piatti apprezza?
Mah, ti direi il risotto… ma da quando Martina ha preso il Bimby in realtà non cuciniamo più, fa tutto il robottino! So che è diverso dal risotto di un cuoco ma va così, anche perché il tempo è sempre poco.
C’è qualcosa che devi ancora capire dell’Italia? In cosa non sei italiano?
Lasciami pensare… magari il caffè. Pensa che quando sono arrivato qua non avevo mai bevuto un caffè in vita mia. Adesso sì, inizio a berlo, ma senza zucchero proprio faccio fatica, non riesco. Per il resto mi sono davvero abituato all’Italia.
Tu in bicicletta fai tante cose diverse: pista, crono, sei forte in discesa, lanci le volate. Qual è la cosa che ti piace di più?
Le fughe. Mi piace andare in fuga. Giocare con il gruppo. Provare a battere le squadre dei velocisti. Non mi è capitato tante volte, ci ho provato anche al Tour de France o in altre grandi gare. Però è una cosa che mi piace. Anche aiutare i compagni mi piace, ma giocarmela in fuga è la mia cosa preferita del ciclismo su strada.
Come si fa ad andare in discesa come vai tu?
Mah, bisogna non pensare troppo ai rischi. Comunque oggi in gruppo vanno forte tutti. Bisogna essere consapevoli, prendere un po’ di anticipo sulle curve più pericolose perché se sbagli una curva puoi perdere anche 20-30 posizioni e per rimontare poi devi aspettare un momento tranquillo.
Una caratteristica dei ciclisti francesi è l’essere intellettuali: scrivono, leggono, dicono cose un po’ filosofiche. Anche tu hai questa tendenza o il tuo essere ormai italiano ti rende diverso?
Non sono tanto così. Prendo il mio compagno Guillaume Martin, che pure è appassionato di filosofia… A me piacciono queste cose, ma non è la mia passione. Leggo poco, ma penso che sia un modo di staccare la testa dal ciclismo e avere una visione diversa del nostro sport. Lo apprezzo, ma devo dire che non è il mio modo di fare. A me piace di più ascoltare la musica, anche italiana. Ascolto di tutto, dai Måneskin fino al rap. Le cose più classiche, come Vasco Rossi o Toto Cutugno, non le ascolto tanto.
Facci qualche nome.
Gué Pequeno, Club Dogo. Martina è un’appassionata e io ascolto con lei, siamo anche andati ai concerti di Marracash, di Gué. Mi piacciono. Ma poi io amo anche i Måneskin, mi piace la loro musica (l’esultanza a Lucca è stata un tributo a “Zitti e Buoni”, ndr), anche se al loro concerto non sono mai stato. Anche perché sia io che loro viaggiamo in tutto il mondo, è difficile coincidere, e non puoi andare a un concerto il giorno prima di una gara!
L’intervista integrale a Benjamin Thomas è andata in onda nella puntata di GIRONIMO del 4 maggio. Il nostro podcast sul Giro d’Italia, realizzato in collaborazione con Shimano, va in onda ogni sera su Spreaker, Google podcasts, Deezer, Spotify e Apple podcasts.
Foto: Sprint Cycling Agency
Milan e "la mar"
Eravamo in apnea, abbiamo respirato forte, profondamente, siamo tornati in apnea e quel respiro, catturato e fatto proprio, nascosto nel torace, ci è bastato per vedere come andava a finire. Sono trascorsi quattro chilometri, tre uomini, fra i tanti, Filippo Ganna, Simone Consonni e Jonathan Milan: il resto è storia. La strada è vicina al mare e, solo qualche istante fa, tra le gallerie, le rocce, il blu e la vegetazione, la mente era tornata a Sanremo, alla Milano-Sanremo, regno di tutto ciò che ha a che vedere con la velocità e pure con la fantasia. Avremmo potuto essere ancora al primo giorno di primavera, il ciclismo è una macchina del tempo.
A Cosseria, in provincia di Savona, sul percorso, al Museo delle Biciclette, c'è l'eco di quella frase che un signore di nome Luciano Berruti diceva spesso, mentre sistemava la sua bicicletta, antica, rovinata, per cui aveva un'attenzione particolare ed il fatto che fosse "vecchia", del 1907 per la precisione, di più di cent'anni, accresceva solo la cura necessaria per starle vicino: «Non so, forse avrei dovuto nascere in un'altra epoca, in un altro tempo, invece sono nato in questo mondo e qui ho fatto le mie cose». Era un ragazzo vispo "il Berruti", raccontano che, ogni tanto, andava a scuola nascondendo una biscia in tasca oppure sotto il banco, catturata nella natura: i compagni lo vedevano, gridavano e la maestra lo rimproverava, magari lo spediva a casa, mentre sua madre non sapeva più cosa fare. Era, poi, un anziano signore con lunghi baffi, a fare da cornice ad una bocca che scandiva lentamente racconti che ti saresti fermato ad ascoltare solo per sapere come andava a finire. Perché il finale vogliamo saperlo.
Eravamo in attesa, a quattromila metri dall'arrivo, quando Filippo Ganna ha squarciato un cielo già pieno di domande e di fremiti, quelli che precedono il caos di qualunque volata: se ne è andato, in un'armonia perfetta con quello che aveva attorno. Perché Filippo Ganna in bicicletta sta bene, da qualunque prospettiva lo si guardi, dall'alto di un elicottero delle riprese, da una telecamera fissa, in un'inquadratura rubata, al volo, dietro una colonna di una galleria. Il Capo Mele è stata l'occasione per uno sforzo assoluto: altri hanno provato a seguirlo, qualche metro e sono "rimbalzati", accolti dalla stessa pancia del gruppo da cui cercavano di fuggire. Per dire di cosa sia un'azione del genere, per dire di quel che serve a stare da soli, al vento, pancia a terra, mentre dietro è tutto un rumore, una rincorsa senza tregua. Berruti si innamorò così delle biciclette; sentendo il loro suono, persino lo stridere dei freni, l'odore di bruciato che rilasciavano, su quelle vecchie bici: avrebbe capito. Sì, ma quando il gruppo insegue è tutta un'altra storia. Circa 3500 metri così. Poi la fine, a circa 500 metri dal traguardo. Non è strano il suo sguardo amaro, non è strano quel continuo guardarsi attorno, mentre parla: la delusione si manda via anche così dagli occhi, quasi potesse tornare indietro e scendere da qualche parte, in gola, nello stomaco e poi via. Invece no, deglutire non vale contro il rammarico. Respiro profondo, boccata d'ossigeno e ancora apnea.
I baffi sono quelli di Simone Consonni. Scherzerà: «Ad un certo punto, non sapevo più se tirare per Milan, oppure non tirare per Ganna. Mi hanno messo in mezzo». Si dice "lanciare la volata" e non sappiamo chi sia stato il primo a coniare questo termine, ma pare perfetto: quasi fosse un lancio nello spazio, in un'altra dimensione, su una navicella con cui bisogna avere una conoscenza totale. Jonathan Milan è l'astronauta, in questo caso. Lui che "maltratta" la bicicletta tanto la porta al limite massimo: dall'alto pare una danza nervosa, in cui tutto trema, a ritmo variabile, ma in un crescendo incessante. Fino all'arrivo, ai pugni che si stringono, ai muscoli che si gonfiano nel gesto della felicità, alla voce che si libera ed al petto che si espande. Dopo il secondo posto di ieri, la vittoria era accanto al mare di Andora. Ganna, Milan e Consonni: Tokyo, un velodromo, una pista, i Giochi Olimpici, l'estate che ballava nei campi e la gioia. La macchina del tempo è già tornata indietro, come ogni giorno, ad ogni Giro d'Italia.
Pare che, in spagnolo, il mare diventi "la mar", quando lo si ama, gli si vuole bene, si ricordano i favori che ha fatto e gli si perdona tutto il resto, i torti e qualche cattiveria, magari nascondendoli dietro una scusa: le bizze della luna che farebbe girare la testa a chiunque. Il vecchio de "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway aveva questa teoria e stasera noi ci sentiamo d'accordo con lui. Per qualcuno sarà "la mar", per altri solo il mare, un rivale, un nemico. Qualcuno canterà una canzone, anche Luciano Berruti lo faceva, "ma dove vai, bellezza in bicicletta", così più o meno, altri tireranno le tende di una camera d'albergo, come le coperte su di un letto, tanto fuori resta solo la notte e domani è un altro giorno.
Foto: SprintCyclingAgency









