Istanbul aveva un appuntamento
Quando un ciclista sta bene...
Alcuni angoli di Bodrum la fanno sembrare una città in salita. Il mare, da questi vicoli, non lo vedi sempre, ma lo intuisci, talvolta lo senti. In fondo, c'è il castello. Una sorta di punto di riferimento per chi deve dare indicazioni ai ciclisti, tanto che queste strade dai nomi contorti si suddividono in "verso il castello", "in senso opposto al castello". O sali, o scendi. Non deve essere particolarmente comodo pedalare qui, perché il dislivello, a lungo andare, si accusa. Eppure tutte queste biciclette sono motivo di attrazione. Chi è in spiaggia e ha tempo sale verso gli alberghi delle squadre: prima guarda dall'entrata, quasi intimidito, poi, come si accorge di potersi avvicinare, fa cenno anche ai figli di venire a vedere. E guardano ogni cosa, qualcuno anche gli stracci sporchi d'olio dei meccanici. È un ragazzino che, poco dopo, ci dice che da grande vorrebbe fare anche lui il meccanico per aiutare il padre. Qualche parola, poi si cerca di capire che giro fanno i corridori in allenamento e si va lungo la strada. Ancora in accappatoio magari, ma la temperatura lo permette. Si sta bene o si cerca di stare il meglio possibile anche sciacquandosi via la sabbia prendendo in prestito la canna dell'acqua con cui si lavano le biciclette e le ammiraglie. Il profumo di sapone ti indirizza, non puoi sbagliare.
Stare bene, è proprio questo il concetto che torna ascoltando Luca Amoriello, direttore sportivo Bardiani, dare indicazioni ai suoi ragazzi: «Se ti fa stare bene, per me non ci sono problemi». Si parla di misure della bicicletta, di selle e di tutti quei dettagli per cui i ciclisti hanno un'attenzione particolare. Stare bene che è guardare cosa mettono nel piatto i ragazzi a tavola e poi consigliare: «In gare di questo tipo, evita se puoi». Stare bene che è anche andare in un locale frigo la mattina dopo le otto e recuperare i sacchi di ghiaccio per refrigerare le borracce. E poi darsi la possibilità di staccare mentalmente, dopo pranzo su un muretto, al sole.
Quando si parla comunque di biciclette, ma si riesce a ridere anche della fatica, di quel giorno in cui proprio “non la si muoveva”, che nel gergo ciclistico vuol dire non riuscire ad andare avanti, fare troppa fatica, o delle prime gare della stagione. «Sapete che Pogačar al Carpegna si è fermato a fare pipì in un tratto in salita? Come ha incontrato Richeze gli ha detto: “Ma quanta fatica fanno quelli dietro?”Non vi dico lo sconcerto di Max». È Sacha Modolo a raccontarlo a tutta la squadra e gli altri giù a ridere. In realtà, il furto di biciclette subito qualche giorno fa ha lasciato il segno in casa Bardiani e c'è una particolare attenzione a tutto, una preoccupazione particolare appena non si trova qualcosa.
Si ride e si torna seri. Qualche volta si pensa a tutti i casi in cui la si è scampata in una caduta. La Spagna è lontana, ma la vicenda di Milan Vader tocca tutti anche qui. Quando fra i tavoli cala il silenzio è perché se ne sta parlando. Allora capita di fissare una cicatrice che si ha sula gamba, sul braccio, magari sul viso e pensare che sarebbe bastata un poco di sfortuna e chissà. Perché in questi casi la sfortuna esiste. Lo ammetterebbe anche il meccanico della Caja Rural che stamattina ha detto a uno dei suoi ragazzi: «Non dirmi che sei stato sfortunato. Sei stato poco attento». Parlando di un problema meccanico.
Non c'è malinconia qui ma c'è un'ora in cui, ogni giorno, tutti i telefoni sono connessi. Verso sera quando si telefona a casa per vedere come vanno le cose. «L'altro giorno mia figlia mi ha chiesto: "Babbo, quando torni?". Siamo gente sempre in viaggio, è il bello e il brutto di questo lavoro». Non facciamo in tempo a riflettere su queste parole di "Banzai", meccanico della Bardiani, quando da un altro telefono arriva la voce: «Domani partiamo presto». Sì, domani mattina presto si parte.
L'ultima volta sul Cauberg
Si chiuderà un'altra era. Di nuovo. Il tempo scorre via veloce. Non fai nemmeno in tempo ad apprezzare quello che stai facendo o a goderti il piatto che hai davanti che subito devi alzarti dal tavolo perché in arrivo ci sono nuovi clienti. C'è da cercare una nuova dose di adrenalina. Una nuova corsa. Il tempo divora e sputa. Ti passa veloce davanti, non ha mai pietà. Pensate che i corridori raccontano come spesso non riescano a godersi a fondo una vittoria perché finita la corsa pensano già subito a quella successiva.
Domani si chiude un'epoca. Quella di Gilbert all'Amstel: non una cosa di poco conto. Uno dei corridori più amati del gruppo. Classe sopraffina, un'esplosività e un modo di correre che ne fa una sorta di padre ciclistico di Mathieu van der Poel. Quell'affinità con diverse corse, tanto da aver accarezzato il sogno di chiudere - passateci il termine - il Grand Slam ciclistico. Ha vinto Liegi, Fiandre, Roubaix e Lombardia. Ci ha messo vicino un Mondiale e tanto altro. Solo la Sanremo lo ha respinto. Ha vinto corse ovunque con quel suo scatto potente a cui spesso nessuno riusciva a stare dietro. Con intuizione e sagacia. Poliedrico, un rammarico c'è, molto più di una Sanremo non vinta, può capitare: cosa sarebbe stata avere un Gilbert, oggi, inteso come in questi ultimi due anni, competitivo di fronte a questa generazione?
Domani, nelle terre del Limburgo, passando per quel Cauberg che non solo lo ha incoronato come tra i più vincenti della "corsa della birra", ma che nel 2012 lo lanciò verso la maglia iridata, Gilbert passerà per l'ultima volta, perché questa è l'ultima sua stagione, non ci saranno ripensamenti. «Anche se - ha raccontato in queste ore - non ho ancora fatto programmi per quello che sarà il dopo».
Sul Cauberg stanno organizzando un grande tributo a Pippo il Vallone, Pippo il Belga, Pippo che quando vinse il Fiandre mise d'accordo pure i fiamminghi. Striscioni e gigantografie con scritto "Grazie" con le immagini delle sue vittorie, compresa quella del Mondiale di ormai dieci anni fa, quando il Cauberg fu il trampolino verso il successo. «A un certo punto della mia carriera ho iniziato a rinforzarmi per essere competitivo sulle pietre, persi qualcosa per la Liegi, ma notai come il mio fisico trovò un feeling perfetto con questa corsa che richiede anche tanta astuzia e capacità di correre e limare». Ecco spiegato, almeno in parte, il perché dell'affinità con queste strade.
Non fa progetti per il futuro, al momento, né per domani, cosciente di come il ciclismo viaggi velocissimo e lui, per forza di cose, è rimasto attardato a causa dei segni dell'età. Sa come sulle spalle di altri ci siano i favori della corsa, esattamente come una volta toccava a lui, ma noi ugualmente la nostra presa romantica la facciamo lo stesso e sogniamo di vederlo ancora una volta protagonista, nonostante i suoi 39 anni. «Quest'anno è stata l'ultima volta in diverse corse, ma sono sicuro che qui in Olanda sarà una giornata particolare».
Soprattutto per lui, per l'ultima volta di Philippe Gilbert sulle strade d'Olanda, per l'ultima volta sul Cauberg dove, comunque vada, sarà una grande festa.
Colori, forme e sapori dalla Turchia
L'altra Ronde nella più grande festa fiamminga
L'altra Ronde è quella di quattro ragazzi che si sono fatti 1.700 km in auto dall'Abruzzo. Li incontriamo ieri mattina nel bar del Museo delle Fiandre a Oudenaarde, stanno brindando, sono arrivati da poco e parlano del viaggio («Siamo partiti con il sole e arrivati con la neve, e sì che noi di neve in Abruzzo ne abbiamo quanta ne vogliamo») e della corsa che faranno il giorno dopo, ovvero oggi - per la verità a quest'ora saranno già partiti - la Ronde van Vlaanderen Cyclo. La competizione dedicata agli amatori.
Uno di loro ci racconta di averla già disputata nove anni fa, emozione indescrivibile ci dice, e afferma di essere così malato di ciclismo (ce lo dice in quanto cosciente di essere in buona compagnia) da aver organizzato il viaggio di nozze in Spagna in modo da farlo combaciare con il Mondiale di ciclismo a Ponferrada. Era il 2013.
Mentre una birra gli scioglie decisamente la lingua, ci racconta anche di essere tifoso sfegatato di Sagan e di non amare particolarmente - alleggeriamo così il racconto - Wout van Aert.
L'altra Ronde è quella di due tifosi danesi che amano l'Italia e girano con una borsa della spesa del Famila «We love Italy!» ci urlano. L'altra Ronde sono la quantità a dismisura di gente dalla Spagna - rigorosamente con bici Kuota - e dall'Italia. A volte quando li sentiamo parlare li confondiamo scambiando spagnoli per veneti e viceversa. Ci sono francesi in camper e tedeschi in golf. L'altra Ronde è un signore irlandese, Ash, che ci dà consigli su dove parcheggiare: «Vengo qui da nove anni e ormai questo posto lo conosco come fosse casa mia».
L'altra Ronde è un gruppo di ragazzi che arriva da Trento, uno di loro è orgogliosissimo della sua maglia Mapei «E venendo qui, l'abbiamo riportata a casa!» L'altra Ronde è un signore tedesco che ci chiede indicazioni su dove trovare il punto delle iscrizioni e dopo mezz'ora lo ritroviamo ancora a girare perché si è perso.
L'altra Ronde è quella di due coppie olandesi, decisamente in là con gli anni che ci raccontano fieri di aver scelto il percorso più lungo: partiranno all'alba da Anversa e percorreranno 257 km. L'altra Ronde è quella di un altro ragazzo, del Lago d'Iseo, che è arrivato qui con pullman organizzato, ma oggi sarà l'unico della sua compagnia al via della traccia più lunga: «Infatti tra un po' prendo, vado su da solo a dormire ad Anversa e gli altri li rincontrerò di nuovo qui ad Oudenaarde».
L'altra Ronde sono due che discutono su quanto l'organizzazione dell'evento può aver tirato su attraverso la quota delle iscrizioni, oppure gli australiani che stamattina han fatto razzia di banane a colazione in hotel. Sarà una giornata lunga, come lungo è stato il viaggio dall'altra parte del mondo.
L'altra Ronde è ognuno dei 16.000 iscritti alla Cyclo che, nonostante la neve caduta, il ghiaccio formato nella notte che renderà ancora più infame la forma da testa ossuta delle pietre dei muri fiamminghi, non vede l'ora di salire in bicicletta. Sanno che, comunque andrà, quello che hanno fatto non lo dimenticheranno mai. Sarà una meravigliosa fatica, sarà sentirsi parte anche loro di tutto questo.
L'altra Ronde è quella che si mescola alla Ronde dei professionisti. Di nuovo, ognuno dei 16.000 in gara oggi, domani sarà su queste strade ad assistere allo spettacolo che daranno i corridori. Dopo aver rappresentato loro lo spirito delle corse dei muri e aver acceso questi giorni di vigilia della più grande festa fiamminga.
Fiandre Bianche
Su e giù per i muri con in testa Wout van Aert
Sarà come sarà. Sarà comunque una festa, anzi la Festa, ma ugualmente per molti belgi l'antivigilia della Ronde assume per alcuni momenti i tratti dello psicodramma.
Salivo - rigorosamente a piedi - l'Oude Kwaremont, immaginandomi il bordello che ci sarà domenica dietro la transenne e il fracasso che faranno sulle pietre i corridori, quando arriva la notizia: "Wout van Aert ammalato, forse non correrà domenica".
C'è un ragazzo che mi sta facendo compagnia lungo uno dei muri decisivi della corsa e resta senza parole quando glielo dico. Una volta montato in auto per percorrere quello che sarà esattamente il finale di gara dall'Oude Kwaremont fino a Oudenaarde - con un passaggio obbligato anche sul Taaienberg - la radio parla di van Aert.
Entro in un bar e sento dire (o meglio: capisco solamente) "Wout van Aert, Wout van Aert, Wout van Aert".
A quel punto chiedo delucidazioni: ma di cosa staranno mai parlando! Fossi io ad avere le allucinazioni e capendo da quei discorsi solo qualcosa tipo "Wout van Aert". E invece è proprio così: non si fa che discutere di van Aert e della sua possibile assenza.
Decido così di chiudere il giro e tornare a godermi le strade che faranno i corridori domenica, nonostante il freddo - e mentre scrivo in questo momento, mattina di venerdì 1 aprile, nevica e c'è un forte vento.
Qui il clima cambia repentinamente, e in dieci minuti c'è la possibilità di apprezzare a pieno tutte le sfumature: ghiaccio, freddo, cielo grigio e poi di nuovo blu quando un forte vento decide di spazzare vie le nuvole.
Su internet si susseguono le "ultime notizie" con i commenti di esperti, direttori sportivi che seminano il panico sulla corsa e sulla tattica, giornalisti che parlano del dramma di una possibile assenza di van Aert.
C'è anche chi spera possa essere solo una sorta di pretattica, magari giusto un leggero raffreddore, e oggi proprio perché nevica, Wout, te ne puoi stare al caldo a ricaricare e ci vediamo domenica perché ci aspetta qualcosa di magico, una sfida che aspettiamo da almeno un anno, come qui aspettano ogni anno questa corsa.
Inutile sottolineare come anche io, anche noi apparteniamo alla categoria degli speranzosi. O sognatori oppure ingenui, fate voi.
Bellezze locali (o cose di poco conto)
Bellezze locali oppure cose di poco conto, dal titolo. Bellezze locali: viene da pensare alle bici ed è così. A Waregem, Fiandre Occidentali, appena suona la campanella, ragazzi e ragazze escono da scuola e sono già tutti in bici. Bici, il centro del nostro mondo che qui in Belgio diventa uno degli elementi portanti della quotidianità. Cose di poco conto: sempre loro, mezzi a pedali con le ruote (per non ripetere "bici, bici, bici", anche se, facendoci caso è così musicale) come quel bolide che veniva lavato con cura dietro al pullman della UAE. Con l'attenzione che di solito si riserva ad un neonato.
Bellezze locali: le patatine fritte. Guarda un po'. Belle unte che restano sul tavolo a quantità industriali anche quando il cliente se n'è andato. Qui friggerebbero anche la birra se non fosse qualcosa di più di una bellezza locale. Cose di poco conto: i muri, in pavé oppure senza. Comunque ti spaccano le gambe e ti mandano in acido i pensieri. Chilometri di ciclabili che accompagnano la strada statale che gira tra Waregem, Gent, Kortrijk e Oudenaarde, attraversando quei paesini che, per chi è cresciuto con le classiche del nord, hanno nomi usciti da una fiaba.
Viuzze che si infilano tra una principale e l'altra sporche del fango dei campi trasportato dai trattori. Mucche e pecore. Due corridori della Lotto e della Topsport Vlaanderen che si lanciano a tutta velocità - nei dintorni di Nokere - perché ha iniziato a piovere. Da come filano più che sembrare due in fuga, o in allenamento, sono due ragazzi che stanno tornando a casa al caldo.
Bellezze locali: la cortesia belga. Sempre un sorriso, un saluto, un modo per aiutarti tra inglese e olandese - sarà forse il cappellino da ciclista. Perché qui tutto è bici, tutto è ciclismo. E quella loro lingua dura ma dal suono avvolgente. Cose di poco conto: l'asfalto insidioso, la pioggerellina, il cielo grigio che pare immenso verso un orizzonte che da Kapelmuur - bellezza mondiale - spinge verso l'infinito. Il pavé a tratti dissestato a tratti no. Il bar aperto in cima con i tavolini che guardano verso il punto più alto e il barista che parla in spagnolo sostenendo di conoscere bene l'italiano. Il parcheggio riservato a "Miss Belgio".
Bellezze locali: quelle che oggi andranno in escandescenza sulle strade della Dwars door Vlaanderen. Arrivano da posti più lontani - Pogačar e Bastianelli per fare due nomi - o sono praticamente di casa: van der Poel e van Vleuten. Tanti altri, e tante altre a darsi battaglia nell'ultimo pasto prima della sacra domenica del Giro delle Fiandre. Motori a pieni giri. Quel giorno sarà letteralmente pieno di bellezze che si andranno ad aggiungere, ma non ci sarà più nulla di poco conto.
Compagni di camera
Francesco Gavazzi e Lorenzo Fortunato possono parlare del significato del silenzio. Lo hanno imparato essendo compagni di camera e sono certi che il loro rapporto sia fatto anche in buona parte del silenzio. Entrambi spiegano che il compagno di camera è fondamentale perché, lontani da casa, è la persona con cui condividi tutto, dentro e fuori dalla gara. Non è, però, scontato trovarsi bene. «Può capitare di sentirsi a disagio anche solo a vedere la lista delle camere- dice Gavazzi- ed è il peggio perché non ti senti libero nemmeno nelle ore del rilassamento e questo porta stress». Con Fortunato non è capitato e Lorenzo sa il motivo: «Non abbiamo paura di stare in silenzio e questi momenti in cui non si parla, in camera, non tolgono nulla. Questo silenzio lascia tranquillità. Lui legge, io guardo un film. Possiamo parlare, ma non siamo obbligati a farlo. Non ci giudichiamo, se non lo facciamo».
In realtà Fortunato e Gavazzi parlano molto, anche fuori dalle gare e le cose che sanno l'uno dell'altro derivano proprio da questo tempo parallelo. Francesco Gavazzi racconta una sua telefonata con Fortunato questo inverno: «Mi ha parlato di tantissimi impegni e della difficoltà di incastrarli tutti. Credo quello sia stato il giorno di uno dei consigli più importanti: imparare a dire no». Da quella vittoria allo Zoncolan, il mondo attorno a Fortunato è cambiato e, per Gavazzi, Lorenzo non è ancora abituato a questa concezione.
Amici? Sì, anche amici. «La squadra è comunque un ambiente di lavoro- precisa Gavazzi- e anche il compagno che ti aiuta sta pensando al proprio contratto, al rinnovo. Se c'è amicizia è più semplice, perché non hai timore nell'affidarti e anche per l'altro è più facile fare fatica per te». Una fatica che, aggiunge Fortunato, si fa comunque perché, dove non arriva il rapporto, arriva la professionalità: «Da un lato, l'amicizia non può e non deve fare sconti all'impegno. Dall'altro lato, anche chi non diventa tuo amico, deve mettere il massimo per te e state certi che, se una squadra è una squadra, succede senza alcun dubbio. Non esiste alternativa».
Fortunato può parlare dell'autorità di Gavazzi, della fiducia che è cresciuta come ha visto che le sue indicazioni si verificano prontamente.
«Una volta, Gavazzi si arrabbiò per una mia distrazione in corsa, perché non ero davanti, e, sono sincero, subito pensai che fosse esagerato. Poco dopo, nel luogo in cui mi trovavo ci fu una caduta, se non mi avesse rimproverato, sarei caduto anche io». Già, ma come prende questi rimproveri Fortunato? «All'inizio, resta lì, ascolta e non dice nulla. Magari la sera o la mattina dopo arriva e ti dice: “Avevi ragione, Gava”. Vuol dire che riflette su quello che gli dici, che ci pensa, ci tiene, che non se lo fa scivolare addosso».
L'ultima volta alla Tirreno-Adriatico, nella prima tappa vinta da Pogačar. Gavazzi spiega che, ogni tanto, Fortunato si perde in gruppo: «Quel giorno lo portai davanti due volte e due volte finì indietro. Glielo dissi: "Se lima Pogačar, perché non limi tu?". Io sono brusco su queste cose. Ci ha pensato e da ragazzo intelligente qual è ne ha fatto tesoro per le tappe dopo».
Dalle cose più serie, alle più divertenti. Gavazzi si sveglia molto presto al mattino e magari scende a fare colazione mentre Fortunato è ancora a letto, ma Fortunato si addormenta prestissimo la sera, «appena tocco il letto» dice lui. E Gavazzi precisa: «È illegale. A venticinque anni non si può dormire alle dieci e mezza di sera».
Di sicuro, una cosa protegge Fortunato dalla pressione o dagli errori che si possono fare quando si sale di livello ancora in giovane età. «Ha una leggerezza buona che gli permette di lasciare da parte in fretta gli errori o le delusioni e guardare avanti. Difficilmente lo vedi arrabbiato. È una caratteristica che deve preservare, è la sua forza». Nel mentre Fortunato scherza: «Tanto Gavazzi continua a dire che vuole smettere, ma per altri due anni lo tengo in gruppo. Vedrai».
E Gavazzi risponde a tono: «Ma io gli dico sempre di non preoccuparsi per me. Continuerò a scrivergli e usciremo ancora a cena con le nostre compagne, per il resto, però, dovrà arrangiarsi da solo». Poi il ragionamento torna a farsi serio e le parole aumentano di peso: «Non gli auguro vittorie, perché, se continuerà così, vincerà molto altro di sicuro. Gli auguro di continuare a godersi il ciclismo come sta facendo adesso. Io, forse, non l'ho sempre fatto. In questi ultimi anni lo sto vivendo davvero con piacevolezza, avendo lasciato da parte il dover dimostrare. Lorenzo vive bene questo aspetto pur essendo molto giovane. Spero sarà sempre così, perché fare ciò che facciamo è un'opportunità rara e bisogna godersela».
Quei muretti, quelle biciclette
Cambiano anche i muri e i muretti delle città ad ogni corsa. Ultimamente, forse, ancora più di prima. Una bicicletta dopo l'altra, appoggiate vicine, talvolta anche una addosso all'altra, anche se i due ciclisti non si conoscono, ma con le biciclette si fa così. Se fosse altro, potrebbe dare l'idea del disordine, invece quel groviglio di pedali (e bastano davvero quattro biciclette ravvicinate per dare questa sensazione) che talvolta si incastrano fra loro e di ruote e raggi che da lontano sembrano intersecarsi quasi abbellisce i luoghi in cui si appoggia. Da Siena a Lido di Camaiore e avanti fino a San Benedetto del Tronto, passando per Sovicille e Murlo, sino a Magenta e Rivoli. Diversi sono i muri, diverse le biciclette.
Muretti di pietra, di cemento o di mattoni, talvolta muri delle case con anche qualcuno affacciato dalla finestra che però non dice nulla, magari indica uno spazio in cui una bicicletta può ancora stare. Per finire con il classico: «Me la guarda lei?» e dall'altra parte: «Fino a quando non partono sono qui». Può essere il proprietario di una casa o il passante che, per caso, si è fermato lì, in piedi o seduto su un muretto a guardare gli atleti arrivare.
C'è di più, ci sono quelle borse da bikepacking che ultimamente vediamo spesso anche alle partenze. Sinonimo di viaggio e allora ti viene da chiederti da dove vengano quelle persone, quanto lontano abitino, quanti e quali posti abbiano attraversato per arrivare a quel muro. Ma se è vero che qualcuno è arrivato da lontano, per altri non vale. «Sono arrivato qui in mezz'ora, in macchina ci avrei messo dieci minuti circa». E allora perché quelle borse come se si venisse da lontano? Giorgio le apre e ci mostra quello che ha dentro: non ci sono tende, non fornelletti o sacchi a pelo. Semplicemente una focaccia, una brioche ancora nel sacchetto del bar, dei fogli di giornale che parlano della tappa e una mantellina. La precisazione è istantanea: «Questa la lascio sempre, ma non deve piovere oggi».
Per arrivare alla partenza ha scelto di percorrere una strada secondaria e quella terra che vediamo ai bordi di una borsa viene proprio da lì. «Anche tu hai uno zaino,- continua- chiunque si sposti per diversi chilometri ha uno zaino o una borsa. Non capisco perché in bicicletta lo zaino debba servire solo per andare lontano. Quante poche cose ho qui dentro? Pochissime, anche perché diversamente farei ancora più fatica. Eppure mi sento indipendente».
E, parola dopo parola, con Giorgio e con altri, ci è sempre più chiaro che è proprio questo il significato dello zaino o della borsa: la totale libertà di scegliere, la spensieratezza. Non devi aspettare un ristorante per pranzare o per fare colazione, non devi scegliere il tuo percorso in base a esigenze esterne. Puoi andare dove preferisci perché dentro lì hai tutto quello che serve per non restare sorpreso: dalla fame, dalla sete o da un temporale.
Tutto questo e qualcosa in più. Elisa di biciclette non sa nulla, passa di lì per caso ed è semplicemente incuriosita da tutte queste cose tirate fuori dallo zaino e svuotate per terra. Ascolta e, poi, interviene: «Io lavoro con i bambini. Può essere che somigli a ciò che fanno loro quando si fanno casa con uno scatolone in salotto, portano due pupazzi, un piatto e un bicchiere di plastica, una coperta e ti dicono di non disturbarli e di stare in casa "tua" che loro hanno già tutto?». Al momento non siamo stati certi della risposta, ora sì.
Certo che può essere. Anzi è sicuramente così. È quella voglia di avere accanto solo quello che ci serve e che ci fa stare bene, stare meglio, che sperimentiamo fin da piccoli e che ci portiamo sempre addosso. Anche mettendo due borse su una bicicletta e complicando un percorso all'apparenza semplice: per gioco e per divertimento.













