Raccontami del Ballero

Questa storia trova casa ai Mondiali di ciclismo di Varese 2008. Proprio in quella prova in linea vinta da Alessandro Ballan, domenica 28 settembre. L’ultima volta in cui la maglia iridata in linea è stata vestita da un italiano. Questa storia, però, non parla di quel giorno. Fa un salto indietro, ai giorni prima. Vorremmo dire che questa storia parla di visioni e capacità di trasmetterle. Di tutto ciò che ha a che vedere con la probabilità che, quando si comunica agli altri, diventa possibilità. Diciamo che questa storia parla di Franco, di Franco Ballerini, il “Ballero”. Ed è una storia ambientata in un aeroporto nelle Fiandre, nella primavera di qualche anno fa. Con un sottofondo di voci e rumori che, miracolosamente, non ci hanno fatto perdere un briciolo di senso del nostro chiacchierare. Questa storia racconta di quella volta che contattammo Alessandro Ballan per parlare di “Giro delle Fiandre” e finimmo a ricordare Franco, il commissario tecnico.
«Ti racconto questo, per dire di chi era Franco Ballerini. Pensa te, raccontare Franco...»

Alessandro Ballan riprende così il discorso che si era interrotto, a causa della partenza di un aereo, mentre parlavamo di pietre e io gli chiedevo: «Parlami del Ballero». Ballan non sa da dove iniziare o, forse, lo sa anche sin troppo bene ma tentenna qualche secondo. Raccontare Franco sembra impossibile perché Franco poteva essere qui e, chi era Franco, avremmo tutti preferito sentirlo dalle sue parole. Ma, certe volte, siamo vicari delle storie di altri e ci tocca raccontarle anche se fanno male. E fanno male perché ci è rimasta la storia ma manca tutto il resto. Così Alessandro torna a parlare, abbassando la voce, quasi per custodire quel ricordo.

«Al Mondiale di Varese era tutto pensato per Paolo Bettini. Sarebbe stato il suo terzo mondiale consecutivo, dopo Salisburgo 2006 e Stoccarda 2007. Franco era eccezionale nel fare gruppo. Creava un’amalgama tale per cui avresti fatto di tutto per quella squadra e non importava nulla il tuo ruolo. Avresti messo l’anima perché sapevi di essere parte del tutto, di essere una parte importante del tutto, fondamentale. Ognuno di noi si sentiva fondamentale. Ti assicuro che non è facile restituire questa sensazione ai propri collaboratori. In pochi ci riescono, Franco era uno di quelli. Mancavano pochi giorni alla domenica e avevamo già visionato il percorso. Mi sentii chiamare: «Ale, vieni qui!» Era Franco Ballerini.

Mi prese da parte come un padre: «Ascolta Ale, vi sto guardando bene. Ho una convinzione e voglio dirtela. Sai la parte finale del percorso? Quella che tocca il centro di Varese. Io sono sicuro sia adatta a te. Ti dico di più: se parti lì, se piazzi uno scatto secco lì, vinci. Vinci tu, Ale. Credimi». Questa cosa me la ha ripetuta fino al sabato prima. Sappiamo tutti come è andata. L’ho ascoltato e sono partito proprio lì dove mi aveva detto lui. Poi mi chiedi di raccontarti Franco. Come faccio a raccontartelo?»

Alessandro Ballan ha vinto il Mondiale di Varese 2008, per capacità, per caparbietà, per forma fisica invidiabile, per una tattica studiata in maniera certosina e aggiungete voi tutto il resto. Ma Alessandro Ballan, secondo noi, ha vinto il Mondiale di Varese anche per quella visione comunicata. Per quella probabilità fatta possibilità. Franco Ballerini avrebbe potuto tenersi stretta quella visione e comunicarla solo in corsa, dando l’input a Ballan nei chilometri finali. Come C.T. sarebbe stato ugualmente impeccabile. Non lo ha fatto. Lo ha cercato, gli ha parlato, gli ha detto prima quanto credesse in lui. Quanta certezza avesse che quella possibilità fosse simile alla realtà. Lo ha fatto perché sapeva. Sapeva che Ballan aveva tutte le carte per vincere, anche agevolmente, ma sapeva ancora meglio che in un Mondiale può succedere di tutto e, se hai chi crede in te, scatti pure senza un briciolo di forza. Glielo devi. A chi crede in te, devi questo e tanto altro.

Foto: Bettini


Landismo o del vagare senza meta

Abbiamo percorso gli oltre dieci chilometri della Sella Chianzutan. Salita non troppo ripida, né lunga, non così dura se la fai con una bici di adesso. A piedi, invece, non è il massimo, soprattutto quando hai scarso feeling con questo esercizio. Oltre due ore di camminata con scarpe poco adatte, lo zaino che oltre a pesare ti lascia chiazze di sudore sulla schiena che provocano brividi ogni volta che ti infili sotto l'ombra, ma hai almeno qualche birra sul groppone, trangugiata in un paese lungo la strada, e che fa sempre il suo effetto. Euforia che prova a farti dimenticare le vesciche che vengono a formarsi man mano che si sale. E poi il gran caldo, quello non te lo levi mai. Passano le prime macchine, ma non sono quelle della carovana e infatti hanno un rombo particolare.

L'indomani si correrà la tradizionale Verzegnis-Sella Chianzutan, corsa in montagna per auto di ogni genere e anno e quelle che vediamo stanno testando il percorso e studiando le frenate. Passa un ragazzo a torso nudo e con la maglia avvolta sulla testa, pedala su una graziella grigia, ci supera e si ferma lungo un tornante in attesa del passaggio dei ciclisti. La corsa vera e propria, o per meglio dire quella che ci interessa, è il Giro d'Italia 2017, ma è ancora lontana. È partita da poco da San Candido anche se, tra Passo Monte Croce Comelico e Sappada, leggo sul telefono che qualcuno ha provato ad attaccare, ma la squadra di Dumoulin, che vincerà quel Giro, ha gli occhi vigili e chiude in discesa. Dopo Tolmezzo, per noi, e più tardi anche per loro, si sale verso questa salita che è meta succulenta per gli amatori locali. Non troppo dura abbiamo detto, una bella strada ampia, qualche tornante che ti permette di rifiatare sia a salire che a scendere. Arriviamo in cima, si pranza e iniziano ad arrivare le auto delle squadre con i massaggiatori che attendono il gruppo per distribuire bevande e panini e i tifosi sempre più numerosi. Se la maggior parte è lì per Nibali, c'è anche chi aspetta - parola chiave - un altro corridore.

Mikel Landa ha spesso gli occhi nascosti da un paio di lenti riflettenti. Mai capito se lo fa per vezzo, marketing, comodità, fatto sta che nasconde due palle rotonde leggermente solcate da un accenno di rughe che gli danno uno sguardo perennemente in sospeso. Quello è lo sguardo del Landismo.
Lo avevamo lasciato due stagioni prima scattare sul Colle delle Finestre: oggi sembra un'epoca mica un lustro. Mikel Landa non aveva ancora conosciuto la pressione né tantomeno la delusione. Il Landismo era ancora in divenire e assomigliava più a un nietzschiano slancio vitale.

Mani basse sul manubrio, schiena perfettamente arcuata, il corridore basco provava da subito a fecondare l'idea che un ciclismo nuovo sarebbe arrivato: niente più attendismo, andiamo allo sbaraglio.
Ritorniamo sulla Sella Chianzutan. Mi avvicino a un massaggiatore dell'Astana e gli domando: «Chi vince oggi?».
«Quello che aspettiamo sempre, mi pare ovvio». Ci penso un attimo. «Mikel Landa?» gli faccio. «Chi sennò?» mi risponde. «Ma non corre più con voi!» ribatto. «Sì ma noi gli vogliamo tutti bene». La tappa quel giorno, con arrivo a Piancavallo e un vento in faccia che pareva il Palio degli schiaffi, la vincerà Landa – e sarà anche la sua ultima in un grande giro.

In pochi anni la storia di Landa si trasforma in mito. Il Landismo diverrà un cul-de-sac ciclistico. Lo aspetti e lui si ritira per un virus gastrointestinale dopo essersi fatto fotografare nel giorno di riposo davanti a una grigliata organizzata dalla sua squadra.
Arriva quarto al Tour facendosi battere per un secondo da Bardet (che lo passa nella cronometro) dopo aver infiammato la salita, ma con moderazione, correndo sempre con un filo di gas, come si direbbe, per non dar troppo fastidio al capitano Froome. Arriva quarto al Giro dopo essersi fatto scavalcare nella cronometro finale da Roglič. Arriva di nuovo quarto al Tour pochi giorni fa, dopo aver dato un saggio completo del Landismo. Fa tirare i suoi tutto il giorno e poi si stacca nel momento clou come uno qualunque – quale non è - con gli occhi che non sono più in sospeso come un ciclista in difficoltà, ma sgranati come dopo aver letto una cattiva notizia. Il giorno successivo uno scatto con il rapporto duro, le mani basse, eccetera... un vantaggio che mai si dilaterà venendo risucchiato vilmente dal gruppo mentre chissà quali pensieri torbidi gli saranno passati per la mente. L'ennesimo piazzamento al di fuori del podio: si diceva che avrebbe dovuto avere la squadra per sé, che uno così era sprecato per fare il gregario. Il risultato non cambia, è Landismo.

Il Landismo diventa così il vagare senza meta di Andreas Kartak per Parigi, i suoi piazzamenti sono un dono, il talento è un po' sprecato. Il Landismo si tramuta nell'attesa sul Col de la Loze e quando gli altri scattano lui si stacca. Il Landismo è vederlo arrivare di nuovo quarto dopo aver guadagnato una posizione in classifica a cronometro più per demeriti altrui che per meriti propri. Il Landismo è, come ci spiega bene Remo Gandolfi, «esempio inequivocabile di cosa rappresenta il ciclismo rispetto ad altri sport. È emozione che spesso non coincide con vittoria. Il Landismo è dove nella sconfitta questo sentimento si rafforza, si auto alimenta e rinasce con vigore nella tappa successiva. Nel ciclismo è facile innamorarsi di chi perde, perché è cuore, prima che cervello. È passione prima che calcolo. Landa è tutto questo: è attesa dell'emozione che diventa illusione o persino delusione. Ma allo stesso tempo è talento: perché sai che può arrivare. Ad ogni tappa, a ogni salita, al prossimo tornante».

Il Landismo è fregarsene che poi in carriera non abbia mai vinto un Giro, un Tour o una Vuelta (e probabilmente mai ci riuscirà) perché tanto a lui sta bene così. Ci basta vederlo ancora scattare mani basse sul manubrio, schiena arcuata, perfetto stile e farci aspettare, aspettare, aspettare e poi dire: eccolo lì, quello è il Landismo. E non c'è modo di spiegarlo se non leggendolo nei suoi occhi.

Foto: Bettini


La gentilezza è un atto rivoluzionario

Piccolo antefatto: ieri mattina, scendendo da una scala, a Castelnuovo della Daunia, sono caduto. Niente di particolare, solo una brutta storta alla caviglia. All’inizio, a dire il vero, neanche particolarmente dolorosa. Ma le botte, i colpi, si sa, fanno più male con il passare del tempo. E non parlo solo delle problematiche fisiche. Vale lo stesso anche per quelle dell’anima. All’inizio non hai quasi mai la percezione di ciò che ti accade o che ti è accaduto. Stai lì frastornato. Non senti male. Sei spaesato, il male arriva dopo. Arriva quando passano le ore, i giorni, i mesi e capisci che quel qualcosa ti è successo veramente. A quella storia del tempo che cancella il dolore non ho mai creduto. Se fosse così, dopo ogni grande sofferenza torneremmo come prima. Non succede così, mai. Te lo dicono tutti perché se non lo facessero dovrebbero prendersi la briga di fare qualcosa per quel dolore e, diciamocelo, spesso non ne hanno alcuna intenzione. Forse ci sono anche persone che fanno del menefreghismo per cattiveria. Più spesso, però, le persone sono menefreghiste perché già stanche dei loro problemi, perché già piene di problemi, senza voglia e quindi senza tempo. Ti affidano al tempo che loro non hanno e non considerano nemmeno per un secondo che quando soffri la cosa peggiore che ti si possa parare davanti è il tempo. Certe volte un lungo tempo. Ma ritorniamo alla mia caviglia.
Tutto questo per dire che nel corso della giornata il male alla caviglia è cresciuto e come sono tornato in hotel e mi sono steso sul letto ha toccato l’apice. Niente da fare, la soluzione è un antidolorifico. La farmacia, devo andare in farmacia. Scendo le scale, zoppicando, e chiedo alla reception dove sia la farmacia. Sono fortunato, è nel parcheggio. Sto proprio salutando l’addetto dell’hotel quando mi ferma un attimo e mi chiede: «Sai cosa? Perché oggi che hai finito prima di lavorare non ne approfitti per un giro in città? Lucera è molto carina». Ho risposto «sì, molto volentieri», solo per chiudere prima la conversazione e andare a prendere l’antidolorifico. Meglio ancora: «Vado subito».
«Ti accompagno io»
«Ma si figuri, mi ha detto che sono 400 metri, giusto? Vado a piedi»
«Non se ne parla, ho finito qui. Le chiavi della macchina? Ah eccole. Andiamo»
Diamine. Non ho preso l’antidolorifico, la caviglia fa male e non so neppure quando tornerò in hotel. Approfittando di un attimo di quiete dal male, dato dalla posizione in auto, cerco di fare conversazione. La mia domanda è semplice, sin troppo forse: «Dove andiamo?» La risposta no, la risposta vale la gita: «Ti racconto una storia. Lavoro in hotel ma per me è un passatempo, in realtà sono operaio in una ditta di Lucera. Quando arriva qualcuno in hotel chiedo sempre dove sta andando e perché. Non sono curioso, non nel senso comune del termine. A me interessano le persone che passano dalla reception dell’hotel in cui lavoro. Per questo faccio domande, per questo quando mi dicono che non conoscono la mia città le consiglio. Magari le accompagno per le vie del centro. Mi fa piacere. È una specie di piccola missione. Alla fine mi sembra che le persone siano contente. Magari tornano in albergo a distanza di qualche anno o segnalano l’hotel a parenti perché «Lucera è bella». È una piccola cosa: accompagno solo qualcuno per le vie della città e mostro qualche monumento. Mezz’ora, certe volte anche meno, ma mi sembra un modo di restituire un qualcosa. Credo che quando ci succede qualcosa di bello abbiamo il dovere di trasmetterlo, di lasciarlo per gli altri, di fare in modo che anche gli altri possano provare quella sensazione come noi. Io ricordo che, nei miei viaggi in camper, quando qualcuno mi accompagnava in posti nuovi provavo una sensazione fantastica. Cerco solo di restituire ciò che è capitato a me e se gli altri sono felici lo sono anche io».
E come potrei raccontarvi qualcosa in più, qualcosa di meglio? Come potrei aggiungere un qualcosa che non sia assolutamente inutile. In quella risposta c’è tutto. Vi dico solo che con Gianni, così si chiama questo signore, abbiamo girato Lucera per circa quaranta minuti e siamo tornati in hotel che erano quasi le sette di sera. Che ho trovato la farmacia in chiusura ed è solo grazie alla gentilezza della proprietaria se ho recuperato il mio antidolorifico. Che, in fondo, anche avessi trovato la farmacia già chiusa sarebbe andata bene lo stesso. Sì perché un modo per sentire meno male c’è ed è a portata di mano di chiunque. Il segreto è restare una porta spalancata sul mondo anche quando sembra inutile. Non sempre riuscirete a restare così, di quella porta, talvolta, il mondo lascerà solo una piccola fessura aperta. Non prendetevela troppo, avvicinate gli occhi e guardate. Guardate attraverso quella minuscola fessura e vedrete che un millimetro di bellezza passerà. Dovete solo guardare.


Una maglia rosa per un anziano capitano

Quando arrivi in sala stampa e hai dei comunicati da preparare, non vorresti altro che silenzio. Così, quando ieri, nella sala stampa di Terracina, è arrivato l’ex capitano della Guardia di Finanza a salutare i giornalisti presenti, per qualche momento ho sperato fosse solo un saluto fugace. Ho ben presto capito che non sarebbe stato così. Parliamo di un signore di ottant’anni spaccati, elegantemente vestito in divisa, con voce bassa e capelli bianchi, sotto il cappello della divisa. Un signore con tanta voglia di raccontare, uno di quelli legati ad ogni singolo oggetto della propria esistenza, ai propri nipoti, di cui tiene i disegni in ufficio e alle piccole abitudine “il caffè dopo pranzo ci vuole”. E il caffè te lo porta dalla sua moka, con tanto di biscotto. Uno di quei signori che sanno di tempi andati e che ti fanno pensare ai tuoi nonni, quelli che magari non hai più la fortuna di avere qui. Quelli che ti fanno ricordare un divano fiorato e le braccia del bisnonno che ti stringevano durante il Giro d’Italia. Le carezze sulle guance, tutto il resto e il momento in cui ti sei reso conto di averli persi per sempre. Uno di quei signori che, appena ti vedono con lo sguardo perso nel vuoto, si avvicinano e «hai bisogno di qualcosa?». Magari sì, magari no, ma è bello che qualcuno ci pensi. E poi, in fondo, abbiamo sempre bisogno di qualcosa, siamo sempre monchi e una sola domanda può salvarci. Sì, perché anche un’unica persona che si interessa a te, diventa il motivo per andare avanti. Ma deve essere un interesse vero, uno di quelli che sanno delle mani calde dei nonni sul viso, quando torni da scuola in inverno e fuori fa freddo.
Già, adesso dico così. Ieri lo ho ascoltato per una buona mezz’ora. Io vivo grazie alla condivisione delle storie, delle parole, del sentire delle persone che incrocio. Ho scelto questo lavoro per questo. Avessi fatto altro, con il carattere che mi ritrovo, troppo timido, introverso, sarei rimasto in un angolo, da solo. Avrei dato il massimo ma non avrebbe avuto senso. Con questo lavoro ho liberato quella parte di me che premeva da dentro e faceva male. Ho potuto fare tutto ciò che avrei sempre voluto fare e di questo conservo una felicità bambina. Attimi, frazioni di secondo, in cui mi dico che, sí, è tutto così bello. Fuori non si capisce nulla ma dentro sì, dentro sono felice. Questo non lo cancello, non potrei mai. Ma la fretta è cattiva consigliera di parole e gesti, così nella mia mente, per qualche istante, si è affacciato il nervosismo. Sulla punta della lingua avevo uno «scusi, può lasciarmi lavorare un attimo in silenzio?». Adesso mi si rivolta lo stomaco solo a pensarlo ma ieri stavo per dirlo. Ed è grave, contraddice buona parte di ciò che racconto a tutti quelli che mi chiedono il motivo della scelta di questo lavoro. Per l'ascolto, dico. Non ho detto nulla perché so cosa significa essere zittiti, anche se elegantemente, anche se con correttezza. Le parole ti si bloccano da qualche parte nelle viscere e poi smetti di parlare. Stai in silenzio anche quando non vorresti, temendo che qualcuno ti ributti ancora giù tutta la voglia di parlare. E di parlare abbiamo tutti una gran voglia. Ho pensato che se quel signore era arrivato a ottanta anni così affamato di racconto, non avrei dovuto essere io a spegnergliela per una stupida fretta. Così è passata un'ora.
A fine tappa gli abbiamo consegnato una maglia rosa in ricordo di quel giorno. Probabilmente nei prossimi giorni la farà vedere a tutte le persone che passeranno dal suo studio e racconterà di questa giornata e di altri ricordi sciolti dentro. Ha chiesto una foto e poi ha guardato meglio la maglia. Si è commosso, gli sono venuti gli occhi lucidi, ha appoggiato la maglia sul tavolo e, indicandola: ''Troppo bello, troppo bello''. Piangeva il capitano della Guardia di Finanza. Così forte che una ragazza dell'organizzazione, vedendolo, è scoppiata in lacrime. E piangeva più forte ancora. Questo era davvero bello, troppo bello. Loro sono bellissimi. Io così sciocco che, per la fretta di finire un pezzo, non ho avuto il tempo di alzarmi e avvicinarmi a loro. Magari solo per una carezza sulla spalla, come faccio sempre quando vorrei abbracciare ma non oso. Forse dovrei essere ancora lì ad ascoltarlo quel signore. Forse un giorno ci tornerò e lontano da ogni fretta gli dirò quello che penso. Che senza uomini così non avrebbe senso.

Foto: Tornanti.cc


Badlands, quando l'utopia diventa realtà

«Amavamo la gravel, le montagne, i deserti, la neve e il mare. Amavamo la bicicletta, il bikepacking e l’autosufficienza che regalano. Avevamo una sola domanda: è possibile mettere tutto questo assieme in un unico evento? Abbiamo cercato, esplorato, ribaltato ogni angolo di mondo e trovato la risposta. L’abbiamo messa in pratica, le abbiamo dato un nome evocativo ed oggi Badlands è realtà». Sono dei visionari con il futuro in una mano ed il presente davanti agli occhi gli organizzatori di Badlands 2020, evento organizzato da Transibērica Ultracycling. I partecipanti sono partiti questa mattina alle otto da Granada, in Spagna.

Ad attenderli 700 chilometri e 15000 metri di dislivello, attraversando luoghi remoti e sperduti ai confini del continente: Hoya de Guadix, deserto Gorafe, deserto Tabernas, Cabo de Gata, sino a 3212 metri del Passo della Veleta. Percorsi caratterizzati all’85% da fuoristrada, è consigliata una bicicletta gravel ma l’avvertimento è chiaro: «tu e la tua bici siete i benvenuti, sempre». Un percorso da attraversare da soli od in coppia, immergendosi nella natura. Con poche e semplici regole: «Passerete in ecosistemi delicati, rispettateli. Non lasciate traccia del vostro transito. Studiate prima il percorso, preparatevi. Viaggiate leggeri, tralasciate il superfluo e ricordate l’essenziale. Ricordatevi di usare gentilezza e comprensione per tutti coloro che collaborano all’organizzazione dell’evento. È importante».

La libertà è il sapore di tutto: «Potete abbandonare il tracciato predeterminato, liberamente. Ma dovete ritornarci, se volete restare in gara. Il tempo scorre e non si ferma mai: quando mangiate, quando bevete, quando dormite o quando vi fermate a prenotare un posto dove trascorrere la notte. Non sempre lo troverete e le condizioni meteorologiche potrebbero essere complesse. Passerete dai quaranta gradi a temperature inferiori allo zero. Portate una borsa da bivacco e avrete tutto ciò che vi servirà».

Non chiedetevi se è una gara. Dipenderà da voi. Se vorrete correre per vincere o per arrivare in fondo. Ci sarà una classifica finale ma nessun premio per il vincitore. Sarà bello, soprattutto se ci avrete creduto in ogni singolo momento. Ed arrivare alla fine, forse, non vi sembrerà neanche vero. Al via anche due italiani: Bruno Ferraro e Alessandro Pace.

Un’esperienza inimmaginabile solo fino a qualche anno fa. Almeno per i più. Non per gli organizzatori. Badlands, letteralmente terre cattive, sarà una perfetta miscellanea di desiderio di competere, di migliorarsi, di sfidare l’impossibile e di sogno di tranquillità, di visione incantata su altri mondi, di terra, acqua, sabbia, ghiaccio e neve. Dell’uomo e della natura. Ecco perché Badlands è Alvento. Ci riguarda e vi riguarda.


Ricominciare a scrivere

A chi, in questi tempi di cinismo e sfiducia, si fosse disamorato di qualcuno o di qualcosa consigliamo solo di dare un’occhiata qui sotto. Guardate la foto, sì, quella di Thomas Pidcock che firma la maglia rosa all’arrivo di tappa di ieri, nella splendida Colico, al Giro Under23. Voi guardate, il resto ve lo raccontiamo. Vi raccontiamo della delicatezza con cui Piddock, o Pidders come lo chiamano, ha preso in mano le maglie, dopo essersi passato le mani sudate nei pantaloncini. Per non sporcarle. Vi raccontiamo della sicurezza con cui ha afferrato il pennarello e si è chinato sulla prima maglietta per autografarla. Come a dire “sei mia, sei ancora mia”. Vi raccontiamo della sua reazione quando, nell’autografare, le magliette si sono scostate e la sua scritta ha traballato. Le lettere del suo nome hanno traballato e quella firma è diventata sbiadita, storta, poco decifrabile.

Tom Pidcock se ne è accorto subito. Ha messo una mano sotto le magliette e con l’altra ha provato ad allungarle, a stirarle, per meglio vedere. La vista lo ha deluso. Aveva firmato male, quella scritta non era più un decoro, quella scritta stava male lì. Messa così era quasi meglio non ci fosse. Cosa fare adesso? Tom Pidcock ha avvicinato il viso alla maglia, ha guardato meglio e ha deciso. E dovevate vederlo. Dovevate vedere l’attenzione con cui ha riavvicinato il pennarello alla maglia. Non è facile avvicinarsi a qualcosa di rovinato o di sgualcito. Non è facile avvicinarsi al dolore, alla malinconia, alla tristezza. Puoi avere la migliore delle attenzioni e peggiorare la situazione. Come quando pensi di pulire una piccola macchia su un divano ed in realtà sbagli prodotto, sbagli modo di strofinare, sbagli tutto e la macchia si ingrandisce.
Dovevate vedere la leggerezza con cui ha iniziato a ripassare con il pennarello le lettere scritte male, nel tentativo di renderle migliori. Scriveva e allontanava la testa per vedere l’effetto che avrebbe fatto quella firma così corretta. Lo ha fatto per una, due, tre volte. Poi ha guardato un’ultima volta ed è passato alla maglia successiva. Con una cura raddoppiata, triplicata, quadruplicata, se possibile. Era soddisfatto. E pensare che non ci eravamo mai soffermati con tanta attenzione sugli atleti alla firma delle maglie, dietro il podio. Pensare che lo ritenevano un gesto quasi scontato, ripetitivo. Uno di quei gesti ufficiali che poi contano fino ad un certo punto. Ci eravamo sbagliati. Di grosso.

Ogni tanto, nella vita, qualcosa sbiadisce, scolora, traballa. Qualche volta, purtroppo, è qualcuno a perdere salde radici, ad abbandonarci, a cambiare così velocemente da non lasciarci tempo di capire. Nella peggiore delle ipotesi è la vita stessa ad apparirci così, a perdere bellezza e meraviglia. Noi vi auguriamo una cosa: trovate il coraggio di Thomas Pidcock. Non rinunciate per paura di peggiorare la situazione o per la certezza che la situazione non cambierà. Non potete saperlo. Tornate ad avvicinarvi. Riaprite quel pennarello. Ricominciate a scrivere. Fate qualcosa, qualunque cosa. Non trovate scuse, non cercatele, non le avete. Poi riguardatela, la vita. Riguardatela bene. Vi piacerà. Più di prima.

Foto: Claudio Bergamaschi


Farsi ricordare

La telefonata con Marta Cavalli era in corso da circa mezz’ora. La linea telefonica, nelle gallerie attraversate dal treno che la riportava a casa da Napoli, veniva spesso interrotta. Così le parole si inseguivano fra pause e ripetizioni. Ho atteso qualche minuto, giusto il tempo di arrivare alla prima fermata e come ho intuito che, almeno per qualche istante, la linea sarebbe stata buona le ho chiesto quello che meditavo da qualche giorno: «Marta cosa significa per te farsi ricordare? Come fai a farti ricordare?». Proprio così.

Per come la intendiamo noi, la preparazione di un’intervista è un insieme di atti estremamente delicati, in certi momenti anche invasivi. Cerchi notizie sulla vita dell’intervistato, ovunque. Passi in rassegna vecchi articoli di giornale, social, dichiarazioni rilasciate alla televisione. Vai a letto la sera con la cuffia nelle orecchie mentre risenti cronache di vecchie tappe o frammenti di dialoghi intercettati dai microfoni. Magari ti addormenti anche con quelle voci in sottofondo. Ti svegli la mattina e, al tavolo della colazione, cerchi foto, immagini, video di corsa in cui osservare ogni minimo dettaglio. Dal modo di pedalare allo sguardo. Dalla mimica dopo una vittoria alla delusione e agli occhi lucidi dopo una sconfitta. Insomma, entri nella vita di un’altra persona che, magari, non ti conosce nemmeno. Lo fai perché tu vuoi conoscerla, tu hai bisogno come il pane di conoscerla. Per l’intervista, certo. Ma non solo. Hai bisogno di conoscerla perché non c’è nulla di più brutto che spegnere il registratore dopo una chiacchierata e sentire che non ti è rimasto nulla. Sentire che in te non è cambiato nulla. Che è come se fossi stato davanti al computer o ad un muro. Tu eri con un’altra persona, tu hai raccontato e ti sei fatto raccontare, qualche modifica in te deve essere avvenuta. Devi avere sentito qualcosa, altrimenti che senso ha?

Così mi sono ricordato di quella didascalia ad una foto che Marta Cavalli aveva dedicato al ricordo. Ho pensato che sarebbe stato bizzarro chiedere ad una ciclista qualcosa di simile. Poi ho anche pensato che forse proprio per questo sarebbe stato interessante. Perché nessuno lo chiede ma, forse, in tanti se lo chiedono. Si chiedono chi sono queste ragazze una volta scese dalla sella. Ed è bello così, è giusto così. Marta ci ha pensato qualche secondo, dubbiosa, sicuramente stupita. Poi ha iniziato a parlare.

«Credo che per una ragazza con il mio carattere sia molto più difficile farsi ricordare. Lo sai, no? La società oggi tende molto a ricordarsi dei gesti appariscenti, delle battute ironiche, degli estroversi. Più volte mi sono chiesta quale sia il posto degli introversi nei ricordi. Sì, perché anche noi abbiamo un mondo dentro di cui vorremmo gli altri si ricordassero. Io vorrei essere ricordata, eccome se vorrei. So che dovrò fare molta più fatica perché non parlo molto, per i miei silenzi, perché sono timida. Ma so anche che questa fatica intendo farla tutta. Se sei come me devi dare ancora di più, devi fare ancora di più, devi essere ancora più precisa e meticolosa per essere ricordata. Ce la farai. Facendo così ci riuscirai. Vorrei che si ricordassero di Marta come di una ragazza che fa tutto quello che può al meglio, come di una professionista seria, come di una ciclista che ama il suo lavoro. Lo vorrei tanto e credo succederà».
È passato un anno, forse poco meno. Eppure, quando si parla di ricordi, a noi torna in mente quella telefonata. Ci sarà un motivo, non credete?

Foto: Bettini


Pensieri e parole

Quando Annemiek van Vleuten ha tagliato il traguardo di Plouay, ha guardato il cielo e mischiato sorriso e pianto. La gola, probabilmente, avrebbe voluto sorridere ma dagli occhi scendevano già alcune lacrime. Ci rendiamo conto che dire una cosa del genere per van Vleuten rasenti l’assurdo ma, forse, l’olandese non era la più forte, ieri pomeriggio. C’è stata molta tattica psicologica nella gara in linea delle donne élite e Annemiek van Vleuten ha giocato d’astuzia sino al rettilineo d’arrivo. Si è messa nella scia di Elisa Longo Borghini e Kasia Niewiadoma, non ha tirato un metro. Della serie: «Sono la più forte e dietro, in gruppo, ho una squadra altrettanto forte. Vogliamo andare via da sole? Bene. Tirate voi. Noi potremmo vincere lo stesso». Questo il messaggio da consegnare. Forse nella sua mente pensava altro e non tirava appunto perché non ne aveva le forze. Perché se avesse collaborato maggiormente, poi, non avrebbe avuto la stessa brillantezza per lo sprint. Van Vleuten ha raccontato una bugia senza proferir parola. E, consapevoli della straordinarietà della atleta di Vleuten, ci abbiamo creduto quasi tutti. Sì, perché chi era lì qualcosa ha intuito. Forse perché quando è rientrata Chantal Blaak è stata proprio van Vleuten a mettersi in testa al drappello, come per salvaguardare la compagna. Longo Borghini e Niewiadoma devono averlo pensato: «Strano. Sono in due e si limitano a controllare la situazione. Annemiek non scatta: o sta a ruota o si mette in testa e fa calare l’andatura. Queste vogliono portarci alla volata e metterci nel sacco».

Nella mente di Longo Borghini è balenato un fulmine in quel momento. Ed è partita Elisa. Uno, due, tre scatti. Blaak si stacca. Van Vleuten non risponde subito, perde qualche metro e poi rientra. È la conferma: «Ho ragione io. Non sei la stessa, Annemiek. Non sei la stessa». Se lo dice, si volta e riscatta Elisa. È la più brillante di quello che ormai è rimasto un terzetto. Lei e Niewiadoma si guardano negli occhi, come a trasmettersi quel messaggio. Van Vleuten è sola ed inizia a capire: «Se mi mostro vulnerabile è la fine. Dai, dai uno scatto. Uno solo. Magari si staccano, potrebbero avere già speso tutto. In ogni caso devo intimorirle. Vai Annemiek, vai». Ognuno si racconta ciò che può e muove le pedine come in una partita a scacchi. Quando Annemiek van Vleuten parte, la paura è che sia un arrivederci a dopo il traguardo. Anche Longo Borghini lo pensa: «Mamma mia se fai male quando parti. Altro che storie. Questa è sempre la stessa. Che male, che male». Per un attimo crolla il fine meccanismo psicologico costruito per tanti chilometri. Poi Elisa cambia rapporto, si alza sui pedali e guarda a terra: non vuole vedere dove si trova l’olandese. Spinge più che può e rialza la testa: «Ti torno sotto, ti torno sotto. E no, Annemiek, troppo facile così. Devi sudartela». Così si riforma il duo che andrà sino al traguardo: Annemiek van Vleuten ed Elisa Longo Borghini per l’oro europeo.

Lo sanno tutti e lo sa anche lei: le volate non sono mai state il punto forte di Longo Borghini. Mentre l’olandese quando lancia l’affondo è irresistibile. «Devo fare attenzione a quando parte. Devo essere concentratissima. Se le prendo la ruota, è fatta. Devo prenderle la ruota e uscire nel finale. Sì, devo fare così». Ancora nella testa. È lì che si rimescolano le carte mentre la pioggia lascia spazio a qualche raggio di sole sulle strade bretoni. La volata è lanciata: van Vleuten parte in testa, Longo Borghini le prende la ruota. Da un momento all’altro tutti si aspettano che Elisa sbuchi a destra o a sinistra. Niente da fare. Le immagini schiacciano, tra la ruota posteriore di van Vleuten e quella anteriore di Longo Borghini ci sono diversi centimetri. Troppi per prendere la scia e tentare un sorpasso. Van Vleuten oro, Longo Borghini argento, Niewiadoma bronzo. A un passo dal tris, dopo Balsamo e Nizzolo. Ma non conta. Non così tanto almeno. Elisa è stata commovente. Non si è mai arresa sino alla linea bianca, ha rilanciato anche mentre van Vleuten stava alzando le mani dal manubrio per festeggiare. I cinici, o forse solo quelli che non hanno mai preso in mano una bicicletta, diranno che non arrendersi è un dovere. Che conta solo vincere. Che dei secondi non si ricorda nessuno. Noi diciamo che il loro mondo ci fa un poco tristezza. Dei primi si ricordano gli albi d’oro e le persone, magari dopo averli consultati. Dei secondi, a certe condizioni, si ricordano solo le persone. Senza nemmeno bisogno di controllare. Perché quello che dai ti qualifica. Solo quello. Punto e basta.

Foto: Bettini


A chi importa chi era Knud Jensen?

Avete presente com'è Roma in piena estate? Il cemento sembra si sciolga sotto i piedi, lo smog, l'asfalto che bolle, il GRA, le auto che sfrecciano ovunque su e giù per la Cristoforo Colombo, l'altare della patria come un gigantesco panetto di burro che si sta squagliando su se stesso. Poi fai una visita alle Terme di Caracalla, sotto un sole così non è mai bello né passeggiare né pedalare, e quando la guida indica: «Quello era il Frigidarium!» ti ci butteresti dentro rischiando di farti arrestare.

Sessant'anni fa non era poi così diverso. Avete presente Roma, 26 agosto 1960, gara che dà il via ai diciassettesimi Giochi Olimpici? Vi ricordate di Knud Jensen? Avrebbe compiuto 24 anni da lì a pochi mesi, veniva da Århus, Danimarca, e faceva il muratore. In realtà preferiva pedalare e non sappiamo se per questo si sposò con la nipote di Henry Hansen, leggenda del ciclismo danese, due volte campione olimpico ad Amsterdam nel 1928. Fatto sta che era dilettante e quindi a fine mese doveva portare a casa qualcosa, e allora lui, muratore e ciclista, un connubio folle di fatica e masochismo, di giorno lo trovavi a piallare, di pomeriggio a pedalare e nemmeno con scarsi risultati.

Si presentava la mattina della 100 chilometri a squadre con un interessante curriculum: aveva appena vinto il titolo di campione dei paesi nordici, e la sua Danimarca aveva buone carte da podio dietro le inarrivabili Italia e Germania – unita, ma con un quartetto tutto DDR.
Ma a Roma, nel 1960, una nuvola nera passava come un presagio: pochi mesi prima dei Giochi, tornando a casa da un concerto, perse la vita Fred Buscaglione schiantandosi contro un furgoncino che trasportava sanpietrini. Il 26 agosto 1960, prima di ritornare sul traguardo-partenza di Viale dell' Oceano Pacifico, fu il turno di Knud Enemark Jensen.

Faceva caldo, quel giorno, da sgretolare i sassi. 33 gradi al mattino e lungo via Cristoforo Colombo - "una strada che non rivela mai nulla, dove correre diventa una sorta di facoltà automatica che l'atleta è in grado di ripetere per un tempo impossibile da calcolare" scrisse Jacques Goddet, direttore de L'Équipe - si arrivò a oltre 40. Intorno nulla a dare un po' di refrigerio, fronde dove nascondersi o aspettare una bava di vento che ti rinfreschi o dia sollievo; solo gruppi di tifosi e curiosi, militari a far da sicurezza, enormi pennacchi futuristici a reggere bandiere di ogni nazione, e sullo sfondo il Velodromo Olimpico dell'EUR che appariva come una navicella atterrata in mezzo al deserto – e infatti come arrivata, se ne andò: inutilizzato dal '68 e demolito nel 2008.

E che routine la 100 chilometri a squadre! Prova a cronometro massacrante e spettacolare; per molti il sunto dell'esercizio fisico e tattico sulle due ruote - e perciò scomparsa per fare posto a scialbe e inutili trovate, l'ultima: la staffetta mista a cronometro! Su quello stesso asfalto che bolliva, Bikila Abebe, un paio di settimane dopo, avrebbe vinto a piedi nudi la Maratona dei Giochi, facendo anche lui su e giù per l'interminabile Colombo, la via più lunga d'Italia e in alcuni punti anche la più larga.

Si racconta di come quel mattino Jensen si fosse lamentato di non stare bene: ma tant'è, si partì ugualmente. Si va al macello, non c'è un dio a cui appellarsi, non c'è conforto, se non in quello della fatica che ti corrode i muscoli fino all'osso. Non ci sono motti decoubertiani; verranno solo aggiunti tanti, troppi dettagli dopo il suo incidente, che se ne discute ancora oggi – ad esempio se l'allenatore avesse dato o meno del Roniacol ai suoi corridori. E insomma succede che faceva così caldo che a fine corsa 31 corridori furono colpiti da un malore, e alla squadra danese non andò meglio. Il primo fu Jørgensen: iniziò a stare male da subito e si staccò. Il quartetto divenne un terzetto. Forse fu quello a salvarlo – fu portato di fretta in ospedale - e la mano tesa che decise di strapparlo al suo destino, divenne uno schiaffo che fece ruzzolare a terra pochi chilometri dopo il povero Jensen. «Mi sento male!» il suo urlo, e un compagno di squadra gli buttò acqua fresca addosso reggendolo per una maglietta. Giusto il tempo di lasciarlo andare e qualche centinaia di metri dopo Jensen cadde a terra. Colpì violentemente la testa – rigorosamente protetta solo da un cappellino. Frattura del cranio: venne trasportato, dopo diversi minuti d'attesa, in una tenda allestita in un ospedale militare. C'erano 50 gradi lì dentro: disidratazione, frattura del cranio, arresto cardiaco. Jensen morì lì: “Questo solo capì. Di essere caduto nella tenebra. E nell'istante in cui seppe, cessò di sapere”.

L'autopsia, inizialmente, parlò di morte per frattura del cranio per la caduta causata da un colpo di calore, poi negli anni si sono susseguiti giochi politici e mediatici atti a manipolare e strumentalizzare la scomparsa del ragazzo – la sua morte macchiata dall'uso di anfetamine e tutt'ora mai accertata resta al centro di una controversia. Il CIO si premunì nel far passare la vicenda come “emblema della lotta alle sostanze proibite” e il caso di Jensen come quello del “primo morto per doping nella storia”. Sette anni dopo si istituirà la prima vera commissione antidoping, ce ne vollero otto, da quel misfatto, per effettuare i primi controlli: una battaglia tra doping e antidoping che diventa una vera macchina fabbrica denaro e che prosegue fino ai tempi nostri. Ancora oggi, studi compiuti sulla morte del ragazzo e documenti della Wada si contraddicono. Martire oppure mito: come se poi importasse davvero al fine di capire chi era Knud Jensen.

Per approfondire che cosa si dice ancora oggi sulla morte di Knud Jensen: "The truth about Knud: revisiting an anti-doping myth"

https://www.sportsintegrityinitiative.com/the-truth-about-knud-revisiting-an-anti-doping-myth

Foto: https://www.sportsintegrityinitiative.com


Elisa, Filippo e una terra

Vincent Van Gogh sosteneva che ci fosse una sorta di limitatezza in ogni arte. Una limitatezza che consente solo di avvicinarsi al reale percepito senza mai raggiungerlo completamente. E quindi senza mai trasmetterlo completamente. Così ieri abbiamo ripensato a quello che ci aveva detto Elisa Longo Borghini. Elisa sostiene che l’inno nazionale sia speciale: «Personalmente devo confessare che l'inno è un qualcosa di incredibile. Quando sei lì sul podio e lo senti, provi una sensazione indescrivibile. È sicuramente qualcosa di eccezionale. Non riesco a non commuovermi quando parte». Noi abbiamo avuto la fortuna di vedere i suoi occhi, quando ha preso in mano la maglia tricolore prima di indossarla, dopo la vittoria ai campionati nazionali a cronometro, e abbiamo sentito ciò che dalle parole potevamo solo intuire. E forse Elisa Longo Borghini è la persona giusta per capire meglio questa cosa, lei che se ripensa al suo momento più bello pensa ad una compagna di squadra: «Dovessi sceglierne uno ti direi che è stato tagliare il traguardo a braccia alzate insieme alla mia compagna di squadra Audrey Cordon Ragot a Plumelec, nel 2014». Del resto anche le persone possono essere un momento, no? Lei che è umile. Talmente umile che alla sua prima gara, in Belgio alla Omloop Het Nieuwsblad, il 26 febbraio 2011, si ritrovò fra le prime e pensò solo: «Ma sono davvero qui? Che ci faccio qui fra le prime?». Lei che è per la quarta volta campionessa italiana contro il tempo.

Filippo Ganna, da ieri, ha in comune con Elisa la maglia tricolore. In realtà da sempre ad Elisa Longo Borghini, lo accomuna la terra. Il Verbano-Cusio-Ossola: di Ornavasso lei, di Verbania lui. Caso vuole che, per noi, oggi, Cittadella e il Verbano non siano così distanti. Caso vuole che un signore, in un bar, si rammarichi col barista per non aver potuto vedere le prove. Un rammarico vero, sincero. Non una di quelle cose che si dicono per conversare mentre si beve il caffè. E chiosi con un: «Pippo è così bello in sella». Bello e veloce, diciamo noi. Forse un poco timido. Ha quell’espressione da bravo ragazzo e quello sguardo che rifugge gli sguardi. Sicuramente sincero. Per Filippo Ganna la felicità non è solo la vittoria. La felicità è la consapevolezza di essere riuscito a fare il massimo. Sì, perché a fronte di una grossa onestà intellettuale, se vinci senza aver dato tutto, non senti il merito di quella vittoria. Ti manca qualcosa. «Direi che ho corso un 10% sotto le mie possibilità, sia per il caldo sia perché comunque non avevo fatto una preparazione specifica per questo appuntamento. Dopo venti, trenta minuti di sforzo ho cominciato a perdere potenza, per fortuna sono comunque riuscito a difendermi. Per questo motivo non riesco ad essere felice al 100%, però sicuramente aver confermato questa maglia tricolore è un bell'orgoglio». Perché, alla fine, devi rendere conto a te e solo a te.
Elisa Longo Borghini e Filippo Ganna sono campioni italiani contro il tempo.
E di sicuro non è un caso.